Riccardo a Bice.
«Non accusarmi perchè non ti ho scritto prima d'ora. Se tu sapessi
quanto bene mi ha fatto la tua lettera! Se tu potessi leggere nelle
torture del mio cuore! Ma non puoi comprendere, buona creatura, non
puoi. La tua anima innocente non sa sentire se non l'amore, la tua
mente serena non sa pensare altro che l'amore, il tuo labbro ingenuo sa
solo dire l'amore. La natura mite, l'età inesperta e facile ti hanno
risparmiato finora gli amari frutti della vita; tu sei fuori della
vita, tu sei al disopra della vita. Le tempeste mugghiano ai tuoi piedi
senza nemmeno sfiorarli; tu sei la fata di questo oceano burrascoso.
«Il cielo non voglia che tu possa mai comprendere lo strazio che può
dare l'amore. Sono otto giorni che io divoro in segreto le mie smanie;
otto giorni che mi propongo di ricercare sollievo nello scriverti,
e che un sentimento di egoismo me ne trattiene. Soffrire in segreto,
soffrire solo, alimentare lo spasimo collo spasimo — la più terribile
e insieme la più dolce delle torture, l'acre, la irresistibile voluttà
dei dolore!
«E se ricerco le cause che hanno suscitato le mie smanie, non posso se
non sorridere della mia debolezza. Non di meno ho sofferto, soffro, e
uno sgomento indefinito domina il mio spirito.
«Penso ai giorni che non sono più, rivedo a una a una tutte le larve
che ha inghiottite quest'immensa voragine del mio passato, esamino la
terribile solitudine che si è fatta nel mio cuore. Oramai tutto ciò
che mi sta dinanzi non ha seduzioni per me; l'avvenire non ha parole,
e il solo sentimento che mi fa vivere, mi atterrisce con la minaccia
dell'abbandono.
«Mi hai tu compreso? Questo sentimento è il nostro amore; questa
promessa lusinghevole che accarezza le titubanze del mio spirito, sei
tu, tu sola.
«Uno spietato destino regola i moti del cuore umano; ciò che ieri
amavamo, oggi ci è indifferente; ciò che oggi amiamo, domani ci sarà
ingrato.
«Tu non lo credi, non lo puoi credere; hai visto l'orlo della tazza
soltanto, e l'occhio tuo non ha potuto guardare ancora attraverso il
fango della vita.
«Oserò dirlo, si, oserò dirlo; lo devo. «Che sarà di noi? Che sarà
del nostro amore?» Ecco la domanda che forma il mio supplizio. Non lo
posso vincere questo pensiero ostinato che mi incatena come uno schiavo
ribelle. La mia volontà si rompe all'urto delle mie paure e io rimango
inerte e accasciato.
«Tu lo puoi. Toglimi da questo abisso che mi dà le vertigini. Dimmi
che m'ami, dilegua tu quest'orda inviperita di dubbi che m'offende,
rasserena tu la mia anima; tu lo puoi.
«Dimmi che solo gli amori delle vacue creature della terra muoiono
sulla terra, ma che gli amori delle creature del cielo nascono e si
perpetuano di là dalla tomba, nel cielo.
«Dimmi che l'ardente sospiro che prorompe dal mio petto verso un ideale
sognato non si perde vanamente nello spazio, ma va diritto al tuo
cuore.
«Dimmi che sei mia, di nessun altri, che sarai mia, di nessun altri,
sempre.»