La notte era bella. La luna piena, specchiandosi nel lago, le dava quei
riflessi brillanti e vivaci, cui l'aurora dà al tetto del Tempio, irto
di lame d'oro. Milioni di stelle volteggiavano nell'azzurro silenzioso
del firmamento. Nessuna voce umana arrivava fino a noi: le voci stesse
della notte non avevano principiato le loro armonie. Maria, che aveva
osservato il segno da me fatto a Bar Abbas per isbarazzarci di Giovanni,
ci aveva lasciati soli. Il Rabbì ed io passeggiavamo sotto un pergolato
di vite carico ancora di pampini violacei e di grappoli dorati,
contemplando in silenzio il grandioso spettacolo del lago e le montagne
vaporose della Galilea e della Perea, le piccole ville e i villaggi, che
riposavano sulle rive dell'acqua, in mezzo ai giardini profumati.
Il Rabbì sembrava assorto. Evidentemente lo smacco del mattino, lo
scandalo, i rumori, le risa, i motteggi che egli aveva suscitati nella
sinagoga l'avevano colpito, anzi ferito. Egli, così grave, così
positivo, era stato messo alla berlina sur un ribobolo — sfuggitogli per
rispondere ad una importuna domanda — vi era stato confitto
implacabilmente, e ricondotto a quella sua parola, quando se ne
staccava, con una crudele ostinazione. Gli era stato mestieri svolgere
una corona di non sensi come parole profetiche, ed alzare un bisticcio
al grado di una promessa messianica. Io era stato edificato della sua
persistenza del suo sangue freddo, della sua ostinazione, e della sua
presenza di spirito. Egli che d'ordinario parlava poco, aveva lungamente
dissertato; niente l'aveva scosso. La sua imperturbabilità, anche nel
paradosso, m'aveva cattivato. La potenza della sua volontà, per non
andare in collera, l'elasticità del suo spirito, per trovare e
presentare sempre una nuova faccetta della sua prismatica assurdità,
m'avevano sedotto. Dissi a me stesso: ecco il mio uomo, se vuol essere
un uomo! L'ardire, la calma, la tenacità, la franchezza, la finezza, la
frase misteriosa, l'accento seducente, lo sguardo fascinatore, la
poesia.... nulla gli mancava per dare alla plebe un'anima ed un braccio.
Siccome il Rabbì, immerso nei suoi pensieri, continuava a tacere, io gli
dissi:
— Rabbì, ero questa mane alla sinagoga. E' sono stati implacabili.
— Bisogna scusarli; non m'hanno compreso, rispose Gesù con dolcezza.
— Non t'hanno compreso, e non era poi molto facile il comprenderti. Ad
ogni modo, la cosa è spiacevole, perocchè sono dei malintesi che
divengono talvolta fatali. Un mio fido ha vôlto la cosa in ischerzo. Le
sue buffonate hanno soffocata e stornata la collera che si accendeva
negli occhi di quei sozzi bigotti. Senza ciò, non so' come il tuo
parashà avrebbe finito.
— Il popolo principia sempre per mormorare e finisce quasi sempre
coll'adorare. Ma chi sei tu che così t'interessi a me?
— Da questa mane, sono tuo discepolo.
— Mio discepolo? Sai tu dunque ciò che occorre per esserlo? La regola è
dura: io sono assorbente come la donna.
— Dimmi le prove che esigi.
— Lascierai tuo padre.
— È morto.
— Tua madre.
— Ahimè! la povera donna mi vede sì di raro, e mi desidera così
tiepidamente.
— Lascierai tua moglie.
— Non ne ho.
— Lascierai i tuoi fratelli e le tue sorelle.
— Non ho fratelli. La mie sorelle pensano ai loro figli, ai loro mariti.
— Venderai quanto possedi, e lo darai ai poveri.
— Non ho d'uopo di vendere nulla, e farò qualche cosa meglio che dar i
miei beni ai poveri. Li metto nella borsa comune, Rabbì, e vi si troverà
sempre qualche cosa quand'anche gli altri non vi mettessero nulla[41].
[41] È noto che Giuda era il cassiere degli apostoli i quali
prendevano più che non mettessero nella cassa. Essi gironzavano
dietro il maestro, e non avevano tempo da lavorare. Nondimeno,
mangiavano, ed erano perfino ghiotti di buoni bocconi. Vedi
STRAUSS, RENAN e SALVADOR, _vita di Gesù_.
— D'onde vieni, tu?
— Donde vengo? Arrivo da Makaur, Rabbì, ed ho veduto la testa del
Battista servita sopra un piatto alla festa anniversario della nascita
di Antipas.
— L'hanno dunque ucciso? gridò Gesù vivamente colpito.
— Per piacere ad una giovinetta, che ha danzato un passo voluttuoso.
Gesù si tacque, e restò concentrato per alcuni istanti, poi sclamò:
— Ch'egli abbia la pace nel cielo! Iohanan era un giusto.
— Questa mattina, o Rabbì, ho lasciato la Casa Dorata di Tiberiade. Ci
sarai forse invitato domani.
Gesù fece bruscamente alcuni passi verso la porta del giardino. Poi si
fermò come vergognoso del suo istinto alla fuga, ed affermò:
— Non vi andrò.
— V'hanno, o Rabbì, degli inviti che rassomigliano ad ingiunzioni. Se tu
non ci vai, ti faranno prendere.
— Allora che la volontà di mio padre sia fatta. Seguì un istante di
silenzio. Io ripresi:
— Rabbì, Maria m'ha assicurato che tu sei uscito poco al di fuori del
raggio di questo bel lago; che al più al più sei andato fino a Tiro ed a
Sidone; che non hai mai posto piede in una città greca o romana. Non
l'avevo creduto. Ma mi sento disposto a crederlo, vedendo la tua
rassegnazione.
— E perchè?
— Tu non conosci il mondo. Gli è proprio qui soltanto che tu vuoi, o
Rabbì, restringere e seppellire la tua missione? Hai mal scelto il tuo
teatro. Pochi mesi fa, sei quasi stato sul punto di essere precipitato
dall'alto d'una roccia, a Nazareth, per esserti dichiarato l'_unto del
Signore_; oggi ti avrebbero lapidato se non avessero riso, perchè ti sei
spacciato come il _pane della vita_. Tu sei in mezzo ad un popolo che
aspetta dei fatti, e tu gli annunzi delle verità. Essi domandano di
vedere, tu imponi loro di credere.
— Credere, è vedere dell'anima.
— Il popolo non ha anima. L'anima si forma; ed esso non ha il tempo di
formarla. Tutt'al più il popolo ha un cuore, per balzi.
— Ecco la mia missione: io porto un'anima a questo popolo.
— L'è molto bella; ma tu non hai ancora sballata la tua mercanzia, ed io
credo che questo non sia il mercato conveniente per metterla a partito.
La Galilea non è il tuo forum, la tua sinagoga, il tuo tempio, come
meglio t'aggrada. La Galilea è il giardino della Siria, un pezzo
d'Italia sotto il cielo dell'Asia. Al mormorio delle sue dolci acque,
all'ombra dei cedri del suo Hermon, delle quercie del suo Carmelo, delle
palme dei suoi colli coperti di mirti, di vigne e di aranci; alle
attrattive di questa natura che ricorda le rive del Nilo e di Damasco,
si ama, o Rabbì, ma non si crede. Qui, i Romani hanno tracciato le loro
strade della Campania; i Greci e gli Egiziani, i larghi sentieri a
cammelli di Memfi. Questo angolo della terra racchiude i più bei
paesaggi che l'est e l'ovest svolgano con incanto.
— Tu credi?
— Quando gli uomini del mare abbatterono Tiro e Sidon, onde sopra onde
di Cipriotti, d'Egiziani, di Macedoni, d'Italiani e di Arabi, da quelle
piaggie conquise si sparsero sopra questa provincia, parlando diversi
idiomi, vestendo costumi proprii, adorando dei particolari, trascinando
con loro nelle città ch'essi avevano fatto sbucar dalla terra, le loro
ricchezze, le loro credenze, le loro arti, la loro scienza. La casa ebbe
una famiglia, cui il Giudeo ritiene come impura, il tempio ebbe un Dio,
cui il Giudeo ritiene come un demone.
— Sì, si confusero insieme, ma non si mischiarono.
— Cosa importa, Rabbì? Il coltivatore cananeo, il vignajuolo giudeo,
hanno essi potuto far a meno di frequentare per forza l'artigiano, il
commerciante che discendevano forse da quei principi di Tiro e di Sidon
cui Alessandro e Pompeo rigettarono dal mare nel centro di queste
montagne, o che vennero d'Antiochia, d'Alessandria o da Roma? Nelle
città della costa, Tolemaide e Tiro, nelle città forti dell'interno,
Sephoris e Gadara, si accumularono gli artisti, gli operai in oro e
marmo, i rettori, i pittori, gli oratori, le danzatrici, i poeti
lubrici, i professori di tutte le arti, i propagatori di tutti i vizii
venuti dalla Grecia, i legionarii, gli avvocati, i gladiatori, le
cortigiane, i cocchieri, i procuratori, la polizia... un mondo intero
distillato dalle cloache della Gallia, della Spagna e dell'Italia. Ma i
figli di Esaù, che vivono sotto le loro nere tende del deserto, e sopra
le rudi e nude montagne al sud del Giordano, possono essi far a meno
d'incontrarsi, d'intravedersi, di odiarsi anche, se il vuoi? I rivali di
questo suolo non si uniscono guari in matrimonio, non vivono nelle
istesse città, si evitano il più che possono; ma c'è una corrente che va
dagli uni agli altri: c'è un sentimento che non conosce ostacolo, che si
slancia dalla tenda dell'Arabo, che passa sulle città murate del Greco,
che invade le città aperte del Giudeo, e la capanna del Siriaco — l'odio
— e questo legame comune è indissolubile.
— Sì, poichè essi non hanno ancora udito la grande parola che io loro
reco: la fratellanza.
— La fratellanza tra la tigre ed il lepre? Rabbì, ciò che la magia
dell'arte greca non ha ancor fatto, ciò che la potenza di Roma non ha
ancor ottenuto, là dove la grande personalità del re Erode ha
naufragato, nessuno riescirà. Nessuno, nè un Samuele, nè un Elia, nè tu,
nè Dio stesso. L'argilla di cui l'uomo è impastato, è eterna ed
invariabile. L'ebreo e questi stranieri sono separati da una maledizione
irrevocabile: l'impurità. Il giudeo è una anomalia nella società umana.
Egli non può avere nulla di comune collo straniero; non può toccar nulla
di ciò che lo straniero ha toccato; non può bere all'istessa tazza,
sedere alla stessa tavola, dormire nella stessa città, passare la soglia
dell'istessa casa che il Greco o il Latino passarono. Lo spirito cupo ed
insocievole dell'Ebreo non si rischiara all'attrazione raggiante dei
popoli europei. La legge ebrea è inesorabile.
— Io vengo per cangiar codesta legge, rispose Gesù con tuono ispirato.
Io vengo a cominciare un'altra êra del popolo di Dio. Noi non imiteremo
più degli antenati, di cui non dobbiamo che arrossire. Noi non
riconosceremo più come padre quell'infame Abramo, che obbliga Sara sua
moglie a provvedere il suo letto di concubine, e che la prostituisce per
danari ai re Abimelech e Faraone, facendola credere sua sorella. Noi
rinneghiamo quell'infame Loth, che dorme colle sue figlie al chiarore di
Sodoma bruciante ancora; quell'infame Isacco che trafficò di sua moglie
Rebecca e visse di questa prostituzione; quel dissoluto Giacobbe che
passa da Rachele a Lia, dalle due sorelle alle loro schiave, l'istesso
giorno, l'istessa notte, lordando la religione del matrimonio. Il padre
di Giuda, che ebbe un commercio vergognoso con Tamar, vedova dei suoi
due figli, la quale si mascherava sotto il vestito delle prostitute e
che quel patriarca frequentava, ci fa orrore. Noi ci vergogniamo di
Davide che fece uccidere il suo ufficiale Uria per prendergli la moglie,
avendone già tante altre; di Salomone che sposa trecento donne, avendo
già settecento concubine e delle innumerevoli figlie di re; di
quell'Osea, primo fra i profeti, che ebbe dei figli da una donna
pubblica, e la rinnegò; di quel traditore Geremia, che profetizzava in
favore di Nabuchadnezzar; d'Isaia che passeggiò nudo in mezzo a
Gerusalemme; di quell'Ezechiele a cui Dio ordinò delle cose così
immonde, e che lo fece parlare così impudicamente. Noi veniamo a
rovesciare le leggi di quel Mosè che commise un omicidio, fu ladro in
Egitto, ebbe diverse mogli, e fece delle azioni inique. Io porto un
nuovo codice che non ha che un precetto: gli uomini sono fratelli.
— Non si tratta punto della tua dottrina, o Rabbì. Che monta che tu abbi
del grano d'Egitto, se lo semini sulle roccie di Moab? Sopra un suolo
ove sono passate dodici generazioni, vicine le une alle altre senza
darsi la mano, senza scambiare la parola del viaggiatore, la fratellanza
è una burla, se pure si arrivasse a comprenderla. La Galilea è la terra
dei messia, perchè questo popolo attende un vendicatore. Il messia è un
generale che giunge dal cielo per condurli alla vittoria con meno
fatica; la vittoria è l'espulsione dello straniero. Ecco il messia che
la Galilea saluterà con entusiasmo, e seguirà con fede. Ma, d'altra
banda, qual'è la sorte che i minacciati preparano a codesti portatori
della collera divina?
— Ahimè! terribile.
— Sì, o Rabbì, i messia non ci sono mai mancati. Sakya-Muni, Hillel il
babilonese, ebbero la scienza. Erode, Giuda il figlio di Ezechia, Simon
lo schiavo, Athrongeus il sacerdote ed i suoi quattro fratelli, Theudas,
Giuda di Gamala ed i suoi figli Simone e Giacomo ebbero la spada. Ma
essi apparirono e passarono. Gli Ebrei non compresero Erode e la sua
missione di fusione, che tu chiami fratellanza. Al di là del deserto,
presso Gerico, Gratus schiacciò ed uccise Simone che aveva bruciato i
palazzi d'Erode a Gerico e nei suoi dintorni, Theudas che bruciò il
palazzo del re ad Amathus ed a Betharemphta presso il Giordano, e
Athrongeus che si era incoronato[42]. Là in faccia a noi si rizzò come
gigante quel nobile Giuda di Gamala. Devoto alla legge orale, e' predicò
la libertà nazionale, l'eguaglianza degli uomini, e che non vi doveva
essere nè re nè padroni del mondo all'infuori di Dio. Lo si credette
come un profeta, lo si seguì come i fratelli Maccabei. Insegnò il
disprezzo della morte, e sancì le sue parole con un sublime eroismo,
combattendo. Giuda tuonò contro le imposte esatte dai romani, ordinò al
popolo di rifiutarle e di resistere. Il popolo minuto gli si strinse
intorno. Un nobile fariseo, Sadok, gli si unì nella missione. Da ogni
parte il popolo si sollevò. Cirenius andò incontro a loro, li battè, li
schiacciò, mise in croce Giuda e Sadok. Cirenius credette di aver
trionfato. Pilato doveva imparare a sue spese che quel trionfo non era
stato completo, poichè Giacomo e Simone, figli del martire, non
rinunziarono all'opera del loro padre. Giuda lasciò dietro a sè una
setta: gli Zeloti; un testamento; mai tregua ai romani! o Rabbì, il
popolo attende ancora il suo liberatore.
[42] Vedi JOSEPHUS _Antiq._ XVII, cap. X, e la nota dell'edizione
inglese su codesto Theudas, diverso da colui che apparve più tardi
e portò lo stesso nome.
— È arrivato.
— Se è arrivato, egli comprenda che il suo assunto è terribile, e che il
suo posto non è nella Galilea.
Questo suolo è fatale. Jeri periva il Battista; domani perirai forse tu
pure, o Rabbì. L'inimico qui è potente; e quand'anco si giungesse a
vincerlo, niente è fatto fino a che resta a Gerusalemme. Gli è di là che
deve venire il colpo: gli è là che lo si deve portare.
— Gerusalemme divora i profeti.
— Sì, i profeti che piagnuccolano, non quelli che agiscono. Certo, a
Gerusalemme il successo è più difficile, il pericolo più grande:
perocchè là bisogna contare forse più con i partiti che con i soldati.
Ora i partiti sono trincierati dietro a palizzate di bronzo. Bisogna
intendersi con loro; bisogna cercare il punto comune di contatto. Esiste
esso codesto punto? I Maccabei hanno franto l'antico mondo giudeo; ma
essi trovarono aperta la breccia. La breccia era stata fatta a
Babilonia. Il povero, incolto e primitivo Giudeo era stato abbagliato in
una città, ove l'arte, la ricchezza, il lusso, l'attività, ed il piacere
prendevano le sembianze di meraviglie. La loro dottrina mosaica fu
scossa da quella di Zoroastro. Due generazioni, che vissero in
Babilonia, consideravano ormai la Giudea come una terra di condanna — le
classi ricche, le nobili ed istrutte principalmente; giacchè esse erano
più al caso di comprendere quelle arti e quella scienza, di godere di
quegli splendori. I vecchi libri, la vecchia lingua di Mosè furono
dimenticati. Un nuovo partito si formò nella vecchia massa; i Sadducei
restarono fedeli, a lor modo, all'ebraismo; i Farisei proclamarono la
necessità della riforma. Tutti ritornarono dall'esilio, con Babilonia
nel cuore.
— Ecco il fallo.
— Ecco, io credo invece, il progresso. In ogni caso i Sadducei,
invaghiti più degli altri di quella civiltà piena di lusso, cercavano di
farsi perdonare i loro gusti con una apparenza di più stretto
attaccamento al vecchio patto di Mosè; i Farisei, che vedevano la
breccia praticata nelle antiche leggi dal contatto dei Caldei, tentarono
di legalizzarla e ristringerla, proclamando, come altrettanto sacra, la
tradizione degli anziani, detta legge orale.[43] La civiltà caldea
importata da quelli che ritornavano da Babilonia s'incontrava con quella
che la Grecia aveva soffiata sulle coste di Tiro, di Sidon, di Gaza, di
Joppa, o che veniva da Cipro e d'Antiochia. Questa trionfò.
[43] Questa legge non è come le Decretali d'Isidoro, o la
donazione di Costantino ai papi, e si trova rude e maschia nella
Mischnà, «_Moses accepit legem (oralem seu traditionalem) de Sinai
et tradidit eam Ichoschuae; Ichoschua vero senioribus; seniores
prophetis. Prophetae tradiderunt eam synagogae magnae. Isti
dixerunt tres sententias. Estote moram trahentes in judicio;
constituite multos discipulos; et facite sepam pro lege._»
MISCHNÀ, t. IV. _Capita patr._ cap. I. In quanto ai partiti ed
alle loro dottrine, vedi GIUSEPPE, _Antich._ lib. VIII, cap. I.
_Guerra Giud._ lib. II. cap. VIII.
— Ecco la disgrazia.
— No, Rabbì, ecco ancora il progresso. Era però naturale, che quando i
Maccabei infransero la potenza macedone, succedesse una reazione. Essi
erano stati aiutati nella guerra dai separatisti, che si chiamavano
Farisei; questi presero il potere e dettarono la legge. I Sadducei che
accettavano tutte le forme esteriori della vita, tutte le trasformazioni
della coscienza, ma lasciavano intatta la legge nel tabernacolo, furono
messi da parte, come gente strana nei costumi, retriva nello spirito.
— A che setta appartieni tu dunque?
— Alla sadducea.... ed a nessuna. Il gran collegio decise che la legge
orale era eguale al patto di Mosè. Da allora quella legge divenne
formidabile. Mentre però essa era obbligatoria, mentre discendeva a
regolare fino le più piccole azioni dell'uomo, fino alla maniera in cui
doveva tener le sue mani, ed a quale temperatura poteva riscaldar
l'acqua, era proibito l'insegnarla, e la lettura non ne era permessa che
ad uno scarso numero di privilegiati. Gli Ebrei dopo questo nuovo codice
divennero un popolo di macchine: l'iniziativa, la libertà, lo spirito
furono inutili, furono anzi un delitto. Le più stolide scempiaggini
divennero un dovere e furono sacre. La legge di Mosè faceva dal popolo
ebreo il primogenito dei popoli; la legge orale ne fece un idiota
presuntuoso e barbaro, che respinge la luce, la scienza, la
socievolezza, la fratellanza degli uomini.
— So tutto ciò; ecco perchè io condanno i Farisei ed i Sadducei.
— E gli Esseniani?
— Sono fanatici che cangiano, esagerandolo, il bene in male. Io li
condanno anch'essi.[44]
[44] Gesù non fece per altro che incarnare la dottrina di questa
setta. Qual era questa dottrina? «La triplice base
dell'essenianismo, dice Filone, è l'amore di Dio, l'amore della
virtù, l'amore degli uomini. Presso di loro, l'amore di Dio
comprende la castità, l'avversione al matrimonio, l'esclusione del
giuramento, la certezza che Dio fa tutto pel bene, niente pel
male. L'amore della virtù produce la pazienza, il coraggio di
soffrire, la semplicità, la frugalità, la facilità nel commercio
della vita, l'amore ed il rispetto delle leggi. L'amore degli
uomini si manifesta coll'amicizia, coll'eguaglianza — benefizio
superiore a tutti — e la comunanza dei beni.» Filone: _Che tutti
gli uomini giusti, sono liberi._
— Ebbene, o Rabbì, hai torto di condannarli. Il tuo compito è di
conciliare. La separazione uccide la nazione ebrea. Occorre trovare il
punto di contatto, il terreno neutro ove tutti i partiti possano darsi
la mano, lasciando ad ognuno il movimento libero nel suo proprio
cerchio.
— Questo terreno esiste forse?
— Esiste. Gli è l'odio di tutti e di ciascuno contro lo straniero.
— L'odio! sempre l'odio! gridò Gesù dolorosamente. Ed io che sognava di
fare dell'amore il codice del mondo.
— Rabbì, hai detto il vero quando dicesti che sognavi. L'amore uccide,
Rabbì. È questa roccia dell'odio, è questo amore in rivolta che dà al
mondo la energia e la varietà. Dio scacciò Adamo dall'Eden perchè vide
la sua creazione in pericolo di sciogliersi; come una perla di neve al
sole, in quell'interminabile assopimento dell'amore. Non cercare di
renderci tollerabili i nostri oppressori. Tutte le nostre dissonanze si
mettono all'unissono in questo grido di esecrazione. Ciò che ci occorre,
Rabbì, gli è che Dio pure entri nella partita, e che l'uomo che si dice
il suo profeta, il suo messia, od il suo figlio, getti l'istesso grido
in nome di Dio.
— Dio anch'egli si metterebbe dalla parte della distruzione? sclamò Gesù
commosso.
— Rabbì, ascoltami con attenzione, poichè il caso m'ha posto sulla tua
via, e che abbiamo toccato un così grave soggetto. Tu ti sei dato a
Nazareth per il Messia che ogni Giudeo accarezza nel suo cuore; e qui,
questa mane, per il figlio stesso di Dio. A Nazareth hai eccitato la
collera; qui, l'ilarità. Questo angolo del mondo che tu avevi scelto per
i tuoi traffichi di divinità è stato da prima mal scelto, ed alla prova,
esso ha respinto i tuoi tentativi. Ti è impossibile continuare la tua
missione nella Galilea. Soccomberesti, o cadresti al livello di quei
fascinatori di serpenti e venditori d'impiastri che servono di
distrazione nelle strade. La Galilea attende qualche cos'altro, e gli
stranieri che vi sono in gran numero, e potenti, non ischerzano coi
messia. La sorte del Battista ti dice abbastanza quella che ti riserva
la Casa Dorata, e ciò che nasconde l'invito che sei per ricevere.
Occorre dunque lasciare la Galilea, o ritornare modestamente, dopo
esserti proclamato figlio di Dio, e non so che altro, a fare delle
casse, e allestire dei burchielli. Ti convien essa, codesta caduta, che
ti farebbe correr dietro tutti biricchini delle strade? Dopo aver
sognato qualche cosa di più grande d'un grande sacerdote, di più potente
del re Erode stesso; dopo esserti librato coll'aspirazione al disopra di
tutto il paese d'Israello; dopo aver attaccato i Farisei, i Sadducei, i
ricchi, i principi ed i sacerdoti; dopo esserti proclamato successore
dei profeti del popolo di Dio; dopo aver veduto, nelle estasi delle tue
notti insonni, i popoli prosternati ai tuoi piedi, dimmi, o Rabbì, ti
convien forse di ritornare alla tua bottega, alle tue tavole, alla tua
pialla? E i miracoli che hai fatti? e la parola che hai annunziata come
la verità? Ed i discepoli che ti hanno seguito come la face del loro
spirito? E quei potenti della terra che ti hanno temuto come un
riparatore? E i meschini che avevano posto in te la loro fede, in te,
voce d'amore, d'eguaglianza e di carità? Tutto ciò non sarebbe stata che
una ciurmeria d'un ciarlatano? Rabbì, ciò è impossibile. Ucciditi,
ucciditi piuttosto, ma non cadere. Io te l'ordino in nome della dignità
umana.
— Non hai duopo di simili intimazioni.
— Tanto meglio, maestro, tanto meglio; poichè nessuno più di te ha
elementi così scelti, così completi, per avere una gran parte in questo
mondo. Il mondo, maestro, appartiene ai sognatori perseveranti. Ebbene,
lasciando la Galilea, non puoi venire che a Gerusalemme. Se Gerusalemme
ti adotta, come adottò Giuda Maccabeo, e' non ci sarà gloria al disopra
della tua. Tu passi per figlio di Dio che libera per la terza volta il
suo popolo. A Gerusalemme i tuoi nemici sono i partiti. Essi saranno
tutti contro di te, se ti proclami un partito. Tu devi invece innalzarti
al disopra di tutti: e trar profitto delle loro comuni passioni. Se tu
prendi questo posto, tutti cadranno d'accordo per ammetterti come figlio
di Dio; perocchè quegli orgogliosi non si rassegnano a sottomettersi che
a Dio. Il sagan, il gran sacerdote, il gran collegio, il sanhedrin, le
sinagoghe, i Sadducei, i Farisei, gli Esseniani, i Betusiani, gli
Erodiani, i Zeloti, tutti crederanno di non abdicare, piegandosi dinanzi
la parola che in nome di Dio dirà loro: la vostra patria vi appartiene!
Allora i miracoli, sotto la tua mano, si faranno da sè stessi. Il tempio
s'aprirà dinanzi a te, come dinanzi l'arca del Signore. Le tue vie
saranno coperte di rose; i tuoi giorni un inno continuo; le tue notti
una danza d'astri, che risuoneranno del tuo nome come del nome di Dio.
Dimmi ora, o Rabbì, di', vuoi tu venire a Gerusalemme?
— Verrò, rispose Gesù con accento profondo e commosso; sì, verrò.
— Ne sono felice, o Rabbì. Ma ricordati che in Gerusalemme non c'è altro
posto per te, che o il palazzo di Davide, od il Calvario.
— Che la volontà di Dio si compia!
Uscii.
Ogni altra parola sarebbe stata inutile, inopportuna od imprudente.
Traversando la parte anteriore del giardino, incontrai Maria. Ella ci
aveva lasciati tranquilli, ma aveva compreso l'importanza del lungo
nostro colloquio. Ella conosceva lo scopo della mia vita. Maria mi
fermò, e gettandomi le braccia al collo, sclamò con un accento pieno di
disperazione:
— Oh! Giuda, non rapirmelo; io l'amo.
Fui tocco da questa parola sfuggita da quel cuore in tumulto, e le
risposi baciandola sulla fronte:
— Cara Maria, hai ben ragione. Un cuore come il tuo è degno di
quell'amore.
All'indomani, colmo di regali per le mie sorelle lasciai Tiberiade.
Antipas convinto che io agiva per lui, mi aprì le casse del suo tesoro,
e promise di venire a Gerusalemme pel paschah. Erodiade mi disse:
— Giuda, tutto ciò che una donna possiede, tutto ciò che una principessa
può.... disponi di tutto, e rialziamo questa grande casa di Erode che il
destino dirupa.