Impatiens balsamina Atropa Belladonna.
— Bice! Oh! non è Bice... Siete voi signor Riccardo?
— Sono io..
— Si fa notte... mi sono lasciato pigliare dal sonno. E ho dormito
molto, pare?
— Pare.... — balbettò Riccardo, non osando guardare in volto fratel
Biagio.
Intanto il signor van Leven s'era sollevato in piedi, aveva spolverati
i suoi abiti, e ricomposto alla meglio il volto rabbuffato. Nel movere
i primi passi, inciampò nell'inaffiatoio ancora pieno d'acqua, e lo
rovesciò con un calcio.
A quell'atto dispettoso Riccardo impallidì, e siccome fratel Biagio
tirò dritto a capo basso, senza dir parola, solo dopo lunga titubanza
si fece ardito a domandargli che avesse. Evidentemente fratel Biagio
non era ancora ben desto, perchè invece di rispondere si piantò in
faccia al suo interlocutore e lo guardò fisso. Era uno sguardo, che
nulla aveva di speciale, ma Riccardo non lo sostenne a lungo; la
coscienza turbata gli faceva vedere in fratel Biagio un accusatore.
Non era invece se non un uomo che si svegliava allora ed aveva fatto di
brutti sogni.
— Figuratevi, una specie d'incubo, un'oppressura, un macigno enorme che
vi graviti sullo stomaco. Eh! dico io? Per quanto si abbia lo stomaco
di ferro!... —
Il signor van Leven s'interruppe; Riccardo, dopo aver respirato come un
mantice, si affrettò a raccogliere il filo per appiccare il discorso, e
da uomo che sa il fatto suo arrivò man mano al tema prediletto del suo
ospite.
— Ecco una pianta di cui non conosco il nome.
— È una pianta velenosa — una _belladonna_ — _Atropa Belladonna_. —
Il botanico, dicendo queste parole, sorrise.
Riccardo fece altrettanto.
— È curioso, — soggiunse il primo, — che abbiano dato il nome di
_belladonna_ ad una pianta velenosa.
— In fatti... —
Qui fratel Biagio si battè la fronte come uomo che ne ha trovato
un'altra ancora più curiosa.
— E che invece si sia dato il nome di _begli uomini_ all'_Impatiens
balsamina_, una pianta volgarissima, i cui fiori si mettono
nell'insalata.
— È curioso...
— Convenite meco che i battesimi scientifici del popolo hanno almeno
spirito e senso pratico; nelle classificazioni di Linneo non ce n'è
nemmeno l'ombra. —
Qui fratel Biagio uscì in uno scoppio di risa.
Riccardo, che volle imitarlo, se ne cavò male. E la conversazione morì
repentinamente.
Il sole era disceso dietro i monti; la pallida luna risaliva la curva
dell'orizzonte; le tenebre scendevano rapidamente facendosi sempre più
fitte; incominciava il sonno della natura; quel buio e quel silenzio
erano solo turbati dalla nota solitaria del grillo e dal fosforico
barlume di alcune lucciole, che tramutavano il loro letto, sollevandosi
dalle zolle e ricadendo poco lungi.
Un uomo si nascondeva in quelle tenebre e taceva in quel silenzio
— Riccardo. Egli non era assorto in una di quelle fantastiche
contemplazioni care all'artista, ma attingendo nel cuore una nuova
dolcezza, vagava immerso in un vaneggiamento fatto di memorie, di
speranze, di desideri. Ai battiti affrettati del suo gran cuore
d'innamorato si sarebbe detto che in quel vaneggiamento soave avesse
alcuna parte l'aspettazione.
Qual mai mortale più felice di Riccardo? Egli sentiva ancora errare
intorno a sè il profumo voluttuoso della donna adorata, chiudeva gli
occhi, e gli pareva di rinnovarsi la dolcezza di un bacio lungo e
fremente, e la stretta dolce ed angosciosa d'un seno colmo d'amore.
Nissuno venne.
Sonava la mezzanotte, quando Riccardo, rôso da mille paure, rifaceva i
suoi passi verso la casa.
E allora una finestra si aprì con lieve rumore; una mano apparve
un istante sul davanzale, e una pallottola di carta cadde ai piedi
dell'innamorato. Poi tutto rientrò nell'oscurità e nel silenzio.
Quella pallottola diceva laconicamente:
«A domani.»