Convalescenza.
L'aveva detto il medico: la malattia di Bice non era nè pericolosa nè
grave; ma quando si ha diciott'anni, un fratello affettuoso come fratel
Biagio, una cognatina vispa più d'un folletto che sa fare cento moine e
cento vezzi, un'infermiera attenta e scrupolosa come la zia Angelica e
un innamorato lontano, che riempie quattro intere pagine di giuramenti
d'amore eterno, si ha diritto, via, d'aggravare i propri mali con la
immaginazione e di contrastare ogni efficacia alle medicine fino al
ritorno del proprio innamorato. È appunto ciò che fa Bice quando il
signor Pool, il modello degli amici di casa, viene, per fermarsi cinque
minuti, a domandare conto dell'andamento della malattia e andarsene in
punta di piedi.
Bice sembra prendere gusto alla uniformità bizzarra di quelle visite, e
non manca mai di riderne con Camilla, la quale per volgere in beffa il
sussiego del taciturno visitatore ha un garbo tutto suo. Ciò non vuol
già dire che le due cognate trovano assolutamente ridicole le maniere
del signor Pool; ma è tanto difficile trovar argomento da ridere, che a
volersi mettere in capo di fare l'esame di coscienza prima di lasciar
andare una risata igienica, si finirebbe col morire di malinconia....
se la noia non uccidesse più presto.
Ciò non vuol dire neppure che Bice non abbia per il signor Pool una
specie di riconoscenza mista a rispetto ed una stima profonda non
scompagnata da un certo affetto filiale, che deriva dall'averlo visto
fin dall'infanzia come lo vede ora — amorevole e solenne. Questo
garbuglio di sensazioni, incominciato negli anni della bambola, aveva
sopravvissuto ai vecchi amori e resistito ai nuovi, arruffandosi sempre
più, e quando l'ingenua fanciulla s'era voluta dare ragione dei propri
sentimenti, non aveva trovato di meglio che la parola _zio Emanuele_,
con cui un tempo chiamava scherzosamente il signor Pool.
— Volete essere sempre lo _zio Emanuele_? gli domandò una volta.
— Finchè vi piaccia.
— Mi piacerà sempre. —
Ma la risposta aveva dato da pensare a Bice, e siccome a dodici anni
si vuol veder chiaro nelle proprie faccende più che a trenta, così il
giorno dopo tornò all'assalto e ripetè con accento petulantello la sua
dimanda:
— Volete essere sempre lo _zio Emanuele_?
— Finchè vi piaccia.
— E perchè finchè mi piaccia? —
Il signor Pool sorrise e invece di rispondere direttamente, domandò:
— Come si chiama la vostra bambola?
— Angiola.
— La chiamerete sempre Angiola?
— Sempre.
— Quand'è così chiamatemi sempre lo _zio Emanuele_. —
La conclusione, contro quel che dovrebbe sembrare, fu che Bice non si
lasciò sfuggire di bocca nessun'altro _zio Emanuele_.
Durante la sua malattia l'antico parentado era tornato in onore ed
aveva fatto le spese dell'ilarità delle due cognate: in una delle
ultime visite inevitabili del signor Pool, Bice, oramai disposta
ad entrare in convalescenza, gli disse scherzando alla presenza di
Camilla:
— Ho sognato che io era ancora bambina e che vi chiamavo _zio
Emanuele_. Ora non ho più la bambola e non oserei farlo.
— Perchè?
— Temerei di offendervi.
— E perchè dovrei offendermi?
— Non lo so.... Ma se mi piacesse proprio di ricominciare?
— Vi diverte? fatelo. —
Sorrise. Ora il sorriso del signor Pool faceva l'effetto
d'un'apparizione melanconica, e rompeva lo scherzo sulle labbra.
Cosicchè quando allo spirare dei cinque minuti, lo _zio_ lasciò la
nipotina, Camilla risparmiò la docile arguzia, sapendo che l'avrebbe
spesa inutilmente, e il melanconico visitatore, invece di tirarsi
dietro le baie gioconde delle giovani donne, se la cavò con una
smorfietta di Camilla, a cui Bice rispose seria seria: «è un buon
diavolaccio.»
L'ingenua fanciulla non sapeva esser questo un elogio che qualche volta
si può spendere per un'epigramma. Una creatura, la quale non sappia
essere nè giovane, nè spiritosa, nè maligna, è quasi sempre un «buon
diavolaccio,» vale a dire un fenomeno che ha screditato l'inferno e
screditerebbe il paradiso.
Nulla sapeva Bice di tutto ciò, ma sapeva benissimo che il suo Riccardo
non era un buon diavolaccio; glielo diceva l'istinto, che è nelle
fanciulle un ragionatore sottile!...
— Oh! perchè Riccardo non correva sapendola malata? Quali barbare
formule legali potevano incatenarlo a Padova? Apprendendo che egli era
in litigio per un suo credito, era giunta fino a domandare se vi fosse
una legge, la quale tenesse in prigione i creditori che vogliono farsi
pagare, e le fu risposto che molti legislatori indebitati vi avevano
pensato, ma non se ne era fatto nulla. Dunque?... Dunque Riccardo non
era un «buon diavolaccio.»
La conclusione ultima fu che la povera creatura si rassegnò a entrare
in convalescenza prima che il suo innamorato fosse di ritorno.
Finalmente il giorno sospirato venne.
Riccardo rivide Bice (a cui la malattia aveva prestato un nuovo
languore pieno di vezzo), con la compiacenza che gli innamorati molto
sentimentali sogliono attribuire a tutto, fuorchè alla _novità_; e Bice
rivide Riccardo col cuore negli occhi.
Quel giorno il signor Pool non venne a domandare conto della salute
della nipotina, perchè evidentemente doveva intendersi che ogni
ricaduta era impossibile.
Ma appunto quel giorno la vezzosa signora van Leven rimase a letto con
l'emicrania.