Essi mi compiangevano e mi credevano perduto. Ah! se avessero saputo!
Caduta la benda dai miei occhi, mi trovai in un gabinetto ovale, col
suolo a mosaico, le mura incrostate di marmo giallo d'Egitto, ed il
soffitto di legno di cedro a rosaccie. Delle sedie d'avorio ornate di
bronzo di Corinto, s'allineavano intorno al gabinetto, rischiarato
vivamente da una lampada d'oro. Quello era l'_apodyterium_, — sala del
palazzo d'Erode, per ispogliarsi prima d'entrare nel bagno — che io
conosceva. Al di là, una porta mezzo nascosta da una tappezzeria di
Mesopotamia. Scorgevo a me dinanzi il _tepidarium_, grande stanza
quadrata, in mezzo alla quale si apriva un bacino d'acqua tepida, pari
ad un piccolo lago, che ripeteva la fiamma dei numerosi candelabri
d'argento che lo circondavano come una fila di colonne.
Due giovani schiave galle, addette al mio servizio, s'impadronivano dei
miei vestiti, che caddero in un istante ai miei piedi. La vista
dell'acqua aveva svegliata la mia sete. Domandai da bere. Mi fu
presentata subito una coppa d'oro con due vasi di vino color ambra, ed
un'anfora piena d'acqua. Io bevetti dell'acqua appena ingiallita da
alcune goccie di quel vino, e sentii ritornar le mie forze. Vedendomi
affatto ignudo in mezzo a quelle due belle schiave, arrossii. Una d'esse
mi prese per mano e mi condusse nel _tepidarium_. In quell'istante una
dolce musica si fece udire, ed uno sciame di giovani ragazze, tutte
nude, incoronate di narcisi e di ninfee, irruppero da una sala laterale,
si precipitarono nella vasca, e principiarono a nuotare verso di me,
invitandomi in mezzo a loro.
Avevo ventitrè anni. La vista di tutte quelle beltà, tanto più
pericolose in quanto il cristallo dell'acqua e il riflesso della luce ne
aumentavano lo splendore, mi fece fremere dal piacere. — I colori si
alternavano sulla mia faccia. D'un tratto, scorsi in un angolo di quella
stanza, quasi nascosta sotto la tappezzeria di una porta, una figura di
donna mascherata della sua _ricca_, e avviluppata in una stola che le
scendeva dal collo ai piedi. Un lampo traversò il mio spirito. Mi dissi:
Cosa vuole quella donna che si nasconde e che mi getta in mezzo a
tentazioni così seducenti? Il cangiamento che s'era operato nella mia
posizione mi dava a riflettere. Per uno sforzo di volontà, finsi
l'indifferenza, e scendendo nella vasca d'acqua profumata, mi misi a
nuotare ed a giocare colle ragazze, assolutamente come se fossi stato
coi miei giovani amici nel Giordano, o nelle acque azzurre di
Genezareth. Non poterono strapparmi neppure un bacio; e Dio sa che
scrigno di bellezza e di gioventù era aperto dinanzi ai miei occhi!
Giuseppe ne sarebbe stato vinto. Durante tutto il tempo che io restai a
saltellare, a ridere, a cantare perfino, a giuocare con quelle naiadi
rapite al Caucaso, alla Gallia, alla Spagna, alla Siria, quella donna
non si mosse dal suo posto d'osservazione. Quando uscii dall'acqua, due
schiave egiziane s'impadronirono di me e mi condussero al _calidarium_.
Se io non fossi già stato a Roma, avrei creduto che mi si conducesse in
una sala di tortura. I muri erano coperti di una rete di tubi riscaldati
a rosso da una fornace esterna, e che erano maggiormente riscaldati dal
vapore che si sprigionava dal serbatoio d'acqua bollente che stava nel
mezzo di quella stanza circolare. Mi sentii venir meno e mi lasciai
cadere sopra uno dei seggi che occupavano le nicchie praticate
tutt'intorno.
Immediatamente uno degli schiavi tirò una catena, ed uno scudo d'oro,
che coronava il soffitto, s'aprì e mi inondò d'un soffio d'aria fresca e
di una sensazione deliziosa. Ogni qualvolta la temperatura diveniva
incandescente l'operazione dell'apertura della valvola si rinnovava, ed
un soave languore s'impadroniva di me. In quello stato mi avvolsero in
un mantello di lana scarlatto, e mi trasportarono in un'altra camera
riscaldata in grado minore, ove gli schiavi principiarono l'operazione
della frizione. Quando le mie membra furon rimescolate e le mie giunture
disarticolate, gli schiavi mi fregarono con olio profumato. Mi sentii
rinascere. Mi asciugarono infine con una dolce mussolina d'Egitto, e mi
lasciarono godere di alcuni minuti di riposo.
Due schiave italiane mi risvegliarono quasi, presentandomi una bianca
tunica ornata di frangie azzurre. Dopo avere pettinato e profumato i
miei bei capelli biondi, li cinsero di una corona di rose, come per le
vittime destinate al supplizio.
Durante tutto il tempo dell'abluzione e dell'abbigliamento, non rivolsi
una sola parola ad alcuno; lasciai fare, come un testimonio o come un
padrone.
Quando tutto fu in ordine, le mie unghie tagliate, i miei piedi
profumati, un'altra schiava vestita tutta di bianco e celeste con una
cintura di porpora, venne a prendermi. Quattro suonatori d'arpa la
precedevano. Io conosceva il sito. Traversammo due o tre sale
imbalsamate dalle esalazioni degli alberi e dai fiori del giardino, ed
arrivammo infine nel _triclinium_ riservato, che il re Erode aveva fatto
costruire per le sue cene voluttuose colla bella Mariamne, la più bella
e la più amata delle sue nove mogli e delle sue numerose favorite.
Quella sala, di forma ovale, non era molto vasta. Il soffitto era mobile
ed alternava secondo le ore e le fasi del pranzo, mostrando ora
l'empireo gemmato di stelle, ora dei quadri di dii e di dee ignude, le
cui voluttà esaltavano il cervello degli spettatori; altre volte
cangiavasi in un nuvoleto bianco e rosato che aspergeva i convitati di
una rugiada d'essenze odorose. Questa volta il soppalco rappresentava il
firmamento: e' si avrebbe creduto di cenare sotto i raggi delle stelle.
Delle colonne slanciate di malachite dai capitelli scolpiti e cesellati
come un gioiello della regina Cleopatra, sostenevano la vôlta. Queste
colonne facevano spiccare lo splendore delle pareti ricoperte di stoffe
bianche di seta della Persia, ricamate a fiori e in oro, inquadrate in
cornici pure di oro ornate di pietre preziose. Dieci piccoli quadri,
squisitamente voluttuosi, pendevano dall'alto dei muri a cordoni di
porpora e di oro. Il mosaico del suolo rappresentava la tavola di Giove
in mezzo agli Dei. Le due finestre laterali, aperte sopra i giardini,
erano mezzo nascoste da platani vigorosi innaffiati con vino. Tra i
frammezzi, nel basso, si trovavano delle tavole di legni differenti
incrostate d'argento, di bronzo, d'oro, di pietre preziose, qui rubini,
là smeraldi, altrove amatiste o agate, e arricchite da medaglioni
maravigliosamente dipinti. Su quelle tavole le schiave posavano i vasi,
le ricche dapi — _lancula_ — le vivande.
Non c'era che un sol letto per due persone. Questo letto era di scaglia
indiana, che pareva dell'ambra liquida, trasparente come il vetro e
tutta venata d'azzurro. Era incrostata di fileti d'oro e di piastre di
smeraldi e zaffiri. Questo letto era rimpinzato di piumini di cigno, e
coperto d'una stoffa di seta ed oro color porpora. Un _monopodium_ ovale
di madreperla, circondato da un cerchio d'oro scolpito ed ingemmato, si
stendeva dinanzi al letto, la cui spalliera era leggermente curvata, e
le cui braccia erano imbottite sofficemente dai cuscini di stoffa
bianco-dorata. Del resto per farsi un'idea della ricchezza di quella
tavola d'un re asiatico, si consideri che un semplice avvocato di Roma,
Cicerone, aveva pagato la sua, così mi dissero a Roma, un milione di
sesterzii (204,500 lire), ed un altro cittadino, Cæthegus, un milione e
mezzo. Tutt'intorno a quella magica sala, delle statue d'alabastro,
ignude, sostenevano dei candelabri che la rischiaravano come se il sole
del mezzogiorno l'avesse inondata della sua luce. Dei vasi di fiori
profumavano l'aere e accarezzavano lo sguardo.
Avanti di varcare la soglia, due schiave nubiane, una con un bacino
d'oro, e l'altra con una stoffa di porpora, m'offersero a lavare le
mani. Alla porta il maestro del banchetto mi ricevette e m'introdusse
presso il mio ospite.
Le mie previsioni non m'avevano ingannato. Era Claudia, e Claudia sola,
che m'invitava alla sua cena.
La sera dell'avventura della pantera, Claudia, distratta dalla festa che
Pilato dava a Pomponius Flaccus, ai capi delle legioni e a diversi
personaggi di Gerusalemme, non s'era ricordata di me. All'indomani,
avanti di recarsi all'anfiteatro, fece chiamare Cneus Priscus e gli
domandò conto della mia persona. Priscus le apprese che, dietro ordine
di Pilato, egli mi aveva arrestato il giorno stesso, e m'aveva gettato
nei sotterranei della torre Phasaelus.
Pilato nell'interrogatorio dei prigionieri non aveva raccolto elementi
sufficienti per condannarmi alla croce od al circo, ma ne aveva saputo
abbastanza sopra la mia condotta ed i miei sentimenti per diffidare di
me. Egli aveva inviato Priscus da Caifa onde averne delle informazioni,
e questi gli aveva risposto:
— Non ne conosco nessuno di più pericoloso a Gerusalemme. Si direbbe una
femmina al viso, all'eleganza, alla mollezza, alla frivolità, alla
noncuranza, ai gusti: guai a chi vi si lascia ingannare. La sua
avvenenza è come le foglie che nascondono l'abisso; la sua eleganza è
un'esca; la sua mollezza è l'elasticità dell'acciaio: la sua frivolità
maschera l'opera di un Catilina: la sua noncuranza è il riposo d'una
attività febbrile: i suoi gusti sono espedienti per riescire. Non
principii, non fede, non cuore; dei sensi a suo talento, la parola che
perde, il sorriso che uccide; il sangue, le lagrime e le carezze sono
per lui semplici mezzi. Se si annoia strazia il cuore d'una donna, o
mette a fuoco una provincia.
Questo ritratto astioso, in parte esagerato, in parte ridicolo, colpì
Pilato, che diede ordine di sorvegliarmi. Priscus, per sorvegliarmi
meglio, mi arrestò. Lo stesso ritratto, ripetuto a Claudia, affrettò la
sua curiosità di vedermi. Per suo ordine Priscus mi condusse a lei, che
assumeva di dare a Pilato delle convenienti spiegazioni.
Claudia volle mettermi subito alla prova. Assistè mascherata al mio
bagno singolare, e ritirandosi mutò le disposizioni della cena, che
doveva essere intima e semplice.
La ritrovai già distesa sul letto, bella come l'Ebe greca. I suoi
capelli neri come la notte s'intrecciavano in una corona di rose non
ancora sbocciate e scendevano in ricci sopra delle spalle ed un seno che
si sarebbero detti l'Eden della voluttà. Era vestita di un velo rosa,
quel tanto che bastava a rendere appetitosa l'immodestia. La si sarebbe
presa per una statua greca che un Dio animava per le sue ore di
frenetica ebbrezza. Si vedeva la sua carne palpitare sotto tutte le
emozioni. Il suo seno dava la vertigine, meglio ancora dei suoi occhi se
fosse stato possibile. Quegli occhi neri, profondi, grandi, vellutati,
avevano uno splendore che ammortiva la luce ripercossa da tutto
quell'oro e quelle pietre preziose. Le donne non si levavano i sandali
per cenare; ma ella s'era lasciata togliere i suoi per mostrare un piede
piccolo, bianco, elastico, arcano, delle gambe fine, ed il resto, sotto
onde di velo, da dare i brividi a tutti i sensi. Aveva la bocca un po'
grande: ma i denti scintillavano fra le sue labbra rosee e carnose, che
invocavano i baci. Claudia era una di quelle donne che uccidono e che i
morenti salutano con estasi: _Cæsar, morituri te salutant._
Vedendola n'ebbi come un abbarbagliamento, e per un momento mi credetti
perduto; poichè bisognava esser Tiberio per domare, per rattenere, per
fissare quelle belve dell'amore. Un lampo traversò il mio spirito. «Chi
sono io per provocare tanto fasto? dissi a me stesso. Cosa vuole ella da
me?»
Sì, io mi rivestiva di fatuità, quando ciò stava nei miei interessi; ma
non ne avevo poi tanta per credere di avere addomesticato con un solo
sguardo quella leonessa, che essa sola avrebbe incendiato un'orgia.
Quella donna aveva dunque uno scopo. La sua condotta la denunziava.
Avessi io fatto mille volte più che fatto non aveva per lei, fossi io
stato mille volte più venusto che non mi era, ella avrebbe potuto
ricompensarmi con un sorriso. Perchè dunque questi apparecchi d'una
festa frenetica?
Non comprendendola, mi trincerai nella mia finta fatuità, ed attesi.
Vedendomi entrare, Claudia mi fece segno di andare a prender posto
presso di lei, e col più grazioso sorriso mi disse:
— Siate il benvenuto, ospite mio, benchè sia la guardia del pretorio che
ti ha qui condotto.
— Se mi fosse dato averla fossile, quella guardia del pretorio, le
alzerei un cellario e l'adorerei, risposi. Orfeo traversò l'inferno, e
al postutto non ritrovò che sua moglie.
Claudia sorrise. Sedetti a lei vicino. La sua testa sfiorava il mio
petto.
— Ho un gramo cuoco, disse Claudia. Il mio Labdacus, nondimeno, è
scolaro del famoso Mosquion, detto il Fidia dei cuochi, quegli che con i
resti dei pranzi d'Atticus comperò due villaggi in due anni.
— Ho inteso parlare di quel povero diavolo a cui occorsero due anni per
raggranellare la miseria di tre milioni. Un uomo come lui che dava al
maiale il gusto dello storione, alle murene il gusto del cinghiale, che
serviva dei ravani per acciughe, che conosceva la geometria,
l'astronomia, la medicina, la pittura e la scoltura, mettere due anni
per comperare alcune centinaia d'uomini e poche leghe di terra? Era un
povero taccagno quell'Attico!
Le schiave che dovevano versarci il vino, presentarci le coppe,
aspergerci di foglie di rose e rinfrescarci con le penne di struzzo,
erano già al loro posto. Ad un segno dell'eunuco soprintendente al
banchetto uno sciame di schiave di tutti i colori, mezzo ignude, come la
loro padrona, irruppero nella sala, le une portando dei vasi o dei
bacini, le altre sostenendo un immenso vassoio contenente il primo
servizio.
— Ho ommesso, disse Claudia, tutte le ostentazioni, i giuochi, le
facezie; ho ommesso perfino i due nani che Tiberio ha fatto allevare per
me entro dei tubi, e che sono ancora più piccoli di Conopa, il nano
d'Augusto, che pure non era alto che due piedi e mezzo. Ti do da
mangiare soltanto, non t'invito ad una festa romana. Devi aver fame, a
quello che mi fu raccontato.
— Fame! Ahimè! la fame è una voluttà che Dio ha serbata alla plebe, che
neppur ne lo ringrazia. Io non principio ad aver fame che al sesto
giorno dopo l'ultimo mio pasto.
— È peccato che non l'abbia saputo prima, mormorò Claudia; ti avrei
procurato questo piacere, facendoti godere per qualche giorno di più
dell'ospitalità della torre Phasaelus.
Il primo servizio era composto d'ova, olive bianche e nere d'Atene,
cotogni del Libano conditi con miele e papavero, dei sanguinacci arrosti
serviti sopra un letto di prune della Siria, e pasticceti di
melogranate, di lattughe, e di _garum_ (il _caviale_ dei nostri giorni)
che si paga alla libbra quel tanto che basterebbe a mantenere una
legione.
— Ti piacciono le ova? mi domandò Claudia, mentre una schiava egiziana
ci presentava un paniere d'argento e ce ne offriva sopra un tondo
dell'istesso metallo.
— Sì, risposi io, ma ite in pulcini.
— Peccato, replicò Claudia, perchè eccole lì che se ne vanno in canari.
Infatti, rompendo le nostre ova di pavone, ne volò fuori un piccolo
uccellino giallo, nel tempo stesso che una uccelliera s'apriva all'altra
parte della sala e la riempiva d'un nuvolo d'uccelli di tutti i colori.
Si sarebbe detta una pioggia di pietre preziose. Svolazzarono per un
momento e poi fuggirono dalle finestre che davano sul giardino.
Da due giorni, io non aveva nel mio stomaco che due ova; Claudia lo
sapeva. Nondimeno mi limitai a sfiorare quelle vivande che avrei voluto
divorare.
— Pare che ier sera Cneus Priscus abbia avuto la inaccortezza di
arrivare nella tua casa all'ora della cena, e che abbia attristato un
bel visino.
— Sì, quel povero Bar Abbas, la cui parte dritta della faccia scappa a
furia per non veder la sinistra.
— E nessun altro?
— Ah! quell'ipocrita di Justus, forse, che mi sta sempre alla cintola,
striscia sempre a me vicino, arriva sempre avanti di me, e gode le
delizie che io mi sono preparate.
— Anche del bel musino color d'ottone.
— D'ottone! Dell'oro purificato e bronzato ai raggi del sole, vuoi dire.
Una donna bianca? Andiamo, via! La nera è la schiuma della grande
caldaia della creazione; la bianca è la diluzione finale, esausta; la
donna dalla tinta del bronzo levigato, l'è il metallo in ebullizione,
purificato, vigoroso, ricco di tutta la sua forza, di tutto il suo
valore. La donna bianca è la convalescente della specie.
— To', rispose Claudia ridendo, non mi credevo poi tanto ammalata. Una
donna color di casseruola deve piacere ai guatteri.
Ci versarono del vino speziato di miele e cinnamomo. Poi, ad un segno
dell'eunuco, le schiave si gettarono sulle vivande del primo servizio e
tutto sparì in un batter di palpebra. Una schiava gaditana ci presentò
del pane sopra un timballo d'argento. Un'altra mano di schiave, ancora
meno vestite delle precedenti, entrarono allora nella sala, avendo alla
lor testa un uomo con una lunga barba nera, vestito da mago, con una
bacchetta d'ebano alla mano. Esse portavano sulle spalle un altro
immenso vassoio coperto di una campana d'argento. Seguivale il cuoco
Labdacus in persona, tutto vestito di bianco, preceduto da due maghi e
seguito alla sua volta da una schiava nubiana che teneva nelle braccia
un piccolo burchiello d'oro. Quando le nuove masserizie furono posate
sopra le tavole, e che i vassoi furono scoperti, vedemmo servire sul
nostro desco dei fagiani, del selvaggiume, una testa di cinghiale
contornata da tordi, dei pasticci, dei crostacei; una lepre alata come
il cavallo di Pegaso. Nella piccola barca nuotava uno storione in un
mare di salse, in mezzo a triglie ed a piccole orate; e sopra una
piccola conca a quattro bacini d'oro, quattro satiri accoccolati, che
versavano dal ventre, quando era compresso, un liquore piccante ed
aromatico, a differenti sapori, onde servir di condimento allo storione.
Poi delle ostriche di Bretagna ingrassate nel lago Lucrino, un'anitra a
datteri della Tebaide, una lacca di orsacchiotto, dei fegati di
beccaccia al tamarindo, delle lingue di capriuolo al comino, una murena
alla senape, delle lumache sopra una graticola d'argento, e dei legumi
d'ogni sorta. Claudia bevette soltanto qualche goccia di vecchio Cipro,
rassomigliante all'oro in fusione, e del secas, ossia succo di palma. Io
gustai appena quei vini capitosi, vecchi d'un secolo, di cui i Romani
erano altrettanto ghiotti quanto vani.
— Se la danza o la musica possono rallegrare questa cena, ho delle
schiave che cantano e suonano così bene, che Tiberio le pagherebbe una
provincia ognuna.
— Non conosco nulla di più volgare che il diletto della musica, risposi
io, alzando le spalle. La musica è come il pane: tutti ne mangiano. Cosa
è al postutto il canto?
— Diamine! il canto...
— Perdio! è l'epilessia del sospiro, il sussulto del grido; mentre che
il suono è la contorsione d'una budella di cui si è fatto un Prometeo
attaccato ad un pezzo di legno.
— Per altro, credo che la Giudea ebbe un re che suonava l'arpa.
— Per lo appunto. Ma perchè prima d'esser re era stato capraio. Quanto a
me, io non conosco che una sola musica: il bacio; e mi vi tengo, fino a
quando non potrò regalarmi di quelle canzoni che un re di Siracusa si
faceva cantare da dei virtuosi chiusi nel ventre d'un toro di rame
arroventato.
— Non contesto punto il gusto del tiranno di Siracusa, replicò Claudia
ridendo: aveva del buono sicuramente. Ma non ammetto la musica del
bacio. Un bacio l'è un _cuac_!
— Sarei tentato di provarti il contrario, mi sclamai io.
— Come! e la donna dalla faccia di pentola?
— Non è là che sta il pericolo, dissi sospirando.
— Ci sarebbe dunque una retroguardia? interrogò Claudia.
— Credo che ben presto la formerà tutto l'esercito.
— Davvero! Raccontami come sta questa faccenda.
— Non si raccontano i sogni. Raccontandoli perdono la doratura e non
resta che il rame.
— Di' pur su; ti prometto di cambiarti codeste rame in oro.
— Ah! se ti prendessi in parola! risposi appoggiando le mie labbra sopra
un riccio dei suoi capelli, che un suo movimento aveva avvicinato al mio
viso.
La sentii fremere: impallidì, ma ebbe l'aria di non accorgersene.
Io non aveva commesso che un'imprudenza; avevo gettato uno scandaglio.
Ahimè! doveva uscirne una catastrofe.
Ad un segno dell'eunuco che dirigeva la cena, il secondo servizio fu
fatto sparire come il primo. Poi s'udì una musica rumorosa di flauti,
crotali, castagnette, timballi, tamburini, citare, eseguita da piccoli
mori, che precedevano una terza legione di schiave itale e greche quasi
nude, o meglio velate da una nube di azzurro e d'argento. Queste schiave
portavano il terzo servizio e le _bellaria_, ossia le ciambelle, le
composte, ed i camangiari zuccherati. Sopra dei vassoi d'argento dorato
e di porcellana delle Indie, trasparente come il cristallo, e dipinta di
fiori ed animali, s'ammonticchiavano i pasticci d'uccelletti,
beccafichi, tordi, ortolani, dell'uva di Corinto e di Sicilia, delle
noci inzuccherate, dei cotogni irti di chiodi di garofani che parevano
tanti porcospini, delle tarte al mele dell'Imetto, dei fichi, delle
pesche, delle fragole, mille frutti infine, ed un Priapo in pasta di
mandorle, il seno adorno di piccoli fiori e gioielli simulati in
zucchero, profumati come una cortigiana ed imitati alla perfezione. Le
schiave ci versarono nell'istesso tempo dei vini di Cadice e di Sicilia,
fluidi come l'olio, dolci come il mele, e che insinuavano la febbre e la
vertigine nelle vene. Quelle bellezze così perfette che mi passavano
dinanzi agli occhi, quei tesori di voluttà divine che sfioravano le mie
labbra, abbagliavano il mio sguardo, che io sentiva fremere; quella
Claudia di cui l'alito mi bruciava quando si voltava verso di me; tutto
ciò m'immergeva in una tale ebbrezza, mi ravvolgeva in un tal turbine di
passioni, mi dava tali stordimenti, tali spasimi, che io mi sentiva
svenire. Le tinte si succedevano sul mio viso come i lampi in una notte
di tempesta.
Un momento mi tenni per perduto. Avevo già commesso il fallo mortale di
accarezzare colle mie labbra un riccio dei capelli di Claudia.
Servirono tutte quelle leccornie sul nostro tavolo, mentre le schiave si
abbandonavano ad una danza sfrenata. Poi ci aspersero di profumi e di
foglie di rose, la cui freschezza mi temperò. Di poi, probabilmente
dietro un segno di Claudia, tutte sparirono, eccettuata una schiava
nera, che si sarebbe detta di marmo egiziano, tanto era bella, e che
restò ritta, immobile ai piedi della sua padrona.
Claudia, dopo ch'io le ebbi toccato i capelli colle mie labbra, non mi
aveva più indirizzato la parola, non si era neppur volta dalla mia
parte. Vedevo che io l'avevo offesa. Ma la confusione delle mie
induzioni s'imbrogliava sempre più nel mio spirito. «Perchè quest'orgia
e tanto ritegno?» mi chiedeva io. «Cosa mai vuol ella da me?»
Cangiai tuono.
— Questa schiava comprende ella il greco, Claudia?
— No.
— Siamo soli, dunque.
— Sì.
— Allora mi permetti di farti una domanda?
— Secondo. Ma non fa nulla, parla.
— Che cosa sono io qui?
— Ma, il mio ospite, credo, rispose superbamente Claudia.
— E dopo la cena?
— Un uomo che mi ha reso un servigio, ed a cui io lo pago.
— Grazie tante, feci io; io impresto sempre a fondo perduto. Lascierei i
tesori stessi della tua bellezza ai miei schiavi, o Claudia, se mi
pensassi ch'e' potessero essere un prezzo.
Claudia mi fulminò d'uno sguardo, che credetti mi profondasse nelle
viscere della terra. Tacque un momento, poi mi disse:
— Ti dipingono come un uomo pericoloso, ti accusano di cospirare contro
Tiberio ed il popolo romano.
— E non s'ingannano. Sì, io cospiro. Sì, io sono il più mortale nemico
del tuo popolo, o Claudia, e di tuo marito; e ne ho giurato la perdita.
Claudia sorrise, e soggiunse:
— Ti ho tolto via dalla prigione della torre Phasaelus; devo allora
tenerti prigione qui.
— Preferisco la torre Phasaelus.
— Ed io, questa.
— Questa mi disonora come un vile, mi fa forse sospettare come un
traditore; quella m'innalza alla grandezza del Bruto del mio paese.
— Hai ragione. Non ci avevo punto riflettuto, disse Claudia con voce
commossa. Noi altre donne siamo frivole. Va dunque, sei libero. Però,
credimi, lascia Gerusalemme questa notte stessa. Forse non potrei
salvarti una seconda volta.
— Io non lascierò punto Gerusalemme, dissi io, tocco dal cangiamento che
mi rivelava un altro aspetto del carattere di quella donna.
Ella aveva un cuore. Ma io non lo comprendevo bene ancora.
— Allora resterai qui, replicò con fermezza Claudia. Se gli è per
sfidare dei pericoli che tu vuoi partire, sta tranquillo, ne troverai
qui, e dei più mortali. Se gli è per vedere i tuoi amici, la tua
amante....
— Che m'importa tutto ciò! risposi io allora con un sentimento del più
alto disprezzo. Tutto ciò l'è roba che si compra, si paga, s'adopera, e
non se ne tien conto.
— Sarebbe forse per quell'essere misterioso?
Tacqui. Le imagini di quelle due donne s'urtarono nel mio spirito come
la folgore. Claudia anche ella aveva osservato, ed era stata abbagliata
dalla bellezza della donna misteriosa di Moab. Ella corrugò le ciglia
cariche di scintille.
— Io resto, dissi alla fine; ma potrò un giorno sperare?...
— Nulla, mai, sclamò Claudia, balzando sul suo letto. Tu cospiri contro
Tiberio, dici tu, Giuda, sei implacabile, tu dici.... ebbene le passioni
vere sono tiranne. Regnano sole. Resta. Resta.
— Sarebbe possibile? mormorai fra me stesso colpito da un lampo.
— Resta, resta, gridò Claudia. In questo mondo non c'è d'impossibile che
ciò che non si vuole, ed il.... bene.
Fece un segno. La negra uscì e ritornò subito con un'altra schiava.
— Cypros, disse Claudia, questo giovane è tuo prigioniero.