Fratel Biagio.
Gli uomini che hanno la corteccia di fratel Biagio s'incontrano così
di frequente nel mondo, che parrebbe inutile spendere molte parole
a riprodurne le sembianze, tanto più che i caratteri precisi del suo
naso e della sua bocca non tornano assolutamente indispensabili al caso
nostro.
S'immagini una di quelle fisionomie che la natura non fa se non
abbozzare, nei momenti d'ozio, con mano distratta, e in cui si trovano
quasi sempre tutti i luoghi comuni del disegno di figura: un bei naso,
due occhioni (_due_ è la regola), un mento tondo, una bocca piccina,
una fronte alta, insomma una comitiva di perfezioni, le quali si
dànno la posta sovra una rotondità carnosa, per avere il pretesto di
formare una faccia che non arriva al ridicolo, perchè si è fermata al
dozzinale.
S'incornicino queste forme con una chioma nera e arruffata, si collochi
il tutto sopra un torso tarchiato, di mezzana grandezza, e il torso su
due colonne più solide che classiche, e l'edifizio apparrà intero.
Un assai povero edifizio in fede mia, e degno in tutto dell'insegna —
_Biagio!_
Quando un padre condanna la propria creatura a trascinarsi dietro per
tutta la vita la catena di un nome così melanconico, se pure ha viscere
di padre, non ha cervello d'uomo ragionevole.
Affliggere il proprio sangue col nome di Biagio, mentre è tanto facile
raccomandarlo alle signore chiamandolo Arturo!
Aver nome Biagio vuol dire veder le proprie velleità romantiche derise
dai compagni di scuola, costringere l'innamorata ad arrossire dinanzi
alle amiche che amino un Leopoldo o un Eugenio, ed essere esposti a
buscarsi le beffe oltre il danno, se per avventura un'onesta moglie
riesce a mettersi in capo che il serbar la fede a un marito, il quale
non si chiami Arturo, è cosa troppo superiore alle forze del suo sesso.
Aver nome Biagio, possedere una bocca, un mento e un naso classicamente
indifferenti, vuol dire un'infinità d'altre cose niente affatto
piacevoli; ma non vuol già sempre dire che chi si serve di questi
organi e risponde a tal nome sia proprio un tanghero o uno scimunito.
Se un cuore aperto, un sorriso schietto, un conversare piacevole e
una buona dose di accortezza nei negozi potessero far perdonare alle
signore sentimentali il nome, i trent'otto anni sonati, il naso,
la bocca e gli altri accessori che concorrono a formare la pacifica
esistenza di Biagio van Leven, ci affretteremo a dire che, oltre a
tutto ciò, egli possiede anche un'erudizione spaventevole in fatto
di botanica, e che coltiva, con una fortuna vinta appena dalla sua
passione, i bulbi dei giacinti, dei narcisi, dei tulipani, delle
ixie, delle amarillidi, i tuberi degli anemoni doppi e le zampe dei
ranuncoli.
Fratel Biagio è nato commerciante, ha vissuto e vive commerciante, e
probabilmente morrà commerciante; nè mai, io credo, anima più mite
e innocua scaldò le vene d'un onesto borghese delle coste dello
Zuiderzee.
Nato in Olanda, trascorsa la primissima infanzia numerando balle
di cotone, e la giovinezza a scriver numeri nei registri del padre,
il nostro Biagio fu, per così dire, gettato irresistibilmente nella
corrente dei negozi. Rimasto solo, dopo la morte del padre, con una
sorellina del secondo letto, per non diventare ipocondriaco, pensò di
espatriare, e tolto seco il suo fardello la sua piccola Bice, di cui
era tutore, trasportò il suo malumore e la sua casa di commercio in
Milano.
Ciò avvenne alcun tempo fa, e siccome i suoi interessi hanno sempre
prosperato, e gli anni si sono ammucchiati sulle sue spalle, ha finito
col prender moglie.
Biagio van Leven ha un'abitudine che rasenta la mania — il suo
commercio di Olanda.
Bice, che lo accompagna qualche volta nei suoi viaggi, dice che
quel commercio di zuccheri e di stagno rassomiglia molto a un
pellegrinaggio, e asserisce che fratel Biagio non va in Olanda se non
per deporre una corona sulla tomba di Guglielmo van Leven buon'anima, e
di sua moglie Ada.
Comunque sia la cosa, fratel Biagio è inflessibile in questa abitudine,
e ogni anno al primo dì d'agosto, egli rimette i negozî nelle mani del
suo amico e socio e amico Emanuele Pool, e se ne va difilato in Olanda.
Fratel Biagio non ha che tre affetti vivi: la moglie, la sorella e
l'amico; ha pure tre simpatie tenaci: il suo cuoco, i suoi fiori, la
sua pipa.
Con un patrimonio immenso di bonarietà e di placidezza egli è un
uomo felice. Sa che i suoi negozî prosperano e che il suo credito è
incrollabile, è sicuro d'avere una moglie giovane e bella e d'esserne
amato, e benedice ogni sera le anime buone di Ada e Guglielmo van Leven
che si compiacquero di metterlo al mondo.
Fratel Biagio ha dei principî; se ne tiene, li ricanta alle orecchie
del prossimo con una certa generosità; parla del lavoro, dello
scambio, del progresso, del _pauperismo_, e quando ha finito conchiude
candidamente che egli sente degli istinti prepotenti per le scienze
sociali, che li ha sentiti sempre, e che, se la sorte non l'avesse
fatto nascere fra due balle di cotone, si sarebbe fatto economista!
Quando il signor Guglielmo e la signora Ada van Leven ebbero messo fra
gli uomini il nostro Biagio, il pianto e il riso parvero contendersene
per gran tempo il governo.
Nei primi tempi le partite erano pareggiate; in fasce il piccolo
van Leven piangeva e rideva come tutti i suoi colleghi; cresciuto
negli anni giocava alla trottola, al cerchio, alla palla, e salì in
gran rinomanza per lo scrupolo tutto commerciale con cui al bisogno
pagava il debito d'un pugno o d'uno scapellotto; ora chiassoso, ora
imbronciato e disposto sempre a passare dal broncio al sorriso; — tale
il nostro Biagio; chi avesse voluto argomentare da tutto ciò il suo
avvenire avrebbe dovuto essere un argomentatore pieno di fede nella
dialettica.
All'età di sette anni fu visto una volta far salti e capriole
così audaci e in maniera tanto contagiosa, che bisognava proprio
raccomandarsi al sussiego d'uomini fatti per resistere alla tentazione
d'imitarlo. Ciò avvenne il giorno in cui la signora Ada van Leven
ebbe la fortuna di trovare sotto le foglie d'un cavolo, nell'orticello
attiguo al giardino, una creaturina color di rosa e l'ottimo pensiero
di raccoglierla e di domandare a Biagio se la volesse per sorellina.
Biagio rispose a salti e capriole, e continuò quotidianamente a
ringraziare il cielo colla stessa pantomima, finchè a soli due anni
la piccola Bice se ne tornò al suo cielo, insegnando la strada alla
desolata madre, che non tardò a tenerle dietro.
Van Leven giuniore questa volta minacciò di impazzire e non si riebbe
per gran tempo dalla sua mestizia; allora il pianto parve aver vinto
definitivamente la partita.
Se non che quando una buona figliuola del territorio di Groninga
acconsentì a dividere la vita col vedovo van Leven, a Biagio, il quale
non aveva ancora quindici anni e sentiva nel cuore un gran vuoto, parve
d'aver riacquistato le carezze della mamma; questo lo rifece sereno in
volto come nei giorni della gioia.
La serenità si volse in qualche cosa di meglio dopo una fortunata
intrapresa in stagno delle isole di Banca, che raddoppiò d'un tratto
i capitali della casa van Leven e Compagni, e toccò il parossismo
quando la seconda moglie di babbo van Leven regalò al figlio van Leven
un'altra sorellina, che, a memoria della povera morta, ne ebbe lo
stesso nome e le stesse accoglienze festose.
Quindi innanzi Biagio diventò _fratel Biagio_, l'allegria prese
alloggio un'altra volta in casa van Leven, e il sorriso parve stamparsi
indelebile sulle labbra del nostro eroe.
Ma la battaglia non era finita. La madre della piccola Bice fu tratta a
morte da malattia di petto, e il povero marito, vedovo un'altra volta,
si accorò tanto, che se ne morì anch'esso. Per alcuni mesi fratel
Biagio non disse parola di lamento; si aggirava per la casa come uno
spettro, si toglieva tra le braccia la bambina, e non le sapeva più
sorridere.
Venuto a Milano per isfuggire alla melanconia, ebbe giorni di pace, ma
non lieti, finchè, stanco di inseguire invano la larva fuggente della
felicità d'una volta, riparò nelle braccia d'una moglie come in porto
sicuro.
E quivi ebbero fine le sue procelle; riapparve il sorriso, il
cuore affrettò nuovamente i battiti. Le parti dei due contendenti
s'invertirono e la vittoria sembrò assicurata al buonumore.