Bice a Riccardo.
«La zia Angelica è andata a letto; io ho trovato un pretesto e sono
rimasta su a scriverti. È una buona donna la zia Angelica, ma è un po'
curiosa, e se la ponessi in sospetto credo che non mi darebbe requie
finchè non le avessi svelato tutto. Non ch'io mi vergogni di dire che
ti voglio bene, ma mi pare che se altri conoscesse il mio segreto, tu
saresti meno mio. E poi... non è ancora giunto il momento.
«Non sono che le dieci. Da noi sì va a dormire presto; quando eravamo
in campagna era peggio; non sono sicura che i polli si addormentassero
talvolta dopo di noi.
«Ho due ore per cianciare teco; qui nessuno mi vede, nessuno mi sente.
La mia camera guarda in giardino, la mia finestra è spalancata; quando
sollevo lo sguardo vedo una folla fitta di stelle, un cielo senza nubi,
e le cime di alcuni ippocastani, che sì dondolano cullando le loro
nidiate dì fringuelli. La brezza della sera, che viene a battermi sul
viso, è passata in mezzo all'aiuola d'agerati e me ne porta i profumi.
«E dire che vi è della gente che non si cura di tutto ciò! Come sono
sciagurati gli uomini! Hanno le stelle, hanno i fiori, hanno l'amore, e
pensano... A che pensano? E lo so io a che pensano?... Pensiamo a noi.
«Perchè non mi scrivi? Mi fai il broncio? Davvero che dovrei fartelo
io. Sono otto giorni, _otto giorni_, che non ricevo tue lettere. Dirai
che io stessa non ti ho scritto, e che avrei dovuto esser la prima
perchè _toccava_ a me. Mi par di sentirti; tu dirai così!...
«Ma lo sai bene che non posso; ho le mie faccende, io; da un lato la
zia Angelica, dall'altro la cognatina... Bice di qua, Bice di là, tutto
il santo giorno, e non ho un'ora di pace. Per te invece è ben altro.
Che cosa hai da fare tu se non pensare a me?
«Ti ho parlato della mia cognatina? Sì, te ne ho parlato. Ti ho detto
che è bella? Mi pare di no. Ebbene, sì, è bella, molto più di me,
molto. Ho pensato per un momento che potrei diventarne gelosa, ma è
maritata...
«Mia cognata mi fa ricordare mio fratello. Sappi adunque che egli
arriverà fra otto giorni dall'Olanda, dove pare che abbia fatto un
ottimo negozio di stagno. Tutto è pronto per riceverlo. Io sono fuor
di me dall'allegria, mia cognata, pazzerella, ride tutto il giorno,
perfino la zia Angelica sbadiglia meno del solito, e fa qualche piccolo
furto alle sue ore di sonno. Nondimeno in questo momento io la sento
russare; ne avrà per un pezzo.
«In una parola, dacchè la cognatina è ritornata dai bagni, la nostra
casa si è trasformata, e ora che anche mio fratello deve riunirsi a noi
ci par di abitare un Eden... addirittura.
«Se tu vedessi il mio giardino? Ci ho dei geranii doppi e delle verbene
pezzate da far invidia; ho una vaniglia che aveva undici punte in
fiore; io ne ho tagliata una per mandartela; ho sensitive, camare,
asclepiadi, canne... Se tu vedessi!... Che dico? vedrai; devi vedere, e
presto. Ho già il mio disegno e non vi rinunzio proprio. Appena arriva
mio fratello gli salto al collo, lo bacio, poi mi fo seria in viso e
gli domando un colloquio segreto. Egli sorride, acconsente, e io gli
dico che ti voglio bene, e che bisogna sposarci subito subito. Mio
fratello è buono e troverà che facciamo bene; allora tu vieni in casa
nostra e... e vedrai il mio giardino. Che te ne pare? Non dire di no,
non cercare di distogliermi; è un partito preso, non vi è rimedio.
«È tutt'uno. S'ha a fare prima o poi? Meglio prima che poi. Ma già, io
m'affanno a convincerti, mentre tu la pensi come me. Parliamo d'altro.
«E di che altro ti ho a parlare? Mi si confondono così le idee, che non
mi raccapezzo più, e ne avevo cento da dirti. Ma è quasi mezzanotte; la
zia Angelica continua a russare spietatamente.... Vado alla finestra a
salutare le stelle, e poi a dormire, a sognare di te. Addio.»