IX.

Fratel Biagio.

Gli uomini che hanno la corteccia di fratel Biagio s'incontrano così

di frequente nel mondo, che parrebbe inutile spendere molte parole

a riprodurne le sembianze, tanto più che i caratteri precisi del suo

naso e della sua bocca non tornano assolutamente indispensabili al caso

nostro.

S'immagini una di quelle fisionomie che la natura non fa se non

abbozzare, nei momenti d'ozio, con mano distratta, e in cui si trovano

quasi sempre tutti i luoghi comuni del disegno di figura: un bei naso,

due occhioni (_due_ è la regola), un mento tondo, una bocca piccina,

una fronte alta, insomma una comitiva di perfezioni, le quali si

dànno la posta sovra una rotondità carnosa, per avere il pretesto di

formare una faccia che non arriva al ridicolo, perchè si è fermata al

dozzinale.

S'incornicino queste forme con una chioma nera e arruffata, si collochi

il tutto sopra un torso tarchiato, di mezzana grandezza, e il torso su

due colonne più solide che classiche, e l'edifizio apparrà intero.

Un assai povero edifizio in fede mia, e degno in tutto dell'insegna —

_Biagio!_

Quando un padre condanna la propria creatura a trascinarsi dietro per

tutta la vita la catena di un nome così melanconico, se pure ha viscere

di padre, non ha cervello d'uomo ragionevole.

Affliggere il proprio sangue col nome di Biagio, mentre è tanto facile

raccomandarlo alle signore chiamandolo Arturo!

Aver nome Biagio vuol dire veder le proprie velleità romantiche derise

dai compagni di scuola, costringere l'innamorata ad arrossire dinanzi

alle amiche che amino un Leopoldo o un Eugenio, ed essere esposti a

buscarsi le beffe oltre il danno, se per avventura un'onesta moglie

riesce a mettersi in capo che il serbar la fede a un marito, il quale

non si chiami Arturo, è cosa troppo superiore alle forze del suo sesso.

Aver nome Biagio, possedere una bocca, un mento e un naso classicamente

indifferenti, vuol dire un'infinità d'altre cose niente affatto

piacevoli; ma non vuol già sempre dire che chi si serve di questi

organi e risponde a tal nome sia proprio un tanghero o uno scimunito.

Se un cuore aperto, un sorriso schietto, un conversare piacevole e

una buona dose di accortezza nei negozi potessero far perdonare alle

signore sentimentali il nome, i trent'otto anni sonati, il naso,

la bocca e gli altri accessori che concorrono a formare la pacifica

esistenza di Biagio van Leven, ci affretteremo a dire che, oltre a

tutto ciò, egli possiede anche un'erudizione spaventevole in fatto

di botanica, e che coltiva, con una fortuna vinta appena dalla sua

passione, i bulbi dei giacinti, dei narcisi, dei tulipani, delle

ixie, delle amarillidi, i tuberi degli anemoni doppi e le zampe dei

ranuncoli.

Fratel Biagio è nato commerciante, ha vissuto e vive commerciante, e

probabilmente morrà commerciante; nè mai, io credo, anima più mite

e innocua scaldò le vene d'un onesto borghese delle coste dello

Zuiderzee.

Nato in Olanda, trascorsa la primissima infanzia numerando balle

di cotone, e la giovinezza a scriver numeri nei registri del padre,

il nostro Biagio fu, per così dire, gettato irresistibilmente nella

corrente dei negozi. Rimasto solo, dopo la morte del padre, con una

sorellina del secondo letto, per non diventare ipocondriaco, pensò di

espatriare, e tolto seco il suo fardello la sua piccola Bice, di cui

era tutore, trasportò il suo malumore e la sua casa di commercio in

Milano.

Ciò avvenne alcun tempo fa, e siccome i suoi interessi hanno sempre

prosperato, e gli anni si sono ammucchiati sulle sue spalle, ha finito

col prender moglie.

Biagio van Leven ha un'abitudine che rasenta la mania — il suo

commercio di Olanda.

Bice, che lo accompagna qualche volta nei suoi viaggi, dice che

quel commercio di zuccheri e di stagno rassomiglia molto a un

pellegrinaggio, e asserisce che fratel Biagio non va in Olanda se non

per deporre una corona sulla tomba di Guglielmo van Leven buon'anima, e

di sua moglie Ada.

Comunque sia la cosa, fratel Biagio è inflessibile in questa abitudine,

e ogni anno al primo dì d'agosto, egli rimette i negozî nelle mani del

suo amico e socio e amico Emanuele Pool, e se ne va difilato in Olanda.

Fratel Biagio non ha che tre affetti vivi: la moglie, la sorella e

l'amico; ha pure tre simpatie tenaci: il suo cuoco, i suoi fiori, la

sua pipa.

Con un patrimonio immenso di bonarietà e di placidezza egli è un

uomo felice. Sa che i suoi negozî prosperano e che il suo credito è

incrollabile, è sicuro d'avere una moglie giovane e bella e d'esserne

amato, e benedice ogni sera le anime buone di Ada e Guglielmo van Leven

che si compiacquero di metterlo al mondo.

Fratel Biagio ha dei principî; se ne tiene, li ricanta alle orecchie

del prossimo con una certa generosità; parla del lavoro, dello

scambio, del progresso, del _pauperismo_, e quando ha finito conchiude

candidamente che egli sente degli istinti prepotenti per le scienze

sociali, che li ha sentiti sempre, e che, se la sorte non l'avesse

fatto nascere fra due balle di cotone, si sarebbe fatto economista!

Quando il signor Guglielmo e la signora Ada van Leven ebbero messo fra

gli uomini il nostro Biagio, il pianto e il riso parvero contendersene

per gran tempo il governo.

Nei primi tempi le partite erano pareggiate; in fasce il piccolo

van Leven piangeva e rideva come tutti i suoi colleghi; cresciuto

negli anni giocava alla trottola, al cerchio, alla palla, e salì in

gran rinomanza per lo scrupolo tutto commerciale con cui al bisogno

pagava il debito d'un pugno o d'uno scapellotto; ora chiassoso, ora

imbronciato e disposto sempre a passare dal broncio al sorriso; — tale

il nostro Biagio; chi avesse voluto argomentare da tutto ciò il suo

avvenire avrebbe dovuto essere un argomentatore pieno di fede nella

dialettica.

All'età di sette anni fu visto una volta far salti e capriole

così audaci e in maniera tanto contagiosa, che bisognava proprio

raccomandarsi al sussiego d'uomini fatti per resistere alla tentazione

d'imitarlo. Ciò avvenne il giorno in cui la signora Ada van Leven

ebbe la fortuna di trovare sotto le foglie d'un cavolo, nell'orticello

attiguo al giardino, una creaturina color di rosa e l'ottimo pensiero

di raccoglierla e di domandare a Biagio se la volesse per sorellina.

Biagio rispose a salti e capriole, e continuò quotidianamente a

ringraziare il cielo colla stessa pantomima, finchè a soli due anni

la piccola Bice se ne tornò al suo cielo, insegnando la strada alla

desolata madre, che non tardò a tenerle dietro.

Van Leven giuniore questa volta minacciò di impazzire e non si riebbe

per gran tempo dalla sua mestizia; allora il pianto parve aver vinto

definitivamente la partita.

Se non che quando una buona figliuola del territorio di Groninga

acconsentì a dividere la vita col vedovo van Leven, a Biagio, il quale

non aveva ancora quindici anni e sentiva nel cuore un gran vuoto, parve

d'aver riacquistato le carezze della mamma; questo lo rifece sereno in

volto come nei giorni della gioia.

La serenità si volse in qualche cosa di meglio dopo una fortunata

intrapresa in stagno delle isole di Banca, che raddoppiò d'un tratto

i capitali della casa van Leven e Compagni, e toccò il parossismo

quando la seconda moglie di babbo van Leven regalò al figlio van Leven

un'altra sorellina, che, a memoria della povera morta, ne ebbe lo

stesso nome e le stesse accoglienze festose.

Quindi innanzi Biagio diventò _fratel Biagio_, l'allegria prese

alloggio un'altra volta in casa van Leven, e il sorriso parve stamparsi

indelebile sulle labbra del nostro eroe.

Ma la battaglia non era finita. La madre della piccola Bice fu tratta a

morte da malattia di petto, e il povero marito, vedovo un'altra volta,

si accorò tanto, che se ne morì anch'esso. Per alcuni mesi fratel

Biagio non disse parola di lamento; si aggirava per la casa come uno

spettro, si toglieva tra le braccia la bambina, e non le sapeva più

sorridere.

Venuto a Milano per isfuggire alla melanconia, ebbe giorni di pace, ma

non lieti, finchè, stanco di inseguire invano la larva fuggente della

felicità d'una volta, riparò nelle braccia d'una moglie come in porto

sicuro.

E quivi ebbero fine le sue procelle; riapparve il sorriso, il

cuore affrettò nuovamente i battiti. Le parti dei due contendenti

s'invertirono e la vittoria sembrò assicurata al buonumore.

Frutti proibiti · 第 18 / 108 题