XXXVI.

Impatiens balsamina Atropa Belladonna.

— Bice! Oh! non è Bice... Siete voi signor Riccardo?

— Sono io..

— Si fa notte... mi sono lasciato pigliare dal sonno. E ho dormito

molto, pare?

— Pare.... — balbettò Riccardo, non osando guardare in volto fratel

Biagio.

Intanto il signor van Leven s'era sollevato in piedi, aveva spolverati

i suoi abiti, e ricomposto alla meglio il volto rabbuffato. Nel movere

i primi passi, inciampò nell'inaffiatoio ancora pieno d'acqua, e lo

rovesciò con un calcio.

A quell'atto dispettoso Riccardo impallidì, e siccome fratel Biagio

tirò dritto a capo basso, senza dir parola, solo dopo lunga titubanza

si fece ardito a domandargli che avesse. Evidentemente fratel Biagio

non era ancora ben desto, perchè invece di rispondere si piantò in

faccia al suo interlocutore e lo guardò fisso. Era uno sguardo, che

nulla aveva di speciale, ma Riccardo non lo sostenne a lungo; la

coscienza turbata gli faceva vedere in fratel Biagio un accusatore.

Non era invece se non un uomo che si svegliava allora ed aveva fatto di

brutti sogni.

— Figuratevi, una specie d'incubo, un'oppressura, un macigno enorme che

vi graviti sullo stomaco. Eh! dico io? Per quanto si abbia lo stomaco

di ferro!... —

Il signor van Leven s'interruppe; Riccardo, dopo aver respirato come un

mantice, si affrettò a raccogliere il filo per appiccare il discorso, e

da uomo che sa il fatto suo arrivò man mano al tema prediletto del suo

ospite.

— Ecco una pianta di cui non conosco il nome.

— È una pianta velenosa — una _belladonna_ — _Atropa Belladonna_. —

Il botanico, dicendo queste parole, sorrise.

Riccardo fece altrettanto.

— È curioso, — soggiunse il primo, — che abbiano dato il nome di

_belladonna_ ad una pianta velenosa.

— In fatti... —

Qui fratel Biagio si battè la fronte come uomo che ne ha trovato

un'altra ancora più curiosa.

— E che invece si sia dato il nome di _begli uomini_ all'_Impatiens

balsamina_, una pianta volgarissima, i cui fiori si mettono

nell'insalata.

— È curioso...

— Convenite meco che i battesimi scientifici del popolo hanno almeno

spirito e senso pratico; nelle classificazioni di Linneo non ce n'è

nemmeno l'ombra. —

Qui fratel Biagio uscì in uno scoppio di risa.

Riccardo, che volle imitarlo, se ne cavò male. E la conversazione morì

repentinamente.

Il sole era disceso dietro i monti; la pallida luna risaliva la curva

dell'orizzonte; le tenebre scendevano rapidamente facendosi sempre più

fitte; incominciava il sonno della natura; quel buio e quel silenzio

erano solo turbati dalla nota solitaria del grillo e dal fosforico

barlume di alcune lucciole, che tramutavano il loro letto, sollevandosi

dalle zolle e ricadendo poco lungi.

Un uomo si nascondeva in quelle tenebre e taceva in quel silenzio

— Riccardo. Egli non era assorto in una di quelle fantastiche

contemplazioni care all'artista, ma attingendo nel cuore una nuova

dolcezza, vagava immerso in un vaneggiamento fatto di memorie, di

speranze, di desideri. Ai battiti affrettati del suo gran cuore

d'innamorato si sarebbe detto che in quel vaneggiamento soave avesse

alcuna parte l'aspettazione.

Qual mai mortale più felice di Riccardo? Egli sentiva ancora errare

intorno a sè il profumo voluttuoso della donna adorata, chiudeva gli

occhi, e gli pareva di rinnovarsi la dolcezza di un bacio lungo e

fremente, e la stretta dolce ed angosciosa d'un seno colmo d'amore.

Nissuno venne.

Sonava la mezzanotte, quando Riccardo, rôso da mille paure, rifaceva i

suoi passi verso la casa.

E allora una finestra si aprì con lieve rumore; una mano apparve

un istante sul davanzale, e una pallottola di carta cadde ai piedi

dell'innamorato. Poi tutto rientrò nell'oscurità e nel silenzio.

Quella pallottola diceva laconicamente:

«A domani.»

Frutti proibiti · 第 45 / 108 题