Amore in viaggio.
La comitiva viaggiava in una carrozza di prima classe della strada
ferrata da Milano a Varese.
Camilla e Bice erano state le prime a salire e s'eran sedute l'una in
faccia all'altra, alle estremità dei divani, desiderose entrambe di
poter cacciare il capo fuori degli sportelli. La zia Angelica, che si
era arrampicata a gran stento subito dopo e aveva lo stesso desiderio,
era andata a incantonarsi nell'angolo opposto. Riccardo che le aveva
tenuto dietro si trovò fra due partiti: sedersi al fianco di Camilla o
al fianco di Bice; e naturalmente si attenne a quest'ultimo. Il signor
van Leven e il signor Pool s'erano acconciati il primo al lato di
Riccardo, l'altro accanto a Camilla, e siccome nessun viaggiatore era
venuto a introdursi nella stessa carrozza, chiusi appena gli sportelli,
la nostra comitiva aveva levato al cielo un picciol grido di gioia come
se fosse stata liberata miracolosamente dalla compagnia d'un nemico.
Indizio curioso d'egoismo di cui ciascuno di noi è stato testimone, è
quella specie di carico che ogni uomo il quale si trova in una carrozza
pubblica fa a ogni altro uomo che giunga dopo di lui a turbare la sua
solitudine. Ve ne ha di quelli che vanno più in là, e si adirano in
cuore non solo verso chi li segue, ma verso quanti li hanno preceduti.
Un estraneo che viaggia con noi è uno che si annoia per via, al par di
noi, che ci guarda dalle scarpe al cappello, che esamina ogni nostro
gesto, si ferma sopra ogni difetto dei nostro volto, per l'appunto
come noi facciamo con lui. Non è rappresaglia, è bisogno; ma dall'una
parte e dall'altra piglia i caratteri odiosi della rappresaglia. Chi
ha viaggiato può far fede che non vi ha nemico più acre di un compagno
di viaggio con cui non si voglia (ed è raro che si voglia) avviare un
dialoghetto sulla necessità della pioggia per le campagne, sulla crisi
probabile del Ministero, o sulla possibilità di una prossima guerra.
Questa specie di ruggine, che la vicinanza pone fra due esseri che
non s'erano mai visti prima, diventa acrimonia, e si manifesta negli
sguardi o nelle esclamazioni eloquenti, quando invece che con una
persona si ha a fare con una brigata. Costoro facevano conto di
trovarsi in casa propria; avrebbero chiacchierato con abbandono durante
tutto il viaggio; pensate voi se potevano vedere di buon occhio un
estraneo venuto a posta per condannarli al silenzio, all'immobilità, a
quel contegno grave e composto con cui ogni galantuomo che si rispetta
si crede in obbligo di stare in faccia al suo prossimo... Però, miei
buoni amici, se mai vi avvenga di porre il piede sul predellino d'una
carrozza e di vedere una mezza dozzina di sguardi immobilmente fissi
su di voi, e altrettanti sorrisi beffardi che paiano dirvi: «osereste
entrare?» dite a voi stessi che turbereste le dolcezze d'una comitiva,
e cercate altrove un'ospitalità meno amara.
La nostra comitiva viaggiava adunque da una mezz'ora verso Varese.
La zia Angelica, che s'era posta vicino allo sportello per godere lo
spettacolo dei pali del telegrafo che paiono inseguirsi, dopo aver
fiutato tabacco due o tre volte, aveva finito con l'addormentarsi. Van
Leven e Pool s'erano cacciati in un labirinto di quistioni commerciali,
e minacciavano di non cavarsene molto presto. Camilla, Bice e Riccardo
parevano assorti in gran pensieri. Ogni tanto Bice guardava Camilla,
e poi Riccardo, e poi la campagna, e poi ancora Camilla e Riccardo,
e facendosi rossa in viso interrompeva il silenzio con qualche
esclamazione:
— Bella giornata! —
Riccardo componeva il volto a serietà, e rispondeva gravemente:
— Bellissima. —
Camilla guardava e sorrideva senza dir parola.
Uno strano nugolo d'idee imperversava intanto nella testa
dell'innamorato. Il senso di voluttà innocente che dà il contatto
della donna amata traeva il suo spirito fuori della meschina cerchia
delle idee della vita, ma un invincibile sentimento di paura e di
dubbio, segreto tarlo che gli rodeva il cuore, tarpava miseramente i
larghi voli della sua fantasia. Però che Camilla, lo spettro del suo
primo amore, era lì, dinanzi a lui, bella, sorridente, spensierata,
felice. Quel volto fresco a cui la rosa aveva prestato i suoi colori,
quella capigliatura che cadeva rovesciata sulle spalle, quegli occhi
grandi, aperti, sereni, profondi abissi in cui egli aveva avventato
col desiderio la sua anima, quella bocca soave, quel corpo di silfide,
quelle manine affilate e candide come mani di fata, tutto quell'essere
misteriosamente leggiadro che egli aveva visto errare per tante notti
nella sua cameretta e chinarsi sul suo guanciale a bisbigliargli una
promessa, e che il tempo inesorabile doveva più tardi cancellare dal
suo cuore — tutto riviveva in un istante con le seducenti lusinghe
della gioventù e della bellezza e con gli amari rimpianti dell'amore.
«Dov'è il mio passato?» Per qual misterioso intendimento fui tratto
ad amare questa donna, ad esserne amato? E con quale disegno, oggi
che quel palpito non è più, e altri ha diritto al nostro affetto, ci
troviamo balzati dalla sorte sullo stesso sentiero? Amara ironia della
fortuna!»
Riccardo andava più in là e gettava sbigottito lo sguardo all'avvenire;
pensava paurosamente alla _legge inesorabile che regola i moti del
cuore_, pensava a quella creatura ingenua, che egli aveva tratto a
rispondere al suo affetto; interrogava sè stesso, analizzava la propria
natura.... Avrebbe egli soggiaciuto? Era egli certo di non mentire? Era
ancora l'amore, il vero amore che infiammava le sue vene?
E Bice? Quell'anima ingenua poteva illudersi, credere all'eternità d'un
affetto di cui ignorava la saldezza....
Intanto la zia Angelica russava, i due soci si affannavano a
raccogliere le fila del loro garbuglio, e Camilla agitava il ventaglio.
— Fa caldo, — disse Bice.
— Estremamente, — rispose Riccardo.
Camilla chiuse il ventaglio e l'appoggiò sulle labbra.
Nè qui era tutto; ciò che più d'ogni altro pensiero, torturava in quel
punto, l'anima del povero Riccardo era una vergogna invincibile, che lo
rimpiccioliva dinanzi a Camilla. Infatti per un innamorato, il quale
si trovi per la prima volta al fianco della propria innamorata non
so se vi possa essere cosa più imbarazzante che aver di rimpetto una
donna dalla quale altra volta egli abbia tentato con fortuna la via
del cuore. Questo io dico, e i lettori avveduti me lo crederanno, che
il sorriso di Camilla pesava come un incubo sullo spirito smarrito del
nostro eroe.
Si aggiunga che il signor Pool aveva il mal vezzo di piantare ogni
tanto gli occhi sulle persone che gli stavano in faccia — due occhi
da padre da commedia, niente affatto beffardi, ma paternamente dolci
quando guardavano Bice, e paternamente severi se fissavano Riccardo.
L'effetto di tutto ciò sull'infelice innamorato era, che mentre egli
sentiva contro il fianco il lieve contatto delle forme divine della
fanciulla amata, mentre il suo piede, errando inconsciamente sotto
il mistero delle vesti ondeggianti, s'incontrava con un altro piede,
nondimeno (ecco la tortura) non osava volgersi e ricercare con lo
sguardo uno sguardo. Colei.... quella donna indifferente, insensibile,
col dileggio dipinto sulle labbra, e colui, quel padre nobile di
trent'anni, frenavano gli slanci impetuosi di due anime che si volavano
incontro interrogando l'amore.
Bice tentava a volte, con certa astuzia che anche le più ingenue
apprendono sempre dal cuore, d'incontrare lo sguardo di Riccardo, ma lo
sciagurato se ne avvedeva, lottava un istante dentro di sè, guardava
Camilla alla sfuggita, e sprofondava gli occhi negli inesplorabili
abissi della sua stupida vergogna.
Questa indeterminazione durò qualche tempo. Riccardo almanaccava da
solo a solo con la coscienza il miglior modo di vincere il fascino,
quando all'improvviso sentì una mano urtare contro la sua, la mano
di Bice. Si scosse con un brivido di piacere.... l'armeggio della
fanciulla era stato fortunato, nissuno se n'era avveduto. Ed avrebbe
egli risposto coll'indifferenza a quel favore insperato? Un istante
d'indugio poteva mettere in fuga la mano adorabile; non indugiò egli, e
la prese.
In quel punto, non so se per caso o per disegno, ma certo a grande
sciagura degli innamorati, il ventaglio di Camilla cadde a terra;
toccava a Riccardo sollevarlo.... Vi fu un po' di scompiglio per
districare la stretta delle due mani innamorate; nondimeno Riccardo
arrivò a prevenire la bella Camilla.
Sollevando gli occhi verso di lei per consegnarle il ventaglio, sentì
il volto accendersi per rossore.
Camilla ringraziò e sorrise.
Bice aveva messo il capo fuori dello sportello...
Intanto la ditta van Leven e Pool era riuscita a mettersi d'accordo
nell'argomento e vi navigava a vele sciolte come sopra un mare
clemente; e, più beata di tutti, la zia Angelica russava nel suo
cantuccio.
Da Varese a Laveno corre un tratto di circa due ore, nè va rozza
che sappia impiegarne di più. La strada scende giù per un pendìo
serpeggiante, limitata a destra dalle colline, a sinistra dalle valli
soggette.
Un immenso orizzonte s'apre innanzi agli occhi, lo sguardo si sprofonda
fra i burroni, segue i capricciosi giri dei sentieruzzi segnati dalle
umane pedate, e giunge e si riposa sul placido piano del lago.
Due carrozze venivano rapidamente giù per quella via, inseguendosi a
breve distanza come due rondini innamorate.
In quelle due carrozze era la nostra brigata: Camilla, Bice e
Riccardo nella prima, la zia Angelica, il signor Pool e fratel Biagio
nell'altra.
Pareva che una cattiva stella si fosse ostinata a cacciare Riccardo in
quel ginepraio. Le due donne, entrambe giovani e belle, erano dinanzi
a lui, ravvicinate dalla gretta misura della carrozza, — Camilla cogli
sguardi provocanti ed ironici, Bice coi languidi ed innocenti sorrisi.
Ricominciavano adunque le torture; nè v'era altra via ad uscirne,
fuorchè sfidare apertamente la fortuna beffarda.
Come Riccardo ebbe così conchiuso, si rasserenò in cuore, e per prima
prova d'audacia piantò gli occhi in volto a Camilla. La vezzosa tenne
duro un poco, ma fu presto costretta a volgere altrove lo sguardo.
Riccardo respirò più libero; poichè il primo scontro gli era stato
favorevole, le sorti della lotta non potevano essere incerte.
Occorre dirlo? il nostro eroe ebbe la vittoria. Ma se le battaglie
della donna non sono mosse altro che da vanità, soggiungiamo che
da quelle occhiate di sfida Riccardo apprese, e ripetè segretamente
a sè stesso, due cose: la prima che il tempo, mutando le sembianze
di Camilla, non aveva fatto se non aggiungerle vezzi, cioè a dire
che la Camilla d'oggi valeva meglio della Camilla d'una volta; la
seconda, ed è naturale conseguenza della prima, che Camilla era bella,
assolutamente, incontrastabilmente bella.
Ora se le battaglie della donna sono mosse da vanità, anche Camilla
(non vi pare?) ebbe la sua porzione di vittoria.
Sulla riva del lago, presso a Laveno, v'ha una rete di sentieri, che
si arrampicano fra i burroni d'un colle. Questi sentieri, interrotti
ad ogni tratto da cento asperità del suolo, si ripiegano qua e là
bruscamente a guisa d'assalitori paurosi che non osino mostrare la
fronte all'inimico.
Nella falda destra del colle, tagliata a picco, si forma una specie
di avvallamento che si risolleva poco lungi in una breve altura; su
quell'altura è una casa dalle persiane verdi, e quella casa appartiene
a Biagio van Leven.
La comitiva è discesa di carrozza e s'è arrestata a' piedi del colle,
contemplando le brune striscie del sentiero che deve guidarla.
Bice, vedendo la banderuola del comignolo della casa, batte le mani pel
tripudio. Riccardo volge l'occhio qua e là, pensando probabilmente a
ben altro, mentre fratel Biagio addita il sentiero a Camilla, e dice:
— Suvvia! una mezz'oretta di strada, e ci saremo. Poniamoci in cammino
a due a due; ogni cavaliero abbia la sua dama.
E siccome Bice a queste parole muove un passo strategico verso
Riccardo, fratel Biagio le lancia uno sguardo, che vuol essere severo.
— Caro Pool, accompagnatevi con mia sorella; appoggiatevi a me, zia
Angelica, voi, signor Celesti, date il braccio a mia moglie...