Pilato principiò col passeggiare per lungo e per largo nella stanza,
osservando ogni mobile, e gli accidenti del letto, e del letto di
riposo.
Ahimè! tutto ciò era vergine, in quella camera d'una impura.
Claudia comprese forse, e lo lasciò fare; forse era assorta in un altro
pensiero. Infatti, repentinamente, balzò in piedi, corse allo specchio
dinanzi al quale era una piccola lama d'oro sospesa fra due colonnine
d'agata, e la percosse a diverse riprese, convulsivamente, con un
piccolo martello d'acciaio. Poi ritornò al suo posto.
Al tintinnìo di quella piastra metallica, Cypros accorse. Sembrava
stravolta dal terrore avendo indovinato da quello strepito la tempesta
che agitava l'anima della sua padrona. Cypros si avvicinò tremante,
pallida come una landa di neve al chiaro di luna.
— Raccomoda la rete dei miei capelli, disse Claudia con voce sorda e gli
occhi fulminanti.
Cypros cadde alle sue ginocchia gridando:
— Grazia, padrona, io sono innocente.
Claudia fissò negli occhi della giovane i suoi occhi carichi di collera,
affascinandola, inchiodandola ai suoi piedi, affranta dalla paura. Poi
senza aggiungere una sola parola, mise lentamente la mano ai capelli, ne
tirò la spilla omicida, alzò il suo braccio e lo abbassò. Pilato vide
quel movimento e si precipitò sulla mano di sua moglie. Arrivò troppo
tardi. Il gioiello di Claudia aveva pugnalata la schiava delle Gallie.
L'infelice Cypros si accosciò e cadde stesa sul tappeto, mormorando:
— Povera madre mia, tu morrai schiava.
Uno spruzzo di sangue saltò al viso di Claudia e lordò il suo bianco
vestito. Ella contemplò per un momento quel cadavere, poi alzando lo
sguardo sopra suo marito esterrefatto gli ordinò:
— Spingi col piede questa carogna sulla terrazza.
E ricadde sul suo seggio.
Pilato prese nelle sue braccia il cadavere della ragazza. Egli
comprendeva ora perchè Cypros gli avesse nascosta la mia presenza presso
di sua moglie. Si sovvenne delle ore di gioia che Cypros gli aveva
procurate parlandogli di Claudia. Baciò castamente la fronte della
povera vittima, e la depose sulla terrazza, ove il sangue fu ben presto
lavato dalla pioggia che cadeva a catinelle. Un lungo sospiro che partì
dal cuore, più che dal petto di Pilato, riassunse tutti i gemiti che il
mondo serbava alla nobile creatura.
Pilato era atterrato.
Quest'uomo, sfuggito a tanti combattimenti, si sentiva soffocare
d'orrore e di spavento, alla vista di quel sangue tirato dal cuore d'una
donna, da una donna, con un gioiello.
Pilato era d'Hispalis (Siviglia), una delle quattro città della Betica,
i cui abitanti godevano del diritto di cittadini romani. Suo padre si
chiamava Marcus Pontius. In quella guerra di distruzione che Agrippa
inflisse ai Cantabri (Biscaglini), Marcus si segnalò forzando i suoi
grandi compatriotti ad uccidersi in parte, tenendo poi mano alla vendita
degli altri. Egli comandava quel pugno di rinnegati che volsero le armi
contro i loro compagni di schiavitù, gli Asturii. La Spagna sommessa
finalmente a Roma, — dopo due secoli di resistenza — Marcus Pontius
ottenne come segno di distinzione il pilum o giavellotto, da cui la
famiglia trasse il nome di Pilatus[13].
[13] Fors'anco questo nome soldatesco veniva dal _pilum_,
pestello, da cui si era fatto il dio Pilumnus nelle stanze da
letto, e che, secondo sant'Agostino, personificava un Priapo.
Lucius Pontius Pilatus, suo figlio, si attaccò a Germanico, col quale
fece le guerre della Germania, e si trovò alla battaglia di Idistavisus
(Hassembeck). Dopo la pace, Pilato ritornò in Ispagna. Ma ben tosto,
stanco del riposo, venne a cercare a Roma il piacere, poichè Tiberio
vietava la gloria.
Germanicus era perito in Siria per ordine di Tiberio. Ponzio si presentò
a costui con una lettera di suo padre, che aveva combattuto con lui,
allorchè egli era tribuno dei soldati nella Cantabria, e poscia in
Germania. Tiberio l'accolse bene, troppo bene forse; poichè Ponzio era
designato a Capri col sopranome di sposo di Tiberio[14]. Occorre però
dire che nulla nella persona di Ponzio giustificava l'uffizio ch'egli
avrebbe riempito presso il vecchio imperatore, e che forse fu Sejano a
spargere quella voce onde screditarlo presso Claudia, di cui ambedue si
disputavano i favori.
[14] Gli si applicava il verso di Marziale:
_Tergo fœmina pube vir es._
Ponzio aveva trentacinque o trentasei anni; statura media, l'aspetto
severo, il colorito bruno, il corpo magro. I suoi begli occhi neri, come
pure la sua barba ed i suoi capelli davan risalto alla sua aria
malinconica, e rischiaravano la sua fisonomia, la cui gravità toccava
quasi alla durezza. La sua bella bocca dai denti bianchissimi raddolciva
questo insieme che ispirava più rispetto che simpatia. Egli aveva,
inoltre, maniere rozze e violenti movimenti subitanei, la collera
pronta, il colpo spietato. I gusti suoi erano volgari; la sua
intelligenza mancava di coltura. Mai, in tutta la sua vita, egli aveva
letto un poeta, una storia un filosofo; e nondimeno il suo spirito era
poetico, la sua anima triste e pensosa. Aveva delle passioni a sbalzi,
passando senza transizione dall'orgia furiosa all'ascetismo d'un
esseniano. La era ancora una natura selvaggia, cui la corruzione aveva
sfiorata, contrariandola, lasciandole l'istinto del bruto senza darle la
pulitura dell'epicureo e dell'effeminato. La sua gelosia raggiungeva la
follia. Il riguardo del suo onore si elevava all'idolatria. Generoso
quando la passione non tempestava, crudele nell'uragano del suo cuore e
dei suoi pensieri. Egli amava la lotta contro il difficile; quella
contro l'impossibile lo seduceva. Il sentimento della giustizia lo
ispirava sempre; ma egli aveva un criterio della giustizia secondo la
sua coscienza piuttosto che secondo il diritto e la legge. Maltrattava
volontieri l'uomo; per la donna era rispettoso, galante, condiscendente,
tenero anche, e cavalleresco. Uno sguardo di donna lo trasformava.
Epperò durante tutto il tempo che restò in Gerusalemme senza Claudia non
si disse molto male della sua condotta. Se non fu casto, fu riservato.
Non gli si conobbe nessuna relazione amorosa; vivendo anzi molto
rigidamente, preferendo stare in una torre, anzichè nel palazzo di
Erode, in fra i soldati anzichè fra gli schiavi dei due sessi che
ingombravano la sua residenza; lasciandosi andare ai suoi gusti
malinconici, evitando la gente, la luce, e correndo di notte pella
campagna. Non era cosa rara l'incontrarlo dopo mezzanotte a cavallo,
seguito soltanto dai suoi otto schiavi nubiani, muti come il fondo di un
pozzo. Regalava generosamente. Rispettava il popolo vinto, più che
poteva, quando Cesare o il popolo Romano non erano posti in questione.
Pilato aveva adesso un po' più di quarant'anni; ma il suo colorito
bilioso, le rughe precoci, avevano fissato sul suo fronte un'età
immobile; non era giovine, ma non invecchiava. Parlava poco ed
ordinariamente con tuono secco e duro. Ma si abbandonava volentieri
all'ironia, quando era meno triste, o al lirismo d'una imaginazione
febbrile, quando era animato da una passione qualunque. Portava un lutto
continuo; nessuno seppe mai di chi, nè di che cosa[15].
[15] Filone (Ambasciata a Cajus) chiama Pilato _pervicaci duroque
ingenio_, carattere tenace e duro, e gli attribuisce _venditas
sententias, rapinas, clades, tormenta, crebras caedes
indemnatorum, crudelitatem saevissimam_.... Non sembrerebbe di
leggere il ritratto di Radetzki fatto dagli Italiani?
Eccolo ora di fronte a Claudia, giudice d'una donna che sembrava
colpevole, eppure commosso e quasi tremante. Le braccia incrociate al
petto, in piedi sulla soglia della terrazza, eccessivamente pallido, lo
sguardo profondo immobile sopr'essa, egli attendeva una parola onde
uscire dal cerchio magico del silenzio che l'attitudine fredda e
sprezzante di Claudia tracciava a lui dintorno.
— Ebbene, sclamò ella finalmente, chiudi quella porta, e vattene. È
tardi, sono stanca e voglio dormire.
— Ti chiedo scusa, o figlia di Julia[16], di avere turbato le gioie
della tua notte, rispose con calma Pilato. Vi sono stato spinto da
quegli uomini.
[16] Macrobio racconta che questa figlia di Augusto non si
abbandonava alla dissolutezza che allorchè era incinta, e diceva
allora: «che non accettava passeggieri a bordo che allorquando il
bastimento era carico, _navi plena, tolle vectorem_.»
— Non essere modesto, Pilato, riprese Claudia con un sorriso. Tu avevi
cercato una moglie nella pozzanghera di Capri per ambizione; sei stato
carnefice del paese che ti si era abbandonato a divorare: ora sei
divenuto una spia. Sei perfetto. Sposo di Cesare, sei ormai degno d'uno
dei _piccoli pesci_ di Tiberio. Adesso possiamo consumare il nostro
matrimonio.
Pilato balzò, e afferrando violentemente sua moglie dal braccio, gridò:
— Che cosa faceva qui, quell'uomo?
Claudia guardò in faccia a suo marito, senza turbarsi, poi colla mano
sinistra, tirò lentamente la sua terribile spilla dai capelli, e
trapassò il braccio di Pilato. Questi ritirò la sua mano. Claudia
rispose freddamente:
— È il mio amante.
Pilato contemplò con aria distratta il suo braccio che sanguinava, e lo
avvolse in un lembo della sua toga.
— È il tuo amante, dici? continuò egli. Io trovo un giovane nella stanza
notturna di mia moglie, a mezzanotte, soli, baciandole le mani; ho due
testimonii che possono affermarlo, ella stessa confessa che è l'amante
di quell'uomo. Io potrei ucciderla, potrei divorziarmi da lei, potrei
trascinarla dinanzi i giudici e infamarla.... Infamare...! Claudia, io
ti perdono.
Claudia tolse lentamente il suo anello dal dito, e mostrandolo a suo
marito, gli domandò:
— Conosci questo anello?
Pilato l'esaminò, e gettandolo in mezzo alla camera, osservò con
disprezzo:
— L'anello di Tiberio! Claudia aveva dunque mentito quando m'aveva detto
che le veniva da sua madre.
Ella rispose:
— Potrei inviarti l'ordine, sopra un pezzo di carta suggellato da questo
anello, di disonorarti, di esiliarti, di ucciderti, di abbandonare il
posto di procuratore, alla vigilia d'una esplosione terribile di questo
popolo, e di farti condannare come un vile o come un traditore.... Io ti
lascio vivere. Io lavoro al compimento della tua infamia.
Pilato non l'aveva forse compresa, giacchè riprese come se parlasse a sè
stesso.
— Al postutto, egli è giovine, è bello, è effeminato, ha mostrato del
coraggio.... Se ella lo ama.... ciò è spiegabile. L'è giovine anch'ella,
è bella, il suo sangue le fa violenza, la si annoja.... Dopo ciò che io
aveva veduto, dopo quello che sapevo, dopo quel passato.... un amante
solo, nel secreto della notte.... Oh, sì, sì, c'è un progresso nel bene,
Claudia, perdonami, sono assurdo, sono pazzo.
— N'è vero?
— Che vezzi mi aveva io per sedurti? Straniero, rozzo, triste, senza
nessuna di quelle eleganze della corte dei Cesari che abbagliano le
donne, senza vizii clamorosi, povero, penetrato della modestia della mia
posizione e del mio grado, troppo fiero forse.... oh! io comprendo tutto
ciò! un marito di questa qualità ha bisogno d'un complemento. Egli è il
masso informe, l'amante è la statua.
— Puoi dire meglio: egli è il vaso, l'amante è il mazzo di fiori.
— Ciò che accadde, doveva accadere, continuò Pilato, passeggiando a
passi lenti nella stanza, parlando a sè stesso, non vedendo più sua
moglie, nè ascoltandola. Io l'aveva veduta; era un rovo, e come tale
produceva delle spine.... Perchè mi stupirei adesso che questo rovo non
produca delle viole? Pazzo! L'hai voluto tu stesso, miserabile! Oh!
perchè non restai nel mio paese! Hispalis era così bella! Il suo bel
fiume limpido come il cielo; il suo cielo trasparente come le pupille
delle sue donne; i suoi giardini ove ondeggia la palma, ove s'apre il
fiore dell'aloè, ove la rosa canta, l'arancio scintilla dei suoi profumi
nelle notti imbalsamate.... era così bella Hispalis, dall'aere pieno di
dolci suoni, dai giorni pieni di sogni, dalle notti piene d'amore,
d'amore casto, puro, esclusivo, geloso, infinito, intero.... Che mi
andai a fare in Roma? Che andai a cercarvi, disgraziato....
— Il favore di Cesare, ed una provincia da saccheggiare, interruppe
Claudia con disprezzo.
— No: l'assassinio della mia giovinezza, del mio riposo, del mio cuore,
della mia felicità, di tutto. Io non sono ora che l'ombra d'un uomo,
ravvolto nel sudario dell'infamia. Mia madre lo diceva pertanto! Ella
non avrebbe voluto che io ponessi mai il piede in quel carnaio delle
virtù, dei diritti e dell'onore, che si chiama Roma. Ella m'additava per
compagna una nobile ragazza, pura come l'alito delle nostre montagne,
bella come le serate di Gades (Cadice). Io non l'ascoltai. L'ho voluto.
Di che posso ora lagnarmi? Ella ha un amante! Un solo amante, dopo
Capri? Tu sei una vestale, o Claudia!
— Perchè non hai tu ascoltato i consigli di tua madre, virtuoso
avventuriere?
— L'è il mio secreto e la mia vergogna.
— Te lo dirò io, il tuo secreto; te la farò conoscere io, l'estensione
della tua vergogna. Arrivasti a Roma ebbro d'ambizione. Ti presentasti
alla corte, che tutti giudicavano come un antro di sangue e di fango. La
tua fierezza vi fa contrasto il primo giorno: Sejano se ne stupisce;
Tiberio sbadiglia; Cajus Priscus corruga la fronte; Trasilio ne
trasecola; Cajus Caligula ne rabbrividisce. Nessuno osa avvicinarsi a
quella sconosciuta in quei luoghi, la fierezza! Nonostante il padrone,
che osa tutto, la sfiora del soffio delle sue notti; ed il leone si
cangia in majale.
— Tu pure, urlò Pilato fermandosi.
— Come tutti. I poeti ti hanno cantato.
— Sono infami.
— Forse. Ora, c'era in quell'antro una ragazza di diecisette anni, d'una
bellezza affascinante, la cui influenza si diceva onnipossente sul cuore
del padrone; di cui la storia era commovente, e la cui alta nascita
condita di mistero. Tutto ciò, ti colpisce e ti esalta. Quella
giovinetta aveva nelle vene del sangue d'Augusto. Che importa a te, che
quell'imperatore sia stato trattato di effeminato da Sesto Pompeo; che
Antonio lo abbia rimproverato di avere comperata l'adozione di Giulio
Cesare a prezzo della sua infamia: che Lucio, fratello di Antonio,
l'abbia accusato di essersi prostituito in Ispagna a Aulus Hirtius per
trecentomila sesterzii; ch'egli fosse adultero, dissoluto, che
s'imbragasse nelle orgie _delle dodici divinità_ ignude?... Egli era
Cesare[17].
[17] SVETONIO, _Vita d'Augusto_, LXVIII.
— Io non ci pensava.
— Veramente! Eppure quella ragazza aveva per madre Giulia: gli è tutto
dire; e per padre un poco quello schiavo Telefo che cospirò contro
Augusto, e un poco quegli altri schiavi Andasius ed Epicade che vollero
rapirla da Pantellaria[18]. Che t'importava? La giovinetta era sempre
della famiglia di Cesare. Serviva a Capri ai piaceri più vituperosi. Tu
lo sapevi; più ancora, lo vedevi coi tuoi occhi. Che monta! la
domandasti in isposa.
[18] _Idem_, ibid XIX.
— Ecco il mio fallo.
— Credi? Ma Sejano la voleva egli pure. Il commediante Accius la
domandava; il buffone Trullus, lo schiavo Parthenius, Nisia il mezzano
la domandavano altresì. Perfino il grammatico Seleuco, Pansa il
parassita, e Ortalus l'_ombra_, si posero della partita. Tiberio preferì
te, o eroe di Hispalis. Quella gente gli sembrò pericolosa troppo per
avere in moglie una nipote d'Augusto. Tu lo rassicuravi. Per te, un
posto di procuratore nella più ignobile delle provincie Romane, bastava.
Questo straniero, che veniva sì da lontano a battere alla porta della
fortuna, doveva trovarsi soddisfatto d'intravedere la mano della nipote
d'Augusto, e di andare a governare una provincia della Siria, sotto
quell'ubbriacone di Pomponius Flaccus, che può a sua voglia licenziarlo
come un servo. Tu restasti soddisfatto. Non restavi tu soddisfatto?
— È questo il mio secreto, e la mia vergogna, ripetè nuovamente Pilato.
— Il tuo secreto, te l'ho già detto. Venivi a mendicare un posto, che ti
si gettò in fra i regali pelle mie nozze. La tua vergogna ebbe principio
da quel giorno. Tiberio non era ancor sazio. Gli piacevo ancora; lo
divertivo ancora; io era ancora assai giovane, assai bella, assai abile
ed a modo, sempre pronta, alla ricerca delle sue grazie. Io gli era una
varietà nei suoi piaceri, a causa della grazia che imploravo a
ginocchio, la faccia a terra, torcendomi dalla disperazione, a causa del
rifiuto, e sperando sempre! Mia madre viveva ancora. Tiberio paventava
un pericolo in quella figlia di Augusto, in quella esiliata che era
stata sua moglie, e le cui disgrazie facevano dimenticar le vergogne.
Egli mi ritenne. Io non era soltanto un balocco per quell'ignobile
vecchio, ero un ostaggio. Ti diede il diploma di governatore, e conservò
tua moglie. Tiberio era geloso; non li permise neppure di sfiorare le
labbra della tua donna, di dirle addio, di darle uno sguardo d'amore.
D'amore! oh ch'e' sarebbe stato bene al suo posto l'amore in fra lo
sposo e l'Atalanta di Tiberio! Ti risentisti tu? no. Tu partisti.
— E tu protestasti, tu?
— Io? io ti disprezzava prima di conoscerti. Ma, dopo quel giorno, ti
odio. Tu parli di vergogna? Hai ragione: essa sbucciava in tutto il suo
rigoglio. Dapprima si era oltraggiata l'orfana, la figlia dell'esiliata,
il rampollo sconfessato della dissoluta: oggimai, era la moglie di
Ponzio Pilato, era la donna del procuratore della Giudea, che si
disonorava. La voluttà era resa più sapida dall'insulto. L'insulto si
levava alto, folgoreggiante. Esso non colpiva più una povera
giovincella; esso fulminava un rappresentante di Cesare dinanzi i popoli
dell'Asia. Io mi meraviglio che Tiberio non t'abbia creato Re in qualche
sito onde meglio assaporare le mie carezze! Bisogna ch'egli ti disprezzi
molto, molto. Infatti egli mi ti ha dato come uno schiavo. La tua testa
è in quell'anello. Ti sei tu ribellato contro i vituperii che
t'inflissero? Parla, hai almeno protestato?
— No: ed e' son questi ancora una volta, il mio secreto e la mia
vergogna.
— Vuoi ancora della vergogna? Ebbene, Sejano mi ha amata. Comprendi? Il
domestico domandava gli avanzi del padrone.
— Basta, Claudia, esclamò finalmente Pilato fermandosi ritto inanzi sua
moglie.
— Eppure io era bella, continuò Claudia, avrebbero potuto amarmi,
interrogarmi. Chi sa? Mi avrebbero forse perfino stimata. Io valeva bene
la pena, mi pare, che l'uomo che aveva ambito alla mia mano senza
arrossire, avesse altresì aspirato al mio cuore, il quale non aveva
detto verbo in tutto quel fetido mercanteggiare. Io era giovine, avrei
forse potuto rialzarmi, riabilitarmi, giustificarmi dinanzi i santi lari
famigliari, obbliare lo Stige di Capri sopra la testa pura, negli occhi
innocenti dei miei figli. Avrei potuto piangere sur un fallo che non era
il mio; espiare un'infamia che era forse una luce celeste, una lagrima
di madre.... Dimmi, miserabile, cosa hai tu fatto, che hai tu tentato?
Tiberio mi disonorava; tu m'hai infamata. Ti meravigli ora tu se adesso
io ti odio? Con qual diritto mi domandi se ho un ganzo?
— Basta, basta, replicò Pilato. Potrei dirti una parola che mi
giustificherebbe forse: disdegno di dirla. Sei libera. Non ti domando
nulla, e non ti rimprovererò più nulla. Che vuoi di più? Ho provato
d'illuminare le tenebre del mio inferno. Non ci sono riuscito. Ho avuto
torto di provare. Il raggio che invocavo, mi ha fatto sembrare il mio
inferno più lurido, ed ho ucciso il mio diritto di rimproverare. Ed ora,
segui la tua strada, o Claudia. Io torno indietro. Sono stato complice
fin qui; gli è mestieri, ch'io mi renda ora degno di divenir giudice. Tu
non mi troverai più nel tuo cammino. I miei giorni saranno foschi, le
mie notti tempestose d'insonnia, la mia solitudine popolata d'una corte
più implacabile. Ma io mi preparo il diritto di dirti un giorno: Basta!
— Questo giorno non arriverà mai.
— Lo credi: ma allora, Claudia, ricordatene, guai a te, guai! Non è il
tuo anello che ti salva oggi: è la mia coscienza.
Così dicendo, Pilato uscì.
Claudia lo seguì dello sguardo, alzandosi dal suo seggio, poi ricadde
mormorando.
— La sua coscienza! Che? la sua coscienza avrebbe finalmente degli occhi
per vedere il nostro abisso? insorgerebbe essa alla fine? avrebb'essa
risentito la scossa della mia? Tanto meglio. Conoscerà allora quanto io
lo disprezzo, e quanto disprezzo me stessa. Amare un tal uomo! amare
l'uomo che ha fatto del mio obbrobrio scala alla sua grandezza? Che
delitto ho dunque io commesso, io sì giovane per meritare questo
implacabile castigo? Sarei io dunque stata scelta per essere l'Ifigenia
di tutte le scelleraggini di Cesare e della sua posterità?... O pure la
sua coscienza gli rimprovererebbe... che? amore...
Claudia si alzò d'un balzo; era spaventevole nel suo pallore.
— Oh! allora veramente sventura! sventura! come egli ha detto.
La tempesta spaziava a battaglia nel firmamento. Pilato traversò il
giardino. Uscì dalla porta secreta, si diresse verso il posto ove i suoi
nubiani l'attendevano, si coprì d'un mantello scuro che gli tenevano
pronto, montò a cavallo, e facendo loro segno, ordinò:
— Andiamo.
Erano le tre ore dopo la mezzanotte. La città di Gerusalemme sembrava
morta. Claudia che era uscita sul terrazzo per rinfrescarsi ai buffi
dell'uragano vide passare, e sparire come fantasmi, nove cavalieri.
Indietreggiando, urtò nel cadavere di Cypros. Gettò un grido e fuggì.
In quell'istesso momento, io varcava la porta del Gran Sacerdote, ed il
ponte sul torrente di Gihon, giravo le mura della città, e lasciavo alla
mia diritta la strada che conduce a Gaza e quelle che conducono ad
Emmaus e a Joppa.