XIII.

A pochi kibrat barat (miglia) fuori delle porte di Gerico entrammo nella

pianura che è una prolungazione del deserto della Giudea.

Questo deserto che fummo costretti a traversare, principia alle porte di

Gerusalemme stessa e di Hebron, si stende al di là ed al disotto di

queste città al sud ed all'ovest, e copre i declivi della Giudea, dalla

cresta dell'altipiano dell'Ulivo e di Ramah fino alla fonte Elisha, ed

alle rive dell'Asfaltide — il mar Morto. Betlemme e Gerico sono

rinchiusi in questa regione selvaggia come due sorrisi nella tristezza,

e l'Erodion brilla colle sue colonne, i suoi portici, i suoi giardini e

coi suoi appartamenti voluttuosi, in cima ad un colle fra le due città,

come una stella in mezzo alle nubi. Noi andavamo a Bethabara, al passo

del Giordano, o un po' più lungi, a Ænon presso Selim. La pianura che

traversavamo, è un mare di sabbia bianca e solforosa che si alzava in

polverio sotto i nostri passi e ci avviluppava, affaticando gli occhi

colla sua implacabile tinta, ed il respiro per infiltrazione nei nostri

petti. Montagne in faccia e montagne ai lati. Le fortunate pioggie

dell'autunno avevano rinfrescato l'aria sì pesante di questa valle

soffocante. Nessun vestigio di vegetazione, nè un albero nè un'erica, nè

un'erba non rallegravano la vista. Degli avvoltoi facevano circolo

solennemente sui nostri capi. Lo sciacallo fuggiva spaventato e gemendo.

— Non c'è più dubbio, noi andiamo a vedere quel Johanan il Battista, che

i suoi discepoli danno come un essere risuscitato, sclamò Bar Abbas.

— Precisamente.

— E cosa vuoi tu fare di quel bagnaiuolo burbero ed irascibile?

— Proprio nulla. Mi compiaccio a vedere le bestie curiose.

— Guardale, guardale, ma non lasciartene infinocchiare. Le bestie

curiose sono sempre pericolose. Il shiloh di cui andiamo a caccia non è

mica nella pelle del Battista. Riflettici. Noi altri delle sêtte

militari, Goloniti ed Erodiani, non comprenderemmo codesti manipolatori

di bisticci. Per noi ci vuole un Giuda Macabeo, un Giuda di Gamala, un

Erode che percuota forte, e non si diverta a raccontare parabole. A voi

altri, Sadducei, occorrerebbe un Davide od un Salomone, educato alla

scuola di Babilonia, incivilito a Roma ed in Atene, che abbia accomodati

in versucoli i rozzi libri di Mosè. I Farisei sognano un soldato, un

principe, un giudice più valente di Gedeone, più fortunato di Sansone,

reso maneggevole alla scuola di Hillel e di Shammai. Tutto codesto,

tutti costoro possono combinarsi, accordarsi. Ma che diavolo vuoi tu che

facciamo di un negrognolo in camicia di pel di cammello, che si fa

chiamare _voce nel deserto_, e che viene a parlarci di _figlio di Dio,

d'agnello divino, del verbo della vita_? che ci spinge alla penitenza,

al pentimento, al battesimo? Penitenza di che? Perchè codesto battesimo?

Siamo forse pagani noi?

Bar Abbas aveva completamente ragione. Nondimeno siccome io non voleva

dargli l'importanza di un consigliere, nè dirgli che io non cercava un

shiloh, ma la stoffa di un profeta per farne una bandiera del nostro

colore, un shiloh che ripetesse la nostra lezione, un messia che venisse

a prendere il moto d'ordine della sua parola di Dio nel nostro

gabinetto, così allargai la mia cintura. Bar Abbas comprese e si tirò

indietro brontolando.

Arrivammo sulle rive del Giordano. Ma siccome il suo largo letto è

disceso diversi piedi al disotto del suo antico livello, non fu che

quando ne fummo ben vicini, che potemmo scorgerne l'allegra frangia di

verzura, di canne, di fichi enormi, di tamarindi, d'acacie, e di roveri

che ne adombrano le sponde. Il suolo è seminato di sale. Il Giordano si

svolge in una fessura del piano e congiunge come un tratto d'unione il

lago di Genesareth al mar Morto, quel bacino di smeraldo, a questo Etna

ringhiottato e cangiato in una coppa di zaffiro.... Al punto ove

eravamo, a Bathabara, vicino a Gilgal, ai piedi d'una montagna, il piano

ombroso era seminato di capanne di canne e giunchi coperte di rami

d'alberi; ma esse erano vuote. In quel sito — il guado ove Giosuè, le

dodici tribù e i suoi quarantamila combattenti passarono dal paese di

Moab nella Cananea — la corrente ha formato una sbarra di pietre e di

marna sopra la quale l'acqua mormora e scorre in una specie di bacino. È

là che Johanan battezzava. Ma l'autunno essendo avanzato, egli aveva

abbandonato il fiume. Ne fui contrariato. Bisognava ora traversare il

deserto, costeggiare la punta orientale del mar Morto ed andare a

cercarlo nella sua caverna del Cedron sotto Betlemme, e forse fino a

Jutta nel suo villaggio natìo.

Mentre io visitava le capanne lasciate vuote dai credenti del Battista,

— che Bar Abbas chiamava dei bagnanti, — accorsi da Gerusalemme, da

Betlemme, da Gerico, da tutte le parti, Bar Abbas preparava il pranzo in

una di esse. Egli non aveva alcuna ragione di serbar rancore; e, ne

avesse pur serbato, un grasso e grosso pollo arrosto, dell'uva di

Betlemme, delle fette di mele del Libano, del pesce fritto, delle olive

salate l'avrebbero calmato. Dei lunghi amplessi ad una piccola otre di

vino finirono d'annegargli nello stomaco il cattivo umore.

A mezzo giorno eravamo di nuovo in cammino.

Andavamo a traversare il paese abitato dai figli abbronzati di Esaù, ove

gli Esseniani dimoravano nelle grotte, in mezzo d'una contrada

selvaggia, rocciosa, abrupta, di pozzi disseccati e di caverne di bestie

feroci. Seguivamo la traccia battuta dai cammelli e dagli asini, lungo

una specie di terrazza sovrapposta a un'altra terrazza, come questa

sopra una terza, formando tutte insieme i gradini di un anfiteatro di

giganti, intorno alla vasca cerulea dell'Asfaltide che si profonda ad

alcune migliaja di piedi sotto la spiaggia di Joppa. Queste terrazze

sono dei letti lasciati vedovi da quel mare che si abbassa di secolo in

secolo, come se un demone lo bevesse nel fondo dell'abisso. Sulle rive,

là ove il Giordano si getta nel mare, una moltitudine di coni dai

fianchi rotondi e lisci come i denti della corona di Davide, sbucciano

dal suolo all'istesso livello, a guisa di piramidi di cinquanta piedi

d'altezza. Che spiriti rinchiudono esse, quelle tombe? Là le montagne

d'Abraham, le creste di Gilead, più lungi le città di Loth bruciate. Non

una nuvola nel cielo, non un soffio nell'aria, non una ruga sull'acqua,

non una voce d'uccello o il ronzìo d'un insetto: la vita era condensata

come il ghiaccio sulla cima del Carmelo. La luce acciecava. Una tigre,

da lontano, adagiata sul ventre, ci contemplava immobile come se la

fosse stata di marmo giallo d'Egitto.

Ben presto lasciammo il piano, che forma come un orlo di verdura a

quella splendida coppa, e voltando le spalle al mare di Loth,

incominciammo a montare quella serie di contrafforti che si

sovrappongono gli uni agli altri fino a Gerusalemme. La volpe,

l'avvoltojo, la jena, il leopardo popolavano il paese; ma l'uomo che vi

si climatizza e vive, se non è una creatura pia, vi diviene più

selvaggio di quelle bestie selvaggie. I pozzi sono secchi, gli alberi

bassi e rari, i precipizii ricolmi di pietre e senz'acqua; delle caverne

tristi, riparo oggidì di leoni, altravolta di re pazzi, fuggiaschi.

Seguivamo ora il letto d'un torrente, ora la costa di un colle,

ascendendo sempre e poi sempre.

Il paesaggio cangiava ad ogni istante ed era sempre l'istesso. In un

solo sito trovammo una donna quasi ignuda, abbronzita come un vecchio

sicomoro, che abbeverava delle magre capre vicino ad un pozzo. Oh! non

era Rebekah che diede da bere ad Eleazar al pozzo di Haron, e fu scelta

per sposa d'Isaac; non era Rachele che Giacobbe abbracciava presso

quell'istesso pozzo, dopo aver dissetata la sua greggia; nè Zipporah e

le sue sei sorelle, cui Mosè aiutò ad attinger l'acqua dal pozzo di

Madian.

— Ecco lì la serva d'un Esseniano, dissi io, troppo rigoroso per

permettersi una moglie, troppo appassionato per far a meno di una

femmina.

— Ne dubito, replicò Bar Abbas; ella mi par piuttosto la sorella

primogenita delle sue capre, solamente la scabbia le ha fatto perder il

pelo.

La notte scintillava già dei suoi milioni di stelle, quando arrivammo

alla lugubre frana che si sprofonda nella valle del Cedron, fra

Gerusalemme e il mar Morto, a tre ore dai colli di Betlemme. Questa

trincea selvaggia, aperta nella roccia, dalle bianche labbra, dal fondo

rossastro, è bucata da caverne, come le colline di Betlemme e di

Herodion, ove le bestie feroci e gli uomini cercano un riparo dai dardi

di sole. Al tempo di Erode, un pugno di Farisei e di Esseniani vi

accorreva per isfuggire alla vista della città, dei palazzi, dei teatri,

delle terme, dei giardini che sbucciavano sotto gli ordini di quel re,

come il mondo sotto il _fiat_ di Dio. Dalle alture circonvicine, essi

potevano scorgere le cupole del Tempio e il suo frontone listato d'oro.

Ai piedi d'una roccia, zampillava un getto d'acqua dolce e pura, la

benedizione di queste contrade ove l'acqua è uno sguardo fluido di Dio.

Il Battista aveva qui la sua residenza, quando lasciava le sponde del

Giordano. Un certo numero de' suoi discepoli abitavano con lui nelle

grotte della montagna, vestendosi di foglie o di pelli di montone, non

cibandosi che di erbe e di radici del deserto, non bevendo nè vino nè

alcun'altra bevanda fermentata, non tagliandosi nè capelli nè barba, non

toccando a nulla di morto, fosse il cadavere della loro madre. Il loro

costume era lo stesso ch'Elijah portava dinanzi il re Achab e la sua

regina sidoniana. Questa maniera di vivere, la stessa che diversi

profeti avevano adottata onde rendersi altrettanto aggradevoli a Dio che

dispettosi agli uomini, era seguita da Johanan e dagli Esseniani e

Sabei, che aspettavano il loro trentesimo anno per darsi all'istruzione

del popolo.

Mentre Bar Abbas faceva rizzare la nostra tenda sotto quel burrone, nel

letto stesso del Cedron, io ascendeva il sentiero e andavo a cercare

Johanan. Banù il figlio di Jeù, che più tardi si diede ai Farisei,

m'informò che Giovanni era stato chiamato da Antipas, alla casa Dorata,

in Tiberiade, che là aveva avuto una viva discussione a proposito di sua

moglie Erodiade, e che questa l'aveva fatto rinchiudere nella fortezza

di Makaur, ove Jeù s'era recato da alcuni giorni, avendo udito che

Giovanni versava in qualche pericolo.

— Giuda, provveditor mio, ascoltami, disse Bar Abbas. Lasciamo su

codesti profeti, i quali non sono nemmeno buoni a farsi trovare a posto

— vanno alla corte in fede mia! — ed andiamo a vedere i figli del

Golonita. Il nostro affare è colà.

— Se sei stanco, ritorna a Gerusalemme.

— Non è per ritornare a Gerusalemme che sono venuto nel deserto. Ma

spero, almeno, che non staremo qui ad aspettare quel lavandaio di pelli

conce. Se egli è a corte, andiamo a corte. Là sono come in casa mia.

Antipas mi pizzica l'orecchio, ed Erodiade mi chiama ruzzone. Siamo

della famiglia. Essi sanno che io lavoro per loro, que' rampolli

tisicuzzi di un grande avo. Gli Erodiani mi stimano. — Ah tu mi guardi!

ebbene, sì, mi stimano. Oh che! tu stimi bene Hannah, tu. Solamente se

l'avessi saputo là su, avrei domandato a Pilato di prestarmi una toga.

Sarei stato bello eh! in una toga con delle frangie verdi e rosse nel

basso.

— Tu conosci dunque abbastanza Pilato, per ciò?

— Eh! sì, sì. Abbiamo fatto un baratto insieme. Un giorno gli ho venduto

una colomba. Deve ricordarsene quel bellimbusto.

— Hum! sta bene. Domani partiremo per Makaur.

Memorie di Giuda, vol. I · 第 22 / 29 题