A pochi kibrat barat (miglia) fuori delle porte di Gerico entrammo nella
pianura che è una prolungazione del deserto della Giudea.
Questo deserto che fummo costretti a traversare, principia alle porte di
Gerusalemme stessa e di Hebron, si stende al di là ed al disotto di
queste città al sud ed all'ovest, e copre i declivi della Giudea, dalla
cresta dell'altipiano dell'Ulivo e di Ramah fino alla fonte Elisha, ed
alle rive dell'Asfaltide — il mar Morto. Betlemme e Gerico sono
rinchiusi in questa regione selvaggia come due sorrisi nella tristezza,
e l'Erodion brilla colle sue colonne, i suoi portici, i suoi giardini e
coi suoi appartamenti voluttuosi, in cima ad un colle fra le due città,
come una stella in mezzo alle nubi. Noi andavamo a Bethabara, al passo
del Giordano, o un po' più lungi, a Ænon presso Selim. La pianura che
traversavamo, è un mare di sabbia bianca e solforosa che si alzava in
polverio sotto i nostri passi e ci avviluppava, affaticando gli occhi
colla sua implacabile tinta, ed il respiro per infiltrazione nei nostri
petti. Montagne in faccia e montagne ai lati. Le fortunate pioggie
dell'autunno avevano rinfrescato l'aria sì pesante di questa valle
soffocante. Nessun vestigio di vegetazione, nè un albero nè un'erica, nè
un'erba non rallegravano la vista. Degli avvoltoi facevano circolo
solennemente sui nostri capi. Lo sciacallo fuggiva spaventato e gemendo.
— Non c'è più dubbio, noi andiamo a vedere quel Johanan il Battista, che
i suoi discepoli danno come un essere risuscitato, sclamò Bar Abbas.
— Precisamente.
— E cosa vuoi tu fare di quel bagnaiuolo burbero ed irascibile?
— Proprio nulla. Mi compiaccio a vedere le bestie curiose.
— Guardale, guardale, ma non lasciartene infinocchiare. Le bestie
curiose sono sempre pericolose. Il shiloh di cui andiamo a caccia non è
mica nella pelle del Battista. Riflettici. Noi altri delle sêtte
militari, Goloniti ed Erodiani, non comprenderemmo codesti manipolatori
di bisticci. Per noi ci vuole un Giuda Macabeo, un Giuda di Gamala, un
Erode che percuota forte, e non si diverta a raccontare parabole. A voi
altri, Sadducei, occorrerebbe un Davide od un Salomone, educato alla
scuola di Babilonia, incivilito a Roma ed in Atene, che abbia accomodati
in versucoli i rozzi libri di Mosè. I Farisei sognano un soldato, un
principe, un giudice più valente di Gedeone, più fortunato di Sansone,
reso maneggevole alla scuola di Hillel e di Shammai. Tutto codesto,
tutti costoro possono combinarsi, accordarsi. Ma che diavolo vuoi tu che
facciamo di un negrognolo in camicia di pel di cammello, che si fa
chiamare _voce nel deserto_, e che viene a parlarci di _figlio di Dio,
d'agnello divino, del verbo della vita_? che ci spinge alla penitenza,
al pentimento, al battesimo? Penitenza di che? Perchè codesto battesimo?
Siamo forse pagani noi?
Bar Abbas aveva completamente ragione. Nondimeno siccome io non voleva
dargli l'importanza di un consigliere, nè dirgli che io non cercava un
shiloh, ma la stoffa di un profeta per farne una bandiera del nostro
colore, un shiloh che ripetesse la nostra lezione, un messia che venisse
a prendere il moto d'ordine della sua parola di Dio nel nostro
gabinetto, così allargai la mia cintura. Bar Abbas comprese e si tirò
indietro brontolando.
Arrivammo sulle rive del Giordano. Ma siccome il suo largo letto è
disceso diversi piedi al disotto del suo antico livello, non fu che
quando ne fummo ben vicini, che potemmo scorgerne l'allegra frangia di
verzura, di canne, di fichi enormi, di tamarindi, d'acacie, e di roveri
che ne adombrano le sponde. Il suolo è seminato di sale. Il Giordano si
svolge in una fessura del piano e congiunge come un tratto d'unione il
lago di Genesareth al mar Morto, quel bacino di smeraldo, a questo Etna
ringhiottato e cangiato in una coppa di zaffiro.... Al punto ove
eravamo, a Bathabara, vicino a Gilgal, ai piedi d'una montagna, il piano
ombroso era seminato di capanne di canne e giunchi coperte di rami
d'alberi; ma esse erano vuote. In quel sito — il guado ove Giosuè, le
dodici tribù e i suoi quarantamila combattenti passarono dal paese di
Moab nella Cananea — la corrente ha formato una sbarra di pietre e di
marna sopra la quale l'acqua mormora e scorre in una specie di bacino. È
là che Johanan battezzava. Ma l'autunno essendo avanzato, egli aveva
abbandonato il fiume. Ne fui contrariato. Bisognava ora traversare il
deserto, costeggiare la punta orientale del mar Morto ed andare a
cercarlo nella sua caverna del Cedron sotto Betlemme, e forse fino a
Jutta nel suo villaggio natìo.
Mentre io visitava le capanne lasciate vuote dai credenti del Battista,
— che Bar Abbas chiamava dei bagnanti, — accorsi da Gerusalemme, da
Betlemme, da Gerico, da tutte le parti, Bar Abbas preparava il pranzo in
una di esse. Egli non aveva alcuna ragione di serbar rancore; e, ne
avesse pur serbato, un grasso e grosso pollo arrosto, dell'uva di
Betlemme, delle fette di mele del Libano, del pesce fritto, delle olive
salate l'avrebbero calmato. Dei lunghi amplessi ad una piccola otre di
vino finirono d'annegargli nello stomaco il cattivo umore.
A mezzo giorno eravamo di nuovo in cammino.
Andavamo a traversare il paese abitato dai figli abbronzati di Esaù, ove
gli Esseniani dimoravano nelle grotte, in mezzo d'una contrada
selvaggia, rocciosa, abrupta, di pozzi disseccati e di caverne di bestie
feroci. Seguivamo la traccia battuta dai cammelli e dagli asini, lungo
una specie di terrazza sovrapposta a un'altra terrazza, come questa
sopra una terza, formando tutte insieme i gradini di un anfiteatro di
giganti, intorno alla vasca cerulea dell'Asfaltide che si profonda ad
alcune migliaja di piedi sotto la spiaggia di Joppa. Queste terrazze
sono dei letti lasciati vedovi da quel mare che si abbassa di secolo in
secolo, come se un demone lo bevesse nel fondo dell'abisso. Sulle rive,
là ove il Giordano si getta nel mare, una moltitudine di coni dai
fianchi rotondi e lisci come i denti della corona di Davide, sbucciano
dal suolo all'istesso livello, a guisa di piramidi di cinquanta piedi
d'altezza. Che spiriti rinchiudono esse, quelle tombe? Là le montagne
d'Abraham, le creste di Gilead, più lungi le città di Loth bruciate. Non
una nuvola nel cielo, non un soffio nell'aria, non una ruga sull'acqua,
non una voce d'uccello o il ronzìo d'un insetto: la vita era condensata
come il ghiaccio sulla cima del Carmelo. La luce acciecava. Una tigre,
da lontano, adagiata sul ventre, ci contemplava immobile come se la
fosse stata di marmo giallo d'Egitto.
Ben presto lasciammo il piano, che forma come un orlo di verdura a
quella splendida coppa, e voltando le spalle al mare di Loth,
incominciammo a montare quella serie di contrafforti che si
sovrappongono gli uni agli altri fino a Gerusalemme. La volpe,
l'avvoltojo, la jena, il leopardo popolavano il paese; ma l'uomo che vi
si climatizza e vive, se non è una creatura pia, vi diviene più
selvaggio di quelle bestie selvaggie. I pozzi sono secchi, gli alberi
bassi e rari, i precipizii ricolmi di pietre e senz'acqua; delle caverne
tristi, riparo oggidì di leoni, altravolta di re pazzi, fuggiaschi.
Seguivamo ora il letto d'un torrente, ora la costa di un colle,
ascendendo sempre e poi sempre.
Il paesaggio cangiava ad ogni istante ed era sempre l'istesso. In un
solo sito trovammo una donna quasi ignuda, abbronzita come un vecchio
sicomoro, che abbeverava delle magre capre vicino ad un pozzo. Oh! non
era Rebekah che diede da bere ad Eleazar al pozzo di Haron, e fu scelta
per sposa d'Isaac; non era Rachele che Giacobbe abbracciava presso
quell'istesso pozzo, dopo aver dissetata la sua greggia; nè Zipporah e
le sue sei sorelle, cui Mosè aiutò ad attinger l'acqua dal pozzo di
Madian.
— Ecco lì la serva d'un Esseniano, dissi io, troppo rigoroso per
permettersi una moglie, troppo appassionato per far a meno di una
femmina.
— Ne dubito, replicò Bar Abbas; ella mi par piuttosto la sorella
primogenita delle sue capre, solamente la scabbia le ha fatto perder il
pelo.
La notte scintillava già dei suoi milioni di stelle, quando arrivammo
alla lugubre frana che si sprofonda nella valle del Cedron, fra
Gerusalemme e il mar Morto, a tre ore dai colli di Betlemme. Questa
trincea selvaggia, aperta nella roccia, dalle bianche labbra, dal fondo
rossastro, è bucata da caverne, come le colline di Betlemme e di
Herodion, ove le bestie feroci e gli uomini cercano un riparo dai dardi
di sole. Al tempo di Erode, un pugno di Farisei e di Esseniani vi
accorreva per isfuggire alla vista della città, dei palazzi, dei teatri,
delle terme, dei giardini che sbucciavano sotto gli ordini di quel re,
come il mondo sotto il _fiat_ di Dio. Dalle alture circonvicine, essi
potevano scorgere le cupole del Tempio e il suo frontone listato d'oro.
Ai piedi d'una roccia, zampillava un getto d'acqua dolce e pura, la
benedizione di queste contrade ove l'acqua è uno sguardo fluido di Dio.
Il Battista aveva qui la sua residenza, quando lasciava le sponde del
Giordano. Un certo numero de' suoi discepoli abitavano con lui nelle
grotte della montagna, vestendosi di foglie o di pelli di montone, non
cibandosi che di erbe e di radici del deserto, non bevendo nè vino nè
alcun'altra bevanda fermentata, non tagliandosi nè capelli nè barba, non
toccando a nulla di morto, fosse il cadavere della loro madre. Il loro
costume era lo stesso ch'Elijah portava dinanzi il re Achab e la sua
regina sidoniana. Questa maniera di vivere, la stessa che diversi
profeti avevano adottata onde rendersi altrettanto aggradevoli a Dio che
dispettosi agli uomini, era seguita da Johanan e dagli Esseniani e
Sabei, che aspettavano il loro trentesimo anno per darsi all'istruzione
del popolo.
Mentre Bar Abbas faceva rizzare la nostra tenda sotto quel burrone, nel
letto stesso del Cedron, io ascendeva il sentiero e andavo a cercare
Johanan. Banù il figlio di Jeù, che più tardi si diede ai Farisei,
m'informò che Giovanni era stato chiamato da Antipas, alla casa Dorata,
in Tiberiade, che là aveva avuto una viva discussione a proposito di sua
moglie Erodiade, e che questa l'aveva fatto rinchiudere nella fortezza
di Makaur, ove Jeù s'era recato da alcuni giorni, avendo udito che
Giovanni versava in qualche pericolo.
— Giuda, provveditor mio, ascoltami, disse Bar Abbas. Lasciamo su
codesti profeti, i quali non sono nemmeno buoni a farsi trovare a posto
— vanno alla corte in fede mia! — ed andiamo a vedere i figli del
Golonita. Il nostro affare è colà.
— Se sei stanco, ritorna a Gerusalemme.
— Non è per ritornare a Gerusalemme che sono venuto nel deserto. Ma
spero, almeno, che non staremo qui ad aspettare quel lavandaio di pelli
conce. Se egli è a corte, andiamo a corte. Là sono come in casa mia.
Antipas mi pizzica l'orecchio, ed Erodiade mi chiama ruzzone. Siamo
della famiglia. Essi sanno che io lavoro per loro, que' rampolli
tisicuzzi di un grande avo. Gli Erodiani mi stimano. — Ah tu mi guardi!
ebbene, sì, mi stimano. Oh che! tu stimi bene Hannah, tu. Solamente se
l'avessi saputo là su, avrei domandato a Pilato di prestarmi una toga.
Sarei stato bello eh! in una toga con delle frangie verdi e rosse nel
basso.
— Tu conosci dunque abbastanza Pilato, per ciò?
— Eh! sì, sì. Abbiamo fatto un baratto insieme. Un giorno gli ho venduto
una colomba. Deve ricordarsene quel bellimbusto.
— Hum! sta bene. Domani partiremo per Makaur.