I guardiani del circo collocarono al fondo del circo i sei condannati.

Li avevano coperti di una camicia rossa, credo pel decoro dello

spettacolo, perchè i loro abiti erano stati ben maltrattati nelle

vicende dei giorni precedenti. Moab, questa fiata, era voltato dalla

parte di Claudia. Tutti sei, s'erano piantati all'estremità del recinto,

dosso contro dosso, serrati, le braccia incrociate al petto, la diritta

armata del pugnale in avanti. E' formavano come un pilastro: e non un

muscolo del corpo loro, o della faccia, tremava. Soltanto parevano molto

pallidi. Con la testa e i piedi nudi — quella panoplia vivente serbava

ancora un aspetto formidabile. Gli occhi giravano nelle loro orbite

lanciando degli sguardi terribili. Quei denti serrati, quelle bocche

semiaperte per respirare un alito potente, quelle narici dilatate

promettevano una lotta terribile: la carne morderà forse la bocca che

vorrà divorarla.

Ma quelle bocche altresì, erano spaventevoli.

Appena i bestiarii ebbero sollevate le grate, situate non alle due

estremità dell'anfiteatro, ma ai lati, ecco da una parte lanciarsi come

in un gruppo solo dieci tigri, dall'altra strisciar fuori come un fiotto

dieci coccodrilli.

Un fremito di piacere, anzi che di terrore, corse in tutte le fila.

Il silenzio era completo.

Le tigri entrarono prime. I loro sguardi furono all'istante colpiti

dalla presenza della folla che siedeva tutta intorno e di quel gruppo

rosso ed immobile che era più vicino ad esse. Le loro narici fiutavano

un odore forte, acre e pestilenziale. I coccodrilli coi loro occhi

piccoli e rossastri scorsero a prima vista le tigri che stavano loro di

faccia: e d'uno sguardo di traverso, a dieci passi dalla loggia di

Claudia, i condannati. Tigri e coccodrilli compresero immediatamente,

per istinto, che il loro più grande pericolo non veniva dagli uomini.

Tosto le due bande sostarono per osservarsi reciprocamente. Le tigri si

accosciarono ventre a terra, la testa allungata, lo sguardo fisso e come

affascinato. I coccodrilli si serrarono in linea, l'uno toccando

l'altro, non dando segno di vita che per un movimento inquieto degli

occhi. Uno solo fra essi, il più vecchio forse, una bestia enorme,

indietreggiò fino alla parete dell'anfiteatro, e col ventre appoggiato

contro il muro cominciò a farne lentamente il giro a ritroso.

— Olà, tigri, principi miei signori, gridò Bar Abbas dal suo posto,

attenti! attenti! ecco il sagan Hannah che vi minaccia alle spalle.

Un grande scoppio di risa accolse questa giullarata, ed il nome di

Hannah restò al coccodrillo della retroguardia.

L'esitazione dei due eserciti non durò a lungo. I coccodrilli si

decisero i primi. Essi avevano confidenza nelle loro corazze, come arma

difensiva, e nei loro rictus — vere voragini irte di pugnali — come arma

offensiva. All'uopo, la loro coda di porco avrebbe servito di clava.

Le tigri compresero che non avevano che a tenersi bene, e si tennero

bene. Uno dei coccodrilli, il più giovine, fece un passo avanti, levando

il capo radendo col ventre la sabbia, giacche è al ventre ed alla gola

soltanto che quei mostri sono vulnerabili. Il movimento audace del primo

trascinò gli altri; la banda intera, comprendendo la forza della sua

solidarietà, avanzò. Le tigri non lasciarono la loro posizione;

solamente da accovacciate che erano si appoggiarono sulle loro piote,

come per prendere uno slancio. Questa prudenza sembrò senza dubbio

disonorante per uno di essi, che gettando un urlo soffocato spiccò un

salto di fianco, isolandosi dai suoi colleghi. Dopo questo primo salto,

quel tigre audace ne fece un secondo da un altro verso, tentando una

diversione, e con un terzo, si slanciò sopra il coccodrillo dell'estrema

sinistra. Esso calcolava forse di piombargli sul dorso, ed impegnar la

lotta su quel terreno roccioso. Ma aveva mal calcolato lo slancio. Il

coccodrillo minacciato fece un piccolo scarto da parte, e ricevette il

tigre nella sua bocca. Fu affar d'un minuto. In un lampo si vide il

tigre tagliato in due, e il coccodrillo rovesciato sul dorso, col collo

orribilmente lacerato.

— Bravo! gridò Bar Abbas: l'onore è intatto dalle due parti. Se per

altro avessero pensato a profumarsi l'alito sarebbe stato migliore.

Infatti l'aria ne era infettata.

Mentre che due membri dei campi opposti avevano impegnato quello

sconsigliato duello, il resto dei combattenti, non cessava di

sorvegliarsi. Il risultato di quella prova, sembrò per altro

impressionare i coccodrilli, che si credevano invulnerabili come

Achille. Essi indietreggiarono leggermente. Al contrario le tigri, alla

vista del primo sangue, cominciarono ad agitarsi.

Non una di esse stava adesso tranquilla e silenziosa. S'udiva un ruggito

sordo come il borbottare lontano del tuono. Il gruppo si ruppe. Mentre

quattro o cinque si davano a scambietti fantastici, le altre si tenevano

ferme al loro posto.

I coccodrilli non comprendevano niente di quella danza pirrica dei loro

nemici. E' si sbrancarono per seguirli cogli occhi, e forse, prenderli

al volo. Ma in sul più bello di questa evoluzione sentirono che le tigri

danzatrici, piovevano sui loro dorsi come tanti blocchi di granito,

mentre le altre facevano un movimento di fianco per assalirli di dietro.

La mischia cominciava.

Le tigri s'erano accampate sui dorsi dei loro nemici, e dopo aver

provato colle zanne e le unghie, di sdruscirne le dure squame, li

abbracciarono, e cominciavano a straziare l'epidermide più tenera del

ventre. Così dilaniati, i coccodrilli si rovesciavano, e quelli che non

potevano colpire il loro nemico fuori di portata, divoravano l'inimico

aggrappato al dorso del fratello vicino. In un volger d'occhi l'arena fu

gremita di visceri e di brani di carne. Cinque coccodrilli e quattro

tigri erano morti.

Restavano ancora sei tigri, quattro coccodrilli e il solitario che Bar

Abbas chiamava Hannah, il quale continuava il suo giro d'osservazione

lentamente, non perdendo mai di vista il campo di battaglia, nè

staccando mai il suo ventre dai muri del circo. Ogni prudenza era ormai

cessata. I combattenti erano in preda al furore. I quattro coccodrilli

insanguinati inseguivano le tigri, strisciando rapidamente, presentando

sempre il loro rictus formidabile, ghignando atrocemente. Le tigri

saltabeccavano con rapidità vertiginosa da ogni parte, il più alto che

potevano, di maniera che i coccodrilli obbligati a tener la testa volta

in su, lasciavano scoperto il collo ed il fianco. Le tigri attaccarono

per di dietro. E l'attacco ebbe luogo ai piedi dei condannati, forzati

così ad entrare in battaglia.

Qui avvenne qualche cosa di spaventevole, di impossibile a raccontarsi,

perchè gli occhi non ebbero tempo di seguire l'azione.

Vedemmo succedersi due truci gomitoli che rotolarono nell'arena. Il

primo delle tigri aggraffate ai coccodrilli, dilacerantili, e

ritirantisi esse stesse straziate; il secondo, dei prigionieri gettatisi

su ciò che restava di quelle bestie feroci, tigri e coccodrilli,

accollacciantisi, e rivolgentisi nella sabbia. Il sangue spruzzava fino

a noi. C'era come una pioggia di lembi di carne, che volteggiava

nell'aria. I coccodrilli restarono a mezza via, estinti, distrutti. Ma

quel gruppo delle tigri aggrappate agli uomini, e di uomini attaccati

alle tigri, ora gli uni avendo il disopra ed ora le altre, rotolò a

balzi fino all'altra estremità del circo, dove si fermò, come una massa

ammadiata di sabbia, di sangue, di pelli, di carne e di stracci.

Un momento si credette che tutto fosse finito, e Bar Abbas già domandava

gli onori del trionfo pel prudente Hannah, che s'era tenuto a parte

della mischia. Ma ben tosto quel mucchio fangoso si animò nuovamente.

E allora vedemmo una testa spiccar dalle viscere di una tigre, e

sollevarsi con una precauzione infinita; poi una mano, tergere il sangue

dagli occhi. Il possessore di quella testa e di quella mano guardò da

prima il carnaio ove si trovava, poi attorno attorno, come chi si

risveglia da un sonno d'ubbriachezza. Questa ispezione non fu lunga.

Immediatamente un essere che aveva le forme umane, uscì da quella

pozzanghera infetta, e saltò in mezzo dell'arena, avendo cura di munirsi

d'un pugnale.

Nessuno a prima visto riconobbe quell'uomo. Era nudo, ferito, e come

emerso da un bagno di marciume e di sangue. Raccolse un lembo di

clamide, e si rasciugò il viso per vedere. Allora potemmo riconoscere

Moab. Egli guardava stupidamente intorno a sè. Ma un grido di Bar Abbas

lo riscosse in sussulto.

— Moab, in guardia, in guardia, Hannah entra in battaglia.

Difatti, il vecchio coccodrillo, vedendo che gli restava ancora un

pericolo in quel coso vivente che si agitava all'altra estremità del

circo, girò rapidamente e andò diritto verso di lui.

Non c'era tempo a riflettere. Il coccodrillo spiegava adesso altrettanta

attività, collera e decisione, quanto aveva fin qui mostrato di calma.

Moab, ferito, non poteva più correre a sua voglia. Il coccodrillo si

spingeva sempre più avanti. Non avendo più la celerità per difesa, non

restavagli che l'astuzia. Moab afferrò un blocco di carne e di stoffa in

quella pasta sanguinosa che gli stava vicino, prese posizione, ed

aspettò.

Il coccodrillo marciò sopra di lui con l'abisso della sua nera gola

spalancato. E' si rizzò per inghiottire l'uomo. L'uomo cacciò il suo

gomitolo di carne nella voragine. Non avea che un secondo di tregua. La

pillola non soffocava il coccodrillo: e' l'inghiottiva. Ma in quel lampo

di sosta Moab si gettò ventre a terra, saltò alla gola del mostro, col

suo pugnale, lo squartò d'alto in basso e si tenne avvinto al suo collo

come ad un albero. Il coccodrillo si dibattè ancora alcuni minuti, poi,

nell'ultimo spasimo dell'agonia, slanciò a dieci passi lontano Moab

svenuto, tanto per l'orribile fetore della bestia quanto per lo sforzo

fatto.

I guardiani del circo accorsero allora, onde spazzare quelle carcasse, e

trovarono Moab ancora vivente.

— Grazia, grazia, cominciò a gridare la folla.

Ma avanti che Pilato avesse tempo di decidersi, Claudia aveva alzato la

mano col pollice ritto come le vestali romane. La grazia era accordata.

Si trasportò Moab per la _sanavivaria_, e lo si lasciò alle cure dei

medici.

In pochi istanti, gli schiavi sbarazzavano l'arena, ed aprirono alcuni

vomitorii onde disinfettare l'aria il più presto possibile; poi con dei

rastrelli coprirono di sabbia le pozze di sangue. La seconda parte dello

spettacolo principiava.

Le trombe suonarono.

Il direttore dei giuochi fece aprire una porta di fianco, e sei

cavalieri entrarono nell'arena.

Erano sudditi di Aretas re di Petra. Le loro tuniche gialle

armonizzavano coi loro visi bruciati dall'alito del deserto, e coi loro

magnifici cavalli neri della Numidia. Portavano sul capo un superbo

turbante celeste, colore della loro tribù, ed erano armati di spade,

giavellotti, pugnali, e d'uno spiedo. I cavalli non portavano sella nè

briglie.

Dal lato opposto del circo, si condussero i sei condannati vestiti di

una leggera tunica rossa, la testa ed i piedi nudi, armati soltanto di

una daga romana.

I cavalieri fecero il giro del circo, e si fermarono in isquadrone sotto

il podium. I sei condannati vennero a mettersi davanti a loro alla testa

dei cavalli.

Allora il cancello sotto la loggia di Claudia si alzò, e dodici leoni

con lunga criniera irruppero nell'arena.

Passando dalle tenebre dei loro antri alla luce del giorno, sembrarono

come abbagliati. Gli uni sbadigliarono, gli altri ruggirono, alcuni si

misero a sgambettare, mentre ve n'era che si ruotolavano con voluttà

nella sabbia. Cosa era l'uomo per questi re del libero spazio perchè

essi dovessero prendersene pensiero o accorgersi della sua presenza? Ma

l'uomo non sembrava neppur egli tocco da quel formidabile pericolo. I

cavalli soli tremavano, e si ricoprivano di un sudore agghiacciato. Essi

allungavano le loro sottili teste sopra le spalle dei condannati

allineati dinanzi a loro, come per implorarne protezione. Un nitrito

imprudente scappato al più pauroso, li denunziò ai leoni.

In un lampo, e' si rizzarono tutti, orecchie tese, faccia al vento,

occhio scrutatore: e scoprirono di rimpetto il nimico e la preda che li

attendeva. I leoni per altro non si affrettarono. Alcuni, odorando

l'aria o battendosi i fianchi colla coda, sedettero sopra le lacche,

mentre gli altri fecero lentamente un movimento in avanti.

Uno dei cavalli, il più spaventato, vedendo avvicinare il pericolo, si

slanciò e cominciò a correre pel circo, demente e scapigliato,

trascinando il suo cavaliere. Questo fu il segno della caccia e del

combattimento.

Tutti i leoni corsero dietro al fuggiasco passando come turbine dinanzi

al gruppo dei cavalieri. Questi lanciarono i loro giavellotti in mezzo a

quella muta infernale, per attirarla a sè e liberare così il loro

disgraziato compagno. Quattro o cinque leoni, feriti, si fermarono di

fatti, e vedendo di dove era loro venuto il dolore e l'attacco, fecero

fronte gettando un ruggito che incusse sgomento negli spettatori. Il

fuggitivo fu raggiunto.

Egli abbattè un leone che aveva abbrancato il collo del cavallo; immerse

il suo spiedo nella gola d'un secondo, che gli aveva afferrato la coscia

colle sue zampe. Ma due altri leoni avevano azzannato per di dietro il

cavallo, che si abbiosciò dal terrore sotto il suo cavaliere. Cavallo e

cavaliere perirono. Nondimeno il terribile Siriaco, morendo, ebbe ancora

il coraggio di immergere il suo pugnale nel fianco d'un terzo leone.

Dall'altra parte, quattro leoni piombarono sopra la banda che stava

ferma sotto il podium. I condannati li ricevettero sulla punta della

daga, i cavalieri sui loro spiedi. V'ebbe un istante in cui non si

distingueva più nulla. Ad un punto, quattro cavalieri furono travolti

dai loro cavalli che nitrivano di spavento. Tre uomini a piedi, un

cavallo col suo cavaliere e i quattro lioni, non si alzarono più. Uno

dei combattenti, ferito mortalmente, rotolava dalla sua cavalcatura, e

arrestava, come il pomo d'oro di Atalanta, le bestie feroci che lo

inseguivano. I giavellotti solcavano l'aria del circo. Menahem

s'impadronì allora d'uno spiedo, e saltò sul cavallo che volava nel

ricinto come un'aquila. Gli uomini a piedi, tutti feriti, corsero sopra

i due leoni che facevano strazio del cavaliere caduto. Là s'aprì un

combattimento come nell'Iliade sul corpo di Patroclo. I cavalieri, non

potendo padroneggiare i loro cavalli, la cui paura sembrava delirio,

attirarono fuori della lotta i tre leoni di cui erano inseguiti,

aiutandosi dei loro giavellotti e dei loro spiedoni. I due uomini furono

messi a brani ed i leoni feriti gravemente, Menahem ne uccise un altro,

ma due cavalieri soggiacquero ancora.

Non restava dunque più fra i condannati che Menahem leggermente ferito,

ma il cui cavallo era intatto. Cinque dei Siriaci del re Aretas, erano

estinti. Otto leoni erano stati ammazzati, e gli altri quattro vagavano

feriti intorno al circo. Due uomini dunque contro quattro leoni; partita

in equilibrio.

Menahem prese l'iniziativa, ed assalì. Uno dei leoni gli saltò sopra,

mentre ch'egli uccideva l'altro conficcando nel suo potente petto la

daga che appoggiava sul suo cavallo fino a rovesciarnelo. L'ultimo dei

Siriaci lo disimpegnò, uccidendo quel mostro per di dietro,

traversandolo da parte a parte. Nello sforzo, per altro, l'infelice

Siriaco perdette l'equilibrio, e cadde. E' si trovò fra gli artigli dei

due ultimi leoni i quali, feriti mortalmente, ebbero però ancora

bastante forza per ridurlo a minuzzoli. Quando Menahem, rialzandosi,

accorse in suo aiuto, fu a tempo per finire i leoni ma non per salvarlo.

Quindi, di tutto il combattimento, restava solo Menahem ferito, ed un

cavallo, il quale era ito a morire a pochi passi da lui, esausto dalla

fatica e dal terrore più che dalle ferite.

La prova però di quel disgraziato non era ancora finita. Doveva

scontrarsi ancora con quella terribile pantera che si diceva fosse più

temibile che tutte le tigri ed i leoni già uccisi.

Ad un segno di Pilato una grata si alza, e la pantera è messa in

libertà, innanzi che Menahem abbia il tempo di riaversi. Egli aveva un

braccio divorato, il fianco sdrucito, ma la mano diritta intatta, le

gambe sane, e ogni specie d'armi a sua disposizione. Gli schiavi non

avevano spazzato fuor dell'arena i cadaveri e le carcasse dell'ultimo

massacro.

Uscendo dalla sua tana, e trovandosi in mezzo a tutta quella

carnificina, la pantera sembrò per un istante sorpresa. Indietreggiò, si

postò al muro, o piuttosto si accosciò sotto un fremito vertiginoso che

s'impadronì di tutto il suo corpo. L'istinto le rivelava la presenza di

un inimico che aveva causato quell'eccidio d'individui della terribile

sua razza. Non monta pel cavallo, non monta per l'uomo, ma chi aveva

ucciso tutti quei leoni? Tutto quel rosso l'abbagliava o meglio

l'affascinava.

Allungò il grugno non pertanto sopra una di quelle pozze di sangue e la

leccò. Quella libazione cominciò a inebbriarla. Un giavellotto che la

colpì sulle narici la fece balzare. Allora comprese il pericolo, e

scoprì l'inimico. Menahem si avanzava. Questa volta era l'uomo che dava

principio alla caccia.

Menahem conosceva le pantere, le tigri, i leopardi, gli sciacalli, come

i cani ed i gatti della casa paterna. Egli passava le giornate intiere

nelle solitudini del deserto, per stanare quei formidabili devastatori

delle greggie di suo padre.

Il dolore raddoppiò il fremito della pantera. Si slanciò su Menahem, che

si tirò da una parte e la punse dello schidone. Egli si divertiva ora.

La pantera si mise a sgambettare pel circo. Menahem la seguì,

scoccandole soltanto dei giavellotti. Voleva ucciderla sotto la loggia

di Claudia. La pantera balzava urlando orribilmente, si aggrappava alle

sbarre della grata delle bestie ed a quella che serviva di riparo agli

spettatori della prima fila, i suoi sbalzi erano prodigiosi, ma ovunque

trovava degli spettatori che la impaurivano. Menahem la incalzava senza

ressa, incrociava i suoi salti, la spingeva, l'incalzava sempre più

verso il sito ove voleva ucciderla, sbarrandole la strada, e non

cessando di tormentarla coi giavellotti. Il terrore della pantera

divenne demenza. Il suolo le sembrò mortale da per tutto.

Essa mirò allora a quella parte dell'anfiteatro, che gli Ebrei avevano

lasciata vuota per manifestare a Pilato il loro orrore. Menahem la

rigettava verso quel sito. La pantera, ridotta all'estremo, fece un

prodigioso salto. Passò al disopra delle sbarre che proteggevano gli

spettatori, e venne a cadere a dieci passi da me e da Justus, vicino a

Claudia. Un grido di terrore scoppiò in mezzo alla folla, ed un mortale

salva chi può cominciò. Claudia si alzò in piedi, e strappò dai suoi

capelli quel piccolo pugnale lungo ed affilato, di cui le Romane

facevano uso per tenere confitti sulla loro testa il giro di capelli

posticci che formavano torre. I centurioni, il governatore di Siria che

le stava vicino, suo marito, tutti si disponevano a coprirla del loro

corpo. Io mi alzai pure sguainando il mio pugnale.

— È una Romana, disse Justus, tirandomi della falda del mantello.

— È una donna, risposi, collocandomi in guisa che la mia spalla toccasse

la persona di Claudia, separati soltanto dal cordone di seta che segnava

la demarcazione fra i Romani e la loggia. Claudia udì la parola di

Justus e la mia risposta.

In questo mentre la pantera si rialzava. Trovandosi in faccia ad un

nuovo pericolo, quando forse si credeva salvata, entrò in furore. Fece

un balzo per gettarsi sopra di me o di Claudia. Io l'aspettava al varco,

il braccio steso, il tallone sinistro appoggiato solidamente al muro del

vomitorio, e la gamba diritta in avanti. La pantera venne a rovesciarsi

su me. La ricevetti sul pugnale, ove s'infilzò. Il contraccolpo mi fece

piegare sui garretti, e mi respinse così vicino al petto di Claudia, che

l'alito ardente della belva ci percosse a entrambi la faccia. Il

pericolo era immenso. Con uno sforzo immenso rigettai la pantera nel

circo, e Menahem, che alla sua volta l'attendeva, la ricevè sul suo

spiedo e la sterminò.

— Il tuo nome, mi disse Claudia, per nulla spaventata di ciò che era

accaduto sì vicino a lei.

Io la guardai, poi salutandola con un sorriso, le risposi:

— Sei molto bella, o Romana.

E mi allontanai.

— Seguilo, la intesi dire a Cneus Priscus, che stava dietro a lei.

— Lo conosco, rispose il centurione.

Egli mi conosceva! Bel miracolo!

Chi era io?

Memorie di Giuda, vol. I · 第 13 / 29 题