L'anfiteatro di Gerusalemme era stato costrutto dal re Erode.
Il re sapeva benissimo che la legge proibiva il genere di spettacoli che
vi si danno per solito. Ma egli provava questo mezzo di seduzione, come
ne aveva tentato tanti altri, nobili, utili, politici, umani, per
spezzare quella cerchia di bronzo, ch'estraniava gli Ebrei dalla
comunanza degli altri popoli dell'Oriente e dell'Occidente. Egli fallì
in questa, come in tutte le sue altre idee, troppo grandi per un popolo
così incolto e così rozzo.
L'anfiteatro, al tempo di Erode, era sempre stato popolato, come lo è
oggidì quello di Pilato, da spettatori venuti perfino dalla Grecia e
dall'Egitto — da Damasco a Memfis, da Gaza a Tiro, — dalle città greche
e romane che s'innalzano sopra il suolo dei figli di Jacob, — Cesarea,
Gadara, Sephoris, Pella, Scitopoli, Hippos, Phasaelus, Tiberiade. Le
città di Samaria si vuotavano, tutti andando a vedere le feste di
Pilato, che coincidevano con quelle dei Tabernacoli degli Ebrei. Il
vasto circo rigurgitava quindi di popolo fin dalla mattina.
V'erano anche degli Ebrei, ma dei due partiti estremi: l'aristocrazia
sadducea, e quella infima plebe che non si classifica, ma si
ammonticchia. Siccome da noi non ci sono vestali, il podium era stato
riservato alle dame di alto grado, per le quali c'era una sportula
apposita di entrata. Le file superiori erano tutte occupate dalle donne,
quasi tutte velate; le prime, dagli uomini di condizione più elevata,
magistrati, principi, capi di milizia, preti, antichi ufficiali delle
sinagoghe. Una inferriata, non molto alta veramente, li proteggeva dalle
fantasie di quelle bestie che avessero voluto cercare altrove che
nell'arena un sito per rappresentare la loro parte.
Ad una delle estremità di questo ovale, a nove o dieci piedi al di su
dell'arena, si trovava la loggia di Pilato — rimpetto al podium —
separata dagli altri spettatori soltanto da una corda di seta ed oro,
tesa ai due lati, dalla graticola di ferro ai gradini superiori. Sul
davanti, sopra due sedie d'avorio incrostate d'oro, siedevano Claudia
Procula, con ai piedi dei cuscini di seta azzurra ricamata di argento, e
Pomponius Flaccus che li poggiava sopra un tappeto persiano. Dietro ad
essi il seguito delle loro corti e degli ufficiali. Pilato occupava un
seggio speciale un po' più lungi, come mastro dello spettacolo; poichè a
Gerusalemme non vi erano come a Roma edili o direttori speciali per
questo oggetto. Un velarium tessuto di bianca lana di Bethania, a righe
cremisine di lana di Sion, copriva bene o male tutto il vasto ricinto.
La varietà di costumi degli spettatori allettava lo sguardo. Ma coloro
che qualche volta nella loro vita avevano assistito ai circhi romani ed
agli ippodromi greci, ove il popolo è sì gaio e rumoroso, avrebbe
creduto di vedere, in quella folla così tranquilla e così seria,
un'assemblea che assiste ad un processo capitale in una corte di
giustizia. D'altronde quei combattimenti al cesto, quei _reziarii_, quei
_dimacheri_, quegli _andabati_, che potevano avere di interessante per
gente che si era trovata la vigilia presa in quella strana caccia che i
soldati romani avevano data al popolo ebreo, trafiggendo petti, dorsi,
fianchi, tagliando teste e membra, e correndo sempre innanzi, sempre
innanzi, sopra feriti, morenti e cadaveri? Non c'era una famiglia ebrea
che non avesse il suo lutto; donde poteva spillare la gioia? Nessuno
conosceva quei combattenti, nessuno scommetteva per uno o contro uno di
essi; come potevano interessarsene? Il popolo ebreo ha della sensualità
per la bellezza, come tutte le razze orientali, ma non il sentimento del
bello, come il Greco ed il Romano. Il popolo ebreo teme la forza ed è
malfidente della destrezza; egli non l'ammira, non la coltiva, e
nemmeno, a mo' dei Greci e dei Romani, l'apprezza. Come si sarebbe egli
appassionato per le belle forme dei gladiatori greci, per l'ammirabile
abilità di quei _dimacheri_ italiani, i quali, pugnando di spada e di
pugnale, senza armi difensive, si uccidevano a vicenda; o per l'agilità
di quel _reziario_, e di quel _mirmillone_, l'uno ucciso e l'altro
ferito a morte? Appena se si rise un po' degli sbagli di quei Galli
_andabati_, di cui uno — camuffati come erano di un elmo di ferro che
non aveva aperture che alla bocca ed alle orecchie — dopo diverse
balordaggini, ebbe un braccio spiccato fuor netto, e l'altro il ventre
squarciato. Tutto questo era accolto con freddezza.
Ma una scena d'altro genere venne ben tosto a destare una dolorosa
commozione.
La giornata doveva chiudersi con una pantomima di ballo e di canto di
una festa di Sileno, interrotta dall'irruzione di un toro, aizzato da
cani che lo cacciavano e che lasciavano il tempo così ai cori ed ai
cimbalisti di mettersi in salvo per la _sana vivaria_ e le altre uscite
dell'arena. Ma avanti che si rappresentasse questa commedia, Pilato
volle che la sua tragedia precedesse.
Le trombe suonarono. Il silenzio del deserto si fece profondo nella
festa. Allora un araldo si alzò dietro a Pilato, ed avanzandosi, gridò:
Ecco la sentenza dei cospiratori contro Cesare.
Dopo che l'araldo ebbe letto il decreto pronunziato il dì innanzi dal
procuratore, questi fece un segno. Allora il vomitorio che stava al
disotto del _podium_ si aprì, e apparvero i condannati. Erano divisi in
tre file, legati da corde pugno contro pugno. Quelli che dovevano esser
crocifissi la sera precedevano gli altri. Erano i più vecchi, i più
deboli; li conducevano soldati indigeni. Il secondo gruppo era composto
dei condannati alle bestie, in semplice tunica, con un solo pugnale a
difesa. Moab era alla testa di questo; dei soldati Romani marciavano
dietro a loro. Finalmente venivano i sei condannati alle bestie, ma
armati questi di tutto punto, eccetto la corazza e lo scudo. Menahem era
fra costoro; i legionarii gli scortavano.
Quando apparvero nel circo, un grido immenso echeggiò in mezzo alla
folla: Gloria ai figli d'Israele: coraggio, coraggio! Poi seguì un
silenzio che faceva fremere. I condannati non pronunziarono una parola.
Tutti avevano il passo sicuro, l'aria calma, l'aspetto dignitoso, quasi
andassero a compiere un sacrifizio religioso.
Menahem camminava, la testa alta, lo sguardo perduto nel cielo, come se
avesse voluto squarciare il velarium, e incontrare nel firmamento lo
sguardo, il sospiro, il bacio forse, ch'e' vi cercava. Moab scorreva
degli occhi ansiosi le gradinate dove stavan le donne, visibilmente
inquieto, concentrando tutta la potenza della sua vita in quegli sguardi
investigatori. Percorsero così tutta l'arena da dritta a sinistra,
tenendo il dosso voltato al _podium_, durante la metà del loro
passaggio.
Io stava rimpetto a quella parte dell'anfiteatro. Allorchè i condannati
arrivarono sotto la loggia di Claudia, alla vista quindi delle donne che
avevano preso posto nel _podium_, osservai un brusco movimento di una di
queste, che era seduta in prima fila, all'istesso livello della moglie
di Pilato. Mano mano che i condannati avanzavano verso quella parte
dell'arena, la agitazione di quella donna aumentava. Ella si alzò e
spinse il suo corpo sì avanti, sì avanti, che un'altra donna seduta
vicino a lei, la prese per la vita onde tenerla. Alla fine gettò un
grido. Tutti gli occhi si voltarono subitamente di là. Moab lo intese,
egli pure, e fu preso da un terribile tremito in tutto il suo corpo.
Appena se poteva più camminare; ma arrivato sotto quel sito, gridò egli
pure: Addio, Miriam!
— Moab! rispose la conosciuta, e ricadde sopra il suo cuscino, lasciando
andare la testa sulle spalle della sua vicina.
A questo movimento, il velo si sciolse. La fu una vista abbagliante per
tutti. Si sarebbe detto che il velarium si aprisse, e che il sole
inondasse l'arena. Mai non s'era seduta una simile bellezza fra le
figlie d'Israello fino da Esther, forse da Eva la figlia di Dio, in poi.
Un grido di sorpresa scoppiò in mezzo all'assemblea. Pilato impallidì
come un cadavere. Moab era caduto affranto, e lo avevano trasportato
svenuto. Claudia disse qualche parola al suo vicino Flaccus, questi le
ripetè a Pilato che non rispose. I suoi occhi erano fissi al posto ove
sedeva Mirjam. Questa si era alzata precipitosamente ed era sparita
sotto il vomitorio che conduceva dalla galleria interna al podium. Io mi
precipitai per vedere questa donna che m'era sconosciuta, a me che
conoscevo tutte le donne di Gerusalemme. Ma ella erasi deleguata come un
soffio d'aria, senza lasciar traccia di sè.
Questo incidente mise un po' di freddo nel resto dello spettacolo.
Uscendo dal circo, il popolo s'incontrò coi condannati che andavano al
supplizio.
Il popolo d'Israello, che non aveva assistito al combattimento dei
gladiatori, andò ad assistere alla morte dei suoi compatriotti. I
contorni del Golgota erano gremiti di gente; ma pareva che quelle
migliaia di uomini e di donne fossero pietrificate. Non un grido, non un
gesto: si respirava sordamente, ed ogni sospiro conteneva una
maledizione.
Mentre gli stranieri si divertivano coi gladiatori ed i mimi di Pilato,
i suoi carnefici alzavano la croce. L'operazione fu breve. Essi ne
avevano l'abitudine. Un'ora dopo avevano issato i condannati sulla
croce, piedi e mani legate; poi, quando tutti pendevano dal patibolo,
ruppero loro con una sbarra di ferro le gambe e le braccia, le coscie e
gli avambracci.
Al grido straziante dei suppliziati, rispose un grido terribile del
popolo: grido inarticolato che non esprimeva nulla e diceva tutto. E fu
il solo. Il popolo svignò dagli accessi del Golgota, come l'acqua
irrompe da un vaso forato.
La sera era fresca e bella. Io aveva cenato con Maria. Bar Abbas era
venuto a sparecchiare gli avanzi. Justus era arrivato un po' più tardi;
poichè quel cattivo mobile avrebbe passata tutta la sua vita ai piedi
della mia amante. Finita la cena, io li invitai ad accompagnarmi. Maria
volle venire anch'essa.
Uscendo dalla porta Giudiziaria, che s'apre sulla strada di Silo e di
Gabaon, lasciammo a sinistra la tomba di Anania, ed incominciammo ad
ascendere, a dritta, il piccolo cocuzzolo del Golgota. La luna lo
rischiarava completamente. Un venticello acuto cacciava dinanzi a sè una
peluria di bianco vapore frangiato in piccoli fiocchi, che svolazzavano
capricciosamente, lasciando puro e netto un firmamento azzurro come la
grotta dell'isola di Capri. La luna avanzava frettolosa.
Una fila di forme bianche che si staccavano sul fondo ceruleo, apparve
ai nostri occhi. A misura che ci facevamo più presso, quelle forme
prendevano una figura, e vedemmo i corpi nudi dei suppliziati.
Il sito era deserto. Le guardie, dopo aver ferito a morte i condannati,
non s'erano curate di udire l'ultima maledizione o l'estrema preghiera.
Dei cani vagabondi, che venivano dall'orgiare nel Carniere dei cadaveri,
abbaiavano per distrarsi. La civetta rispondeva loro. Un gemito sordo,
corto, affogato, rompeva il silenzio notturno.
— Questi infelici non avevano dunque nè sorella nè madre, nè....
mormorava Maria stringendosi a me senza finire la frase: essi muoiono
soli!
— Forse, risposi; ma la paura.... D'altronde è più triste il morire
senza funestare lo sguardo della vista di una faccia umana?...
Eravamo ai piedi delle croci. I condannati avevano gli occhi chiusi o
rivolti al cielo. Nessuno d'essi era ancor morto. I loro petti si
sollevavano con uno sforzo che faceva scricchiolare le loro coste. Le
ossa delle estremità erano rotte; il corpo contratto e impiccolito
projettavasi in avanti. L'agonia era orribile.
Udendo dei passi sotto di sè, una sola voce proruppe da tutte quelle
fauci bruciate e soffocate: Sete! sete!
Noi non avevamo acqua, nè scale. Bar Abbas si precipitò dall'altipiano
per andar a cercar qualche cosa. Quel buffone era anch'esso addolorato!
Io dissi il mio nome. Io ero conosciuto da tutti i patrioti dell'ex
regno d'Erode. Allora un'altra parola scappò fuori da tutte quelle
labbra infiammate come la bocca di un forno: Vendetta!
— Sì, fratelli, risposi io: morite in pace; voi sarete vendicati.
Due o tre di quei petti avevano cessato di sollevarsi.
Maria piangeva.
Justus, la testa china, sembrava desolato e guardava quella donna.
Io mi torceva, non potendo dar loro nessun soccorso, non potendo nè
alleviare nè abbreviare quell'agonia.
Restammo silenziosi, ascoltando quel singhiozzo che straziava l'anima.
La luna continuava la sua ridda scapigliata in mezzo alle nuvole
cacciate dal vento; il grillo si lagnava nelle fessure della roccia che
cominciava a divenir fredda; il cri-cri chiamava la sua compagna; il
cucullo gettava la sua monotona nota al vento che soffiava l'alito
appestato dalla valle ai nostri piedi; lo sciacallo più lungi latrava
dalla gioia. Mentre le finestre del palazzo d'Erode risplendevano per la
festa di Claudia e del governatore della Siria, il respiro dei
suppliziati poco a poco si spegneva. E Bar Abbas non arrivava! Non potei
più rattenermi.
— Addio, gridai, precipitandomi verso il giù della collina.
— Nel cielo! mi risposero le due ultime voci che restavano ancora
distinte.
Quegli infelici credevano quasi tutti alla risurrezione.
Poco dopo, Justus mi ricondusse Maria. Bar Abbas arrivò troppo tardi. Il
sacrifizio era consumato.
L'aria ripeteva ancora il grido: Vendetta! vendetta!
— Oh sì vendetta!... Chi era dunque quella donna che avevo veduta nel
circo? Come era bella, mio Dio, come era bella!
Il giorno seguente, fino all'alba, quegli ebrei che si erano astenuti la
vigilia di andar a vedere i giuochi dei gladiatori stranieri, occupavano
quella parte dell'anfiteatro che circonda come due ale la loggia di
Pilato, per andare a sollazzarsi del _morituri te salutant_ dei loro
martiri. Erano tristi, silenziosi, concentrati; si sarebbe detto che
fossero in corruccio.
Lo spettacolo di Pilato non valeva, certo, quello dei suoi padroni di
Roma. Egli non dava il combattimento di venti elefanti contro un pugno
di Getuli armati di giavellotti che Pompeo presentò nel suo secondo
consolato, nè le sessantatrè pantere di Scipione Nasica e di Lentulus,
nè i cinque ippopotami opposti ai ventitrè coccodrilli di Sagurus, nè la
caccia dei cento leoni organizzata da Silla, nè quella dei trecento e
quindici leoni data da Pompeo, o quella di quattrocento data Cesare. Non
c'erano i tremila e cinquecento leoni, tigri e pantere d'Augusto, nè
finalmente i trecento orsi contro altrettanti leoni e pantere di P.
Servilius. Ma il povero spettacolo di Pilato, tal quale era, bastava al
gusto poco ancora solleticato di quegli Asiatici.
Pilato faceva uccidere, in quella seconda giornata di feste, dieci
tigri, dieci coccodrilli, dodici leoni ed una pantera, che, dicevano, li
valeva tutti; e per aguzzare l'appetito, dodici condannati per delitto
d'alto tradimento verso Cesare: quarantacinque teste!
Allettato dal sangue della vigilia, il popolo si mostrava oggi di buona
voglia. Lo spettacolo non prometteva egli di essere ben atroce? Si
udivano qua e là ridere le donne, gli uomini smettevano la loro gravità,
e s'imbrattavano la faccia con grappoli d'uva, e là ove trovavasi Bar
Abbas era un susurro, uno scattar di lazzi, una gesticolazione animata,
un vociare alto, un tale sconcio diavoleto infine che pareva d'essere al
mercato dei legumi.
Credetti per un momento che quel monellaccio intavolasse da un capo
all'altro del circo una conversazione con me, o con Pilato, o che
scoccasse dei baci a Claudia, e dei torsoli di cavolo a Pomponius
Flaccus. Bar Abbas aveva portato sotto il mantello un piccolo maiale,
che aveva trovato non so dove, poichè quel quadrupede è cosa rarissima
ed antipatica nella Giudea ed a Gerusalemme. Lo mostrava di tanto in
tanto, lo mordeva all'orecchio, e lo faceva grugnire come un ossesso. È
in questa guisa che si era procurato un posto, e molto comodo, avendo
messo in fuga tutti i suoi vicini; di maniera che se ne stava tanto
comodamente quanto Pilato.
Al tocco, gli abitanti del palazzo d'Erode arrivarono, e si posero nei
loro posti come il giorno prima. Qualche minuto dopo, le trombe
suonarono per annunziare che lo spettacolo cominciava. Questo fu il
segnale per i bestiarii di sollevare le grate di ferro alle bestie
feroci, per i guardiani di condurre i prigionieri, e pel popolo ebreo di
levarsi come un sol uomo e scappar fuori dall'anfiteatro. Il vuoto più
assoluto si fece quindi intorno a Pilato, a sua moglie ed al governatore
di Siria, ai due lati dove stavano.
Justus ed io restammo soli, vicinissimi a Claudia. Io sperava di vedere
la maliarda del giorno precedente.
Claudia, Pilato e Flaccus si guardarono negli occhi.
L'effetto di quella protesta non durò lungamente. Altri oggetti vennero
a far diversione.