Preliminari d'una domanda di matrimonio.
Fratel Biagio stava inaffiando le azalee del suo giardino, quando sentì
una voce chiamarlo a nome e alcuni passi affrettati lungo il viale dei
carpini.
«Bice,» disse egli, come rispondendo a sè stesso, e un sorriso brillò
nelle sue labbra.
Una testina bionda, con un volto candido e rosato e grand'occhi
azzurri, si affacciò in mezzo al fitto delle foglie e dei fiori.
Le guancie delicate della fanciulla, i suoi capelli d'oro versati sul
verde delle foglie, la luce semispenta del tramonto davano a quella
scena l'immagine d'una fantastica apparizione.
Fratel Biagio, coll'inaffiatoio in una mano, mosse incontro alla
fanciulla.
Un'espressione mal celata di gioia animava lo sguardo e il sorriso di
quella creatura di diciotto anni.
— Che cosa vuoi?
— È venuto — rispose Bice con impeto innocente.
— Chi?
— Lui!... —
Fratel Biagio aveva capito benissimo, e se chiese: «chi lui?» lo fece
_pro forma_, tanto è vero che nè Bice gli rispose, nè egli aspettò
risposta per deporre a terra l'inaffiatoio. Non aggiunse sillaba.
Bice aveva chinato maliziosamente gli occhi ai suolo, ma li rialzava
tratto tratto alla sfuggita per leggere in faccia del fratello, il
quale s'era cacciata la mano fra i capelli e frugava e frugava senza
trovare nulla.
— Diamine!... diamine!... — mormorò alla fine; facendo violenza a sè
stesso, diede uno sguardo al proprio abbigliamento, battè qua e là con
la palma della mano levando un nugolo di polvere dai suoi abiti, cacciò
le dita nelle tasche, e si mosse risoluto facendo cenno a Bice di
seguirlo.
Intanto _lui_, cioè Riccardo, non si trovava in una condizione molto
invidiabile.
Rimasto solo in un'ampia sala, egli ha cercato di raccogliere le idee
e di comporre ancora una volta nella mente il discorsetto lungamente
almanaccato, gettando ogni tanto lo sguardo ad uno specchio che gli
sta in faccia, per istudiare il contegno; ma l'impresa, che il giorno
innanzi eragli sembrata facilissima, s'è confusa alquanto in quel
mattino e scombuiata affatto per via, ed ora egli si sente meglio
disposto ad improvvisare un'orazione sulle austere virtù del celibato,
ricorrendo magari all'autorità di Sant'Origene, che a domandare la mano
della sua Bice.
Un affanno che non può immaginare chi non l'ha provato s'impadronisce
di lui; ogni minuto che passa cresce il suo imbarazzo.
Tende l'orecchio ad ogni rumore, e guarda con una specie di
sbigottimento l'uscio che deve schiudersi innanzi ai passi temuti del
signor van Leven.
Il quale, nella fantasia sconvolta dell'innamorato, piglia aspetti
terribilmente imbarazzanti.
Ah! Riccardo non è per nessun verso contento dei fatti suoi, e mentre
si bisticcia in cuore per questa debolezza invincibile, pensa con
desiderio al ritrovo dove è solito passare le sere fra le matte risa
ed il fumo dello zigaro, e giura che, non potendo esser colà, vorrebbe
almeno essere agli antipodi.
Intanto il tempo passa, e nessuno viene. Un'immagine più dolce si fa
strada attraverso il buio della sua intelligenza — Bice. — Eccola lì,
sorridente, felice, orgogliosa d'essere amata e d'amare....
Questo pensiero ridona al nostro eroe un po' d'ardimento; rialza
egli il capo come uomo che voglia sfidare il suo demonio, si guarda
intorno, si rassetta il panciotto.... Ci siamo... si odono dei passi
accompagnati da un fruscìo di vesti.... una maniglia gira con lieve
rumore, una porta si apre a mezzo.... e comparisce sulla soglia lo
spettro temuto del signor van Leven.