XIV.

Due giorni dopo, mettendo piede nella fortezza di Makaur dissi a Bar

Abbas:

— Siamo qui in mezzo ai tuoi amici. Tu hai a dir loro due cose: che si

tengano pronti alla prima chiamata; che vengano alle prossime feste del

paschah in gran numero, lasciando al paese i vecchi, le donne ed i

ragazzi: tutti armati. Gli avvenimenti possono farci prendere delle

risoluzioni impreviste.

— Ma per che e per chi dovranno esser pronti ed armati? E' me lo

domanderanno, per fermo.

— E tu risponderai, che si dispone della pelle del leone quando lo si è

ucciso. In ogni caso non ci sono che i figli di Erode che abbiano

diritto all'eredità del loro padre. Il premio della corsa è sempre per

colui che arriva primo. Che gli Erodiani si affrettino.

— Che Antipas Erode non dorma, replicò Bar Abbas.

Ora Antipas dormiva, o presso a poco, ed e' non ci conveniva troppo di

risvegliarlo.

Antipas era figlio di Erode il grande e di Cleopatra di Gerusalemme, una

delle nove mogli di quel re. Alla morte di suo padre, egli aveva avuto

in parte la tetrarchia di Galilea, cui egli vagheggiava, fra due

sbadigli, di allargare fino ai limiti del regno di suo padre, e cercava,

a furia di attenzioni, di adulazioni e di regali, di piacere ai romani,

onde ottenerne le provincie date a suo fratello o annesse all'Impero.

Egli innalzava dunque delle città e dei monumenti, cui conferiva il nome

dei signori di Roma, ed era sempre sulla strada d'Italia.

Il re Erode, tribolato continuamente al suo confine di mezzogiorno dal

re Aretas e dai suoi Arabi, sovente battuto mai tranquillo, risolse un

giorno, secondo la sua politica, di soffocare l'ambizione fra due baci.

Egli maritò dunque Antipas, il suo erede prediletto, a Sara la figlia di

Aretas, e si assicurò così la pace, ed un aiuto potente per effettuare

un giorno il suo gran progetto di estirpare i Romani dall'Asia e

sottomettere questa parte del mondo al suo potere, più grande di quello

di Salomone, più grande di quello d'Alessandro, più grande di quello di

Augusto, più grande infine di quello di Ciro. Fino a che egli visse,

Antipas e Sara furono felici. Sara era molto bella, molto prudente, di

costumi puri, piena di dignità, di risoluzione e di coraggio: l'antitesi

di suo marito, molle, dissoluto, incerto, ed infingardo. Dopo la morte

di Erode, Antipas scosse il giogo morale di questa nobile principessa

Moabita.

In uno dei suoi viaggi a Roma egli vide Erodiade, la figlia di

Aristobulus e di Mariamne la Maccabea, maritata a suo fratello

Erode-Filippo, figlio di quell'altra Mariamne, figlia di Simon, figlio

di Boethus, il gran sacerdote della discendenza di Onias della razza di

Aaron che era restato in Egitto. Fra le due Mariamne non aveva giammai

esistito ombra di accordo. Erano due orgogli, rampolli di due razze, di

cui l'una, la Maccabea, aveva esclusa l'altra, l'Aaronniana, dalla

successione del gran sacerdozio. La figlia del gran sacerdote cospirava

onde assicurare il potere d'Erode, al suo figlio Erode-Filippo, a

scapito dei figli della nipote d'Ircanus, il discendente dei Maccabei.

Erode, offeso da quell'intrigo di palazzo, se ne sovvenne vergando il

suo testamento, ed Erode-Filippo fu diseredato. Non pertanto egli aveva

prima tentato di ravvicinare quelle due ambizioni, dando in matrimonio

al figlio di Mariamne la betusiana Erodiade, figlia di Aristobulus,

figlio di Mariamne la Maccabea. Erodiade era giovine, ardente, bella ed

ambiziosa; Erode-Filippo, più vecchio di lei, di carattere indolente,

deciso a non forzare il destino, disperando di vincere l'antipatia del

padre, rassegnato ad una sfortuna ch'ei non poteva scongiurare.

Antipas vide sua nipote, moglie di suo fratello, e si lasciò abbagliare

dalla sua cupa e fatale bellezza. Essi risolsero di maritarsi, ad onta

dei costumi, delle leggi, e delle convenienze. Di già Erode aveva

insegnato alla sua famiglia che le leggi del matrimonio per i principi

non sono le istesse che pel popolo, avendo sposato, per amore o per

politica, le sue nipoti, le sue cugine, delle ebree, delle straniere.

Messo in un posto appartato, in mezzo a popoli che la legge di Mosè

stimmatizzava come impuri, Erode e la sua famiglia non avevano molto a

scegliere; si maritarono dunque in famiglia. In attesa del matrimonio,

Antipas prendeva le arre dell'amore. Egli invitò Erodiade nel suo

palazzo stesso di Tiberiade, ed ivi tramavano come l'uno si

sbarazzerebbe della figlia di Aretas, l'altro del figlio d'Erode.

Sara, che aveva già avuto conoscenza di questo amore, e che si sentiva

oltraggiata nella stessa sua casa, risolse di abbandonare il tetto di

suo marito, onde evitare almeno il veleno, cui Erodiade le avrebbe

certamente versato per essere francata dell'ostacolo. Sara finse, nella

primavera, di voler andare a godere l'aria della montagna nella

residenza di Makaur.

Makaur è una piccola città forte, sopra una collina in mezzo alle aride

lande dell'Arabia, un altipiano roccioso, sul quale Erode il Grande

aveva fabbricato un immenso edifizio, metà palazzo, metà castello, a fin

di tenere in rispetto le tribù arabe. Perocchè Makaur è alle frontiere

del paese di Moab, ove i dominii di Aretas cominciano, e la Perea,

dominio di Erode, finisce. La città era posta in alto come una vedetta

del deserto, merlata, solitaria, avendo dell'acqua, delle solide mura, e

qualche ciuffo di verdura.

L'Arabo veniva a frangersi contro questo ostacolo.

Era dunque nel bel palazzo che si alza nel mezzo della fortezza che Sara

cercò un rifugio. Ma ella aveva di già avvisato suo padre dell'oltraggio

che le si faceva, e del suo progetto di fuga. Uno stuolo di Arabi, posti

in agguato al sito opportuno rapirono la figlia di Aretas agli ufficiali

e ai soldati di Antipas, i quali l'accompagnavano, e la condussero a suo

padre, a Petra, ove era il nido di quell'aquila.

L'aquila poi discese nel piano e principiò la guerra contro Antipas. Ma

che gl'importava la guerra a costui? Egli era libero adesso di sposare

Erodiade la quale era la sua fatalità. Ella ripudiò suo marito. Questo

fatto enorme, sconosciuto nella nostra storia, contrario alle nostre

leggi, che pure permettevano al marito di ripudiare la moglie, allarmava

i nostri costumi. Il marito vendette sua moglie.

La guerra divenendo ardua sulla frontiera, la coppia amorosa lasciò la

Casa d'oro di Tiberiade e si recò a Makaur.

Traversando la Galilea e la Perea, Antipas udì parlare del Battista e

dell'influenza che costui esercitava sul popolo. Un profeta è uno degli

elementi della vita ebrea[21]. Noi ne usiamo in tutte le circostanze;

mischiandolo a tutti gli avvenimenti, ingannandolo e lasciandoci

ingannare da lui coll'istessa indifferenza, ma ascoltandolo con

interesse, con passione, come un attore della tragedia sociale della

nazione.

[21] Era anzi previsto dalle leggi come un delitto. Il Sanhedrin

condannava: _tr. bus, pseudo-prophetas, sacerdotes magnos._

MISCHENA, t. IV, cap. I.

Erodiade, dimenticando la parte che Natan in una situazione analoga

aveva sostenuta con Davide, ed Elijah con Achab, si lusingò di sedurre

il nazir del Giordano e di servirsene per calmare l'avversione e

pacificare lo scandolo cagionato dal suo matrimonio. Johanan fu

invitato, o meglio obbligato, a recarsi a Tiberiade. Johanan, a cui

piaceva imitar Elijah col quale i suoi discepoli lo identificavano fino

al punto di dirlo Elijah risuscitato, afferrò l'occasione d'imitare quel

profeta, ed invece di accarezzare la passione dei due padroni, fulminò

contro di essa. Erodiade avrebbe forse soffocato immediatamente quella

voce impertinente. Antipas si decise ad aspettare a fine di raddolcire

quel zelante predicatore, e di non sollevare dietro a sè i bigotti,

avendo già dinanzi gli Arabi.

In questo stato di cose arrivai a Makaur.

Io vi era conosciuto. Erodiade sapeva che io aveva come lei il sangue

dei Maccabei nelle mie vene. Antipas sapeva che io cospirava per

rovesciare il dominio romano nel nostro paese. Ora chi era il possessore

legittimo di queste contrade una volta liberate se non il successore del

grande Erode? Erodiade, di cui io aveva delusi altri intendimenti, non

nutriva in favor mio l'istessa confidenza. Più astuta, più perspicace di

suo marito, ella prevedeva che uomini come Hannah e come me, non si

esponevano a pericoli infiniti, supremi, per porre la corona di un sì

gran principe sopra una testa così poco degna di portarla. Ciò

nondimeno, fui accolto a meraviglia dal tetrarca e da sua moglie.

Antipas, in oltre, aveva in quel momento una cagione di rancore di più

contro Pilato. Questi aveva fatto trucidare, esporre nel circo e

crocifiggere dei soggetti della tetrarchia, sui quali non poteva

esercitare alcun diritto. Questo insulto esigeva una vendetta, od una

riparazione.

Io mi astenni dal rivelare tutti i miei piani ad Erodiade o ad Antipas.

Dissi loro giusto quel tanto che occorreva a deciderli a darmi l'aiuto

che loro chiedevo. Toccai dunque la questione che mi consegnassero

Johanan, se questo selvaggio rabbì voleva mettersi al nostro servizio.

Erodiade protestò.

— Questo insultatore non è l'uomo della situazione, diss'ella. Egli non

comprenderà punto ciò che gli si domanda. Codesta gente del deserto

hanno la patria delle belve: lo spazio. Codesto Johanan potrebbe forse

provocare qualche voce fra la plebe e vomitare maledizioni; egli non

solleverà mai un braccio per combattere. Ora a noi occorrono degli

uomini d'arme, degli uomini che sentano la dignità della patria, e non

mica degli schiamazzatori.

— Lo so, risposi, e per ciò io non accetto il shiloh tale qual è, ma

vorrei provare se posso addomesticarlo ad essere ciò che voglio io.

— Non mi oppongo al tuo tentativo, replicò Erodiade. Ma se tu riesci,

devi tanto più diffidare d'un istrumento che cangia di tempra per un

interesse qualunque, e che può frangersi al primo urto.

Correva l'anniversario della nascita di Antipas. Ci era dunque festa al

palazzo, e molti capi militari, governatori di città, ufficiali della

tetrarchia erano stati invitati. Il momento dell'abboccamento con il

Battista non mi pareva opportuno. Imperciocchè, siccome gli era lasciata

una grandissima libertà, egli aveva veduta una grande parte dei suoi

discepoli e poteva o non sentire il peso della solitudine, o conoscere

gli affari del mondo più che non occorreva. In ogni caso, avrei voluto

parlargli da solo a solo, senza apparato, senza quella messa in iscena

che poteva stuzzicarlo a rappresentare una parte mentre io aveva duopo

di trovare l'uomo. Erodiade che diffidava di me, che aveva tante e così

pronte ed ardenti passioni, volle che questo interrogatorio avesse luogo

subito, alla sua presenza ed a quella di suo marito. Ella si condusse

nel gabinetto ove soleva trattare gli affari e ordinò che il Battista vi

fosse introdotto.

Erodiade era seduta dinanzi una tavola di malachite coperta di carte;

giacchè era dessa che amministrava le provincie, riceveva i rapporti, e

dava gli ordini: mentre suo marito godeva delle voluttà della vita,

inventate a Babilonia, esagerate in Roma, abbellite ad Atene. Io mi

tenevo in piedi dietro la sua sedia. Antipas, coricato sopra un monte di

cuscini, giuocava con dei globuli d'ambra, che palleggiava,

sbadigliando, nelle sue mani, e stuzzicava un leopardo addomesticato,

accovacciato ai suoi piedi.

Johanan, entrando, girò il suo sguardo sopra la scena e le persone,

quello sguardo sospettoso ma perspicace degli abitanti del deserto, i

quali fiutano a volo il suolo, l'aria, il cielo, l'acqua, e sospettano

ovunque un pericolo od un nemico. Egli poteva avere da trentaquattro a

trentacinque anni. Una foresta di capelli e di peli gli copriva il viso,

non lasciando scorgere che una piccola lista del fronte, le poma delle

guancie bronzate, e due occhi profondi e scintillanti. Un vecchio

straccio di pel di cammello, serrato alla vita da una coreggia, gli

scendeva fino alle ginocchia, lasciando nudo il collo, il petto, i

bracci, le gambe ed i piedi che si sarebbero detti di granito rosso. Le

sue labbra livide fremevano di una commozione, che non potendo essere la

paura doveva essere la collera o l'ansietà.

— Cosa si vuole da me? disse egli entrando, con voce ruvida come un

ruggito, e alta per fierezza.

Erodiade impallidì e tacque. Io non mi credeva autorizzato a prendere la

parola, allorchè quei padroni potevano e sembravano volerne far uso essi

stessi. Antipas rispose con voce bassa ed indolente:

— I tuoi amici di Gerusalemme t'inviano un messaggio ed un messaggiero.

Sta ad udire.

— Ah! fece Johanan, alzando il capo ed inchiodando sopra di me il suo

sguardo selvaggio. Ah! codesto giovine viene da Gerusalemme? So dunque

quello che e' vuol dirmi. Jeù me l'ha già annunziato. Egli può ritornare

là donde è partito. Non ho nulla a rispondere.

Erodiade mi guardò con un'ombra di sorriso sulle labbra, quasi che

avesse voluto dirmi: «cosa ne dici di questo essere eteroclito?»[22].

[22] Lo stesso Gesù non giudicava con benevolenza il Battista.

Egli lo chiama _incostante e leggiero_, e gli fa degli altri

rimproveri. Vedi S. LUCA VII; S. MATTEO IX.

Il tuono rozzo e deciso del Battista abbreviava ma non tagliava corto al

colloquio. Domandai dunque ad Erodiade se mi permetteva di continuare la

conversazione. Ella mi fece cenno di sì, ed io dissi all'irascibile

rabbì:

— Rabbì, il duro messaggio che tu m'imponi di riportare ai nostri amici

di Gerusalemme, mi prova che tu sei stato male informato, e che non sai

a che cosa rispondi.

— I tuoi amici, prima di tutto, non possono essere i miei. Io arrivo dal

deserto; tu sembri giungere da Roma o da Babilonia, effeminato nei tuoi

modi, effeminato nella tua lingua, effeminato nelle tue vesti. Ma non

temere l'equivoco. Io so benissimo a che mi risponda. Tu vieni a

domandare la mia complicità per ristaurare sul trono di Davide gli eredi

del capo Arabo; ed io te la rifiuto.

Se fossimo stati soli, avrei disingannato Johanan: in presenza di

Erodiade e di Antipas, dovetti mascherare il mio pensiero, e risposi:

— Ma quando ciò fosse, o rabbì, domando io: il popolo d'Israele ha egli

avuto dopo Salomone, un re più grande di questo figlio dell'Arabo

Antipater, di Erode?

— Allora tu non lo conosci punto, replicò Johanan. Arabo di nascita,

Romano di ambizione, Greco nell'anima e nei gusti, Ebreo di necessità,

Erode è stato la più grande calamità che abbia afflitto il popol di Dio.

Ai grandi sacerdoti che si succedevano ereditariamente, egli sostituì i

grandi sacerdoti che si pescano ove si puote, come un ufficiale delle

armi o un collettore delle tasse. Ai grandi sacerdoti che stendevano il

loro potere sopra Israello, egli ha sostituito dei parassiti, che

limitano la loro autorità alla soglia del Tempio. Il gran sacerdote, che

torreggiava sul capo del re, non è più che un ufficiale della sua corte.

Egli cangiò di gran sacerdoti, uccidendoli, a seconda delle fasi della

sua politica. Egli abbattè, con un intrigo del suo serraglio, Ananelus

cui aveva cercato in Babilonia; uccise Aristobulus della razza dei

Maccabei; inviò a cavar fuori di Egitto Simone. Cominciò ad edificare il

Tempio con una mano; con tutte e due cooperò ad alzare il Tempio dei

Samaritani a Gerizim, fabbricò quello d'Apollo a Rodi. Sacrificò a

Jehovah, e protesse Astharot a Sidon, Moloch per i Sirii, Iside pegli

Egiziani, Dagon pei Filistei, Manah pegli Ismaeliti, Artemis per i

Greci, e Giove pei Romani. Servitore di Dio, campione degli Dei, il suo

vero Dio fu Cesare, pel quale alzò un tempio alla sorgente del Giordano.

Eravamo un popolo grave, con leggi severe, separato per avversione

d'animo dagli stranieri, che ci circondavano di costumi stranieri, che

ci serravano sulle nostre frontiere onde guizzare in mezzo a noi e

preparare la strada ai dominatori pagani...

— Ma, rabbì, tocca a noi forse, interruppi io, giudicare un principe,

che è stato servito da tutto un popolo, e che ne fu adorato per tanti

anni, e che tutti i re d'Asia e d'Europa hanno applaudito?

— Se non istà a te il giudicarlo, giovine Babilonese, replicò il

Battista con tuono altero, sta a me. Ora, Erode strappò la corona ai

nostri principi maccabei; uccise settanta membri del sanhedrin che

l'avevano accusato di omicidio innanzi ad Ircanus; mietè le famiglie

principesche e sacerdotali della Giudea; coprì tutti i suoi Stati di

palazzi, teatri, terme, ginnasii, circhi, di collegi, di residenze

voluttuose, e di giardini. Fabbricò delle città alla greca ed alla

romana, con architettura pagana, e stabilimenti pagani. Introdusse fra

noi i giuochi olimpici, e le feste oscene. Alzò fortezze da per tutto,

perfino alla porta del Tempio, dominando così la città: Sion divenne un

quartiere di Roma. Egli fabbricò una capitale pei Samaritani, che erano

stati, come empii, maledetti dai nostri padri: sacrificò ai dii pagani.

Le nostre leggi ci proibiscono di avvicinarci agli stranieri; Erode

sposò le loro donne. Egli aveva già la sua Araba Doride, quando sposò

Mariamne la Maccabea, di cui aveva esterminata la famiglia; poi

l'Egiziana Mariamne figlia del gran sacerdote Simon; poi la Samaritana

Malthacè di Sebaste. Sposò la figlia di suo fratello; poi quella di sua

sorella; poi Cleopatra di Gerusalemme, Fedra di Rodi, Elpis

d'Antiochia[23]. E chi potè contare le sue favorite, la più svergognata

delle quali fu Cleopatra, quella regina d'Egitto ancora calda degli

abbracci d'Antonio, il quale l'aveva fatto re? Assiro nei suoi amori,

Egiziano nello sposare le sue parenti, fu Parto, uccidendo mogli,

parenti ed amici. Cospirò per la morte di Cleopatra; uccise Mariamne la

Maccabea ed i due suoi figli, cui aveva fatto educare alla corte di

Augusto; uccise suo cognato Aristobulus; uccise la moglie del suo gran

sacerdote Ircanus; uccise suo zio Giuseppe ed il marito di sua sorella,

Cortobanus; uccise suo figlio primogenito Antipater; uccise la sua ava

Alessandra, la quale, per piacergli, aveva torturata la figlia Mariamne

strappandole riccio per riccio tutti i suoi capelli d'oro; uccise i suoi

amici ed i suoi complici, Doseteo, Gadias, Lisimaco. I suoi Stati furono

arrossati dal sangue dei suoi omicidii. Ed egli aveva accumulato

nell'anfiteatro di Gerico «gli uomini più eminenti della nazione giudea»

per farli uccidere e frecciate, avanti la sua morte, dopo aver tentato

di suicidarsi[24]; ma i suoi ordini non furono eseguiti. Ora, son gli

eredi di tal mostro, mostruosi come lui, che si vuol far sedere sul

trono d'Israello, e si domanda la mia cooperazione?

[23] JOSEPHUS, _Antiq._ XVII.

[24] JOSEPHUS, _Antiq._ lib. XVII, C. 6 e 7.

— Rabbì, gli diss'io, non t'ho interrotto perchè ero curioso di sapere

come si apprende la storia nel deserto. Ebbene, rabbì, quella che tu hai

tratteggiata può essere la storia saporitamente leccata dai becchi e

dalle iene, dai cammelli e dalle asine, ma non è certamente quella di

questo gran principe. Se un uomo, che si crede ispirato da Dio, potesse

imparare qualche cosa, ti direi ben io cosa fu Erode, e ti abbaglierei

dello splendere di questa grande figura del nostro paese. Ma un

apprendista profeta non sa che farsene della verità istorica.

— Di' pure, urlò Giovanni: sono curioso alla mia volta, d'imparare come

si traveste la storia davanti ai principi.

— Ebbene, continuai, sappi dunque che Erode fu l'Augusto della Giudea.

Egli ci portò le arti, le scienze, la tolleranza, la fraternità dei

popoli, il rispetto alle altrui credenze. Egli ci apprese a sprezzare le

minaccie dei Farisei e degli Esseniani; abbattè quella potenza del

sacerdote, che turbava lo Stato ad ogni istante, e demolì i privilegi

del Tempio. Erode ci inoculò uno spirito virile, guerriero industrioso,

attivo; ci rivelò i poeti ed i filosofi della Grecia i quali valgono

meglio delle grida da energumeni dei nostri profeti, pieni di non sensi

che passano per bellezze. Fortificò le nostre città, e le portò

all'altezza delle città degli altri popoli pei loro pubblici

stabilimenti. Innalzò il popolo a spese dei preti e dei principi; tentò

fondere quell'ammasso di gente d'ogni fatta che occupa il nostro suolo,

onde farne una sola nazione, un solo popolo, e le fuse nella sua

famiglia sposando, per amore o per politica, delle donne di tutti i

partiti, di tutte le razze. Lo splendore del tempo di Salomone era una

notte in confronto di quello che Erode sparse sulla Giudea. Egli

rovesciò i partiti dei Maccabei, dei Betusiani, del Tempio, della

Sinagoga, del Sanhedrin, e costruì la forza una, la forza per tutti,

quella del re: a Sebaste e a Seforis egli era altrettanto potente che a

Gerico ed a Gerusalemme. Cesare lo trattava da fratello. Da Damasco ad

Alessandria, il suo braccio era temuto, il suo consiglio ascoltato. Ebbe

una corte il cui splendore offuscava quella di Tiberio; un esercito di

cui si paventava l'urto. Lo si invoca ancora come un Dio. Se gli spiriti

limitati, ed i bigotti, e le mummie dei nostri antichi usi, ed i

zelanti, ed i più stupidi tra i Farisei non lo compresero e gli fecero

la guerra, è egli colpa di quel gran principe che volle ricondurre il

suo popolo alla sua epoca, e cancellare questo anacronismo dall'Asia e

dall'Europa? Erode era la conciliazione; si volle che fosse il

ristoratore dei vecchi riti e delle viete ridicolaggini del popolo

d'Israele. Egli si vide contrariato nel suo disegno di fare della Siria

una nazione cogli splendori e la civiltà greca, e s'irritò. Gli

s'introdusse la cospirazione contro la sua opera nella sua stessa

famiglia: e fu obbligato di frangerla.

— E dove ha condotto tanto genio, tanta eloquenza, tanta forza, tanta

cortesia, tanto valore e buon gusto? interruppe Johanan: ov'è il regno

fondato da codesto principe? Due frammenti ne sono stati lasciati ai

suoi figli, affine di ricordarci sempre di maledirlo e di disprezzarlo:

il resto è di Roma. Erode abbassò il principe, il sacerdote, il nobile:

ov'è il popolo ch'egli creò? Gli mancò qualche cosa al tuo gran re, o

giovane Assiro: il soffio che vien da Dio, la fede; il soffio che vien

dal popolo, il sentimento di quella libertà che fece sì grandi Roma e la

Grecia. Ma se questo gran re era piccolo, cosa sono i suoi figli, i

quali contaminano il nostro suolo con tutte le infamie del padre senza

avere alcuna delle sue virtù e delle sue grandezze? La casa di Erode è

una scuola d'incesti e d'adulterii. Si può dire al popolo: Rispetta il

tuo re, difendi il tuo re, quando codesto re sarebbe questo Antipas

Erode, e la regina questa Erodiade, cui io ho supplicati colle lagrime

agli occhi di tirarsi dal loro delitto, di lavarsi dell'impudicizia?

— Basta così, Giannuzzo, esclamò mollemente Antipas continuando a dare

dei buffetti sul grugno del leopardo: tu vaneggi, e biascichi sempre

l'istesse cose. Mi piacciono molto i profeti; dopo aver ascoltato tutta

una mattina dei buffoni, dei nani, dei parassiti e dei commedianti, dopo

essermi cibato di un pranzo prelibato, regalarmi di un'ora di profeta

può divertirmi ancora, per diversione, e per prepararmi dolcemente a

quel riposo pomeridiano così bene inventato dagli Spagnuoli. Ma se

codesto profeta diviene monotono, e rivomita sempre e poi sempre le

stesse impertinenze, con meno spirito che i buffoni, allora ciò mi fa

sbadigliare. Tu lo vedi, Giannino, io sbadiglio, e ciò mi farà male alle

mascelle pel pranzo. L'è una cosa imperdonabile. Masticherò male, e

digerirò peggio. Ora io ti perdono di chiamarmi adultero ed impudico; ma

di essermi causa d'un'indigestione! alto là, ser colui!

— Non sono io che venni, sei tu che m'hai chiamato.

— Io? no, veramente. Ti ho lasciato venire. Questo giovane, che non

dubita di nulla, credeva che i profeti potessero talvolta avere del buon

senso. Io era curioso di vedere se ciò fosse vero. Che vuoi? Si vedono

così poche cose bizzarre, nuove o miracolose in questo mondo! Come

ritardare d'altronde quell'ora del pranzo che arriva sempre quando non

si ha fame. Ah! Giovanni, che bella cosa l'aver fame! Io passerei

volentieri un paio di giorni con te nel deserto per darmi questa

voluttà, se tu avessi però un buon cuoco. Ebbene, t'ho ascoltato. Hai

parlato male di mio padre, assolutamente come s'egli ti avesse

beneficato fin ch'era vivo e nominato suo erede dopo morto. Tu hai

creduto di farmi dispiacere. Ti sei ingannato. È la sola cosa nuova che

io mi abbia udito a proposito del grande Erode, dacchè sono tetrarca. Tu

sai che non si crede mica agli dii che si fabbricano nella propria

bottega. La mia povera Erodiade ne è tutta verde. Capperi! l'hai

chiamata impudica alla bella prima[25]! Ella ha udito ciò sì di sovente

che ne avrebbe sbadigliato: ma la inghiotte i suoi sbadigli, il che le

causa quel pallore che scorgi in lei. Ora, Giannuzzo, ciò che contraria

di più un principe è il noioso. Si può egli uccidere un uomo perchè vi

fa sbadigliare? Il noioso gli prova che egli non può far tutto. È male

Giovanni. È male agire così. Per uno che vuol divenire messia, tu sai

poco quel che si deve al rappresentante di Dio sulla terra.

[25] «Giovanni Battista non era chiamato, come Gesù, a conquistare

il cuore delle donne, ma le nature robuste della sua nazione.»

SALVADOR, pag. 321.

— Posso andarmene allora? sclamò Giovanni bruscamente.

— Un'ultima parola, gli dissi io. Rabbì, tu vedi il levar del sole al

nord. Tu guardi la famiglia d'Erode invece di guardar Roma. Non è ciò

che occorre nella Casa Dorata, o nel cuore d'una nobile donna, che

interessa i destini del nostro paese: gli è ciò che avviene nella corte

di Cesare e nel cuore di Pilato. Nè tu, nè alcun altro ha il diritto di

contare i baci d'una donna e di scandagliare l'immensità di

quell'infinito che si chiama l'amore. Ma noi tutti abbiamo il dovere di

protestare contro il dominio straniero, e di infamarne l'obbrobrio e le

miserie.

— Io non sono nè profeta, nè messia, rispose Giovanni, nè uomo di

guerra, nè uomo di corte. Roma dunque non mi risguarda punto. Quando un

popolo soffre simili oltraggi, ne è degno, o li espia. Io sono un uomo

giusto, che predica contro il peccato, che spinge alla penitenza, e

annunzia il castigo. Ora il peccato è qui: il peccato è questa donna, è

quest'uomo, sì alto locati che il popolo li vede, e potrebbe imitarli.

Io devo prevenire questo pericolo; ecco perchè io dico: Erode, cessa lo

scandolo; rinvia la moglie di tuo fratello; spegni i fuochi della tua

lubricità. Erodiade è il tuo delitto; ella sarà la fatalità della

discendenza di Erode. Ecco ciò che io sono, ecco ciò che voglio

regolare.

— Ma no, Giovanni, no, osservò Antipas con impazienza, non è così che tu

devi dir ciò. Occorre che io ti faccia dare qualche lezione dal mio

tragico Ajace che ho condotto meco al mio ultimo viaggio di Roma. Vedrai

come egli recita codeste cose nell'_Oreste_ di Sofocle. Nel deserto si

apprende male a maledire; si squittisce come volpi. Poi, caro te, non

venirmi tanto vicino. Puzzi troppo la cipolla. Io non sapeva che nella

mia casa si nudrissero così male i profeti. Gli è per questo che tu fai

della politica così cattiva. L'ho sempre detto io: la buona politica si

prepara nello stomaco, e si formula nella camera da letto. Ma sta

tranquillo, Giovanni, m'incarico io d'oggi innanzi del tuo cibo. Se non

fossi vestito così sommariamente ti inviterei a pranzo stassera alla mia

tavola, in mezzo alla mia corte ed ai capi del mio Stato. Ma i miei

buffoni ti tormenterebbero troppo e le donne troverebbero troppo

naturali i tuoi vestiti. Non fa nulla, t'invierò, sopra un bel bacino,

ogni sorta di buone cose che restano al mio desco, e quando ti avrai

mangiato la tua pappa, sono sicuro che ai frutti ed alle bellaria,

verrai a bere alla mia salute.

Erodiade non aveva detta una parola durante tutto questo colloquio. Ella

aveva affettato di sfogliettare dei rapporti e delle epistole.

All'ultima frase di Antipas, ella alzò gli occhi, ed un lampo passò

sopra la sua cupa figura, rendendola potentemente raggiante. Un'idea

terribile aveva, forse, traversata quell'anima.

— Tetrarca della Giudea e della Perea, riprese Johanan avvicinandosi

fino ad afferrar Antipas per il braccio, io ti fo, nel nome di Dio,

un'ultima intimazione: licenzia quella donna. Pentiti, ripudia il

peccato, cancella il delitto e lo scandalo. Non stancar più la

misericordia di Dio: licenzia quella donna, purificati....

— Già, Gianni, vattene, ripetè Antipas afferrando il suo leopardo alla

nuca; non ti avvicinare; guarda Cacus che si alza. La sua pelle freme. I

suoi occhi s'infiammano. Tu senti troppo il deserto... Egli comprende il

suo linguaggio... Vattene, o io non rispondo più di nulla. Cacus

potrebbe dimenticare che è qui, e credersi sulle spiagge del mar Morto.

Dovreste conoscervi, pure: egli dovrebbe stimarti. Cacus, giù gli

zampini, gioia mia. Tu non rosicherai il mio profeta. Ti avvelenerebbe,

sai?

Johanan gettò su noi un immenso sguardo di disprezzo e si allontanò

lentamente, brontolando, gli occhi rivolti al cielo:

— Signore, tu puoi scatenare i tuoi fulmini ora; tu lo puoi. La tua

parola è stata annunziata a questi empi, ed essi l'hanno disprezzata. Il

tuo fulmine, o Signore, il tuo fulmine!

Antipas che era grasso, corto, un po' gottoso, si levò dolcemente, come

se avesse assistito ad una commedia di Aristofane, e prendendo il mio

braccio; disse:

— Vieni, Giuda, andiamo a fare un giro sulle mie terrazze, e cercarvi

pel pranzo un po' di quel brigante d'appetito che non viene mai. Voglio

mostrarti i due miei poeti, che ho fatto pescare ultimamente in non so

quale cloaca di Roma. Li tengo in due gabbie separate per impedire che

si divorino, e li nutro di erbe amare onde neutralizzare la loro bile...

Diamine! scrivono un poema pel mio matrimonio colla mia cara Erodiade.

Mi atteggiano a Giove che cade in pioggia d'oro sopra Danae. «Padrone,

mi dice l'un d'essi, piovi dunque un po' su di me, come fai su di

Danae.» — «Sopra di te? grida l'altro; padrone, egli non è nemmeno degno

che tu gli p.... sopra!» Voglio che tu mi dia un consiglio, Giuda.

Bisogna che io stabilisca nel mio Stato un ginnasio per educarvi i

profeti. Vedi come si educano male al deserto! I profeti, i messia, i

shilok sbucciano spontaneamente nel mio Stato. Vi sono più comuni che i

conigli. Se ne incontrano in tutti i crocicchii[26]. Quando li avrò

meglio preparati, ne farò un oggetto di esportazione.

[26] «Questa disposizione ad applicare il nome di figlio di Davide

e di Cristo era passata in abitudine. Le truppe del popolo si

proposero più tardi d'innalzare altresì Gesù, onde farne un gran

capo, un re di antica razza, ed opporlo ai principi di razze

straniere.» SALVADOR, pag. 286.

E, scilinguando ciò, Antipas baciava sulla fronte Erodiade divenuta

pensosa, e noi uscivamo da una porta, nel punto proprio che da un'altra

entrava una fanciulla di una quindicina d'anni, ed andava a gettarsi

nelle braccia di sua madre la quale le apriva per riceverla.

La giornata passò gaiamente, in attesa della cena e della festa

ufficiale della sera.

Più di cento convitati circondavano l'anfitrione reale nella splendida

sala costrutta dal re Erode. Erodiade era coricata vicino ad Antipas, ed

io seduto come gli altri, vicino a lei. Tutto ciò che si può immaginare

di più prezioso in vasellame ed in porpora, tutto ciò che si può

concepire di più delicato in cibi ed in vini, copriva la tavola di quel

principe sontuoso e voluttuoso. Il deserto, il mare, i fiumi, le stalle,

i giardini e le cantine erano stati esauriti per celebrare questa festa

che doveva sedurre quelli che facevano la guerra per il loro padrone, e

quelli che avevano ripugnanza a favorire i suoi amori. I discorsi

allegri, lusinghieri, bellicosi s'incrociavano in mezzo ad un brillante

rumorìo da un capo all'altro della sala. I fiori imbalsamavano, il vino

inebbriava, gli effluvii misti dei cibi e dei profumi mettevano in fuoco

il sangue. Questo splendore di vasi d'oro, di lumi, di stoffe dai vivi

colori di cui i convitati si erano pavesati, il sorriso delle donne, le

canzoni degli istrioni, i bizzarri motti dei buffoni, le smorfie dei

parassiti.... tutto ciò aveva esaltato gli spiriti ad una temperatura

infernale. Ad un tratto, una musica dolce ed invisibile irrugiadò il

banchetto, come per calmarne la febbre e preparare l'assopimento. Si

aspirava questa freschezza di melodie, ciascuno si cullava a

quell'ondulazione di suoni profumati d'estasi. Ma ecco che ad un cenno

di Erodiade, una porta s'apre, cinquanta schiave nubiane nude si

dispongono in fila con candelabri d'oro alle mani, ed una visione simile

ad un raggio di sole s'insinua nella sala.

Fu un soprassalto generale. Antipas, mezzo nudo, si rizzò sul suo gomito

come abbagliato.

Era Salomè, la figlia di Erodiade e di Erode-Filippo suo primo marito,

che faceva invasione nella sala, bella come una collana di stelle del

mattino, appena coperta da un velo leggero che scendeva fino alle

ginocchia, le sue ciocche d'oro ondeggianti, un cerchio d'oro sul

fronte, sormontato da una stella di diamanti, che pareva Vesper. Al

suono di una musica lenta ed in sordina ella cominciò ad atteggiarsi in

una successione di pose, ove il suo giovine corpo, bianco come la cima

del Carmelo nell'inverno, parve più flessibile d'una pantera. Poi, la

musica animandosi, Salomè principiò a volteggiare, ed il velo

trasparente che la ombrava, ondeggiando con lei, le dava l'aspetto d'una

farfalla che gavazza follemente nelle ajuole d'un giardino, nella

primavera. Finalmente la musica diviene turbinosa. Fu allora un getto di

fiamma che ravvolse tutta la festa. Salomè poggiando sopra un piede,

alzando l'altro al livello del suo braccio, girò sopra sè stessa,

svelando dei tesori di bellezza e di gioventù, che davano la vertigine.

Fuori di sè, come eravamo tutti, Antipas gridò:

— Che io possa divenire povero come Giobbe, se non accordo a questa

fanciulla qualunque cosa la mi chiegga, fosse pure la metà dei miei

Stati.

Salomè si fermò, ansante, palpitante, gli occhi dolci e brillanti, la

bocca semichiusa, respirando non aria, ma baci. Ella scivolò sulla punta

dei piedi e venne a cadere sul seno d'Antipas che le sfiorò, colla bocca

i capelli.

— Di', Salomè, di', gioja mia, cosa vuoi? Un palazzo?

— No.

— Dei giojelli?

— No.

— Ami qualcuno?

— No.

— Cosa vuoi dunque? Il mio Stato per una delle tue carezze.

Salomè prese allora sovra una credenza un gran piatto d'argento, ove

erano stati serviti dei dolciumi, si avvicinò ad Antipas e gli disse una

parola all'orecchio. Antipas sembrò stupito.

— Domandami altra cosa, ragazza, diss'egli.

— No, rispose la giovinetta: aspetto.

— Vuoi tu la città di Tiberiade?

— No.

— Vuoi il lago di Genezareth coi suoi cento villaggi?

— No. Voglio quello che t'ho detto: ed aspetto.

Antipas sospirò. Un grido unanime si alzò dalle tavole.

— Accordato, accordato. Tutto ciò ch'ella vuole è accordato. Tu l'hai

giurato, o Tetrarca.

Antipas si chinò all'orecchio d'uno dei suoi ufficiali, e gli disse

alcune parole. L'ufficiale, senza mostrare la minima esitazione, prese

il piatto che Salomè teneva ancora nelle mani, ed uscì.

La dolce musica ricominciò! Il silenzio era profondo fra i convitati:

tutti attendevano, ansiosi e curiosi di vedere il dono domandato dalla

giovane aurora. Si sarebbe detto che quella bocca, ove l'amore aveva

deposto le sue ebbrezze, avesse pronunziato qualche cosa di strano e di

terribile.

L'aspettazione non fa lunga. Salomè era andata a mettersi all'uscio,

gettando uno sguardo nella sala del banchetto, un altro negli

appartamenti ove l'ufficiale era scomparso. Finalmente arrivò. Salomè

gli strappò il bacino, e presentandolo a sua madre, lo scoprì.

Conteneva la testa del Battista.

Un fremito corse in tutti i convitati.

Si racconta che una dama romana punse colla sua spilla da capelli la

lingua di un avvocato che aveva fatto condannare suo marito. Erodiade,

lei, avvicinò la coppa d'oro alle livide labbra di quella testa

tagliata, le versò nella bocca una parte del suo vino, o disse:

— Il profeta beve alla salute del Tetrarca Antipas e di sua moglie

Erodiade; io bevo alla sua salute!

Un grido immenso, che rianimò il festino, accolse questa atroce facezia

della amante di Antipas. I cortigiani ed i soldati si alzarono tutti e

bevvero alla salute d'Erodiade. Solo Antipas ed io restammo tristi e

muti.

Alla fine Antipas riprese il suo buon umore e mi disse:

— Non affliggerti, Giuda, se ti hanno servito il tuo profeta sopra un

piatto. Verrai con noi a Tiberiade dopo domani, ed io ti prometto di

offrirti un messia in una gabbia. Ordinerò una caccia di profeta apposta

per te.

* * * * *

Due giorni dopo, lasciammo Makaur, seguendo il Tetrarca ed Erodiade.

Bar Abbas, che io non aveva più visto dopo il nostro arrivo, mi si

avvicinò, e disse ad alta voce:

— Che bell'idea di avermi condotto teco! Ho mangiato come dieci, bevuto

come cinquanta, e parlato come cento. Ebbene, tutti i soldati d'Antipas

sono nostri! gli Erodiani non aspettano che un segno. Mille giovanotti

verranno al prossimo paschah a Gerusalemme, armati di spade. Noi

prepareremo loro gli scudi. Al primo segnale, scanneranno i Romani.

— Bar Abbas, gridai furibondo, se continui a chiacchierare in questa

guisa, ti farò rinchiudere in una muda, fino a tanto che avrai mangiato,

dalla fame, metà della tua lingua.

— Sarà il più ghiotto boccone che avrò fatto nella mia vita, rispose Bar

Abbas. Ma non seguire, o Giuda, codesta ispirazione: diverrei dopo

troppo difficile da nutrire.

Memorie di Giuda, vol. I · 第 23 / 29 题