IV.

L'anfiteatro di Gerusalemme era stato costrutto dal re Erode.

Il re sapeva benissimo che la legge proibiva il genere di spettacoli che

vi si danno per solito. Ma egli provava questo mezzo di seduzione, come

ne aveva tentato tanti altri, nobili, utili, politici, umani, per

spezzare quella cerchia di bronzo, ch'estraniava gli Ebrei dalla

comunanza degli altri popoli dell'Oriente e dell'Occidente. Egli fallì

in questa, come in tutte le sue altre idee, troppo grandi per un popolo

così incolto e così rozzo.

L'anfiteatro, al tempo di Erode, era sempre stato popolato, come lo è

oggidì quello di Pilato, da spettatori venuti perfino dalla Grecia e

dall'Egitto — da Damasco a Memfis, da Gaza a Tiro, — dalle città greche

e romane che s'innalzano sopra il suolo dei figli di Jacob, — Cesarea,

Gadara, Sephoris, Pella, Scitopoli, Hippos, Phasaelus, Tiberiade. Le

città di Samaria si vuotavano, tutti andando a vedere le feste di

Pilato, che coincidevano con quelle dei Tabernacoli degli Ebrei. Il

vasto circo rigurgitava quindi di popolo fin dalla mattina.

V'erano anche degli Ebrei, ma dei due partiti estremi: l'aristocrazia

sadducea, e quella infima plebe che non si classifica, ma si

ammonticchia. Siccome da noi non ci sono vestali, il podium era stato

riservato alle dame di alto grado, per le quali c'era una sportula

apposita di entrata. Le file superiori erano tutte occupate dalle donne,

quasi tutte velate; le prime, dagli uomini di condizione più elevata,

magistrati, principi, capi di milizia, preti, antichi ufficiali delle

sinagoghe. Una inferriata, non molto alta veramente, li proteggeva dalle

fantasie di quelle bestie che avessero voluto cercare altrove che

nell'arena un sito per rappresentare la loro parte.

Ad una delle estremità di questo ovale, a nove o dieci piedi al di su

dell'arena, si trovava la loggia di Pilato — rimpetto al podium —

separata dagli altri spettatori soltanto da una corda di seta ed oro,

tesa ai due lati, dalla graticola di ferro ai gradini superiori. Sul

davanti, sopra due sedie d'avorio incrostate d'oro, siedevano Claudia

Procula, con ai piedi dei cuscini di seta azzurra ricamata di argento, e

Pomponius Flaccus che li poggiava sopra un tappeto persiano. Dietro ad

essi il seguito delle loro corti e degli ufficiali. Pilato occupava un

seggio speciale un po' più lungi, come mastro dello spettacolo; poichè a

Gerusalemme non vi erano come a Roma edili o direttori speciali per

questo oggetto. Un velarium tessuto di bianca lana di Bethania, a righe

cremisine di lana di Sion, copriva bene o male tutto il vasto ricinto.

La varietà di costumi degli spettatori allettava lo sguardo. Ma coloro

che qualche volta nella loro vita avevano assistito ai circhi romani ed

agli ippodromi greci, ove il popolo è sì gaio e rumoroso, avrebbe

creduto di vedere, in quella folla così tranquilla e così seria,

un'assemblea che assiste ad un processo capitale in una corte di

giustizia. D'altronde quei combattimenti al cesto, quei _reziarii_, quei

_dimacheri_, quegli _andabati_, che potevano avere di interessante per

gente che si era trovata la vigilia presa in quella strana caccia che i

soldati romani avevano data al popolo ebreo, trafiggendo petti, dorsi,

fianchi, tagliando teste e membra, e correndo sempre innanzi, sempre

innanzi, sopra feriti, morenti e cadaveri? Non c'era una famiglia ebrea

che non avesse il suo lutto; donde poteva spillare la gioia? Nessuno

conosceva quei combattenti, nessuno scommetteva per uno o contro uno di

essi; come potevano interessarsene? Il popolo ebreo ha della sensualità

per la bellezza, come tutte le razze orientali, ma non il sentimento del

bello, come il Greco ed il Romano. Il popolo ebreo teme la forza ed è

malfidente della destrezza; egli non l'ammira, non la coltiva, e

nemmeno, a mo' dei Greci e dei Romani, l'apprezza. Come si sarebbe egli

appassionato per le belle forme dei gladiatori greci, per l'ammirabile

abilità di quei _dimacheri_ italiani, i quali, pugnando di spada e di

pugnale, senza armi difensive, si uccidevano a vicenda; o per l'agilità

di quel _reziario_, e di quel _mirmillone_, l'uno ucciso e l'altro

ferito a morte? Appena se si rise un po' degli sbagli di quei Galli

_andabati_, di cui uno — camuffati come erano di un elmo di ferro che

non aveva aperture che alla bocca ed alle orecchie — dopo diverse

balordaggini, ebbe un braccio spiccato fuor netto, e l'altro il ventre

squarciato. Tutto questo era accolto con freddezza.

Ma una scena d'altro genere venne ben tosto a destare una dolorosa

commozione.

La giornata doveva chiudersi con una pantomima di ballo e di canto di

una festa di Sileno, interrotta dall'irruzione di un toro, aizzato da

cani che lo cacciavano e che lasciavano il tempo così ai cori ed ai

cimbalisti di mettersi in salvo per la _sana vivaria_ e le altre uscite

dell'arena. Ma avanti che si rappresentasse questa commedia, Pilato

volle che la sua tragedia precedesse.

Le trombe suonarono. Il silenzio del deserto si fece profondo nella

festa. Allora un araldo si alzò dietro a Pilato, ed avanzandosi, gridò:

Ecco la sentenza dei cospiratori contro Cesare.

Dopo che l'araldo ebbe letto il decreto pronunziato il dì innanzi dal

procuratore, questi fece un segno. Allora il vomitorio che stava al

disotto del _podium_ si aprì, e apparvero i condannati. Erano divisi in

tre file, legati da corde pugno contro pugno. Quelli che dovevano esser

crocifissi la sera precedevano gli altri. Erano i più vecchi, i più

deboli; li conducevano soldati indigeni. Il secondo gruppo era composto

dei condannati alle bestie, in semplice tunica, con un solo pugnale a

difesa. Moab era alla testa di questo; dei soldati Romani marciavano

dietro a loro. Finalmente venivano i sei condannati alle bestie, ma

armati questi di tutto punto, eccetto la corazza e lo scudo. Menahem era

fra costoro; i legionarii gli scortavano.

Quando apparvero nel circo, un grido immenso echeggiò in mezzo alla

folla: Gloria ai figli d'Israele: coraggio, coraggio! Poi seguì un

silenzio che faceva fremere. I condannati non pronunziarono una parola.

Tutti avevano il passo sicuro, l'aria calma, l'aspetto dignitoso, quasi

andassero a compiere un sacrifizio religioso.

Menahem camminava, la testa alta, lo sguardo perduto nel cielo, come se

avesse voluto squarciare il velarium, e incontrare nel firmamento lo

sguardo, il sospiro, il bacio forse, ch'e' vi cercava. Moab scorreva

degli occhi ansiosi le gradinate dove stavan le donne, visibilmente

inquieto, concentrando tutta la potenza della sua vita in quegli sguardi

investigatori. Percorsero così tutta l'arena da dritta a sinistra,

tenendo il dosso voltato al _podium_, durante la metà del loro

passaggio.

Io stava rimpetto a quella parte dell'anfiteatro. Allorchè i condannati

arrivarono sotto la loggia di Claudia, alla vista quindi delle donne che

avevano preso posto nel _podium_, osservai un brusco movimento di una di

queste, che era seduta in prima fila, all'istesso livello della moglie

di Pilato. Mano mano che i condannati avanzavano verso quella parte

dell'arena, la agitazione di quella donna aumentava. Ella si alzò e

spinse il suo corpo sì avanti, sì avanti, che un'altra donna seduta

vicino a lei, la prese per la vita onde tenerla. Alla fine gettò un

grido. Tutti gli occhi si voltarono subitamente di là. Moab lo intese,

egli pure, e fu preso da un terribile tremito in tutto il suo corpo.

Appena se poteva più camminare; ma arrivato sotto quel sito, gridò egli

pure: Addio, Miriam!

— Moab! rispose la conosciuta, e ricadde sopra il suo cuscino, lasciando

andare la testa sulle spalle della sua vicina.

A questo movimento, il velo si sciolse. La fu una vista abbagliante per

tutti. Si sarebbe detto che il velarium si aprisse, e che il sole

inondasse l'arena. Mai non s'era seduta una simile bellezza fra le

figlie d'Israello fino da Esther, forse da Eva la figlia di Dio, in poi.

Un grido di sorpresa scoppiò in mezzo all'assemblea. Pilato impallidì

come un cadavere. Moab era caduto affranto, e lo avevano trasportato

svenuto. Claudia disse qualche parola al suo vicino Flaccus, questi le

ripetè a Pilato che non rispose. I suoi occhi erano fissi al posto ove

sedeva Mirjam. Questa si era alzata precipitosamente ed era sparita

sotto il vomitorio che conduceva dalla galleria interna al podium. Io mi

precipitai per vedere questa donna che m'era sconosciuta, a me che

conoscevo tutte le donne di Gerusalemme. Ma ella erasi deleguata come un

soffio d'aria, senza lasciar traccia di sè.

Questo incidente mise un po' di freddo nel resto dello spettacolo.

Uscendo dal circo, il popolo s'incontrò coi condannati che andavano al

supplizio.

Il popolo d'Israello, che non aveva assistito al combattimento dei

gladiatori, andò ad assistere alla morte dei suoi compatriotti. I

contorni del Golgota erano gremiti di gente; ma pareva che quelle

migliaia di uomini e di donne fossero pietrificate. Non un grido, non un

gesto: si respirava sordamente, ed ogni sospiro conteneva una

maledizione.

Mentre gli stranieri si divertivano coi gladiatori ed i mimi di Pilato,

i suoi carnefici alzavano la croce. L'operazione fu breve. Essi ne

avevano l'abitudine. Un'ora dopo avevano issato i condannati sulla

croce, piedi e mani legate; poi, quando tutti pendevano dal patibolo,

ruppero loro con una sbarra di ferro le gambe e le braccia, le coscie e

gli avambracci.

Al grido straziante dei suppliziati, rispose un grido terribile del

popolo: grido inarticolato che non esprimeva nulla e diceva tutto. E fu

il solo. Il popolo svignò dagli accessi del Golgota, come l'acqua

irrompe da un vaso forato.

La sera era fresca e bella. Io aveva cenato con Maria. Bar Abbas era

venuto a sparecchiare gli avanzi. Justus era arrivato un po' più tardi;

poichè quel cattivo mobile avrebbe passata tutta la sua vita ai piedi

della mia amante. Finita la cena, io li invitai ad accompagnarmi. Maria

volle venire anch'essa.

Uscendo dalla porta Giudiziaria, che s'apre sulla strada di Silo e di

Gabaon, lasciammo a sinistra la tomba di Anania, ed incominciammo ad

ascendere, a dritta, il piccolo cocuzzolo del Golgota. La luna lo

rischiarava completamente. Un venticello acuto cacciava dinanzi a sè una

peluria di bianco vapore frangiato in piccoli fiocchi, che svolazzavano

capricciosamente, lasciando puro e netto un firmamento azzurro come la

grotta dell'isola di Capri. La luna avanzava frettolosa.

Una fila di forme bianche che si staccavano sul fondo ceruleo, apparve

ai nostri occhi. A misura che ci facevamo più presso, quelle forme

prendevano una figura, e vedemmo i corpi nudi dei suppliziati.

Il sito era deserto. Le guardie, dopo aver ferito a morte i condannati,

non s'erano curate di udire l'ultima maledizione o l'estrema preghiera.

Dei cani vagabondi, che venivano dall'orgiare nel Carniere dei cadaveri,

abbaiavano per distrarsi. La civetta rispondeva loro. Un gemito sordo,

corto, affogato, rompeva il silenzio notturno.

— Questi infelici non avevano dunque nè sorella nè madre, nè....

mormorava Maria stringendosi a me senza finire la frase: essi muoiono

soli!

— Forse, risposi; ma la paura.... D'altronde è più triste il morire

senza funestare lo sguardo della vista di una faccia umana?...

Eravamo ai piedi delle croci. I condannati avevano gli occhi chiusi o

rivolti al cielo. Nessuno d'essi era ancor morto. I loro petti si

sollevavano con uno sforzo che faceva scricchiolare le loro coste. Le

ossa delle estremità erano rotte; il corpo contratto e impiccolito

projettavasi in avanti. L'agonia era orribile.

Udendo dei passi sotto di sè, una sola voce proruppe da tutte quelle

fauci bruciate e soffocate: Sete! sete!

Noi non avevamo acqua, nè scale. Bar Abbas si precipitò dall'altipiano

per andar a cercar qualche cosa. Quel buffone era anch'esso addolorato!

Io dissi il mio nome. Io ero conosciuto da tutti i patrioti dell'ex

regno d'Erode. Allora un'altra parola scappò fuori da tutte quelle

labbra infiammate come la bocca di un forno: Vendetta!

— Sì, fratelli, risposi io: morite in pace; voi sarete vendicati.

Due o tre di quei petti avevano cessato di sollevarsi.

Maria piangeva.

Justus, la testa china, sembrava desolato e guardava quella donna.

Io mi torceva, non potendo dar loro nessun soccorso, non potendo nè

alleviare nè abbreviare quell'agonia.

Restammo silenziosi, ascoltando quel singhiozzo che straziava l'anima.

La luna continuava la sua ridda scapigliata in mezzo alle nuvole

cacciate dal vento; il grillo si lagnava nelle fessure della roccia che

cominciava a divenir fredda; il cri-cri chiamava la sua compagna; il

cucullo gettava la sua monotona nota al vento che soffiava l'alito

appestato dalla valle ai nostri piedi; lo sciacallo più lungi latrava

dalla gioia. Mentre le finestre del palazzo d'Erode risplendevano per la

festa di Claudia e del governatore della Siria, il respiro dei

suppliziati poco a poco si spegneva. E Bar Abbas non arrivava! Non potei

più rattenermi.

— Addio, gridai, precipitandomi verso il giù della collina.

— Nel cielo! mi risposero le due ultime voci che restavano ancora

distinte.

Quegli infelici credevano quasi tutti alla risurrezione.

Poco dopo, Justus mi ricondusse Maria. Bar Abbas arrivò troppo tardi. Il

sacrifizio era consumato.

L'aria ripeteva ancora il grido: Vendetta! vendetta!

— Oh sì vendetta!... Chi era dunque quella donna che avevo veduta nel

circo? Come era bella, mio Dio, come era bella!

Il giorno seguente, fino all'alba, quegli ebrei che si erano astenuti la

vigilia di andar a vedere i giuochi dei gladiatori stranieri, occupavano

quella parte dell'anfiteatro che circonda come due ale la loggia di

Pilato, per andare a sollazzarsi del _morituri te salutant_ dei loro

martiri. Erano tristi, silenziosi, concentrati; si sarebbe detto che

fossero in corruccio.

Lo spettacolo di Pilato non valeva, certo, quello dei suoi padroni di

Roma. Egli non dava il combattimento di venti elefanti contro un pugno

di Getuli armati di giavellotti che Pompeo presentò nel suo secondo

consolato, nè le sessantatrè pantere di Scipione Nasica e di Lentulus,

nè i cinque ippopotami opposti ai ventitrè coccodrilli di Sagurus, nè la

caccia dei cento leoni organizzata da Silla, nè quella dei trecento e

quindici leoni data da Pompeo, o quella di quattrocento data Cesare. Non

c'erano i tremila e cinquecento leoni, tigri e pantere d'Augusto, nè

finalmente i trecento orsi contro altrettanti leoni e pantere di P.

Servilius. Ma il povero spettacolo di Pilato, tal quale era, bastava al

gusto poco ancora solleticato di quegli Asiatici.

Pilato faceva uccidere, in quella seconda giornata di feste, dieci

tigri, dieci coccodrilli, dodici leoni ed una pantera, che, dicevano, li

valeva tutti; e per aguzzare l'appetito, dodici condannati per delitto

d'alto tradimento verso Cesare: quarantacinque teste!

Allettato dal sangue della vigilia, il popolo si mostrava oggi di buona

voglia. Lo spettacolo non prometteva egli di essere ben atroce? Si

udivano qua e là ridere le donne, gli uomini smettevano la loro gravità,

e s'imbrattavano la faccia con grappoli d'uva, e là ove trovavasi Bar

Abbas era un susurro, uno scattar di lazzi, una gesticolazione animata,

un vociare alto, un tale sconcio diavoleto infine che pareva d'essere al

mercato dei legumi.

Credetti per un momento che quel monellaccio intavolasse da un capo

all'altro del circo una conversazione con me, o con Pilato, o che

scoccasse dei baci a Claudia, e dei torsoli di cavolo a Pomponius

Flaccus. Bar Abbas aveva portato sotto il mantello un piccolo maiale,

che aveva trovato non so dove, poichè quel quadrupede è cosa rarissima

ed antipatica nella Giudea ed a Gerusalemme. Lo mostrava di tanto in

tanto, lo mordeva all'orecchio, e lo faceva grugnire come un ossesso. È

in questa guisa che si era procurato un posto, e molto comodo, avendo

messo in fuga tutti i suoi vicini; di maniera che se ne stava tanto

comodamente quanto Pilato.

Al tocco, gli abitanti del palazzo d'Erode arrivarono, e si posero nei

loro posti come il giorno prima. Qualche minuto dopo, le trombe

suonarono per annunziare che lo spettacolo cominciava. Questo fu il

segnale per i bestiarii di sollevare le grate di ferro alle bestie

feroci, per i guardiani di condurre i prigionieri, e pel popolo ebreo di

levarsi come un sol uomo e scappar fuori dall'anfiteatro. Il vuoto più

assoluto si fece quindi intorno a Pilato, a sua moglie ed al governatore

di Siria, ai due lati dove stavano.

Justus ed io restammo soli, vicinissimi a Claudia. Io sperava di vedere

la maliarda del giorno precedente.

Claudia, Pilato e Flaccus si guardarono negli occhi.

L'effetto di quella protesta non durò lungamente. Altri oggetti vennero

a far diversione.

Memorie di Giuda, vol. I · 第 12 / 29 题