In quell'istesso momento, i miei amici, in casa del sagan, mi davano per
perduto.
Era l'ultimo giorno della festa dei Tabernacoli, e l'ultimo delle feste
del circo date da Pilato. Gli Ebrei delle provincie, venuti a
Gerusalemme per la solennità nazionale, stavano per ritornare alle loro
case, nella notte o all'indomani. Gli Ebrei di Gerusalemme che avevano
preso posto sopra i gradini dell'anfiteatro erano stati ancora in minor
numero dei giorni precedenti. Il livello dell'odio della grande città
aumentava; il sangue spazzato via aveva lasciato traccie indelebili. I
capi partito della Galilea, della Perea, delle due tetrarchie, volevano
intendere l'ultima parola onde agire in conformità. La notizia del mio
arresto non era conosciuta che da loro, ed aveva irritato la loro
collera. Hannah tremava per sè stesso, ed era imbarazzato. L'altezza
alla quale io l'aveva condotto gli dava la vertigine.
Si sapeva che io era inghiottito nelle viscere della torre Phasaelus. I
bracchi del sagan avevano scandagliato il palazzo d'Erode: e' si taceva.
Questo silenzio spaventava ancor più il sagan. Maria credeva che dopo il
banchetto di Pilato io avessi fatto una gita a Gerico per vedere mia
madre.
Hannah avrebbe voluto evitare di ricevere i nostri emissarii delle
provincie, sapendosi sorvegliato da Pilato, e sapendo di più che c'era
una spia in mezzo a noi. Ma non poteva non riceverli senza abdicare,
senza sollevare i sospetti negli amici, come li aveva risvegliati
nell'inimico.
L'ex gran sacerdote si era giusto alzato dal suo sontuoso pranzo,
allorchè i cospiratori sfuggiti alla trappola di Josafat, principiarono
a fare irruzione nel suo superbo palazzo. Primo fu Jesus Bar Abbas, che
dopo aver fiutato tutto il giorno intorno la residenza del procuratore
onde buscar notizie, veniva ora dalla torre Phasaelus ove aveva
ricevuto, per sola guisa d'indizio, una serie di calci e scappellotti.
Decisamente, per essi, Moab era sparito ed io rapito. Bar Abbas entrò
grattandosi le parti abbondantemente offese e brontolando:
— Oh no! non si dirà più che Bar Abbas non paga i suoi debiti: questo
qui lo pagherò. Credo che ci sia lesione d'ossa nelle mie regioni
occipitali. E poi sono stato quasi quasi rapito ancor io. Forse che il
pranzo quotidiano mi darebbe una bella cera? Una mariuola, alla vostra
porta stessa, si è aggrappata al mio mantello, che non ne poteva più,
dicendomi con una bocca rosea, — che odorava deliziosamente di cipolla,
— che aveva adornato il suo letto con un tappeto dipinto d'Egitto, che
aveva profumata la sua stanza con mirra, aloè e cinnamomo, e che
m'invitava quasi che mi fossi il re Salomone[11]. E la tirava il mio
mantello da una parte, mentre io, premuroso di arrivar qui, lo tirava
dall'altra, ed ecco come la metà del mio copridosso se n'è andata dove
avrei voluto veramente andar ancor io. Avreste un mantello di ricambio
da prestarmi, sagan?
[11] Proverbi, VII.
— Diverresti tu per caso un onest'uomo?
— Giammai. Ciò rimpicciolisce. Io aspiro a divenir gran sacerdote.
— Va a cena, disse il sagan ridendo. Un posto a tavola ti conviene
meglio, cred'io, che un posto di gran sacerdote.
Menahem, appoggiato ad alcuni dei suoi amici, entrava in quel momento, e
poco dopo arrivarono gli altri.
Il sito ove il sagan riceveva i cospiratori era una camera ritirata, in
un angolo remoto del palazzo, che sporgeva sopra un cortile e metteva
sulla strada per una porta nascosta in un assito. Le mura erano
incrostate di marmo verde, il soffitto di legno di cedro intagliato a
rosacci. Rischiarata da un solo candelabro, quella stanza aveva
l'aspetto funebre; quell'assemblea, l'aria di una riunione di banditi.
Perocchè le fisonomie di quei giovani erano in gran parte fiere e
tristi. La luce inondava della sua fiamma rossastra la testa gialla e la
barba grigia del sagan; ed i suoi occhi neri, vivi, inquieti brillavano
d'un doppio guizzo, aguzzati dalla lunga tunica bianca e da un caftan
celeste contornato d'un cerchio d'oro. Egli aveva l'aria grave e
tacevasi, giuocando colla sua lunga barba. Hannah era un uomo di poco
più della cinquantina. Si aspettavano da lui le spiegazioni sul mio
arresto e sulla mia situazione, sulla strage causata dalla richiesta
dell'offerta, sull'attitudine presa dagli abitanti di Gerusalemme, sulla
condotta che si doveva tenere. Vedendo che Hannah si preparava piuttosto
ad ascoltare che a parlare, Menahem disse:
Sagan, noi partiamo questa notte; che dobbiamo dire ai nostri fratelli
per consolarli della funebre notizia che ci ha già preceduti e che ha
messo il lutto in tanti cuori?
— Dite che bisogna sperare, rispose il sagan. Ove la semente cade, nasce
la spica.
— Non basta questo, riprese Menahem. Bisogna che sappiano quando questa
spica nascerà; chi la mieterà e di chi sarà l'alimento. Noi non abbiamo
tutti le stesse credenze e l'istesso scopo.
— Abbiamo tutti almeno l'istesso odio, spero.
— Sì, ma a chi profitterà l'esplosione di quest'odio? Quando Giuda venne
a visitare i nostri villaggi e mettere la mano sui nostri cuori
esulcerati; quando egli si inoltrò nel deserto per risvegliarvi delle
anime che abborrono il sangue e non hanno per patria che la pupilla di
Dio; quando egli legò all'istessa opera lo sdegnoso sadduceo ed il
cupido fariseo; egli aveva trovato un terreno neutro, ove della gente
che si batteva ieri, poteva darsi domani la mano.
— Egli aveva prefisso il terreno che io gli avevo indicato.
— Ebbene, gli è precisamente di codesto che noi ora dubitiamo. Giuda ci
aveva promesso: non più giudici, non più re, non più re-preti, non più
re-prefetti dello straniero, non più tetrarca o etnarca. I giudici hanno
finito con Samuele che rese il potere ereditario nella sua famiglia, nei
suoi figli prevaricatori, avari e crudeli, Joel e Abrà. I re ci hanno
condotto a Roboamo che diede occasione alla divisione della monarchia, e
ad Osea e Sedecia che causarono la schiavitù del popolo ebreo a
Babilonia. I re-preti ci hanno condotti al tiranno Aristobulus,
all'imbecille Hircanus, all'intervenzione romana. Il re-prefetto di Roma
ci condusse allo spezzamento della nazione in provincie straniere. Non
c'è più popolo ebreo. Ora gli è questo popolo ch'è mestieri far
rivivere!
— Non sono forse codeste le mie idee?
— Sì; ma a vantaggio di chi questo popolo rinascerà? Ecco ove la
questione si complica ed ove le opinioni si separano. Voi, Hannah,
vorreste farvi dichiarare nostro re ed investire vostro figlio della
dignità di gran sacerdote. E avete già preparata la via facendo occupare
questo posto dal vostro genero Caifa.
— Che graziosamente ci tradisce, sclamò entrando Bar Abbas, cogliendo a
volo questo nome sospetto.
Hannah lo fulminò di uno sguardo di sprezzo e senza degnarsi di
rispondergli, disse:
— Non ho quest'idea.
— Se non l'avete oggi la vi verrà domani, continuò Menahem. I farisei
vorrebbero ritornarci a' tempi della regina Alessandra, quando essi eran
tutto, regnando sulla regina e sul popolo. I sadducei dicono a sè
stessi: Se noi non governiamo il paese, meglio vale avere i Romani che
ci danno la pace e la sicurezza. Gli essenii vorrebbero fare una
comunità universale, abolendo il matrimonio, ed abbandonando così fra
cinquant'anni la Siria in preda ai leopardi ed ai lupi. Noi, figli di
Giuda il Golonite, vogliamo il regno del popolo, col popolo, pel popolo.
— Voi vedete dunque che tutto ciò essendo assurdo, interruppe Hannah,
bisogna fondere i partiti in una grande idea.
— Bisogna fonderli in un comune interesse, ci aveva detto Giuda,
continuò Menahem.
— Ascoltate, figliuoli, interruppe ancora Hannah: il generale Lysius,
che veniva ad irrompere sul piccolo esercito di Giuda Maccabeo,
conduceva seco dei mercanti di schiavi romani onde vender loro i
prigionieri che contava fare: e fu battuto. Non imitiamo quel pazzo.
Cacciamo prima i Romani, dopo vedremo.
— Codesto _dopo_ si troverà forse a fronte di una risoluzione già presa.
— La redenzione dei popoli è sempre stata un'opera di fede. Se è
discussa avanti, naufraga; se la si discute dopo, la si perde. Il popolo
domandò forse a Mosè: Ove ci conduci?
— Ecco la ragione per cui Mosè lo fece passeggiare per tanto tempo nel
deserto, nutrendolo di grilli alla salsa di rugiada, saltò su Bar Abbas.
Amo meglio le cipolle per conto mio, le quali, fra parentesi, sono
eccellenti in Egitto. Ci si dice: Fatevi uccidere, per aver poscia
l'onore di un sepolcro, o di mostrare le vostre cicatrici in un paese
sottoposto ad un indegno padrone! Grazie tante, papà: gli è un padrone
precisamente quello che io non voglio, sia esso Pilato o Hannah. Con
questo che si cena bene da te veramente, o sagan!
— Vediamo figliuoli; non è per discutere queste questioni che siete
venuti da me a quest'ora, alcuni istanti prima della vostra partenza.
Accorciamo. Cosa siete venuti a dirmi? cosa volete sapere?
Hannah sembrava annoiato. Tutti questi ragionamenti erano nuovi per lui.
Egli figurava come il capo di una cospirazione di cui perfino il
programma gli giungeva come una rivelazione. Egli non vi si riconosceva
più. Io non l'aveva mai iniziato allo scopo finale di quest'opera di cui
egli appariva creatore. Egli non era altro che un nome: perchè ne avrei
fatto un corpo, un pensiero, un essere? Ero stato costretto a spiegarmi
coi fratelli di Giuda di Gamala, perocchè costoro erano i soli uomini in
mezzo a tutti quei fanciulli che si credevano tali perchè avevano barba.
Ecco dunque il sagan imbarazzato e gli altri sviati. Menahem, che era il
più giovine dei fratelli di Giuda di Gamala, e che sostenne poi una gran
parte nel tentativo di liberazione del nostro paese, rispose:
— Abbiamo una cosa a dirti, sagan, e vogliamo saperne molte. Giuda è
caduto nelle mani dei nostri nemici. Bisogna a qualunque prezzo impedire
che lo uccidano. Se gli abitanti di Gerusalemme non sono abbastanza
forti per opporsi a questo attentato, noi non partiremo, e resisteremo.
— Se Giuda non è già caduto vittima, se Pilato non lo soffoca nel fondo
delle sue mude, Giuda sarà salvo, affermò il sagan.
— Lo promettete?
— Lo giuro, disse il sagan.
— Sì, replicò Bar Abbas, ma non ripetere, Hannah, codesto tuo giuramento
al tuo Vicario Caifa. Questi te ne farebbe sciogliere da Pilato,
effettuando tutto codesto trinceramento di _se_, di cui hai circondato
la tua promessa. Quel gran sacerdote lì, non m'ispira nessuna
confidenza. Quella figura appuntita, sopra un corpo frusto, quella
faccia gialla come un limone, sopra un corpo festonato di azzurro, d'oro
e di gioielli, m'ha l'aria d'essere un serpente rannicchiato nella pelle
d'una volpe. Egli vende le pecore ebree ai beccai romani, i quali a loro
volta gliene apparecchiano le costolette pel suo pranzo.
— È un'infamia codesta che tu dici, urlò il sagan. V'è nessun altro qui
che osi ripeterla?
— Nessuno l'oserà, osservò Bar Abbas, perchè l'infamia ha un privilegio
regale: poter dire tutto! Ma molti pensano come me.
— Basta così, sclamò il sagan. Sì, Giuda sarà salvo se Pilato ne ordina
il supplizio pubblico. Ma non siamo abbastanza forti per demolire le sue
torri. E dopo?
— Ecco ora quello che vorremmo conoscere, sagan, riprese Menahem. Che
dobbiamo noi dire ai nostri fratelli della provincia per giustificare
Gerusalemme della strage dei giorni scorsi?
— Che non volendo impegnare una battaglia, ma soltanto scandagliare lo
spirito pubblico, contarci, riconoscerci, non avevamo preparato nè
distribuito armi; che Gerusalemme è stata sorpresa, assalita
improvvisamente, e vinta prima che avesse neppur cognizione dell'attacco
del nemico; che Gerusalemme ha dato una larga parte di vittime, e che
voi l'avete veduta nel lutto, protestare, colla fuga e colla sua assenza
dagli spettacoli, contro un padrone straniero.
— E che diremo loro per illuminarli sull'avvenire?
— Che l'avvenire è sovente nelle mani di Dio, ma che l'uomo audace
glielo strappa sempre di mano; che bisogna volere, volere, e poi volere.
Chi vuole può.
— Noi vogliamo tutti, disse Menahem; ma che bisogna egli fare per
potere?
— Avere delle armi, saper servirsene; aver cuore, confidenza,
disciplina; non stancarsi mai; non disperare nei rovesci; non
inebbriarsi nei successi; credere alla propria forza, al proprio
diritto; non indietreggiare davanti nessuna cosa quando si tratta di
perdere l'inimico; restar uniti; guardarsi dalle carezze dello
straniero, rifiutarne perfino i beneficii, perfino la giustizia, perfino
l'amore; non dar mai quartiere; divenire un'idea modellata in un uomo, e
fare di questa idea una ostinazione.
— Noi lo faremo, disse Menahem.
— Allora, la vittoria è certa.
— Sono troppe cose che occorrono, brontolò Bar Abbas. Ho veduto gli
Spagnuoli, i Brettoni, i Galli, i Germani voler tutto ciò, e malgrado
tutto ciò soccombere. I Romani non conoscono che una cosa sola.
— Quale dunque?
— Il momento. Tutto è là. Quegli uomini lì passano la lor vita a
osservare la meridiana dei popoli. Varo, che era guercio, fu tagliato a
pezzi. Volete schiacciare i Romani? fatevi Romani. Dacchè sono Giudeo,
io non ricevo che dei calci; quando ero nelle legioni menavo botte da
orbo.
— Continuate, disse il sagan a Menahem.
— Cosa farà Gerusalemme?
— Darà il segnale.
— Hum! fece Bar Abbas. Non ho mai veduto i trombettieri battersi fuorchè
nelle rotte, ove ognuno se la cava come può. Preferirei che Gerusalemme
facesse qui la sua parte, mentre gli altri la fanno altrove, tutti
nell'istesso tempo.
Il sagan si contorceva, perchè, alla fin fine, quel birbo non aveva
tutti i torti.
— E poi? domandò Hannah.
— Quando suonerà l'ora dell'azione? In che luogo? A qual parola d'ordine
bisognerà dar principio? domandò Menahem.
— Ogni ora è buona quando s'è pronti. Noi vegliamo. Nessun luogo
disegnato prima dell'azione. Nessuna parola d'ordine, che può essere
male intesa. Nondimeno, venite al prossimo _peschah_ (pasqua) come
verreste ad una battaglia: dite addio alle vostre donne, ai vostri
figli, ai vostri vecchi, e.... mirate al Tempio. Dio è la forza e la
verità.
— Bah! bah! bah! esclamò Bar Abbas. Tutto codesto non è che un bisticcio
di coloro che vedono sempre le cose da lontano. Questa Forza e questa
Verità ci hanno fatto le più inette burle del mondo. Il popolo ebreo ha
sempre mirato al Tempio, e ciò non ha impedito che gli Egiziani, che gli
Assiri, che quelli, che questi, che tutti insomma che l'han voluto,
l'abbiano condotto schiavo come delle bestie da lavoro. Il Tempio è
stato preso, ripreso, bruciato, rifatto, profanato le tante volte; e la
Forza e la Verità non si sono mai incomodate per scoccare la folgore la
più piccola, la più ridicola, che qualunque Giove di villaggio avrebbe
trovato nel suo focolaio. Udite me, cari fratelli, che ho vissuto
vent'anni con quei bellimbusti. L'ora ed il luogo per estirpare i Romani
dal vostro suolo è quando essi se lo aspettano meno, dove essi se lo
aspettano meno, se tuttavia non potete attaccarli in ogni sito
nell'istesso tempo. Quanto alla parola d'ordine, non ce n'è che una:
Grazia a nessuno! distruzione, dispersione perfino delle ceneri di ciò
che avete distrutto. I Romani sono come una cimice, che, risparmiata
l'autunno, rinasce legione nella primavera.
Il sagan guardò Bar Abbas con un fulminante aggrottamento di ciglia,
urtato, irritato di vedersi contradetto da un uomo simile, e in quella
forma. Bar Abbas, fingendo di sbadigliare, gli fe' cenno schizzando
l'occhio in modo significante. Menahem domandò:
— È necessario il silenzio?
— La nostra lotta è quella del diritto contro la forza: non abbiamo
d'uopo dunque di parlare per giustificarci: abbiamo d'uopo d'agire per
riuscire. Il silenzio è la metà del successo.
— Ah! ancora delle parole vuote di senso, saltò su di nuovo Bar Abbas,
alzando le spalle. Il silenzio mostra paura. Perchè cangiare in una
cospirazione ciò che può, ciò che deve esser guerra? Per abbattere i
Romani abbiamo bisogno del numero; tutta la nazione deve metter le mani
alla scodella. Ora, se voi vi nascondete, se parlate basso, se non
chiamate che gli iniziati e gli eletti, sarete in piccol numero, e
schiacciati come lucertole. Se nessuno l'osa, m'incarico io di andare a
presentare a Ponzio Pilato — l'uomo dalla faccia livida e dal cuore di
sangue — il suo congedo pel 15 di nizam, giorno del peschah dei figli di
Giacobbe. Birbo di Vecchio! Fu egli fortunato di avere una moglie che
gli guarniva il letto di giovani ganze! Ah! no, non era lui, era suo
padre.... ma non fa niente.
— Allora che attitudine dobbiamo prendere di fronte ai due tetrarchi,
principalmente di Antipas?
— Il riserbo, disse Hannah. Osservarli, perchè essi non sono più gli
amici del popolo ebreo, ma i carcerieri di Roma.
— Questa poi l'è bella! sclamò Bar Abbas. Come! voi volete dunque
aumentare il numero dei vostri nemici? Non vi bastano dunque i Romani?
Bisogna comprometterli, al contrario, codesti tetrarchi; bisogna sedurli
coll'esca della ricostruzione del regno di Erode, ch'essi già ambiscono.
Più cacciatori avrete in questa maledetta caccia, e più sarete sicuri
d'ammazzare la belva. Vedremo poi chi s'avrà la pelle. Certo, non mi
sarò io quegli. Mi contenterò di averne gli avanzi come i cani.
— Ma allora chi sarà il capo che condurrà tutta questa grand'opera?
domandò Menahem. I tetrarchi, il sagan, il gran sacerdote, la sinagoga,
il sanhedrin, il gran collegio, i figli di Giuda di Gamala, i sadducei,
tutti si credono avere il diritto di comandare e di dirigere. A chi
dobbiamo noi obbedire?
— La direzione, rispose Hannah visibilmente imbarazzato da quella
domanda, spetta al consiglio dei delegati dei partiti. Durante il
combattimento, quando l'ora della battaglia sarà suonata, ogni partito
sceglierà il suo capo. Dopo il trionfo, tutti concorreranno alla nomina
del capo, se tuttavia capi e semplici gregarii non saremo tutti uniti
nell'istesso supplizio.
— Ecco un bel caos! obbiettò Bar Abbas. Capisco per altro che non è cosa
da potersi decidere prima. Il più ardito, il più fortunato, forse il più
ricco, il più astuto o il più intrigante, sarà il capo. Ma egli sorgerà
sicuro dagli avvenimenti, non egli s'imporrà ad essi. Supponete che sia
io che abbia la fortuna di cacciar via Pilato da Gerusalemme; credete
forse, potente sagan, che vi lascerei fare la pioggia ed il bel tempo
nella città, come fate ora? Ricordatevi Erode. Ma non tocchiamo questa
questione per ora. Si tratta di cacciare i Romani; ci scanneremo dopo
fra noi per darci un padrone che scannerà quelli che resteranno. Che
volete che faccia un padrone arrivato in questa guisa, se non si mette
anche lui a scannare un po'? Non vorrete certo che il vostro nuovo
signore muoia di noia. È così dolce il trucidare gli amici della vigilia
che diverrebbero sì esigenti all'indomani! Val meglio liberarsene e
restar franco.
Un vecchio, tutto vestito di bianco, abbronzato come un camellaio del
deserto, che era restato fino a quel momento silenzioso e ritirato, si
avanzò allora nel mezzo della sala, e interrompendo e scostando colle
mani Bar Abbas, gridò:
— Io ve lo dico: tutto codesto, non è che fanciullaggine. Ci vuole un
profeta od un messia[12].
[12] «Un'altra ragione spiega l'incredulità della Giudea:
l'abbandono col quale questo paese si dava in preda al
maraviglioso. Era stato assogettato, dall'origine, ad una regola,
che autorizza a non scorgere nei più sacri miracoli che una
semplice questione di necessità e di costumi.» SALVATORE, pag.
399. — GIUSEPPE, _Antichità_, XX, cap. II, VI, VI. — _Guerra_, II,
cap. XXIII, — XXIII.
Questo esseniano aveva posto il dito sul cuore della situazione. La sua
proposizione riassumeva tutto, risolveva tutte le difficoltà, rispondeva
alle circostanze ed alle tradizioni del popolo ebreo. Un profeta è Dio.
Dio primeggiava su tutti, aveva diritto di pretendere a tutto, all'umano
ed al sovrumano. Un capo poteva imporre ai suoi subordinati
dell'eroismo; un profeta esigeva da loro dei miracoli.
Il lungo silenzio che accolse questa proposizione provava che
l'esseniano aveva colpito giusto. Tutte le coscienze gli rispondevano:
«Sì, è duopo d'un profeta.»
Hannah finalmente disse:
— Ebbene, sia: avrete un profeta.
— Quando? quando? domandarono tutti unanimi.
— Nol so, rispose Hannah. Abbiamo bene nel Tempio ciò che occorre per
produrre un messia: ma non possiamo abolire nè il tempo nè lo spazio.
Ora la Grecia, l'Egitto, l'India, la Persia, sono lontane: Apollonio di
Tiane, Jarchas, i Mitra, gli Orfei, gli Hermes, non si trovano a Gerico.
Poi, bisogna apparecchiargli un teatro e degli spettatori, a codesto
messia: delle donne ossesse che sputino fuori il diavolo e a tempo; dei
catalettici che si risveglino a ora fissa, degli epilettici
disciplinati... che so io? La scienza si compera, la fede si costruisce;
ma bisogna del tempo. Nondimeno io penso che quando ritornerete pel
peschah io vi presenterò un profeta bene ammannito, ben tarchiato, il
quale colla sua parola solleverà il popolo, come il vento alza la polve.
— Accettato, replicarono tutti i cospiratori; a rivederci a peschah.
— Infrattanto, aggiunse il sagan, preparate il popolo, e quando verrete,
dite addio alle vostre donne, ai vostri figli, ai vostri vecchi, e siate
armati. Si verrà qui per morire, forse.
— Avremo delle armi, risposero tutti ad una voce, e verremo per vincere.
— Allora che Dio sia col suo popolo, sclamò Hannah, con un tuono che
significava che tutto era stato detto e che l'assemblea era ormai
sciolta.
I delegati uscirono poco a poco, alcuni silenziosamente, altri dicendo
qualche parola al sagan. Bar Abbas restò per ultimo.
— Ora, miserabile, gridò il sagan furibondo, mi spiegherai alla fine ciò
che vuol dire l'attitudine impudente che hai presa stasera.
— Non l'hai indovinato?
— Io non indovino, rispose il sagan con tuono severo, io interrogo.
— Ebbene, ho voluto gettare la confusione in mezzo a degli spiriti che
avrebbero potuto principiare a vederci chiaro. Non ci andavi di mano
morta, tu, o sagan, a precisare, a scender nei particolari, e spiegare
filo per filo tutti i segreti delle nostre operazioni, a svolgere
l'andamento della nostra impresa! Diavolo! e non dubitavi tu che lo
stesso onest'uomo che ha tradito i nostri fratelli della casa disabitata
di Josafath, poteva forse trovarsi anche questa sera in mezzo a noi?
— Hai ragione, disse Hannah riflettendo.
— Ti ho parlato di Caifas: te lo denunzio nuovamente. Bisogna strisciare
per vedere nei fondi tenebrosi. Io credo di averlo indovinato.
Guárdatene bene. Tu sei minacciato pel primo da quella ambizione
infatica, ma persistente ed astuta.
Hannah sorrise e non rispose. Bar Abbas continuò:
— Dopo tutto ciò che ho detto io, quella gente non sa più dove dare del
capo, nè ciò che facciamo, nè ciò che faremo, nè ciò che dovrebbero far
essi. L'amico di Pilato, anche se vuole denunziarci, ha perduto la
pesta. Ti par dunque che quella gente lì debba pensare e sapere? Devon
essi forse conoscere per quale strada li conduciamo al macello? Insomma:
in tutto ciò che s'è detto questa sera, non c'è stata che una parola di
sodo.
— Il profeta?
— Il profeta. Sì, dobbiamo fabbricarne uno. Egli sarà il tuo scudo, o
sagan. E' ti covrirà nella lotta e tu t'innalzerai sopra di lui dopo il
combattimento. Soccomberemo? Pilato lo sacrifica. Trionferemo?
l'avveleni e prendi il suo posto. Tu non hai d'uopo certo che io
t'insegni come si fanno queste cose. Un messia! se ne trova a tutti gli
angoli delle vie, e sono cose molto utili. Le nostre provincie ne
producono a ufo, e la canaglia non crede che in essi perchè parlano in
nome di Dio. La canaglia non ha un orizzonte medio. Nel basso ove sta,
la non scorge che fango, o, levando gli occhi, che Dio nel cielo. Tu non
significhi nulla per essi, e quindi non hai presa su di loro, non hai
alcun potere.
— È vero, disse il sagan.
— Allora, facciamo presto, improvvisiamo questo profeta. Ah! che peccato
che non siamo nelle Gallie! ne ho vedute tante di drude o druide che non
so come le chiamino.
— Ci penserò, disse il sagan riflettendo.
— In questo caso non ho più nulla a dirti. Dammi un mantello, e puoi,
senza offendermi, offrirmi anche una tunica. Tuo figlio è della mia
statura.
— Sì, fece Hannah. L'hai ben meritato; e questo in più.
E così dicendo il sagan diede a Bar Abbas un pugno di monete d'argento.
— Diavolo, diavolo, urlò Bar Abbas, intascando il denaro. Spero che
troverò ancora all'angolo della via quella cialtrona che mi ha rubato la
metà del mio mantello.
— Non dimenticar Giuda, disse Hannah.
Bar Abbas assentì col capo.
Justus non aveva assistito a quella riunione.