IX.

Justus non aveva assistito alla riunione in casa del sagan, perchè era

andato da Maria.

Le portava la notizia della mia prigionia nella torre Phasaelus.

Questo colpo, che aveva rallegrato Justus, non abbatteva Maria. Ella non

era donna da lagnarsi come una donna, da desolarsi, domandando aiuto al

cielo.

Justus non era tale un amico, da non trar partito della disgrazia d'un

amico.

Ritornando da Roma, io aveva incontrata quella ragazza sulle rive del

lago di Genesareth, al momento in cui aveva perduto il suo ultimo

parente, e restava sola nel mondo. Non mi occorse un lusso di seduzioni,

per persuaderla a seguirmi a Gerusalemme. Sapendosi bella, la non

disperava che un giorno o l'altro io mi sarei deciso a sposarla.

Conoscendo il proprio carattere determinato, pronto alle risoluzioni,

ricco di espedienti, ella contava far arrivare il più tosto possibile

quel giorno. Una settimana dopo che ella aveva preso dimora nella mia

casa, Maria aveva già compreso che i suoi progetti di Magdala non si

sarebbero mai effettuati. Non esitò molto a decidersi di trarre dalla

sua situazione il miglior partito possibile. Mi congedò, tra due dei più

ardenti baci della luna di miele dell'amore.

Era troppo tardi, e troppo presto. Troppo tardi, perchè io principiava a

sentire per lei dei violenti desiderii; troppo presto, perchè non n'ero

ancor sazio. In breve dopo una querela che durò tutta una notte ed una

parte del mattino, andammo d'accordo: Maria consentiva a continuare ad

amarmi, ma nella sua casa, padrona del suo domicilio, del suo cuore e

delle sue azioni, rinunciando a tutti i vantaggi che la legge giudaica

le poteva accordare su me. Per contro, io le diedi per abitazione una

bella casetta fra due giardini, alle porte della città, nel sobborgo di

Bezetha. E siccome io viveva quasi sempre con lei, vi portai tutto il

lusso, l'eleganza, i piaceri che avevo osservato presso le dame romane e

greche, e ci presi gusto anch'io.

Maria non aveva la tinta, in parte vera in parte presa a prestito dai

cosmetici, delle cortigiane romane; ma la aveva nel suo colorito d'oro

in fusione una freschezza, uno splendore, un mordente, un vigore, una

giovinezza che la rendevano mille volte più seducente. Ella non aveva lo

spirito, la coltura, il gusto, la grazia, il fascino morale della

cortigiana greca; ma ne aveva tutta la civetteria; tutti i capricci;

tutto l'imprevisto, tutte le voluttà, tutta la venustà scultoria delle

forme. Era Cleopatra: quella misteriosa e tetra regina che aveva stretto

il mondo due volte nelle sue braccia di bronzo, e l'aveva soffocato dei

suoi baci. Maria era l'ideale della donna siriaca che possiede la taglia

della palma, il color dell'aurora, gli occhi di serpente, la elasticità

della tigre, la bocca che contiene un Eden di passione, sia che rida, o

che morda. Questa regina di Saba ben presto adottò, dal momento che

divenne libera, delle abitudini fantastiche. Sdegnò la moda delle donne

ebree, pure così graziose e così semplici, e si compose un costume

assiro, il quale le dava lo splendore che la notte ed il cielo azzurro

danno alle stelle.

Non occorreva tanto per gettare lo scompiglio in mezzo alla gioventù

ricca ed elegante di Gerusalemme. Maria l'ebbe presto tutta ai suoi

piedi, mai nelle sue braccia. Giammai donna fu più fedele al suo amante

amato, di quel che lo era Maria per me cui ella amava sì poco. Dovunque

ella passava, tradita dai suoi profumi, dal suo seguito, dalla sua

abbagliante bellezza, dai suoi adornamenti, dalla sua insolenza, dal suo

riso che si sarebbe detto una cascata di perle sur un bacino d'oro, un

riddare di raggi, dovunque la si mostrava, un vivo commovimento

seguivala. Le altre donne impallidivano; gli uomini le si affollavano

attorno. I sorrisi, le offerte, le parole amabili, la gaiezza,

l'impertinenza, le risse, che so io? tutto scintillava e le turbinava

intorno come il delirio.

Justus non aveva resistito a quella seduzione involontaria; tanto più

che egli aveva visto Maria più da vicino, con me, nelle ore che la era

ella stessa e non s'infingeva per altrui, ed era allora le cento volte

più affascinante! Questa Greca di contrabbando era insomma una deliziosa

Ebrea. Ella aveva, come io stesso, avvertito l'amore silenzioso di

Justus, ma non fece mai nulla per provocarne la confessione; colui,

dalla sua parte, non l'osò mai.

Dopo il mio arresto — e si sapeva che gli arresti di Pilato, cui nulla

spaventava, erano mortali quasi sempre — Justus sperò; prese coraggio.

Maria invece, che fino allora m'aveva impartito un così modesto

bricciolo del suo amore, mi si diede con tutte le espansioni della sua

anima.

— Ebbene, diss'ella, se Giuda è arrestato bisogna liberarlo.

— Gli è che.... riprese Justus.

— Non ci sono _gli è che_: lo si deve, dovessi io abbandonarmi nelle

braccia del suo carceriere, come Giuditta, per strappargli le chiavi;

dovessi mettere fuoco ai quattro angoli di Gerusalemme. Quanto io ho,

fino alle trecce dei miei capelli, prendete tutto e comperate la sua

libertà.

— Maria, rispose Justus tutto tremante, ti sei mai accorta che io t'amo?

— Sì.

— Allora, puoi comprendere che farò tutto per piacerti.

— Va dunque e ritorna domani, quando avrai notizie più precise sulla

situazione di Giuda.

Non vi erano che tre uomini i quali potessero dire alcun che sul mio

conto: Pilato, Cneus Priscus, ed il vecchio carceriere della torre

Phasaelus. Non c'erano quindi che due uomini i quali potessero andare ad

informarsene: Hannah e Bar Abbas. Justus si rivolse ad Hannah, che

rifiutò per tema di attirare l'attenzione sopra sè stesso. Bar Abbas

accettò senza farsi pregare, perchè aveva già fatto i primi passi,

coronati da quella serie di calci che il vecchio carceriere gli aveva

regalati.

— Io non mi son mica uomo da aver paura nè di calci, nè di pugni, nè di

colpi di daga, rispose egli alla proposizione che Justus gli fece; ma

quando si agisce bisogna avere almeno una probabilità di successo; senza

di che, l'azione è una follia.

— Certamente.

— Ebbene, per lavorar con efficacia, ho d'uopo di denaro.

— Ti vendi dunque sempre, Bar Abbas?

— Imbecille! gridò il galuppo. Quel denaro non sarà nè per me, nè per

compensare i miei sforzi: devo corrompere qualcuno. Conosco il vecchio

Ruben. Sono stato il suo pigionale più d'una volta. È chiacchierone,

ubbriacone, goloso, infingardo. Ama le baldracche. Gli piace burlare.

Tutto ciò, mio caro idiota, si compra e si paga. Se fossi ricco, non

domanderei nulla. E non voglio andar a domandare nulla a Maria, perchè

ella darebbe tutto, ella.

Justus prese un pugno di sicli, e lo versò nelle mani di Bar Abbas,

dicendo:

— Non andar mai da Maria. Quando avrai speso questo denaro, ne avrai

dell'altro, poi dell'altro ancora, e così sempre.

— Alla buon'ora! giovine ipocrita. Vuoi monopolizzare tutta la

riconoscenza della pulzella. Va, va, fa la tua strada, ma sta in

guardia: non si incespica mai che quando si guarda il cielo. Si direbbe

che il cielo porta disgrazia.

— Ti metti subito all'opera, non è vero?

— Hai una premura che è sospetta, figliuolo mio. Sarei quasi tentato di

domandarti la mia parte.

— Di che cosa? della premura?

— Di ciò che la provoca.

— Tu sai che Giuda è amico mio.

— Ma! appunto per ciò mi stupisco della tua magnanimità. Non si fanno

tanti sforzi per un amico, che quando si tratta di perderlo.

Tre giorni dopo, Bar Abbas sapeva tutto.

S'era presentato al vecchio Ruben, per iscontare i calci della sera

precedente. Aveva principiato lo scambio, con dei cazzotti, nella

taverna ove il carceriere andava a gozzovigliare la sera, dopo di aver

coricato i suoi pupilli. La partita saldata, Bar Abbas, da vecchio

milite di fronte a vecchio milite — Ruben aveva combattuto contro Pompeo

alla presa di Gerusalemme, — gli aveva offerto una riconciliazione.

— Non voglio distruggerti, gli disse egli, preferisco ubbriacarti,

vecchio bestione.

La proposta non ammetteva una lunga riflessione, neppure per anomalia di

gusti. Ruben accettò, colla riserva di bere ma senza ubbriacarsi.

Promessa da beone. Egli bevve, s'ubbriacò, e parlò. Bar Abbas, per

saldare i conti, lo fece rotolare con un pugno sotto la tavola

dell'osteria, e uscì, mulinando così:

— Che la folgore soffochi il sagan, e Caifa in sua compagnia! Cosa

significa tutto ciò? Levato dal carcere di notte, con una benda agli

occhi, e condotto al palazzo di Erode per la porta del giardino? Che,

che! messer Pilato si darebbe il divertimento di strangolare i

prigionieri per suo proprio uso, in privato, senza giudicarli,

nottetempo, e di preparare alle sue vittime la sorpresa di sentirsi

torcer il collo, senza saper dove? Ciò è possibile. Le idee strane e

malinconiche posson venire a cui casca sulla testa una donna che avea

lasciata all'altro capo del mondo. Nonostante, gli è così dolce il

contemplare i proprii nemici far le smorfie sopra una croce, dall'alto

del monte Sion! Pilato è veluttuoso. No, no, egli non si sarebbe mai più

giuntato dello spettacolo di Giuda crocifisso, nei suoi deliziosi

panorami delle sere di autunno al chiaro di luna. C'è altra cosa.

Vediamo un po': l'è quella benda indiavolata che m'imbroglia. Perchè

hanno coperto il capo di Giuda di un lembo di drappo? Codesto mistero

non indica un concetto d'un uomo, a meno che quell'orco di Priscus non

abbia eseguito un ordine irregolare. Ma Bar Abbas mio caro, qual ordine?

Per esempio, quello di una persona la quale avesse interesse di veder il

prigioniero senza esserne conosciuta, in un sito remoto, e di farlo

ricondur poscia nel suo carcere. Hum! Bar Abbas mio bello, tu spazii

nella luna. Il vino di Gerico raffredda il tuo cervello. In fede mia, la

più corta ancora l'è d'andare ad informarmene.

Sopra questa saggia determinazione Bar Abbas si recò al palazzo di

Erode. Giuda non era ancora apparso al pretorio. Pilato adunque era

fuori di causa. Quest'uomo di guerra del resto aveva potuto essere

sovente aspro, ma non era mai stato soppiattone. Pilato posto da parte,

non restavano che Pomponius Flaccus e Claudia, che avessero il diritto

di far escire Giuda dalla sua prigione. Il governatore della Siria,

perduto nelle sue dissolutezze, passando i suoi giorni nel letto e nel

bagno, e le sue notti a tavola o altrove, avrebbe ben dato l'ordine di

rapire una ragazza, od un ganimede, per rallegrar le sue feste; ma egli

non si mischiava di sottrarre al carnefice le sue vittime. Pomponius

quindi pareva innocente. Dunque?

Gli appartamenti di Cesare, abitati da Claudia, sporgevano sui giardini.

Giuda era un bellissimo giovane. Le dame romane andavano pazze di orgie

misteriose. Claudia arrivava, preceduta da una tetra celebrità,

offuscata dall'odio degli schiavi contro i loro padroni. Ella aveva

distinto Giuda in quella bella scena, che aveva commosso tutto il

circo.... Occorreva altro? Bar Abbas diresse tutte le sue investigazioni

nei contorni della bella Romana. Attaccò il segreto dalla parte del

giardino e da quella della corte, con gli schiavi e con le schiave. Non

potè scovrir nulla. Ma le sue induzioni non ne furono che più

corroborate. Ruben mi aveva veduto passare pel giardino, e penetrare nel

palazzo; i soldati che avevano accompagnato Cneus lo confermavano. A

meno, dunque, che non m'avessero fatto escire di là morto o vivo, morto

o vivo dovevo trovarmi in quella parte del palazzo.

Quando questa idea fu entrata nel capo di Bar Abbas, egli ritornò da

Justus e gli comunicò le sue osservazioni. A Justus andarono a sangue;

perchè egli ci aveva interesse, quand'anche non le trovasse verosimili,

avendo in mente di profittarne.

Andò a vedere Maria.

— Ho scoperto il ritiro di Giuda, diss'egli.

— Il ritiro? Non è dunque più nelle segrete della torre Phasaelus?

domandò Maria.

— Sarebbe stato meglio per te che vi fosse tuttavia.

— Perchè dunque?

— Perchè? Ami tu Giuda, Maria?

— Rispondi alla mia domanda.

— Ebbene, perchè Giuda è stato condotto al palazzo d'Erode, di notte,

cogli occhi bendati, pei giardini, negli appartamenti di Cesare occupati

da Claudia.

Maria impallidì.

— Allora....? sclamò essa.

— Non comprendi dunque?

— Ho paura di comprendere.

— Eppure è chiaro. Non c'è più traccia di Giuda. Pilato non sa nulla di

tutto questo. La donna dalle orgie di Capri aveva ricevuto un servizio

da Giuda. Tu sai se Giuda è bello supremamente. Se dunque non lo hanno

ucciso, egli sdilinquisce nelle braccia della Romana che lo ricompensa

del suo atto di coraggio.

— L'è una infamia, a codesta donna onesta, di rubare così l'amante di

una favorita, per mandato della giustizia.

— Non hai altro da aggiungere?

— L'è una cosa infame, infame, ed andrò a proclamarlo in tutte le piazze

di Gerusalemme.

— Ciò non ti restituirà punto Giuda. Claudia d'altronde è così bella!

Maria, in tutta Gerusalemme, in tutta la Giudea, in tutta la Siria, non

ci sei che tu — in ogni caso ai miei occhi — più bella di Claudia.

Maria restò pensosa alcuni minuti, cangiando ad ogni momento di colore,

gli occhi ardenti, fissi, lucenti come una lama di pugnale, le mani

increspate. Poi alzandosi con risoluzione:

— Justus, disse, l'altro giorno hai confessato d'amarmi.

— Io mi muoio di questo amore, Maria.

— Non te ne chiedo tanto. Vuoi tu, puoi tu salvar Giuda?

— Maria!... ma io t'amo. Non comprendi dunque tu che io ti amo, e che se

Giuda ritorna....

— Bisogna ch'io lo strappi a quella donna, a qualunque prezzo: capisci?

bisogna ch'io glielo strappi.

— S'egli fosse nella gabbia d'un leone, sotto le zampe d'acciajo di una

tigre, non esiterei un istante. Non ci vedrei nessun pericolo.

— Va, sarai pagato, per Dio, del tuo pericolo, usurajo, poltrone.

— Maria, io t'amo: mi ucciderò dopo, se vuoi.

— Cosa ti occorre dunque? parla, vigliacco, confessa i tuoi desiderii.

Vuoi forse che io ti getti il mio amore alla faccia?

— Un giorno, Maria, un'ora, ed io arrischio tutto. Io smuoverò il cielo,

abbrucierò il palazzo d'Erode per arrivare fino a lui, per strapparlo

dalle braccia, intendi? dalle braccia di Claudia.

— Tutto, tutto: io ti darò tutto, purchè tu riesca a liberare Giuda.

M'hai tu compreso? tutto.

Justus era caduto ai piedi di Maria e li baciava con ebbrezza,

sclamando:

— Gli è che io ti amo tanto, Maria! Gli è che traverserei il deserto

sopra le mie ginocchia per arrivare fino a te, Maria! Un anno, un anno

intero, mio Dio, ho sofferto il supplizio di vederti nelle braccia d'un

altro, di sentire il rumore dei suoi baci, di sfiorare il soffio delle

tue carezze. Mi sono trascinato la notte sotto le tue finestre, come un

essere che striscia, per aspirare un profumo che trapelasse dalla tua

camera, ed ho inteso.... Dio mio! e non sono ancora pazzo!

— Ma di che hai d'uopo ancora, cosa vuoi? Non ti ho forse detto tutto?

La promessa non ti è bastante forse? Vuoi un impegno? un giuramento?

Vuoi ch'io t'abbracci per farti partire, che mi getti ai tuoi piedi, per

darti fretta? Cosa vuoi altro? dillo, ma dillo dunque! E resti invece lì

ancora a leccare i miei sandali.

Justus si levò e sclamò:

— Maria, tu saprai ciò ch'io avrò fatto e giudicherai. Io non voglio

giuramenti; tu avrai compassione di me, non è vero, Maria? addolcirai

questo amore che mi uccide.

Alla sera, Justus ritornò da Maria. Bar Abbas aveva avuto ulteriori

informazioni. Bar Abbas aveva fatto dei progetti di liberazione che

Justus si attribuì agli occhi della giovine donna. Egli fomentava la

gelosia di Maria, e strappava alla gelosia ciò che l'amore gli aveva

rifiutato.

Qual era codesto progetto di Bar Abbas?

Bar Abbas era un vagabondo notturno. Gli restava ancora probabilmente

una casupola, ch'egli chiamava la sua magione; ma ordinariamente e'

passava la sua vita in casa altrui, o meglio nella casa di tutti: nelle

piazze pubbliche, all'angolo d'una via, nel bugigattolo di una di quelle

povere disgraziate che la notte sollecitavano i viandanti nelle

stradelle remote, o in prigione, raccolto ubbriaco fradicio dalle

guardie di notte, o facendo baccano all'uscio delle osterie. Gli

accadeva talvolta, pure, di restare fuori delle porte della città, e di

vagare lungo le mura a rischio d'esser divorato dagli sciacalli e dai

lupi, battendosi coi cani che risvegliava.

In quelle peregrinazioni notturne, gli era avvenuto di esser due volte

testimonio di una scena che lo aveva sorpreso. Aveva scoperto a una

svôlta di strada, cinquecento passi dai giardini del palazzo di Erode,

dalla parte d'Ophel, cinque o sei individui ravvolti nei loro mantelli,

in disparte nella corte d'una casa, vicino ai loro cavalli, pronti alla

partenza. Poi, più lungi, aveva veduto un'altra persona uscire da una

porta secreta dei giardini reali, aprendola per di dietro, richiuderla

ed allontanarsi. Quella scoperta gli aveva suggerito un'idea, una

bizzarria. L'aveva comunicata a Justus, che l'aveva approvata senza

discussione, giacchè gli era mestieri di raccontare a Maria un progetto

qualunque fosse. Justus era uno di quegli uomini che hanno del coraggio

in mezzo ad una mischia, e che sono poltroni di fronte ad un pericolo

isolato. Bar Abbas non gli aveva per altro svolto che lo schizzo del suo

progetto. Egli voleva, nella prossima notte, verificare la posizione, ed

assicurarsi, se la sortita di quell'uomo che aveva veduto, si

rinnovellava.

Difatti nella notte susseguente, mentre Justus alimentava la gelosia di

Maria, e insisteva nei suoi tentativi, mentre io filavo con Claudia una

passione ben altra che l'amore, Bar Abbas stava in attesa del visitatore

notturno dei giardini del palazzo. Egli restò al suo posto, dalla terza

fino all'ottava ora (due ore dopo la mezzanotte).

Gli otto uomini nascosti nella corte della casa vicina furono anch'essi

al loro posto; ma l'attore principale mancò. Bar Abbas non era uomo da

scoraggiarsi per uno scacco, sopratutto quando il suo stomaco era ben

soppannato da una buona cena, e da un fiasco poderoso dei colli

d'Emmaus. La seconda notte, e' fu più fortunato. Egli vide entrare

l'uomo alla quarta ora, ed uscire alla sesta.

All'indomani, il progetto fu fissato con Justus cui un primo bacio

rubato a Maria rendeva più audace. Justus riportò alla giovine donna,

che la notte seguente avrebbero tentato la mia liberazione. Un secondo

bacio rese Justus più che audace, temerario. Di che si trattava, in una

parola? Oh! la era semplice come un matrimonio disfatto per mancanza di

dote. Ma quella notte pure la buona stella di Justus che favoriva le sue

correrie di baci nei miei dominii, gli preparò un insuccesso. Le cattive

azioni hanno quasi sempre l'incoraggiamento della provvidenza. Bisogna

essere eroico in ogni maniera, per far il bene. La notte seguente però i

miei due amici furono ricompensati delle loro pene, e della loro

devozione alla mia disgrazia. Quando ci penso, mi sorprendo ad

allocchire: quel miserabile Bar Abbas era proprio ammirabile! Rischiava

la vita, perchè? Certo, non per dei baci, e neppure per distrarsi.

Alle cinque della notte, un uomo avviluppato nel suo nero mantello

rasentò il muro del giardino, senza guardarsi intorno, senza

preoccuparsi di essere o non essere scorto, la testa bassa, a passi

lenti. Arrivato alla piccola porta, cavò di tasca una chiave, aprì,

entrò, e respinse la porta che si chiuse con fracasso. Si sarebbe detto

che fosse il padrone di casa. Justus e Bar Abbas, che si trovavano più

lungi in un incavo del muro, videro tutto ciò, senza soffiar motto. Poi,

quando l'uscio fu chiuso, Bar Abbas afferrò la mano di Justus, che gli

parve agghiacciata, e gli disse: — andiamo!

Si appostarono uno per parte alla soglia che l'altro aveva varcata, ed

attesero.

La notte era fredda. Un venticello dispettoso si querelava colle foglie

degli alberi, colle terrazze delle case, in una maniera piagnucolosa,

stridente, paurosa come se qualche demone l'avesse minacciato, e

cacciava dinanzi a sè degli immensi nugoli neri, dal portamento

maestoso, che navigavano penosamente come navi ferite dalla tempesta.

Questi nuvoli venivano dal sud, dal fondo del mar Morto e dal Giordano,

e per conseguenza sopraccarichi di temporale. Dalla parte del nord,

venendo dalle montagne di Samaria, uno sciame di nuvolette bianche ed

impaurite se la svignava in fretta. Qualche stella abbastanza ardita per

farsi vedere, rientrava alla presta. Centinaia di cani ululavano in

lontananza, del non avere probabilmente trovato neppure una carogna

nella valle dell'Hinnom. Il Cedron borbottava; perchè il suo filuccio

d'acqua ed i suoi sassi si rincontravano fragorosamente dopo sei mesi

d'un'estate secca come il deserto. Tutto dunque faceva prevedere una

notte piena di strepito. Si udivano già alcuni sordi movimenti

nell'aria, come di un giovine tuono che provasse i suoi primi rulli.

— Felice chi ha una casa ed un letto, borbottò Justus.

— Ed una ganza dentro, aggiunse Bar Abbas.

— Credi che quel facchino ci lascierà intirizzire qui, a lungo, eh?

— Diamine! se quel facchino trova là entro ciò che noi ci auguravamo

testè, cioè un letto ed un'amante, ne ho paura.

— Preferirei finirla subito.

— Sei un eroe! se avremo mai una repubblica Ebrea, ti propongo per

generale del nostro esercito.

— Ho una grande inclinazione per l'acqua; preferirei esser ammiraglio.

Due ore erano scorse. L'oscurità era completa. Nessun rumore umano

annunziava che vi fosse qualche creatura svegliata all'infuori dei cani

e dei carnivori, che venivano a cercare nelle immondizie della città il

loro incerto pasto. Siccome l'ora della uscita dell'uomo ch'era lì

entro, s'avvicinava, Bar Abbas e Justus tacevano, l'orecchia tesa, il

naso al vento. Finalmente, intesero nel giardino come una porta che si

chiude con precauzione, poi lo scricchiolar della sabbia sotto i piedi,

poi il passo lento, pensoso, irregolare, a zig-zag, direi quasi

attristato, tanto era pesante ed intermittente. L'uomo si fermò

all'uscio.

Restò un momento lì, poi girò sui suoi talloni, guardando probabilmente

il palazzo che lasciava in quel punto. S'intese un grosso sospiro

precipitarsi fuori dal suo petto, come se avesse temuto di soffocarvi.

Questa pausa durò due o tre minuti. Pareva indeciso se ritornerebbe

indietro, o se sarebbe partito. Quest'ultima risoluzione la vinse. Girò

di nuovo, frugò nelle tasche, prese una chiave, aprì, uscì. Chiudeva già

la porta, quando una mano possente afferrò il suo pugno, mentre due

braccia vigorose lo stringevano. Mezzo inviluppato nel suo mantello,

quel visitatore notturno non avrebbe potuto opporre che una debole

resistenza. Egli non ne fece alcuna. Si voltò come un uomo sorpreso, ma

per nulla spaventato, come un uomo più maravigliato dall'audacia che

commosso da un attentato, e sclamò:

— Cos'è dunque?

Il tuono con cui disse queste parole, fece rabbrividire Justus. Bar

Abbas non si lasciò imporre da quel contegno, che ritenne preso a bella

posta.

— Niente affatto, o per lo meno poca cosa, rispose egli coll'istesso

tuono disinvolto. Ti domandiamo semplicemente quella chiave.

— Per che farne, se ti aggrada?

— Ma, una chiave, io credo, è fatta per aprire o per chiudere, per

lasciar entrare o lasciar uscire.

— E per rinchiudere anche.

— Precisamente, ma io, nella mia ignoranza delle finezze della lingua,

credevo che chiudere bastasse.

— Allora!

— Non hai ancora capito?

— Perfettamente; quantunque faresti meglio di parlare nel tuo

linguaggio, se ne hai uno, piuttosto che scorticare il greco.

— Ah! questa poi è graziosa! io che ho dato delle lezioni di pronunzia

ai Brettoni.

— Dunque, tu dici?

— Dammi quella chiave, o me la prendo.

— Siamo intesi. Però non m'hai ancora spiegato per qual ragione vuoi

penetrare in quel giardino.

— Per qual ragione ci sei andato, tu?

— Io, l'è ben differente. Sono medico, ed il padrone di casa ha un cane

che ha la gotta alle due zampe davanti, e non potrebbe sottoscrivere il

suo testamento.

— L'hai guarito, spero.

— In un lampo. Egli ti lega anzi qualche cosa in quel suo testamento, io

credo. Tra fratelli, del resto, è naturale.

— Come dunque! come! Un cane! capperi! saremmo noi entrambi dell'istessa

famiglia? Sì, davvero un cane è il solo parente che potrebbe, morendo,

lasciarmi qualche cosa.

— Egli è per questo che esso ti lascia la corda che domani io ti farò

mettere al collo.

— Domani, caro medico, è ancor lontano. Siamo appena a mezzanotte.

— E mezza. Sta bene, ti do la chiave. Ma non puoi dirmi cosa vai a fare

in quel sito? Io credo, che è per, per.... vorrei pur addimandar la cosa

con una parola pulita.... Ah eccola: per rubare.

— Folgore del Sinai! per chi ci prendi tu dunque, imbecille.

— Ma, vi prendo per delle persone delicate che vanno di notte ad

alleviare i ricchi del loro superfluo.

— Ebbene, marrano, t'inganni.

— In questo caso, virtuoso cittadino, te ne faccio le mie scuse. Avresti

tu dunque, lì dentro, un intrigo d'amore?

— Ah! e se ciò fosse?

— Allora ti offrirei i miei servizii.

— Tu m'hai l'aria d'un famoso compare. Dopo tutto, vediamo. Sei di casa,

tu?

— Un poco.

— Vuoi tu guadagnare... Hai dei bezzi, Justus?

— Sì, una ventina di sicli.

— Senti? vuoi guadagnare dunque una ventina di sicli, lasciando a me,

ben inteso, il dieci per cento?

— E perchè no? purchè ciò che mi domandate non sia troppo pesante.

— È leggiero, come l'ordinario mio desinare. Si tratta soltanto di

guidarci.

— Dove, se la domanda non è indiscreta?

— Lì dentro.

— Voi siete dunque curiosi di visitar il palazzo dopo mezzanotte?

— Noi siamo curiosi di trovare un amico che si è smarrito in quegli

appartamenti.

— L'è una bisogna filantropica. Vediamo, raccontatemi come sta la cosa.

Chi è codesto amico? come mai si è desso smarrito colà? Cosa cercava?

— Te lo dirò, camminando.

— Non mi piace conversare camminando. Spiegati prima.

— Avrei dovuto principiare coll'ucciderti, e prenderti la chiave, disse

Bar Abbas. È un'idea che mi viene adesso, in ritardo d'un quarto d'ora,

la sciocca. Non monta. Che tu sappia o no le nostre faccende, bisogna

che io penetri in quella casa infame, che strappa i prigionieri dalle

mude onde rischiarare le sue orgie.

— Cospetto! hai la collera virtuosa, mio bel profeta. Va innanzi.

Spiegati un po' più chiaramente, e ti prometto, sulla mia parola, ajuto,

protezione, ed impunità.

— Hum! sei troppo generoso per crederti solvente. Breve, te l'ho già

detto, uno dei nostri amici è stato preso, tolto via dalla torre

Phasaelus, dieci giorni fa, di notte, cogli occhi bendati. È stato

condotto qui, è entrato per quella porta, ed è là negli appartamenti

della moglie del procuratore probabilmente, con lei forse.

— Ascolta, disse l'uomo della chiave, tu verrai meco adesso in quella

casa, e se hai mentito, o se ti sei ingannato, non c'è croce abbastanza

lunga, non ci sono torture abbastanza atroci, per farti morire.

— Che io sia dannato! sclamò Bar Abbas, sei dunque Pilato, tu? E cosa

vieni a rubare di notte qui?

Pilato non rispose. Con una mano aprì la porta, coll'altra spinse dentro

i due avventurieri.

Sì, era Pilato in persona, l'uomo che a quell'ora usciva dagli

appartamenti di sua moglie, senza vederla, senza parlarle. Egli non si

curò di chiudere l'uscio. Afferrando i due accusatori di Claudia per i

polsi, come in una morsa, li trascinò seco al fondo del giardino, spinse

del piede la porta della conserva dei fiori, vi entrò e prendendo nella

sua tasca un'altra chiave, aprì la porta che metteva nella casa. Dei

deboli chiarori illuminavano i portici, i corridoj, le scale, e le

camere ch'egli percorse coll'impeto dell'uragano, avendo sempre le

braccia di Justus e di Bar Abbas chiuse nei suoi artigli di ferro,

quantunque al postutto e' non avesse bisogno di loro. Arrivato

finalmente ad una porta in cima ad una scala, bussò. La porta s'aprì e

nell'istesso tempo la luce rischiarò una giovine donna, Pilato e i due

suoi accoliti!

— Cypros, gridò Pilato, mi hai mentito.

Justus tremava; Bar Abbas, malgrado la sua impudenza, sentiva un brivido

percorrere la sua colonna vertebrale, all'udire la voce cupa e dannata

di Pilato.

— Sono perduta! mormorò Cypros. Oh povera madre mia, tu morrai schiava!

Memorie di Giuda, vol. I · 第 18 / 29 题