Noi abbandonammo Makaur all'alba passando sotto quel maraviglioso albero
di ruta, grande come un fico, e divergemmo per un momento dalla nostra
via verso il nord, a Baaras, nel vallone che circonda la città, per
cercarvi quella terribile radice, che brilla la sera come un lampo, che
si allontana dalla mano che vuol coglierla, cui non è possibile di
prendere se non che inaffiandola o coll'urina d'una donna o col sangue
mestruale d'una ragazza, che anche dopo ciò uccide chi la tocca, essa
che ha il potere di cacciare il demonio fuori dal corpo degli
ossessi[27].
[27] JOSEPHUS, _Guerre Giudaiche_ VII, cap. VI. Giuseppe che
racconta tutto questo, indica però il mezzo di estirparla
impunemente dal suolo. Si scava un fosso profondo per isolare la
radice, fino alle sue più tenui barbe. Si attacca un cane alle
ultime che la tengono al suolo; il padrone del cane parte; la
bestia fa uno sforzo per seguirlo, rompe questi ultimi legami,
trascina la radice, e muore. L'uomo morrebbe anch'egli se tentasse
fare altrettanto. Si tocca poi e si adopera impunemente la pianta.
Passammo da presso alle fontane d'acqua calda e fredda che operano delle
cure così sorprendenti. Seguimmo una strada frastagliata, costeggiante
delle creste ritte sopra abissi, come i lati d'un triangolo, ed entrammo
in quel profondo e pericoloso burrone, che aprendosi alla base della
fortezza si divarica e scoscende spaventevolmente per sessanta stadii
fino alle rive del lago d'Asfalto. Seguimmo la riva meridionale di
questo mare, poi la sinistra del Giordano per tutta la sua lunghezza,
ora sopra una banchina di verdura ombreggita da canne e tamarindi, ora
sopra uno strato di sabbia bianca che abbagliava la vista, e rendeva
difficile il respiro alzandosi in polverio, e talvolta lungo i
contrafforti e le vecchie montagne di Galaad, ora Perea.
Nel punto ove il Giordano sgorga dal lago di Genesareth, sotto quella
collina in forma di gobba di cammello sulla quale è fabbricata la città
di Gamala, come appostata sul lago, trovammo la flottiglia del Tetrarca
che ci attendeva in un piccolo seno. Erodiade, Antipas, io, i principali
ufficiali della corte di quel principe, montammo sopra una bireme bianca
come un cigno, dalle vele di porpora; il resto del seguito invase le
triremi e biremi da guerra. Bestie e schiavi continuarono la strada
lungo la costa. Il sole tramontava dalla parte della Giudea. Il lago
sembrava un lembo di cielo stemperato in una coppa d'oro. Il cielo era
una cupola azzurra infinitamente profonda. La luce abbagliava del suo
sorriso tutta la natura che si svolgeva sotto il nostro sguardo.
L'Halin, il Tabor, le montagne di Safed, i precipizii nevosi
dell'Hermon, ondeggiavano da lungi d'una luce dorata e violastra.
Al primo piano di questo anfiteatro di basalto — dalla forma di fico, la
cui base è all'immissione, ed il peduncolo alle foci del Giordano — si
stendevano delle città e dei villaggi che gli ultimi raggi del sole
doravano come melaranci. Gli altipiani ondulati della Golonitide e della
Perea, aprendosi a mo' di terrazza fino a Cesarea di Filippo al nord,
rizzandosi di tanto in tanto in picchi deserti ed inaccessibili,
sembravano coperti d'un tappeto di velluto celeste ondato di viole. Il
flutto dolce e sonoro baciava la spiaggia, giocando colle piccole
conchiglie nel piccolo estuario formato dal fiume salato di Tabiga,
perdendosi nelle ajuole di fiori e d'erbe di Tarichea, alla uscita del
Giordano e sulle rive della pianura di Genesareth. Dei piccoli
promontorii, rivestiti di tamarindi e di capperi spinosi e di oleandri,
si disegnavano sulla sabbia. Una vegetazione abbagliante, dalla noce del
Caspio al fico della Siria, alla palma del Nilo, al cedro ed all'arancio
della Sicilia, fino alla quercia ed al cipresso del Nord, copriva
d'ombra i giardini e sfidava i cocenti raggi d'un sole indiano. Dei
casali, dei villaggi, delle ville s'addossavano alle colline che
circondano il lago: in minor numero, nella costa più arida del
mezzogiorno, le cui montagne erte e rocciose caddero in eredità alla
discendenza di Manasseh; in più gran numero, sopra le rive occidentali
del nord e dell'ovest. Là, Gamala; da lato Tarichea, Hippos, Pella,
Gadara città greche; sopra la costa della Galilea, Magdala Delmanutha,
Capharnaum, Chorazin e Tiberiade dalla fronte d'oro; sulla costa di
Golonite, Bethsaide unita da un ponte a Julia e Gergesa; a nord, Cesarea
di Filippo, e quella grotta di Panium, dalle salutari sorgenti,
circondata da statue di Pan, da Ninfe, da Eco, ed il tempio che Erode
fece alzare ad Augusto. Sopra ogni punto della roccia vulcanica, sopra
ogni fessura della montagna, una capanna di pescatore o di battelliero;
sopra ogni bricciola di terra, un mazzo di frumento, di viti, d'alberi,
di fiori, di verdura. Le acque delle sorgenti e dei ruscelli
rivaleggiavano di limpidità, di dolcezza, d'azzurro, colle acque del
lago, calme come la pupilla d'una giovine Brettone. Delle nuvole
d'uccelli, bianchi e grigi, dalle piume scintillanti, giravano in corona
sulla nostra bireme che volava verso Tiberiade come un alcione.
Il sole era scomparso, ma il cielo ardeva ancora, rosso dei suoi ultimi
raggi, i quali indietreggiavano dolcemente dinanzi una miriade di
stelle, svelantisi gradatamente, quando la bireme si fermò nel porto di
Tiberiade.
La capitale d'Antipas si svolgeva ai piedi d'una collina dirupata,
presso una sorgente d'acqua calda, sulle rovine d'una città, e di tombe
d'un popolo di cui è perduto il ricordo. Tiberiade era una città romana,
una Napoli, una Baja, una Pozzuoli, una Siracusa dell'Asia, con tutti
gli edifizii pubblici delle città romane, tempii, collegi, ginnasii,
stadium, palazzi, forum, teatri, circhi e terme. Un castello coronava la
città; e sotto la protezione di quella fortezza, al di sopra della
città, sorgeva la Casa Dorata, residenza d'Antipas, il cui tetto era
coperto di lamine d'oro, come il Tempio. Un alto muro, scendendo dalla
fortezza fino al mare, circondava la città. Un porto, delle gittate,
delle porte che davano su l'acqua, delle torri, delle terrazze, nulla
mancava. Centinaia di barche, come tante nere bagnanti dalle pezzuole
multicolori, si cullavano nelle limpide acque. Volendo popolare
rapidamente le belle vie e le belle case della sua città, Antipas ne
aveva fatto un asilo pei malfattori, un mercato libero pei commercianti,
un sito di delizie per i ricchi, un rifugio pegli impuri, un luogo molto
lucroso pegli artigiani e gli artisti, un tesoro pel povero che vi
cercava lavoro, un terreno neutro per tutti i popoli. Per ciò, Tiberiade
era popolata da cittadini di tutte le nazioni; Italiani, Greci,
Asiatici, di tutte le parti. Lo schiavo che ne toccava il suolo
diventava libero. Il malato che veniva alle sue fontane se ne tornava
guarito. Antipas comperò degli schiavi e diede loro un angolo di casa
nella sua città. Tutto vi abbondava: le cortigiane, i divertimenti, le
derrate, il lavoro, gli dei, gli uomini d'arme, le fortune da tentare,
le scienze da acquistare, la pace dell'anima, l'ebbrezza dei giuochi.
Antipas, quantunque sedesse alla sinagoga, andasse al Tempio, e si
ragunasse con gli altri al shema, era un Romano pel vizio, un Greco pel
gusto, un Egiziano pel piacere. Egli comprendeva tutto, ammetteva tutto,
e tutto amnistiava. Dava la mano a Jehovah, un sorriso a Venere,
rispettava Iside, e si acconciava in buoni rapporti con tutti gli dei
che si importavano nei suoi Stati.
La mia intenzione non era di godere lungamente della vita ardente della
Casa Dorata, che m'era tanto andata a genio alcuni mesi prima. Lo scopo
della mia escursione era di trovare un capo popolare per la grande
sollevazione che io tramava contro il dominio Romano. Il Battista mi era
scoppiato fra le mani, bisognava cercarne un altro. Antipas mi aveva già
parlato d'uno dei suoi sudditi, ch'egli fece invitare il giorno stesso
al suo palazzo. Ma io mi fermava al progetto di ritornare sui miei
passi, e d'andare a Gamala per vedervi i figli di Giuda il Golonite, di
cui il più giovane, Menahem, ha già figurato fra i delegati dei partiti
al consiglio rivoluzionario di Gerusalemme.
Alle terme ove m'ero recato Bar Abbas mi raccontò confusamente di non so
quali miracoli d'un rabbì che meravigliava i pescatori della costa di
Cafarnaum. Ora, siccome io nei miei viaggi ne avevo veduti tanti di
codesti giocolieri delle pubbliche piazze, non feci gran caso della
scoperta di Bar Abbas. Per altro essendo l'indomani sabato, e il tempo
bello, e le rive dell'acqua deliziose, bisticciando con Bar Abbas,
passeggiai dalla parte orientale del lago. Volevo veder da vicino, in
cima alla roccia su cui è fabbricata Cafarnaum, quella splendida
sinagoga di marmo bianco, che da lungi scintilla al sole sul lago; poi,
ritornando, frugare un po' in Magdala onde cercare qualche traccia di
Maria che era sparita senza lasciarne alcuna.
Uscii dalla Casa Dorata all'alba, seguii la via romana che corre da
Damasco a Tiberiade, passando dinanzi Magdala, traversando il rigagnolo
d'acqua salata che zampilla da alcune larghe sorgenti, a pochi passi dal
lago, e si getta in mezzo ad uno spesso tuffo di verdura, montando la
china tagliata nella roccia, verso la bocca del Giordano, e tagliando la
base di quella collina, ove è posta Cafarnaum.
La sinagoga è un'istituzione popolare, come il sanhedrin è
un'istituzione aristocratica, del popolo giudeo. Essa rimonta un po' al
di là dei Maccabei.
La sinagoga è una casa di riunione per pregare, per cantare i salmi di
Davide, leggere il Pentateuco, ascoltare delle lezioni morali e
discutere la dottrina: un tempio, una scuola, un palazzo municipale in
caso di bisogno.
Quando tutti comprendevano l'ebraico, il Tempio stesso era inutile: ogni
focolare era un altare. Mosè aveva ordinato di fare la lettura pubblica
dei libri sacri ogni sette anni. Ma dopo il ritorno da Babilonia,
l'ebraico era divenuto una lingua da letterati che si imparava come
un'altra. Il popolo non parlava più correntemente che l'arameno,
dialetto siriaco misto d'ebreo. La lettura dei libri di Mosè non poteva
esser fatta dunque che da una classe scelta.... Un po' più ancora, e
quei libri sarebbero stati obbliati. Allora Ezra fondò una riunione
ebdomadaria per cantare i salmi e leggere i profeti. Questa istituzione
divenne popolare: la sinagoga nacque; dieci persone bastavano per
costruirla. L'architettura n'era semplice: si imitava la tenda che era
stata imitata dallo stesso Tempio. Più tardi se ne fecero dei monumenti.
La sinagoga costrutta dal cittadino romano in cima alla collina di
Cafarnaum era splendida, di marmo bianco, che spiccava vivamente sul
basalto grigio di cui era fabbricata la città: il frontone ornato di
colonne a capitelli corintii, un portico dinanzi la porta ed un
magnifico cornicione d'ordine composito.
Era l'ottava ora del mattino. Dei gruppi di conciatori di pelli,
tintori, fabbricanti di sapone, mercanti d'olio, venditori di cacio e di
frutta, dei pastori, dei marinai, dei pescatori, dei giardinieri facevan
capannelli sul piccolo piazzale della casa di riunione, attendendo il
momento d'entrare, e in attesa di occuparsi della salute dell'anima,
trafficavano fra loro.
Cafarnaum è la prima città, sulla via da Tiberiade a Damasco, che abbia
guarnigione romana.
La sinagoga era bagnata di una calda luce che faceva scintillare di
rosee tinte i muri di marmo bianco, sotto un cielo azzurro, sopra un
lago ceruleo circondato da verzura e da roccie vulcaniche. Passai, ed
innanzi di entrare, immersi le mani nella vasca d'acqua presso alla
soglia, nettai i piedi alla lama di ferro posta vicino, feci una
riverenza all'arca, e mi fermai alla porta rivolta all'occidente. Poco
dopo il popolo principiò ad entrare, imitando ciò che io aveva fatto. I
dieci del batlanim (oziosi) avevano già preso posto nella piattaforma
elevata del mezzo della sinagoga. I ricchi andarono a sedere sui loro
alti posti vicino all'arca; i poveri si accalcarono sulle panche di
legno coperte da stuoje; i fanciulli mezzo nudi ed intieramente
abbronzati al sole, s'accoccolarono sul suolo di nudo marmo, facendo
degli sberleffi, pizzicandosi di nascosto, più vogliosi di andar a
giuocare sulla piazza, che di stare lì dentro. Le donne occupavano già
il loro nido dietro una larga grata nella galleria superiore, vicina al
tetto. Il _Hazzan_, che è il guardiano della sinagoga, vi mantiene
l'ordine, e compie certe funzioni, fece il giro della sala per vedere se
tutto andava convenevolmente. Gli anziani stavano sulla piattaforma, ed
il loro capo aspettava che il Hazzan gli dicesse che tutto era in ordine
per dare il segnale del servizio. Il segnale fu dato. Il capo del
batlanim bruciò dell'incenso che riempì del suo bianco fumo e del suo
forte profumo tutta la sinagoga, ed intuonò un salmo di David che fu
cantato dall'intera assemblea. Finito il salmo, il Hazzan andò
all'estremità orientale della sinagoga, allontanò, inchinandosi, il velo
che copre l'arca, l'aprì e ne tirò fuori il _Torah_ — ruotolo ove sono
scritti i cinque libri — lo portò intorno ai banchi del popolo, di
maniera che tutti potessero baciarlo, o toccarlo colla mano diritta, ed
ascendendo i gradini della piattaforma, lo presentò al _Sheliach_.
Questo vegliardo, prendendo il ruotolo nelle sue mani, si levò e,
mostrandolo aperto alla congregazione la quale si alzò pure, gridò:
«Ecco la legge che Mosè dettò al popolo d'Israello, la legge che Mosè
c'impose, l'eredità dei figli di Giacobbe. Le vie del Signore sono
perfette. Le vie del Signore sono provate. Egli è lo scudo di tutti
queglino che credono in lui.»
Lo Sheliach aprì poi il ruotolo sul leggìo, lesse ad alta voce il
capitolo pel parashà, o sermone del giorno. Il popolo seguiva questa
lettura cogli occhi, col cuore, le braccia alzate. Ogni sillaba, ogni
pausa era marcata. Quando la lettura del parashà fu finita, e la
spiegazione fatta, il Hazzan riprese il Torah, lo rimise al suo posto
chiudendo il velo che lo ricopre. Il popolo gridò nuovamente:
«Il nome del Signore sia lodato; il suo nome sia esaltato poichè la sua
gloria vola nel cielo e sulla terra.»
Allora si cantò un altro salmo, poi il capo degli anziani principiò il
suo midrasch, specie di commentario sul capitolo letto dallo Sheliach.
Appena ebbe egli finito, un uomo, il quale stava seduto vicino a me
sulle panche del popolo, si alzò e domandò di nuovo il Torah.
Io non aveva prestato la minima attenzione a ciò che avveniva nella
sinagoga, distratto da prima dal guardare alle finestre il popolo che,
non avendo trovato posto di dentro, cercava di fuori di raccapezzare
quanto poteva della lettura o del commentario, ed assorto poi dalla
grata delle donne.
Quando il canto ebbe principio, credetti intendere una voce che io
conosceva, avendo con essa cantato e commentato il Cantico dei Cantici.
Quella voce mi aveva colpito. Poi m'era parso distinguere una forma, uno
sguardo che si turbava sotto il mio, una persona che si tirava addietro.
Intieramente fisso a quella grata, io non aveva osservata la persona,
seduta come me sul banco dei poveri, ma circondata da un certo numero di
amici che le parlavano con rispetto, l'ascoltavano con deferenza e
spiavano tutti i suoi moti. Avendo domandato il Torah, mentre il Hazzan
andava a riprenderlo, quella persona si avanzò sulla piattaforma, e
montò al leggìo del lettore. Il rabbì sembrava essere molto conosciuto,
poichè il popolo l'accolse con un mormorìo benevolo, ed un movimento
d'attenzione si propagò su tutti i banchi. Avendo ripreso il ruotolo,
l'aprì, e lesse di nuovo il parashà del giorno, sopra il quale
incominciò a dare delle spiegazioni a suo modo. Egli parlava, lo si
ascoltava, ed io l'esaminai. La donna alla grata, che s'era tirata
indietro, riapparve sul davanti.
Il nuovo lettore era un uomo d'una trentina d'anni, di statura
ordinaria, agile e magro. Aveva la tinta biliosa e bronzata, la barba
nera, tagliata in punta, i capelli neri egualmente divisi sulla fronte
alla moda Galilea, e gettati all'indietro in lunghe ciocche. Il fronte,
un po' basso nella parte anteriore, si allargava alle tempie. Non si
scorgeva del viso che le pomette un cotal po' accentuate, ed il naso
leggermente ricurvo. I mustacchi coprivano le labbra sottili e
scolorate, la bocca larga rialzantesi agli angoli e i suoi denti color
avorio. Tutto ciò sarebbe stato volgare, se dei grandi occhi neri, colle
sopracciglia folte e quasi riunite sull'alto del naso, dallo sguardo
potente, vellutato, voluttuoso, dolce o carico di lampi a suo piacere,
non avessero rischiarato quella fisonomia mobile, cangiante secondo il
pensiero o l'interna passione che l'agitava. La sua voce era dolce,
singolarmente melodiosa, sopratutto quando voleva accarezzare. Le sue
maniere erano gravi. Una grande dignità risaltava da tutto l'insieme
della persona, dal suo portamento, dalle sue parole e dei suoi modi[28].
[28] Giuda conferma l'opinioni di Tertulliano, di S. Clemente
d'Alessandria, d'Origene, e di S. Agostino che danno a Gesù un
viso piuttosto brutto che bello, ed un esteriore sgradevole. Me ne
dispiace per Pijart, il quale nel suo trattato: _De singulari
Christi Jesu D. N. Salvatoris pulchritudine_, combatte i santi
Padri suddetti; e pel fumoso ritratto che si attribuisce a
Lentulus, il quale non fu mai il predecessore di Pilato, essendolo
stato Valerius Gracus dall'anno 14 all'anno 25.
Io intravidi tutto ciò in un batter d'occhio, poichè ero sempre attratto
dalla grata. Non intesi quindi ciò che il nuovo lettore disse, come non
avevo udito il parashà dell'anziano che l'aveva preceduto. Una voce, che
partiva dalle sedie dei ricchi, mi richiamò alla lezione. Ogni individuo
avendo il diritto di fare delle questioni, un ricco mercante di grano
gli aveva domandato:[29]
[29] Questa scena s'avvicina molto a quella raccontata da S.
GIOVANNI, cap. VI.
— Rabbì, donde ci vieni tu?
Mi volsi allora verso un giovane che sedeva a me vicino, mostrandomi
molto soddisfatto di ciò che il Rabbì andava dicendo, e molto
malcontento dell'interruzione, e gli chiesi:
— Qual è il nome del Rabbì che parla ora?
— Da che sotterraneo sbuchi tu per non conoscere il nome del nostro
Rabbì?
— Sbuco da un sotterraneo che si chiama Casa Dorata a Tiberiade, e da un
deserto che si chiama Gerusalemme; scusa dunque la mia ignoranza.
— Ebbene, gli è il Rabbì di Nazareth. Lo conosci ora?
— Meno di prima. Ma non monta. Chi è codesto tuo Rabbì?
— Quegli che sazia le moltitudini con pochi pani.
— Mi meraviglierebbe se la saziasse con dei ciottoli, o con delle foglie
d'alberi, come le vacche. È dunque un figlio di Salomone o d'Erode, il
tuo Rabbì di Nazareth?
— Meglio assai, straniero, rispose il giovine con disprezzo: egli è
figlio di Dio.
Non ebbi a replicare. L'entusiasta mio vicino, che era discepolo del
Rabbì, e si chiamava Giovanni, alludeva ad un fatto accaduto alcuni
giorni prima, in cui il Rabbì, avendo condotto seco un certo numero di
discepoli in una escursione nelle montagne, aveva loro fatta la gradita
sorpresa di distribuire del pane preparato la vigilia, regalo al quale
non s'attendevano in quel sito. Questa attenzione li aveva tocchi al
punto che paragonavano la generosità del maestro a quella leggenda
d'Elijah, che moltiplicò l'olio e la farina della povera vedova di
Sarepta la quale gli aveva dato da bere, e ad Eliseo che aveva nutrito
gli abitanti di Guilgal in una carestia, con venti pani d'orzo.
Alla domanda del mercante di grano: donde vieni tu? il Rabbì non rispose
categoricamente; ma facendo allusione alle voci propagate dai suoi
discepoli, disse:
— Sì, sì, voi mi domandate ciò, perchè avete udito parlar d'un miracolo,
e perchè vi piace di saziarvi d'un pane che non costa nulla[30]. Ebbene
non vi date pena per un alimento che si consuma, ma per quell'alimento
che dura sempre, e che il figlio di Dio, solo, può darvi. Dio il Padre
vi è garante per lui.
[30] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 26.
— Tutto questo è molto bello, sclamò un pescatore dai banchi del popolo;
ma che occorre egli fare per meritarsi da Dio codesto prezioso alimento?
— Poca cosa, replicò il Rabbì; per piacere a Dio, bisogna credere in
colui ch'egli ha inviato.
— Dio ha inviato dei profeti, disse allora un anziano ed essi si sono
manifestati con le parole, e gli atti. Ora che segno ci porti tu, pel
quale potessimo vedere e credere in te? quali sono le tue opere? I
nostri padri mangiarono la manna nel deserto, ciò è scritto, ed essi
credettero in Mosè, il quale loro distribuiva così il pane del cielo. E
tu, che hai fatto tu? Dov'è la tua manna?
Sfidato a dare questa spiegazione, obbligato a declinare i suoi titoli
di parentela con Dio, il Rabbì rispose con un motteggio:
— Voi siete degli sciocchi, e null'altro, credendo alla vostra manna
scesa dal cielo per quarant'anni, e sempre a tempo. _Mosè non diede del
pane del cielo ai vostri padri_[31]; ma gli è il padre mio al contrario,
il quale vi darà il vero pane celeste. Imperciocchè, gli è il pane di
Dio soltanto che piove dal cielo, e dà vita al mondo[32].
[31] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 32, 33.
[32] idem cap. VI, vers. 34.
— A meraviglia, osservò ironico il capo degli anziani, punto molto che
il Rabbì non avesse trovato buono il suo parashà: a meraviglia, maestro,
ma dacci dunque di codesto pane miracoloso che non costa nulla, nutre
così bene, e viene da così alto[33].
[33] idem cap. VI, vers. 35.
A una domanda così impertinente, ad una derisione così fina, il Rabbì
rispose con un'altra dell'istesso calibro.
— Come, anziano mio? tu vuoi di questo pane tu? Ebbene, niente di più
facile, e di più alla tua portata. Eccomi. Io sono il pane della vita.
Chi mangia di me non ha mai fame, e chi mi crede non ha mai sete[34].
[34] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 36 e seg.
Uno scoppio di riso accolse questo scherzo.
— Ah! fece un fornaio su i banchi dei ricchi: alla buon'ora! così non
sarò rovinato, io.
— Io lo mangerei in due pasti, quel magrolino lì, urlò un enorme
facchino dietro a me; ma dopo?
— Ne parli a tuo comodo, tu, osservò un altro, tu lo mangeresti in due
pasti, e per noi altri, allora?
— Ebbene, mangerete dell'arrosto di montone, perdio! e state zitti voi
altri, vociò Bar Abbas, che dalla strada sporgeva la testa in dentro
pella finestra.
Per un istante il Rabbì sembrò turbato da quei lazzi, e la sua figura si
animò. Era per rispondere vivamente, ma, riprendendosi tosto, affermò
con calma:
— Non voglio soggiungere che questo: voi mi avete veduto, e non mi avete
creduto. Ma sappiate che tutto ciò che mio Padre mi dà verrà a me, e
chiunque verrà a me, non lo respingerò mai, avvenga ciò che vuole;
poichè io sono disceso dal cielo, non per fare le mie volontà, ma quelle
di colui che m'ha inviato. Ora è volere di mio padre che m'ha inviato,
che io non debba nulla perdere di ciò ch'egli mi ha dato, ma che debba
renderglielo di nuovo all'ultimo giorno. Gli è ancora volere di colui
che m'ha inviato, che chiunque vede il Figlio, e crede in lui, possa
avere una vita eterna. Ed io lo risusciterò all'ultimo giorno.
Gli anziani, il Batlanim, il Hazzan, si guardarono in faccia l'un
l'altro; al banco dei poveri, si restò stupefatti non comprendendone
niente; ai seggi dei ricchi si mormorò; dietro la grata delle donne si
udirono dei lunghi sospiri. Bar Abbas insinuò di nuovo la sua testa
nella sinagoga ed osservò:
— Nipote mio, nipote mio! tu viaggi nella luna.
— Ma non è egli Gesù il figlio di Giuseppe il falegname e il figlio di
Maria? Non conosciamo forse più suo padre e sua madre, noi? Perchè ci
viene dunque a cantare che è disceso dal cielo? Per chi ci prende
egli?[35]
[35] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 41, 42.
Gesù fece un movimento d'impazienza e sclamò:
— Non mormorate fra voi[36]. Resistete? Tanto peggio. Poichè nessuno può
venire a me, se non vi è spinto dal Padre che mi ha inviato. Ciò è
scritto nelle profezie di Isaia, di Geremia e di Micah; ed è Dio che li
ispirò. Ogni uomo, quindi, che ha udito ed imparato la volontà di Dio,
viene a me. Non già che nessuno abbia visto il Padre; quegli soltanto
che è di Dio ha visto il Padre.
[36] idem cap. VI, vers. 43 e seg.
— L'hai veduto tu, dunque, o Rabbì? gli domandò un giardiniere.
— È desso grigio o biondo, tuo padre, nipote mio? interrogò Bar Abbas.
Lo rinneghi dunque quel povero disgraziato di carpentiere di Nazareth?
— È morto, disse un altro.
— Non lo frastornate dunque, voi altri, gridò il mio giovane vicino: non
lo interrompete. Sì, Rabbì, tu hai veduto il Padre e noi ti crediamo.
— E fate bene, rispose Gesù. Sì, sì, ve lo ripeto e ve lo affermo, chi
crede in me, avrà una vita eterna.
— Ma, giurabacco, gridò un mendicante, parliamo un po' del pane, e
lasciamo da parte il Padre ed il Figlio. M'inquieto io assai di tutto
codesto. Hai del pane, Rabbì?
— Io sono il pane della vita, continuò Gesù gravemente e con più forza.
I vostri padri hanno mangiato la manna del deserto, e sono morti. Gli è
qui il pane sceso dal cielo, affinchè colui che ne mangia, non muoia
punto. Io sono il pane vivente; se qualcuno mangia di questo pane, vivrà
eternamente; ed il pane che io gli darò, è la carne mia che darò per la
vita del mondo[37].
[37] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 48 e seg.
Lo scandalo fu al colmo. Le interruzioni s'incrociarono, partendo da
tutti gli angoli d'ogni natura, inette, burlevoli, gravi, irritate[38].
[38] idem cap. VI, vers. 53 e seg.
— Ma dicci almeno, nipote, a che condimento dobbiamo mangiarti? brontolò
Bar Abbas di nuovo colla sua testa alla finestra. È buono conoscer
tutto. Chi sa? in un giorno di fame! Poi, come ucciderti senza farti
male? Dovresti, mi pare, occuparti un po' di ciò. Tu sei troppo duro
ora, alla tua età, per mangiarti crudo. Occorrerà lasciarti stagionare
una coppia di giorni forse?
Tutti rincarivano in queste buffonerie. Ma una interrogazione
primeggiava su tutte.
— Come mai può egli dare da mangiare la sua carne?
Gesù, ostinandosi nel suo singolare paradosso, rispose:
— Sì, sì, se voi non mangiate la carne del Figlio dell'uomo, e se non
bevete il suo sangue, non avrete più in voi la vita. Quello che mangia
la mia carne e beve il mio sangue è in possesso della vita eterna, ed io
lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perocchè la mia carne è veramente un
nutrimento ed il mio sangue una bevanda. Colui che mangia la mia carne e
beve il mio sangue, dimora in me, ed io in lui. Ora siccome io vivo pel
Padre che mi ha mandato, così quello che mi mangia vive per me. Ecco il
pane che è sceso dal cielo. Questo pane non è come la manna che i vostri
padri hanno mangiata, e che non li ha impediti di morire. Colui che
mangerà di questo pane vivrà eternamente.
— Traduci ora tutto ciò a portata del senso comune, soggiunse Bar Abbas.
Il Rabbì, stanco di tante obbiezioni, d'avere sì a lungo parlato, egli
che aveva la parola corta, d'avere fatto un sì grande imbroglio di
parole, egli che per solito era chiaro e pratico, scese dalla
piattaforma, e venne a sedere in mezzo ai suoi discepoli. Uno fra essi,
pescatore dalla faccia di granito fortemente delineata, profondamente
bronzata, mormorava fra sè stesso ad alta voce:
— L'è un po' troppo! l'è un po' troppo! come si fa a sentire
tranquillamente simili frascherie?[39]
[39] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 60, 64. S. Giovanni dice anzi:
diversi dei suoi discepoli.
Gesù l'intese borbottare e gli rispose:
— Ciò ti urta, cuore di macigno! Cosa sarà dunque se io vi dirò che il
figlio dell'uomo ascenderà nel cielo, ove egli era prima!
Io sorrisi. Gesù se n'accorse, ed il giovinotto mio vicino mi disse:
— Sei un fariseo, tu che ridi e non ci credi punto.
— È lo spirito, che vivifica, aggiunse Gesù fissandomi: la carne è
ottusa. Ora, le parole che ho dette sono dello spirito, ed esse sono la
vita. Ma vi è chi non ci crede.
— Tu sei il Cristo, figlio di Dio, gridò il ruvido barcaiuolo.
Intanto la riunione si separava, e tutti uscivano irritati, il viso
rosso dalla collera, o composto alla berta. Il Rabbì uscì anch'egli,
accompagnato dai suoi discepoli, in mezzo agli sguardi furiosi, stupidi,
severi o burlieri. Io m'avvicinai a Bar Abbas e gli ordinai:
— Segui quel Rabbì; ho bisogno di parlargli domani.
— Non ti sfuggirà, va!
Poi, appostandomi ad un angolo della porta, assistei all'uscita delle
donne. L'ultima fermò il mio sguardo. Ella si mise a seguire da lungi il
Rabbì, ed io, lei.
Gesù camminava lentamente, in silenzio, profondamente contrariato, anzi
irritato. Al basso della città, volse coi suoi discepoli a sinistra,
mentre la giovine donna prendeva la diritta seguendo la via romana che
conduce a Magdala. Non mi avvicinai. Ella non si volse indietro. Per
altro la mi aveva osservato, poichè l'avevo veduta abbassare il velo che
le copriva la testa, e tremare in tutta la persona.
Non m'ero ingannato: era Maria.
A Magdala, ella penetrò nel villaggio e per una viuzza ascese alla cima
della costa, all'ultima casa che s'apriva sui giardini della collina.
Qual cangiamento!
Quella piccola casa aveva la forma oblunga, l'aspetto d'una tenda, le
mura nude forate da buchi quadrati, senza cornice, nè camini, la
finestra della camera, al secondo piano, nascosta da un pergolato che
teneva lontani gli sguardi curiosi. Alla cima, una terrazza circondata
da una balaustra merlata di tegole vicine le une alle altre, sopra la
quale le donne ebree, col velo alzato e le calzature lasciate nel basso,
coi vestiti rialzati, stendono e seccano il formentone, nutriscono le
colombe ed i piccioni, ed alla sera si lavano e filano. E' fu sopra una
simile terrazza che Betsabea mostrò il suo seno a Davide, che la spiava
dall'alto del suo palazzo.
Una domestica che ci aveva preceduti o era restata a casa, ci aprì la
piccola porta praticata nel muro di pietre rozze che circonda il
giardino, nel cui mezzo sorgeva la casa. La parte anteriore di questo
giardino era quasi invasa da un enorme fico; quella posteriore
all'abitazione montava l'alto della costa, e guardava sul lago. Dalle
due parti c'erano dei legumi. Traversando la porta della casa, passammo
per un corridojo a vôlta, che conduceva ad una piccola corte interiore
aperta (il _patio_ degli spagnuoli). Due porte che davano nelle due
stanze, s'aprivano dalle due parti della corte. L'inverno non era ancor
giunto. Maria viveva tutta la giornata in questo sito a cielo aperto.
Forse ella vi trascinava la notte il suo materasso e la coperta e vi
dormiva sotto lo sguardo delle stelle.
Le famiglie giudee si coricano in quella specie di corte tutti insieme,
madre, padre, fratelli, figlie, ragazzi, mogli e mariti, ed i loro
bimbi; felici, quando le tenebre coprono i misteri della notte. Allorchè
principia il freddo, tutti si rifugiano in una di quelle camere
laterali, chiuse da un tappeto abbassato.
I muri erano imbiancati di calce e nudi, il suolo in calce e sabbia
battuta. Una panchina che serviva di sedile il giorno, e di letto forse
la notte, occupava un angolo del muro, una lampada di terra rossa, due o
tre sedie di legno, un piccolo mulino da grano, una brocca di terra
cotta per andare ad attingere e conservar l'acqua; ecco tutti i mobili
di questa donna, che a Gerusalemme viveva come una cortigiana di
Corinto, sopra i tappeti e le piume, circondata di lusso e delicatezze.
Non scambiammo una sola parola lungo la strada. Arrivato nella sua casa,
Maria, mi ricevette come se fossi stato suo fratello. Non un'allusione
al passato. La mi parve sì profondamente cangiata, sì tranquilla, sì
felice, che non osai risvegliare nessuna di quelle memorie che m'erano
pur tanto care. Era mezzogiorno: un giorno di sabato. Maria servì una
manata di civaie cotte la vigilia, un pezzo di carne fredda, del pane, e
avvicinò la brocca d'acqua.
— Io non rispetto scrupolosamente il sabato, mi diss'ella, se avessi
prevista la tua visita ti avrei ricevuto meglio. Ma, se pranzi male,
spero che cenerai un po' meglio.
— Un buon pranzo, una buona cena sono due eccellenti cose, risposi, ma
non sono tutto. Io sono felice di vederti.
— Ebbene, mi vedrai ugualmente, sia che resti seduta, o che mi muova un
po' per prepararti qualche cosa da metter sotto ai denti, al tramonto.
Dove abiti ora?
— Alla Casa Dorata, a Tiberiade.
— Dev'essere un po' più comodo di qui, credo.
— Non così bene, Maria.
— Tanto meglio. Se tu sapessi che attrattive ha la semplicità!
— Credi dunque molto semplice una casupola che tu riempi dei tuoi
sguardi e della tua persona?
Maria lasciò passare tutti i miei complimenti per non rimettermi sulle
traccie del passato. Tutt'al più sorrise. Passammo la giornata, fra la
corte scoperta ed il giardino, a chiacchierare. Io la seguiva da per
tutto. La vidi cogliere i legumi, lavarli, cuocerli, preparare ed
arrostire un pollo; impastare il pane, ammadiare la pasta per farne dei
pasticcini fritti rimpinzati di mandorli, di latte rappreso e di miele;
cogliere i fichi e l'uva ancor fresca nel suo giardino, ed allestire i
fiaschi di vino del paese. Poi quando il sole principiò a scendere, la
vidi posarsi sulla spalla una brocca ed andar a cercar l'acqua alla
fontana nel basso del villaggio. Io chiedeva a me stesso: È dessa
l'istessa donna! cosa ha potuto cagionare un simile cangiamento?
Essa portava una tunica bianca, incrociata alle ascelle, ed un'altra
celeste sovrapposta che discendeva fino a sotto le ginocchia, stretta
alla vita da una cintura di lana nera.
La giornata scorse rapida come un'ora. Il sole tramontava già tutto
rosso, le leccornie preparatemi da Maria ingombravano il tavolo, ed
eravamo sul punto di sederci nella corte scoperta, quando udii un rumore
di passi nel giardino.
— To', disse Maria senza parere sorpresa, quantunque con emozione, gli è
forse il Rabbì di Nazareth, che hai veduto questa mattina nella
sinagoga.
— Sarei felice d'incontrarlo, diss'io, ma non in questo momento: sono sì
felice di trovarmi solo con te.
Eppure era ben desso, il Rabbì, e non era solo. Giovanni, il figlio di
Zebedeo, il giovine che era seduto a me da presso nella sinagoga,
l'accompagnava; e tre minuti dopo apparve anche Bar Abbas.
Gesù m'imbarazzava; ma al postutto avrei tirato partito dal caso che me
lo conduceva sì opportunamente. Gli altri due mi tediavano. Giovanni,
vedendo tante buone cose preparate sul tavolo, gonfiava le sue giovani
narici, e fiutava il pranzo come un cane da caccia. Il ragazzo si
prometteva un piccolo festino. Ma questa non era la mia intenzione.
Volevo esser solo fra questa donna ch'io sapeva muta, fedele, prudente,
ed il Rabbì a cui volevo parlare. Feci dunque cogli occhi un segno a Bar
Abbas, indicandogli il piccolo Giovanni, ed allargai la mia cintura. Bar
Abbas comprese, rammentandosi della nostra conversazione. Egli prese
dunque pel braccio Giovanni e conducendolo fuori del giardino:
— Vieni, gli disse, voglio regalarti all'osteria. Hai quattrini,
ragazzo?
Ahimè! Giovanni aveva compreso il mio segno; s'era veduto frustrato di
quell'appetitosa cena, egli che era sì ghiotto, e così permaloso! Non me
la perdonò mai più. Nulla potè, nelle nostre relazioni posteriori,
raddolcire la reciproca nostra antipatia[40].
[40] Questo, e qualche altro incidente simile, ci spiega l'inetta
calunnia del tradimento di Giuda da Kariot, che questo apostolo
evangelista inventò e raccontò, che altri ripeterono, e che si è
perpetuata nel mondo. Le grandi fortune e le grandi disgrazie
derivano sempre da piccole cause.
La cena fu fraterna e dolcemente gaja. Finita che fu, presi il braccio
del Rabbì e lo condussi in quella parte del giardino che era dietro la
casa.