XI.

Pilato principiò col passeggiare per lungo e per largo nella stanza,

osservando ogni mobile, e gli accidenti del letto, e del letto di

riposo.

Ahimè! tutto ciò era vergine, in quella camera d'una impura.

Claudia comprese forse, e lo lasciò fare; forse era assorta in un altro

pensiero. Infatti, repentinamente, balzò in piedi, corse allo specchio

dinanzi al quale era una piccola lama d'oro sospesa fra due colonnine

d'agata, e la percosse a diverse riprese, convulsivamente, con un

piccolo martello d'acciaio. Poi ritornò al suo posto.

Al tintinnìo di quella piastra metallica, Cypros accorse. Sembrava

stravolta dal terrore avendo indovinato da quello strepito la tempesta

che agitava l'anima della sua padrona. Cypros si avvicinò tremante,

pallida come una landa di neve al chiaro di luna.

— Raccomoda la rete dei miei capelli, disse Claudia con voce sorda e gli

occhi fulminanti.

Cypros cadde alle sue ginocchia gridando:

— Grazia, padrona, io sono innocente.

Claudia fissò negli occhi della giovane i suoi occhi carichi di collera,

affascinandola, inchiodandola ai suoi piedi, affranta dalla paura. Poi

senza aggiungere una sola parola, mise lentamente la mano ai capelli, ne

tirò la spilla omicida, alzò il suo braccio e lo abbassò. Pilato vide

quel movimento e si precipitò sulla mano di sua moglie. Arrivò troppo

tardi. Il gioiello di Claudia aveva pugnalata la schiava delle Gallie.

L'infelice Cypros si accosciò e cadde stesa sul tappeto, mormorando:

— Povera madre mia, tu morrai schiava.

Uno spruzzo di sangue saltò al viso di Claudia e lordò il suo bianco

vestito. Ella contemplò per un momento quel cadavere, poi alzando lo

sguardo sopra suo marito esterrefatto gli ordinò:

— Spingi col piede questa carogna sulla terrazza.

E ricadde sul suo seggio.

Pilato prese nelle sue braccia il cadavere della ragazza. Egli

comprendeva ora perchè Cypros gli avesse nascosta la mia presenza presso

di sua moglie. Si sovvenne delle ore di gioia che Cypros gli aveva

procurate parlandogli di Claudia. Baciò castamente la fronte della

povera vittima, e la depose sulla terrazza, ove il sangue fu ben presto

lavato dalla pioggia che cadeva a catinelle. Un lungo sospiro che partì

dal cuore, più che dal petto di Pilato, riassunse tutti i gemiti che il

mondo serbava alla nobile creatura.

Pilato era atterrato.

Quest'uomo, sfuggito a tanti combattimenti, si sentiva soffocare

d'orrore e di spavento, alla vista di quel sangue tirato dal cuore d'una

donna, da una donna, con un gioiello.

Pilato era d'Hispalis (Siviglia), una delle quattro città della Betica,

i cui abitanti godevano del diritto di cittadini romani. Suo padre si

chiamava Marcus Pontius. In quella guerra di distruzione che Agrippa

inflisse ai Cantabri (Biscaglini), Marcus si segnalò forzando i suoi

grandi compatriotti ad uccidersi in parte, tenendo poi mano alla vendita

degli altri. Egli comandava quel pugno di rinnegati che volsero le armi

contro i loro compagni di schiavitù, gli Asturii. La Spagna sommessa

finalmente a Roma, — dopo due secoli di resistenza — Marcus Pontius

ottenne come segno di distinzione il pilum o giavellotto, da cui la

famiglia trasse il nome di Pilatus[13].

[13] Fors'anco questo nome soldatesco veniva dal _pilum_,

pestello, da cui si era fatto il dio Pilumnus nelle stanze da

letto, e che, secondo sant'Agostino, personificava un Priapo.

Lucius Pontius Pilatus, suo figlio, si attaccò a Germanico, col quale

fece le guerre della Germania, e si trovò alla battaglia di Idistavisus

(Hassembeck). Dopo la pace, Pilato ritornò in Ispagna. Ma ben tosto,

stanco del riposo, venne a cercare a Roma il piacere, poichè Tiberio

vietava la gloria.

Germanicus era perito in Siria per ordine di Tiberio. Ponzio si presentò

a costui con una lettera di suo padre, che aveva combattuto con lui,

allorchè egli era tribuno dei soldati nella Cantabria, e poscia in

Germania. Tiberio l'accolse bene, troppo bene forse; poichè Ponzio era

designato a Capri col sopranome di sposo di Tiberio[14]. Occorre però

dire che nulla nella persona di Ponzio giustificava l'uffizio ch'egli

avrebbe riempito presso il vecchio imperatore, e che forse fu Sejano a

spargere quella voce onde screditarlo presso Claudia, di cui ambedue si

disputavano i favori.

[14] Gli si applicava il verso di Marziale:

_Tergo fœmina pube vir es._

Ponzio aveva trentacinque o trentasei anni; statura media, l'aspetto

severo, il colorito bruno, il corpo magro. I suoi begli occhi neri, come

pure la sua barba ed i suoi capelli davan risalto alla sua aria

malinconica, e rischiaravano la sua fisonomia, la cui gravità toccava

quasi alla durezza. La sua bella bocca dai denti bianchissimi raddolciva

questo insieme che ispirava più rispetto che simpatia. Egli aveva,

inoltre, maniere rozze e violenti movimenti subitanei, la collera

pronta, il colpo spietato. I gusti suoi erano volgari; la sua

intelligenza mancava di coltura. Mai, in tutta la sua vita, egli aveva

letto un poeta, una storia un filosofo; e nondimeno il suo spirito era

poetico, la sua anima triste e pensosa. Aveva delle passioni a sbalzi,

passando senza transizione dall'orgia furiosa all'ascetismo d'un

esseniano. La era ancora una natura selvaggia, cui la corruzione aveva

sfiorata, contrariandola, lasciandole l'istinto del bruto senza darle la

pulitura dell'epicureo e dell'effeminato. La sua gelosia raggiungeva la

follia. Il riguardo del suo onore si elevava all'idolatria. Generoso

quando la passione non tempestava, crudele nell'uragano del suo cuore e

dei suoi pensieri. Egli amava la lotta contro il difficile; quella

contro l'impossibile lo seduceva. Il sentimento della giustizia lo

ispirava sempre; ma egli aveva un criterio della giustizia secondo la

sua coscienza piuttosto che secondo il diritto e la legge. Maltrattava

volontieri l'uomo; per la donna era rispettoso, galante, condiscendente,

tenero anche, e cavalleresco. Uno sguardo di donna lo trasformava.

Epperò durante tutto il tempo che restò in Gerusalemme senza Claudia non

si disse molto male della sua condotta. Se non fu casto, fu riservato.

Non gli si conobbe nessuna relazione amorosa; vivendo anzi molto

rigidamente, preferendo stare in una torre, anzichè nel palazzo di

Erode, in fra i soldati anzichè fra gli schiavi dei due sessi che

ingombravano la sua residenza; lasciandosi andare ai suoi gusti

malinconici, evitando la gente, la luce, e correndo di notte pella

campagna. Non era cosa rara l'incontrarlo dopo mezzanotte a cavallo,

seguito soltanto dai suoi otto schiavi nubiani, muti come il fondo di un

pozzo. Regalava generosamente. Rispettava il popolo vinto, più che

poteva, quando Cesare o il popolo Romano non erano posti in questione.

Pilato aveva adesso un po' più di quarant'anni; ma il suo colorito

bilioso, le rughe precoci, avevano fissato sul suo fronte un'età

immobile; non era giovine, ma non invecchiava. Parlava poco ed

ordinariamente con tuono secco e duro. Ma si abbandonava volentieri

all'ironia, quando era meno triste, o al lirismo d'una imaginazione

febbrile, quando era animato da una passione qualunque. Portava un lutto

continuo; nessuno seppe mai di chi, nè di che cosa[15].

[15] Filone (Ambasciata a Cajus) chiama Pilato _pervicaci duroque

ingenio_, carattere tenace e duro, e gli attribuisce _venditas

sententias, rapinas, clades, tormenta, crebras caedes

indemnatorum, crudelitatem saevissimam_.... Non sembrerebbe di

leggere il ritratto di Radetzki fatto dagli Italiani?

Eccolo ora di fronte a Claudia, giudice d'una donna che sembrava

colpevole, eppure commosso e quasi tremante. Le braccia incrociate al

petto, in piedi sulla soglia della terrazza, eccessivamente pallido, lo

sguardo profondo immobile sopr'essa, egli attendeva una parola onde

uscire dal cerchio magico del silenzio che l'attitudine fredda e

sprezzante di Claudia tracciava a lui dintorno.

— Ebbene, sclamò ella finalmente, chiudi quella porta, e vattene. È

tardi, sono stanca e voglio dormire.

— Ti chiedo scusa, o figlia di Julia[16], di avere turbato le gioie

della tua notte, rispose con calma Pilato. Vi sono stato spinto da

quegli uomini.

[16] Macrobio racconta che questa figlia di Augusto non si

abbandonava alla dissolutezza che allorchè era incinta, e diceva

allora: «che non accettava passeggieri a bordo che allorquando il

bastimento era carico, _navi plena, tolle vectorem_.»

— Non essere modesto, Pilato, riprese Claudia con un sorriso. Tu avevi

cercato una moglie nella pozzanghera di Capri per ambizione; sei stato

carnefice del paese che ti si era abbandonato a divorare: ora sei

divenuto una spia. Sei perfetto. Sposo di Cesare, sei ormai degno d'uno

dei _piccoli pesci_ di Tiberio. Adesso possiamo consumare il nostro

matrimonio.

Pilato balzò, e afferrando violentemente sua moglie dal braccio, gridò:

— Che cosa faceva qui, quell'uomo?

Claudia guardò in faccia a suo marito, senza turbarsi, poi colla mano

sinistra, tirò lentamente la sua terribile spilla dai capelli, e

trapassò il braccio di Pilato. Questi ritirò la sua mano. Claudia

rispose freddamente:

— È il mio amante.

Pilato contemplò con aria distratta il suo braccio che sanguinava, e lo

avvolse in un lembo della sua toga.

— È il tuo amante, dici? continuò egli. Io trovo un giovane nella stanza

notturna di mia moglie, a mezzanotte, soli, baciandole le mani; ho due

testimonii che possono affermarlo, ella stessa confessa che è l'amante

di quell'uomo. Io potrei ucciderla, potrei divorziarmi da lei, potrei

trascinarla dinanzi i giudici e infamarla.... Infamare...! Claudia, io

ti perdono.

Claudia tolse lentamente il suo anello dal dito, e mostrandolo a suo

marito, gli domandò:

— Conosci questo anello?

Pilato l'esaminò, e gettandolo in mezzo alla camera, osservò con

disprezzo:

— L'anello di Tiberio! Claudia aveva dunque mentito quando m'aveva detto

che le veniva da sua madre.

Ella rispose:

— Potrei inviarti l'ordine, sopra un pezzo di carta suggellato da questo

anello, di disonorarti, di esiliarti, di ucciderti, di abbandonare il

posto di procuratore, alla vigilia d'una esplosione terribile di questo

popolo, e di farti condannare come un vile o come un traditore.... Io ti

lascio vivere. Io lavoro al compimento della tua infamia.

Pilato non l'aveva forse compresa, giacchè riprese come se parlasse a sè

stesso.

— Al postutto, egli è giovine, è bello, è effeminato, ha mostrato del

coraggio.... Se ella lo ama.... ciò è spiegabile. L'è giovine anch'ella,

è bella, il suo sangue le fa violenza, la si annoja.... Dopo ciò che io

aveva veduto, dopo quello che sapevo, dopo quel passato.... un amante

solo, nel secreto della notte.... Oh, sì, sì, c'è un progresso nel bene,

Claudia, perdonami, sono assurdo, sono pazzo.

— N'è vero?

— Che vezzi mi aveva io per sedurti? Straniero, rozzo, triste, senza

nessuna di quelle eleganze della corte dei Cesari che abbagliano le

donne, senza vizii clamorosi, povero, penetrato della modestia della mia

posizione e del mio grado, troppo fiero forse.... oh! io comprendo tutto

ciò! un marito di questa qualità ha bisogno d'un complemento. Egli è il

masso informe, l'amante è la statua.

— Puoi dire meglio: egli è il vaso, l'amante è il mazzo di fiori.

— Ciò che accadde, doveva accadere, continuò Pilato, passeggiando a

passi lenti nella stanza, parlando a sè stesso, non vedendo più sua

moglie, nè ascoltandola. Io l'aveva veduta; era un rovo, e come tale

produceva delle spine.... Perchè mi stupirei adesso che questo rovo non

produca delle viole? Pazzo! L'hai voluto tu stesso, miserabile! Oh!

perchè non restai nel mio paese! Hispalis era così bella! Il suo bel

fiume limpido come il cielo; il suo cielo trasparente come le pupille

delle sue donne; i suoi giardini ove ondeggia la palma, ove s'apre il

fiore dell'aloè, ove la rosa canta, l'arancio scintilla dei suoi profumi

nelle notti imbalsamate.... era così bella Hispalis, dall'aere pieno di

dolci suoni, dai giorni pieni di sogni, dalle notti piene d'amore,

d'amore casto, puro, esclusivo, geloso, infinito, intero.... Che mi

andai a fare in Roma? Che andai a cercarvi, disgraziato....

— Il favore di Cesare, ed una provincia da saccheggiare, interruppe

Claudia con disprezzo.

— No: l'assassinio della mia giovinezza, del mio riposo, del mio cuore,

della mia felicità, di tutto. Io non sono ora che l'ombra d'un uomo,

ravvolto nel sudario dell'infamia. Mia madre lo diceva pertanto! Ella

non avrebbe voluto che io ponessi mai il piede in quel carnaio delle

virtù, dei diritti e dell'onore, che si chiama Roma. Ella m'additava per

compagna una nobile ragazza, pura come l'alito delle nostre montagne,

bella come le serate di Gades (Cadice). Io non l'ascoltai. L'ho voluto.

Di che posso ora lagnarmi? Ella ha un amante! Un solo amante, dopo

Capri? Tu sei una vestale, o Claudia!

— Perchè non hai tu ascoltato i consigli di tua madre, virtuoso

avventuriere?

— L'è il mio secreto e la mia vergogna.

— Te lo dirò io, il tuo secreto; te la farò conoscere io, l'estensione

della tua vergogna. Arrivasti a Roma ebbro d'ambizione. Ti presentasti

alla corte, che tutti giudicavano come un antro di sangue e di fango. La

tua fierezza vi fa contrasto il primo giorno: Sejano se ne stupisce;

Tiberio sbadiglia; Cajus Priscus corruga la fronte; Trasilio ne

trasecola; Cajus Caligula ne rabbrividisce. Nessuno osa avvicinarsi a

quella sconosciuta in quei luoghi, la fierezza! Nonostante il padrone,

che osa tutto, la sfiora del soffio delle sue notti; ed il leone si

cangia in majale.

— Tu pure, urlò Pilato fermandosi.

— Come tutti. I poeti ti hanno cantato.

— Sono infami.

— Forse. Ora, c'era in quell'antro una ragazza di diecisette anni, d'una

bellezza affascinante, la cui influenza si diceva onnipossente sul cuore

del padrone; di cui la storia era commovente, e la cui alta nascita

condita di mistero. Tutto ciò, ti colpisce e ti esalta. Quella

giovinetta aveva nelle vene del sangue d'Augusto. Che importa a te, che

quell'imperatore sia stato trattato di effeminato da Sesto Pompeo; che

Antonio lo abbia rimproverato di avere comperata l'adozione di Giulio

Cesare a prezzo della sua infamia: che Lucio, fratello di Antonio,

l'abbia accusato di essersi prostituito in Ispagna a Aulus Hirtius per

trecentomila sesterzii; ch'egli fosse adultero, dissoluto, che

s'imbragasse nelle orgie _delle dodici divinità_ ignude?... Egli era

Cesare[17].

[17] SVETONIO, _Vita d'Augusto_, LXVIII.

— Io non ci pensava.

— Veramente! Eppure quella ragazza aveva per madre Giulia: gli è tutto

dire; e per padre un poco quello schiavo Telefo che cospirò contro

Augusto, e un poco quegli altri schiavi Andasius ed Epicade che vollero

rapirla da Pantellaria[18]. Che t'importava? La giovinetta era sempre

della famiglia di Cesare. Serviva a Capri ai piaceri più vituperosi. Tu

lo sapevi; più ancora, lo vedevi coi tuoi occhi. Che monta! la

domandasti in isposa.

[18] _Idem_, ibid XIX.

— Ecco il mio fallo.

— Credi? Ma Sejano la voleva egli pure. Il commediante Accius la

domandava; il buffone Trullus, lo schiavo Parthenius, Nisia il mezzano

la domandavano altresì. Perfino il grammatico Seleuco, Pansa il

parassita, e Ortalus l'_ombra_, si posero della partita. Tiberio preferì

te, o eroe di Hispalis. Quella gente gli sembrò pericolosa troppo per

avere in moglie una nipote d'Augusto. Tu lo rassicuravi. Per te, un

posto di procuratore nella più ignobile delle provincie Romane, bastava.

Questo straniero, che veniva sì da lontano a battere alla porta della

fortuna, doveva trovarsi soddisfatto d'intravedere la mano della nipote

d'Augusto, e di andare a governare una provincia della Siria, sotto

quell'ubbriacone di Pomponius Flaccus, che può a sua voglia licenziarlo

come un servo. Tu restasti soddisfatto. Non restavi tu soddisfatto?

— È questo il mio secreto, e la mia vergogna, ripetè nuovamente Pilato.

— Il tuo secreto, te l'ho già detto. Venivi a mendicare un posto, che ti

si gettò in fra i regali pelle mie nozze. La tua vergogna ebbe principio

da quel giorno. Tiberio non era ancor sazio. Gli piacevo ancora; lo

divertivo ancora; io era ancora assai giovane, assai bella, assai abile

ed a modo, sempre pronta, alla ricerca delle sue grazie. Io gli era una

varietà nei suoi piaceri, a causa della grazia che imploravo a

ginocchio, la faccia a terra, torcendomi dalla disperazione, a causa del

rifiuto, e sperando sempre! Mia madre viveva ancora. Tiberio paventava

un pericolo in quella figlia di Augusto, in quella esiliata che era

stata sua moglie, e le cui disgrazie facevano dimenticar le vergogne.

Egli mi ritenne. Io non era soltanto un balocco per quell'ignobile

vecchio, ero un ostaggio. Ti diede il diploma di governatore, e conservò

tua moglie. Tiberio era geloso; non li permise neppure di sfiorare le

labbra della tua donna, di dirle addio, di darle uno sguardo d'amore.

D'amore! oh ch'e' sarebbe stato bene al suo posto l'amore in fra lo

sposo e l'Atalanta di Tiberio! Ti risentisti tu? no. Tu partisti.

— E tu protestasti, tu?

— Io? io ti disprezzava prima di conoscerti. Ma, dopo quel giorno, ti

odio. Tu parli di vergogna? Hai ragione: essa sbucciava in tutto il suo

rigoglio. Dapprima si era oltraggiata l'orfana, la figlia dell'esiliata,

il rampollo sconfessato della dissoluta: oggimai, era la moglie di

Ponzio Pilato, era la donna del procuratore della Giudea, che si

disonorava. La voluttà era resa più sapida dall'insulto. L'insulto si

levava alto, folgoreggiante. Esso non colpiva più una povera

giovincella; esso fulminava un rappresentante di Cesare dinanzi i popoli

dell'Asia. Io mi meraviglio che Tiberio non t'abbia creato Re in qualche

sito onde meglio assaporare le mie carezze! Bisogna ch'egli ti disprezzi

molto, molto. Infatti egli mi ti ha dato come uno schiavo. La tua testa

è in quell'anello. Ti sei tu ribellato contro i vituperii che

t'inflissero? Parla, hai almeno protestato?

— No: ed e' son questi ancora una volta, il mio secreto e la mia

vergogna.

— Vuoi ancora della vergogna? Ebbene, Sejano mi ha amata. Comprendi? Il

domestico domandava gli avanzi del padrone.

— Basta, Claudia, esclamò finalmente Pilato fermandosi ritto inanzi sua

moglie.

— Eppure io era bella, continuò Claudia, avrebbero potuto amarmi,

interrogarmi. Chi sa? Mi avrebbero forse perfino stimata. Io valeva bene

la pena, mi pare, che l'uomo che aveva ambito alla mia mano senza

arrossire, avesse altresì aspirato al mio cuore, il quale non aveva

detto verbo in tutto quel fetido mercanteggiare. Io era giovine, avrei

forse potuto rialzarmi, riabilitarmi, giustificarmi dinanzi i santi lari

famigliari, obbliare lo Stige di Capri sopra la testa pura, negli occhi

innocenti dei miei figli. Avrei potuto piangere sur un fallo che non era

il mio; espiare un'infamia che era forse una luce celeste, una lagrima

di madre.... Dimmi, miserabile, cosa hai tu fatto, che hai tu tentato?

Tiberio mi disonorava; tu m'hai infamata. Ti meravigli ora tu se adesso

io ti odio? Con qual diritto mi domandi se ho un ganzo?

— Basta, basta, replicò Pilato. Potrei dirti una parola che mi

giustificherebbe forse: disdegno di dirla. Sei libera. Non ti domando

nulla, e non ti rimprovererò più nulla. Che vuoi di più? Ho provato

d'illuminare le tenebre del mio inferno. Non ci sono riuscito. Ho avuto

torto di provare. Il raggio che invocavo, mi ha fatto sembrare il mio

inferno più lurido, ed ho ucciso il mio diritto di rimproverare. Ed ora,

segui la tua strada, o Claudia. Io torno indietro. Sono stato complice

fin qui; gli è mestieri, ch'io mi renda ora degno di divenir giudice. Tu

non mi troverai più nel tuo cammino. I miei giorni saranno foschi, le

mie notti tempestose d'insonnia, la mia solitudine popolata d'una corte

più implacabile. Ma io mi preparo il diritto di dirti un giorno: Basta!

— Questo giorno non arriverà mai.

— Lo credi: ma allora, Claudia, ricordatene, guai a te, guai! Non è il

tuo anello che ti salva oggi: è la mia coscienza.

Così dicendo, Pilato uscì.

Claudia lo seguì dello sguardo, alzandosi dal suo seggio, poi ricadde

mormorando.

— La sua coscienza! Che? la sua coscienza avrebbe finalmente degli occhi

per vedere il nostro abisso? insorgerebbe essa alla fine? avrebb'essa

risentito la scossa della mia? Tanto meglio. Conoscerà allora quanto io

lo disprezzo, e quanto disprezzo me stessa. Amare un tal uomo! amare

l'uomo che ha fatto del mio obbrobrio scala alla sua grandezza? Che

delitto ho dunque io commesso, io sì giovane per meritare questo

implacabile castigo? Sarei io dunque stata scelta per essere l'Ifigenia

di tutte le scelleraggini di Cesare e della sua posterità?... O pure la

sua coscienza gli rimprovererebbe... che? amore...

Claudia si alzò d'un balzo; era spaventevole nel suo pallore.

— Oh! allora veramente sventura! sventura! come egli ha detto.

La tempesta spaziava a battaglia nel firmamento. Pilato traversò il

giardino. Uscì dalla porta secreta, si diresse verso il posto ove i suoi

nubiani l'attendevano, si coprì d'un mantello scuro che gli tenevano

pronto, montò a cavallo, e facendo loro segno, ordinò:

— Andiamo.

Erano le tre ore dopo la mezzanotte. La città di Gerusalemme sembrava

morta. Claudia che era uscita sul terrazzo per rinfrescarsi ai buffi

dell'uragano vide passare, e sparire come fantasmi, nove cavalieri.

Indietreggiando, urtò nel cadavere di Cypros. Gettò un grido e fuggì.

In quell'istesso momento, io varcava la porta del Gran Sacerdote, ed il

ponte sul torrente di Gihon, giravo le mura della città, e lasciavo alla

mia diritta la strada che conduce a Gaza e quelle che conducono ad

Emmaus e a Joppa.

Memorie di Giuda, vol. I · 第 20 / 29 题