XII.

Rientrando, avevo trovato in casa una lettera di mia madre

linfaticamente inquieta del mio arresto. Ne era stata avvertita con

precauzione. Diedi ordine che si preparasse il mio cavallo

immediatamente, e partii solo, all'ora istessa, malgrado la bufera che

incominciava.

Mia madre mi annunziava che la partiva il giorno stesso per Bethlemme

ove era chiamata da mia sorella, maritata in quella città e che si era

allora sgravata del suo primogenito. Io seguiva la strada del

mezzogiorno che conduce in Egitto, e la cui prima fermata di notte è la

città di Dain. Costeggiavo il monte degli Ulivi per la via che lambe la

valle del Cedron. Il ruscello era divenuto torrente, tumultuoso,

rissoso, sussurrone, urtando come un cieco in tutti gli ostacoli, e

trascinando seco tutto ciò che incontrava, alberi, ponti, carogne,

roccie e viaggiatori. Al chiarore dei lampi io lo vedeva balzare sotto i

miei piedi, bianco di spuma e rapido. Principiai poco dopo a varcare un

seguito di colli e di piccole vallate che si succedevano discendendo e

che io vedeva finire ai piè della montagna d'Elia la quale chiudeva

l'orizzonte. Il mio cavallo, spaventato dai tuoni e dai lampi, non mi

permetteva di avanzar rapidamente, quand'anche il cattivo stato delle

strade e le tenebre della notte non me l'avessero impedito. I Romani non

avevano curato la via di Egitto come quella da Tiro a Damasco.

Avevo camminato circa una mezz'ora fuori della città, quando udii un

rumore di cavalieri dietro a me, e me li vidi passare d'accanto come

delle ombre scure. Io pensai, vedendoli galoppare così velocemente, che

dovevano conoscere per bene la via, ed avere l'abitudine di percorrerla.

Intanto l'uragano infuriava. Non era più la pioggia che cadeva, ma

grandine, erano ghiacciuoli larghi come la mano e duri come ciottoli. Il

cielo sembrava un grande incendio, celeste e rosso, rischiarante

l'universo che crollasse. A quella funebre luce, scorsi, in un incavo

della collina, una casa nella piccola valle detta Berachah, ossia valle

della benedizione. Riconoscendo l'impossibilità di continuare il mio

viaggio a traverso quell'orribile scatenamento degli elementi, mi decisi

a domandare colà un'ora di riparo. Io la scorgeva a qualche centinaio di

passi da me, o piuttosto vedevo un grande quadrato di alte mura

biancastre, guarnite di un torrione, in cima al quale rizzavasi un'ombra

bianca. Nelle regioni remote del nostro paese, la sentinella su quella

torre tiene il posto dell'_hostiarium_ e del cane in mosaico presso i

Romani. Avvicinandomi, distinsi perfettamente il guardiano che stava in

alto al terrazzo. Allorchè fui arrivato alla porta, e' mi domandò che

chiedessi.

Quella voce non mi sembrò nuova; ma io conosceva tante persone, ch'e' mi

riusciva impossibile di precisare alcunchè. Risposi che desideravo pormi

al coperto per alcuni istanti.

Mentre la sentinella dava l'ordine di lasciarmi entrare, distinsi sotto

una tettoia dall'altro lato del quadrato di muro dinanzi cui mi trovavo,

diversi cavalli e cavalieri. Probabilmente erano gli stessi che mi

avevano poco prima oltrepassato, e che senza dubbio avevano cercato essi

pure un ricovero da quella demenza del cielo. La porta s'aprì e mi

trovai sotto una gran vôlta che metteva in una corte.

La corte era scoperta. Una fontana di marmo bianco risuonava nel mezzo,

circondata da un'aiuola di mirti e di fiori che potevo distinguere

appena. Un largo porticato si sviluppava intorno al muro esterno sopra

tre parti, poi questo muro correva lontano, e copriva la facciata di

dietro, racchiudendovi così un vasto giardino. Una piccola casetta tutta

bianca spiccava nel mezzo, avendo una bella terrazza al disopra del

portico che precedeva la porta. Le finestre erano illuminate. Ma il

servo che venne ad aprirmi, mi arrestò prendendo il cavallo per la

briglia. Intanto la tempesta raddoppiava. Il servo m'offrì da mangiare e

da bere. Rifiutai. Domandai a chi appartenesse quella casa, mi rispose:

— A Caius Crispus, comandante la cavalleria della 12.ª legione.

— È egli qui?

— È ad Antiochia.

— La casa per altro è abitata?

— Sì, da sua moglie: ed ecco perchè a quest'ora non si lascia entrar

nessuno.

— Come chiami tu la tua padrona?

— Ida.

— È giovane?

Il servo non mi rispose e fu l'ultima domanda che mi permise di

rivolgergli. Si vegliava nondimeno nella casa, poichè io vedeva

disegnarsi e muoversi delle ombre dietro le finestre. Scorse una

lunghissima ora. La tempesta si calmò. Vidi allora passare sul terrazzo

una figura di donna che veniva probabilmente ad assicurarsi se la

pioggia era cessata. Rientrò presto; e un quarto d'ora dopo vidi un uomo

ravvolto in un oscuro mantello, uscire, passare a diritta nel giardino,

aprire una porta segreta e partire. Volli andarmene anch'io nell'istesso

tempo. Lo schiavo mi trattenne. Cinque minuti dopo, udii lo scalpitare

dei cavalli che passavano di galoppo dinanzi alla casa, dirigendosi

verso Gerusalemme. Un quarto d'ora più tardi il servo si decise ad

aprirmi la porta e lasciarmi partire alla mia volta. Il temporale era

cessato.

Ogni sorta di fantasie mi danzava nel capo. Chi era quella donna? chi

era quell'uomo? chi mi aveva parlato dall'alto della torricella?

L'aria fresca del mattino, il quale cominciava ad imbianchire, calmò i

miei sogni. Io ascendeva il monte d'Elia. Ero intirizzito: ero tutto

bagnato dalla pioggia. Quando arrivai alla cima del monte, il sole si

alzava. Mi fermai per guardare a me d'intorno. Una folla di ricordi

m'assalse, poichè io aveva sotto gli occhi il teatro degli episodi più

memorabili della nostra storia.

Io amo risovvenirmi: quest'è un rifugio contro i propri contemporanei

che hanno sempre torto. Poi l'è una cosa involontaria. Lo spirito

viaggia senza attendere un congedo. D'altronde io ero all'istesso sito,

nell'istessa ora forse, ove una moltitudine immensa di soldati, di

popolo, di nobili, di sacerdoti, colle loro greggie, i loro servi, i

loro schiavi, mogli, ragazzi, vecchi, a piedi sopra queste pietre

roventi, sopra asini o sopra cammelli, guardavano per l'ultima volta il

monte degli Ulivi, dietro il quale Nabuchadnezzar prendeva il tempio,

bruciava la città, saccheggiava e demoliva il palazzo di Sion, cacciando

dinanzi a sè i saggi ed i profeti, Gionata e Geremia. La casa di Davide

aveva cessato di regnare, Israel era disperso nella Siria, nella Media,

al di là del Tigri, gettato in Babilonia. Quelli che restavano,

gl'invalidi, gl'impotenti, quelli da cui il padrone straniero non aveva

nulla a temere, avevano preso stanza sul Mizpeh, quell'altura al di là

di Sion. Ma questi pure, dopo l'assassinio di Gedaliah commesso da

Ishmael, videro da questo sito per l'ultima volta il cielo di

Gerusalemme, giacchè nè la voce di Geremia nè quella di Baruc ebbero

forza di persuaderli a ritornare sui loro passi. La voce del re di

Babilonia tuonava più forte di quella dei profeti, e profeti, capitani,

figlie del re, tutti andarono a chiudere i loro occhi in Egitto.

I monti di Gedor e di Gibeah mi circondavano. Ai miei piedi stendevasi

l'Ephrath d'una volta, il Bethlemme d'oggi. Il torrente Cedron

discendeva di gradino in gradino, di cascatella in cascatella, ed andava

ad immergersi nel mar Morto, lì, in fondo, in quel piano celeste al di

là del quale io scorgeva le montagne violette di Moab, ed il bianco

profilo delle torri di Makaur. Da una parte, la pianura di Sharon dalle

rose, verso Lod e la splendida baia di Joppa ed Askalun. Dall'altra, il

deserto, Gerico, il Giordano dalle limpide acque. Nel basso, Bethlemme —

quella verde collina, ancora risplendente ai raggi del mattino, adorna

degli ultimi fichi verdi, dei pampini violetti, di cedri ed aranci, un

mazzetto di giardini — di cui un labirinto di sentieruoli bianchi forma

un delizioso e profumato saico.

All'estremità di questo ammasso di cubi bianchi, e di pochi palazzi

chiusi da una seria di catene, si rizza sopra un'altura un po' più lungi

dalle altre abitazioni, fuori delle porte, una casa che pare un castello

a grosse mura, residenza un tempo di Booz e di Ruth, poi di Davide, poi

di Chimham. Ecco l'ancor candida tomba di Rachele. Ecco le grotte ove

David si nascose, ove dormì Saul, ove qualche volta ripara la iena, ed

ove una folla di pastori e di greggie sfuggono alle morsure del sole.

Ecco le colline ove David custodiva gli agnelli di suo padre, apprendeva

ad uccidere giganti, a raggiungere i lupi ed i leopardi alla corsa, a

suonare l'arpa, e ove s'inebbriava della rugiada dell'empireo, che

distillava poi in salmi ed in cantici.

Pare ancora di vedere sopra la marna rossastra delle fessure e dei

solchi della roccia, l'impronta dei piedi di Rachele, quando, venendo

dalla casa di suo padre, fu sorpresa dai dolori del parto e morì col suo

bimbo. Sembra di vedere tutt'ora le traccie di Saul quando andava ad

interrogare la maga di Engadi. Ecco il campo di Booz, il quale seguendo

i mietitori, guardando le gambe ignude delle spigolatrici, osservò la

sua nipote Ruth, che sua suocera introdusse una notte sul suo letto di

covoni. «Va dunque, lavati, profumati, metti i vestiti del Sabbato e

scendi nei campi.» Ruth, la Moabita, era, come la mia Maria di Magdala,

Galilea. Booz la lasciò spigolare, lasciò che si avvicinasse all'ombra

ove egli pranzava in mezzo alle sue genti, lasciò che bevesse della sua

acqua, permise che inzuppasse il pane nel suo aceto, e.... si risvegliò

una mattina nelle sue braccia.

Le notti di Bathlehem hanno risuonato delle canzoni di David, dei gemiti

della bella Moabita, dei ruggiti di Saul: i suoi silenzi covano i

terrori di Samuele e di Geremia. Gli è dinanzi quella tomba di Rachele

che Saul s'inginocchiò, e si rialzò re. Gli è da quella valle di Cedron,

che David si salvò dalla ribellione di suo figlio Absalon, il fratello

di quell'Amon che amò sua sorella Tamar.

Tutto ciò si agitava nel mio spirito e sotto i miei occhi quando

arrivai, a mezzo giorno, nella casa di mia madre.

Mia madre, tutta intenta al bimbo appena nato, si accorse appena della

mia presenza. Lasciò sfuggire un oh! lungo come la strada delle Indie, e

continuò a preparare non so qual bibita confortante composta di vecchio

Chios, latte e miele. M'affrettai del resto a tranquillarla, dicendole

fin dalla prima parola, che ero stato arrestato per un equivoco. Tutti i

parenti ed amici di mio cognato vennero la sera a bezzicare qualche

bricciola di notizie della metropoli, e chiacchierare sopra gli

spettacoli del circo, di Claudia, di Pilato, di Flaccus, di Hannah,

sulle stragi del giorno dei Tabernacoli, di tutti e di tutto.

All'indomani non avendo più nessuno da rassicurare sulla mia sorte, nè

notizie da propagare, me ne tornai a Gerusalemme.

La giornata era bella e calda quantunque fossimo già al principio di

_marchesvan_ (fine di ottobre). Le api lavoravano ancora. Le farfalle

imperlavano ancora il cielo delle loro ali. E il cielo nettato dal

temporale del giorno prima, confondeva il suo azzurro profondo con la

pupilla divina. Il Cedron cinguettava ancora colla sua striscia

argentea, cercando taccoli ai ciottoli candidi e rotondi, ed agli sproni

rocciosi delle montagne che lo indicavano. L'aspetto di quei poggi

scaglionati a forma di scala, dal piano all'alto di Sion, era tristo,

ignudo: si sarebbe detto avessero la calvizie d'una vegetazione perduta.

Dalla cima di una di quelle alture, verso mezzogiorno, immersi alla fine

lo sguardo nella piccola valle della Benedizione, civetta come una

fanciulla da marito.

In mezzo a tutte quelle roccie calcari, grigie e rossastre, quel boccon

di verdura e di fiori, che pareva lì preparato sopra un bacino di marmo,

rallegrava lo sguardo meglio di una festa. Un'alta muraglia inquadrava e

nascondeva il giardino e la casa. Due torricelle fiancheggiavano la

porta d'entrata, ma questa volta nessuna guardia vi vegliava. La casa in

pietre bianche, si apriva sur un portico di marmo rosso, che si

trasformava in terrazzo al dissopra. Il gran porticato a colonne di

granito grigio e nero, che si addossavano interiormente su tre lati al

muro esterno, mi sembrava lastricato di marmo bianco e rosso. La fontana

nel mezzo della corte era in marmo bianco, circondata da un labbro di

terra, coperta di fiori a varii colori. Una statua di donna genuflessa

portava la coppa di porfido, dal cui centro si slanciava un filo d'acqua

molto in alto e ricadeva dagli orli della coppa della vasca come un velo

d'argento. Dei vasi di maiolica, con degli arbusti fioriti, coronavano

le aiuole. Il giardino era uno spicchio di cedri e di aranci.

Provai tutte le tentazioni del mondo che mi spingevano ad introdurmi di

nuovo in quella dimora, così poco conforme ai nostri costumi ed

all'architettura giudea. Avevo pensato tutta la notte, tutto il giorno,

lungo tutta la strada, a quella casa, alla donna che l'abitava. Avevo

immaginato mille pretesti per penetrare là dentro. Arrivato alla porta,

trovai tutte le mie ragioni stupide, la mia associazione d'idee assurda.

Passai oltre, ma col progetto deciso, che ormai, qualunque fosse lo

indirizzo dei miei viaggi a levante o a ponente, al mezzogiorno od al

nord, io passerei per quella strada, dinanzi quella casa, in attesa

dell'occasione.

Dimenticavo di aggiungere, che, dall'alto del mio osservatorio, avevo

veduto passeggiare all'ombra di un boschetto d'aranci, una forma bianca,

la quale m'aveva tutta l'aria d'esser una donna. Poi, quei cavalieri

della notte precedente m'avevano avuto l'aria di somigliare molto agli

otto nubiani di Pilato.

Ruminavo ancora su tutto ciò, allorchè mi trovai senza pensarlo dinanzi

la porta di Maria. Appena fui scôrto, le porte s'aprirono, e tutti i

domestici della mia amante mi si precipitarono intorno. Avevano l'aria

costernata.

— Cosa è accaduto? domandai commosso alla mia volta.

— Egli è che la padrona, disse Sara, è uscita da due giorni e non è più

rientrata.

— Non più rientrata?

— L'abbiamo attesa giorno e notte.

— Da due giorni?

— Ha lasciato una lettera per te, o padrone, sopra il tavolo della sua

stanza da letto.

Entrai lentamente nella casa, quasi acciecato da un sospetto che mi

passò per la mente.

— Ella amava Justus, dissi a me stesso.

Sara m'accompagnava raccontandomi, come il giorno precedente, all'alba,

Justus era venuto ad annunziare a Maria che io era libero, e che avevano

conversato insieme alcun tempo, che Justus aveva baciato Maria sulle

guance, e che si erano lasciati dicendosi: A questa sera!... Poi, che

Maria s'era vestita di ciò ch'ella aveva di più vecchio e di più

semplice, che aveva preso pochi sicli soltanto, scritta la lettera ed

era uscita senza dir nulla a nessuno, sola coperta da un velo nero che

la nascondeva completamente, e che non era più ritornata.

Presi vivamente quella lettera, e lessi:

«Addio, Giuda. Tu non mi ami più. Avrei avuto il diritto di lasciarti e

di cadere nelle braccia che mi si tendono da lungo tempo per accogliermi

e stringermi con delirio. Non voglio macchiare la tua memoria; ciò che

avrei forse fatto in un momento di dispetto e di gelosia, se io fossi

restata. Tutto ciò che v'ha qui, t'appartiene. Io ti lascio. Non voglio

conservare di te altro che il sogno ardente e puro dell'amore che ti ho

dato, che avrei continuato a darti, e che tu non potevi più rendermi.

Addio!»

Questa lettera così secca, così fredda e così ardente nell'istesso

tempo, mi cadde dalle mani. Mi lasciai andare sopra il letto. Se quella

lettera mi fosse stata scritta da un'altra donna, l'avrei presa per un

tranello. Ma conoscevo il carattere franco, risoluto, spiccato della

giovane Galilea. Quelle poche parole di addio mi strinsero il cuore.

Restai diverse ore assorto, rimuginando nella mia memoria la storia di

questo amore spezzato in modo sì repentino. Io non aveva a fare alcun

rimprovero a Maria per consolarmi dei suo abbandono; ne aveva diversi da

fare a me stesso. Io perdeva il mio cuore a riposo. Perdevo un sorriso

sempre pronto a rallegrarmi, una parola sempre vivace per tirarmi dal

dubbio. Quell'amore bravo, disinteressato, leale mi aveva cullato per un

anno in una felicità senza enfasi, ma senza parsimonia. La sua

gentilezza ingenua, l'affetto, che la civetteria faceva risaltare come

fa un color vivo d'uno più dolce, l'attaccamento sì semplice come quello

di una sorella.... avevo perduto tutto ciò. E perchè? e per chi?

Il colloquio ch'ebbi la sera stessa col sagan mi ricondusse ad altre

idee. Io non gli dissi una parola di ciò ch'era accaduto fra Claudia e

me, nè degli accordi presi. Asserii di esser venuto fuori dalla

prigione, cui la moglie del procuratore aveva reso clemente, onde

ricompensarmi del servizio resole nel circo, e che mi aveva per ciò

fatto risparmiare da suo marito. Il sagan mi raccontò la discussione

dell'assemblea riunita in sua casa all'indomani del mio arresto, e le

risoluzioni che vi erano state prese.

— Il consiglio è buono, gli dissi. Viene da Jeù l'esseniano. Lo conosco,

e bisogna ascoltarlo. Io stesso avevo pensato di trovare un uomo

adattato, e di farne un messia bene istruito, e ben famigliarizzato con

la nostra opera.

— Giuda, figliuolo mio, disse Hannah, tu non sai ciò che proponi. Un

profeta è la bestia la più cocciuta dopo il mulo, se dobbiamo credere

all'esperienza che ne fecero i nostri padri. Non è difficile

d'improvvisarne uno, imbeccato convenevolmente. Ma diviene quasi

impossibile di sbarazzarsene quando non se ne ha più di bisogno.

Finiscono tutti per lavorare per proprio conto.

— Oh! non aver timore di ciò, risposi io. Se dopo averci servito, il

nostro profeta non vuol abdicare volontariamente, prendendo egli stesso

l'iniziativa, m'incarico io di farlo sparire. Ma ciò che mi pare più

problematico, gli è di trovare un messia a modo, che rappresenti

fedelmente la sua parte, e che sia per noi ciò che la favella è pel

pensiero. Trovi tu la stoffa di un tal uomo in Gerusalemme?

— Proprio no.

— Ed io neppure. E soggiungo che, quand'anco uomo da tagliarvi un

profeta si trovasse nella nostra città, bisognerebbe lasciarlo da parte.

Lo si conoscerebbe di primo getto e lo s'indovinerebbe subito. Egli non

avrebbe alcun ascendente sopra il popolo. Da ogni parte gli direbbero:

Ma io ti ho veduto sacerdote, sarto, mercante, falegname, conciatore di

pelli che so io?[19] Bisogna che un profeta caschi dalle nuvole, venga

di lontano, ch'egli si faccia passare per figlio d'un agnello, o di Dio,

parlando con Dio entro una botte, o sopra una montagna. In breve occorre

l'incognito che si diverta ad impanicciar dell'impossibile.

[19] «Quando egli ritornò nel suo paese e predicò nella sinagoga,

il popolo attonito si diceva: Ma donde è venuta la scienza e la

potenza a quest'uomo? Non è egli figlio del falegname la cui madre

si chiama Maria, ed i fratelli, Jacopo Giuseppe, Simone e Giuda?

Le sue sorelle non sono esse con noi? Dove mai quest'uomo ha preso

tutto ciò?» MATTEO cap. XIII, v. 54, 55, 56.

— Ne convengo anch'io, disse il sagan, ma sono dieci giorni che ci penso

sopra, e non trovo la strada da uscirne. Vuoi tu farne discender uno

dalla luna o farlo arrivare dalle Indie, dall'Egitto, o da qualunque

sito meglio ti piace? Io non posso che pagarlo.

— Credo di aver trovata la strada che cercate. Ho in vista qualcosa. I

profeti ed i messia non mancano sul suolo della Giudea, ove sono una

produzione indigena, e credo quasi esclusiva. Se posso decidere colui a

cui miro a divenire un'eco, e cessare d'essere una voce, l'affare sarà

buono, non costerà nulla, e non andremo molto lungi per comperarne la

semente. Vuoi lasciarmi preparare questa faccenda a mio piacere?

— Non domando di meglio, ragazzo mio, che tu mi liberi da questo incubo

di profeta che da qualche tempo turba le mie notti. Io non sogno più che

di Samuele che accoltella Abimelech, di Ezechiele che pranza poco

pulitamente, di Balaam che parla con le asine.... Oh! chi mi sbarazzerà

da questa cattiva società?

— Io. Sta bene: parto domani, e confido di riescire.

— Dove vai?

— Non so ancora. Forse mi spingo fino al Cairo, fino a Rodi, fino a

Roma, fino nelle Gallie; insomma, non ritornerò senza condurti per le

orecchie un profeta.

— Hai bisogno di denari?

— Sì, e no. Sì, se passo il mare.

— Siamo intesi allora, disse Hannah sorridendo. Procura almeno, onde

coltivare il favore delle donne, che il tuo messia non sia troppo

brutto. Se le donne si mettono della partita, il tuo messia avrà un

successo pazzo.

— Magari! in ogni caso, ne terremo in pronto uno di ricambio.

Rientrando nella mia casa, diedi gli ordini per partire all'indomani, al

levar del sole. Ma il sole non era ancor levato che già Bar Abbas arriva

da me, tutto bardato come per mettersi in viaggio.

— Da bravo! gli dissi, dove vai tu dunque?

— Lo vedi: alla caccia con te.

— Con me! grazie tante. Non mi piacciono i segugi che abbaiano.

— Tacerò.

— Non amo i cani che azzannano il selvaggiume.

— Guarda: non ho più denti. Appena se posso rosicare i pranzi che mi

contrastano e che devo prender d'assalto.

— Allora, lasciami in pace: io vado alla pesca.

— Non potevi cader meglio: ti preparerò gli ami.

— Sai pescare la balena all'amo, tu?

— Non ho fatto altro in tutta la mia vita, per Bacco!

— Avresti fatto meglio a pescare dei sorci, ed educare delle rane pel

Tempio.

— To'! l'è un'idea questa: al mio ritorno creerò questa industria. Il

Signore deve amare la zuppa di rane, sopratutto quando le rane sono dei

rospi svestiti.

— Buon viaggio allora. Noi non prendiamo l'istessa via.

— Precisamente l'istessa.

— Io vado a sacrificare dei conigli al tempio di Girizim in Samaria.

— Vado pazzo per l'intingolo di coniglio; ma non voglio bene a Giove. È

brutale: ha dei gusti troppo singolari.

— Finalmente, ove vuoi venirne?

— Ho veduto il sagan ieri sera. Mi ha raccontato la conversazione che

avete avuto insieme. Sono anch'io dell'affare. Che diamine vuoi tu ch'io

mi faccia a Gerusalemme, quando c'è da trar partito in un altro sito del

commercio dei profeti?

— Quella bestia non sa dunque custodire un secreto?

— Come! come! Non ti fideresti di me, forse? D'altronde, io ho

appoggiato la proposizione quella sera che la fu fatta. Io me n'intendo

di codesta mercanzia. Ne ho praticato poi tanti nelle Gallie: credo anzi

d'aver un giorno mangiato un pezzo di profetessa arrosto. Ti racconterò

la cosa come avvenne, per istrada. Ti annoieresti a morte, solo, in

codesta spedizione. Tu non hai l'istinto del bracco.

— Lo vuoi proprio?

— Ho persino promesso una visita ai figli di Giuda e di Gamala.

— Sia dunque: ma ad un patto.

— Fammelo dolce, codesto patto.

— Che quando io discingerò la mia cintura, in qualunque sito si sia, e

con qualunque persona io mi sia, senza dir motto, senza obbligarmi ad

aprir bocca, mi lascerai solo.

— Ma se la discingi codesta cintura per causa d'indigestione.

— Non voglio repliche. Io conduceva meco un servo, ne conduco due.

— Ti prendo in parola, Giuda. Dà dunque ordine che mi apparecchino un

mulo per metterci in viaggio entro mezz'ora.

— Eh?

— Che si ponga inoltre sul cammello una tenda e tutti gli arnesi

necessarii per allestire il pranzo, e per dormire. Traverseremo forse il

deserto. Sopratutto del buon vino. E delle armi. Le iene, alla notte,

non sono come le damigelle dell'angolo della strada che si lasciano

accarezzare. Poi, una pelle dolce per coricarmivi, e delle coperte per

guarentirmi dal fresco del mattino. Che mi si prepari inoltre un

mantello più caldo. Non so quanto tempo resterò in viaggio: il mese di

_tevet_ ha dei giorni piovosi, e delle notti agghiacciate.

— Hai finito, bestione?

— Triplo bestione, se vuoi: ma ascolta i consigli d'un uomo che durante

trent'anni ha corso il mondo.

— M'hai capito?

— Io spiego i geroglifici delle Piramidi: vedi un po' se posso capir te!

Un'ora dopo uscivamo dalla porta Dorata, passavamo sul ponte del Cedron,

lasciavamo alla dritta la strada che conduce a Engadi ed al mar Morto,

prendendo quella che mena a Gerico ed al Giordano.

Incominciammo una discesa interminabile di escrescenze rocciose,

scaglionata come i gradini di una scala che va a metter capo al deserto.

La vista è squallida, il paese pietroso e selvaggio. Vi si incontrano

più sovente le pantere e le iene, che l'erba e gli arbusti. Qualche

felce, e qualche ginestro squarciano qua e là le grigie roccie.

L'orizzonte immenso, il sole festoso, il cielo scintillante di raggi di

oro. Nel basso, la desolazione; in alto, lo splendore.

— Vorrei proprio sapere, diceva Bar Abbas, perchè i nostri padri

sprezzarono tanto Babilonia e l'Egitto, per ritornarsene in questa

lugubre e sterile solitudine. Puoi tu dirmelo, Giuda?

— Probabilmente, perchè in Egitto vi sono troppi Egiziani color

zafferano, ed i nostri padri erano annoiati di vederne tanti.

— Io non trovo ch'e' fosse più divertente il vedere un naso adunco che

fa la scolta sopra una lunga barba sotto il dominio d'uno sporco

_caftan_, ed un lembo di cuoio bilioso, spaventato da due avide pupille

— ciò che si addimanda un Giudeo. I nostri padri ebbero altre ragioni

per abbandonare la cuccagna d'Egitto.

— Allora sarà perchè le donne del paese putivano troppo la cipolla.

— Bisognava mangiar dell'aglio e confondere le due essenze.

— O che avrebbero avuto paura dei coccodrilli?

— Il coccodrillo è l'esagerazione della lucertola. Un coccodrillo, lo si

vede sempre; non così una lucertola. E nel nostro paese ce ne son tante,

che quando dormo in casa mia, il mattino, svegliandomi, me ne trovo

piena la barba, ove son venute a deporre i lor piccoli durante la notte.

— Sarebbe forse perchè i nostri padri erano scandolezzati di veder Dio

sotto la semplice attillatura di un cane?

— Avrei preferito, io, di avere un cane dio, piuttosto che averlo così

vicino, codesto cane, che se volgo gli occhi soltanto, mi acchiappa il

pranzo.

— In questo caso t'incarico d'indovinarlo tu stesso, perchè io non

comprendo la preferenza.

— Io non ne trovo che una di buona fra tante ragioni....

— Quale?

— Che Zipporah, la moglie rabbiosa di Mosè, si annoiò di contemplare i

trentanove secoli che la contemplavano dall'alto delle piramidi....

— Dev'essere diabolicamente vecchia quella figura di trentanove secoli,

arrampicata ed accoccolata là in cima, a sbirciare la gente.

— Appunto, ed ecco la donna civetta volle darsi la distrazione di

viaggiare.

— E siccome aveva paura delle tigri del deserto, persuase suo marito di

prendere per compagni di viaggio i suoi compatriotti.

— Questo non si trova, in ogni caso, nei nostri libri santi. Ma siccome

è Mosè stesso che li ha scritti e' non ismaniava di scoprire i secreti

di casa sua.

Verso l'ora sesta, arrivammo all'ospizio del Samaritano, in cima ad una

brutta e squallida collina. Era la sosta per la notte, a mezza strada

fra Gerusalemme e Gerico. Di là a Gerico occorreva una giornata,

dappoichè e' non era punto sicuro, neppure pei viaggiatori a cavallo, di

continuare la strada dopo il tramonto del sole, a causa delle bestie

feroci che scorazzavano il paese. Queste case di riposo, là dove c'è un

villaggio, sono una specie di annesso a quella del capo di questo

villaggio, il quale ha il dovere di proteggere l'ospite e lo straniero.

A Betlemme per esempio, è nell'antica casa di Booz, di David, di Chimham

fuori di città, che i viaggiatori trovano il ricovero notturno, al punto

ove s'incrociano le vie di Gerico, Erodion, Engadi e Tekoa. In mancanza

di villaggi, ad ogni sette od otto miglia romane, la pietà dei buoni

uomini, la previdenza delle tribù, o la magnificenza dei principi hanno

fatto costruire questi alberghi che non rassomigliano punto a quelli che

s'incontrano sulle grandi strade romane.

Un'immensa cinta di solide mura, fiancheggiata da scuderie, o da tettoie

fatte con rami d'albero, per le bestie e pegli uomini, allorchè v'è

folla, come al tempo delle feste di Gerusalemme; un gran cortile con un

truogolo; una fila di arcate aperte dai quattro lati[20]; talvolta una

torre per vegliare sulla sicurezza dei viaggiatori; un uomo che veglia

sempre alla porta: ecco i nostri alberghi giudei.

[20] Come la corte dei conventi dei nostri giorni.

Questo asilo è sacro come una sinagoga. È aperto per ogni sorta di

gente, d'ambi i sessi, di tutti i paesi. Non si paga nulla, ma non vi si

riceve nulla, all'infuori dell'ombra, del riparo, della sicurezza contro

i malandrini. Sotto le arcate, i mercanti s'affrettano a mostrar le loro

mercanzie, l'ambra del mar Baltico, lo giojellerie di Alessandria, le

spezie dell'Arabia, e le essenze preziose dei giardini di Moab. Qui, dei

viaggiatori si lavano le mani; là, degli altri tiran fuori dai loro

sacchi gli alimenti belli e preparati, o gli arnesi per prepararli. Da

un'altra parte, le persone stanche stendono per terra una pelle di

montone, una stuoja, un tappeto, un pugno di foglie o di paglia, ciò che

hanno in fine, ed avviluppati nei loro mantelli, o nelle loro coperte,

si dispongono al riposo. Altri s'affrettano a caricare sopra i loro

asini e i loro cammelli, le loro donne, i figli, le mercanzie e partono.

Si va e si viene come si fosse in casa propria.

Trovammo posto in questo asilo abbellito e ristaurato dal re Erode,

quantunque affollato ancora a causa di quel resto di popolo che era

stato alle feste del Tabernacolo a Gerusalemme, e vi aveva fatto un più

lungo soggiorno. Incontrammo pure un gran numero di convalescenti fra

queglino che furono colpiti nel giorno del tafferuglio per l'offerta. I

pedoni passano quivi la notte. Pranzammo in mezzo al tumulto causato

dalla petulanza, l'importanza, e la sfrontataggine di Bar Abbas. Pareva

egli un imperatore che viaggiasse incognito.

Finito il pranzo, continuammo a scendere e montare le colline che

conducono al Giordano, costeggiammo monti petrosi, e ci riposammo per

bere alla fontana Elisha, vicino alla valle limitata dalla via romana

che mena a Gerico. Il sole tramontava, ed avevamo sotto gli occhi i

sobborghi della città — uno sciame di casuccie bianche in mezzo ai

sicomori — e la superba città di palazzi, festosamente adorna di piante

balsamiche ed odorose.

Gerico è la città amata da Cleopatra — da Cleopatra che aveva Menfi ed

Alessandria; — la città preferita da Erode, che possedeva Gerusalemme,

Cesarea, Ptolemaide e ove egli visse ed ove morì. Le torri, le porte, i

teatri ricordavano una di quelle belle città d'Italia ove la vita non ha

altro scopo che di divertirsi nei circhi, di mendicare il pane presso i

padroni, e di andare a saccheggiare il mondo. I giardini d'aranci, di

datteri, di melagrani circondavano i bastioni della città; e rose la

profumavano. Al di là dei muri, l'anfiteatro; al di dentro, dei portici,

delle sinagoghe, un tempio a Zeus, dei palazzi da re. A Gerico non sai

più se ti trovi sui Nilo, o nelle isole dell'Arcipelago. Più lontano,

c'è quella splendida residenza d'Erode, ch'egli chiamò Erodion (il

Versailles di quel Luigi XIV).

A notte fatta, traversando le vie gremite di popolo, discendemmo nella

mia casa o meglio in quella di mia madre. Mia sorella maggiore, la

vedova, mi ricevette nelle sue braccia.

All'indomani ero alzato col sole. Andai a svegliare Bar Abbas e gli

dissi:

— Su, in piedi.

— Di già?

— Che! vorresti farne la tua Capua, di Gerico?

— No, la mia mangiatoja. Io vi stava così bene. Tua sorella prepara così

deliziosamente il farsito di coniglio alle olive ed al rosmarino.

— Avrei ancor meglio.

— Cosa dunque?

— Degli intingoli di locuste, delle locuste col sale, delle locuste con

olio e aceto, delle locuste col miele.

— Dove andiamo dunque, Dio mio!

— Al deserto: a far visita al Battista.

— L'aveva già pensato. Tu hai il fiuto per stanare i bricconi.

Memorie di Giuda, vol. I · 第 21 / 29 题