III.

Ritorniamo ora sui nostri passi.

Un traditore s'era intromesso in mezzo a noi.

I nostri sospetti si fermarono per qualche tempo sopra Jesus Bar Abbas.

Ma la condotta susseguente di questo cinico parassita ci provò che, se

aveva tutti i vizii, aveva almeno la virtù del silenzio. Il fatto è, che

Pilato fino dalla vigilia conosceva, se non lo scopo, almeno il sito

della riunione dei nostri confratelli, nella casa della vallata di

Josafat. Egli sapeva forse qualche cosa di più ancora, poichè s'astenne

di andare incontro a sua moglie, facendole rimettere una lettera dove si

scusava e le annunziava: che, tenendo in mano le fila di una grande

cospirazione, la quale metteva in pericolo il governo Romano, egli non

poteva allontanarsi dalla città.

La casa della vallata era un gran cubo a due piani, diviso in due stanze

e preceduto da un piccolo giardino dinanzi la porta. Due finestre sul

davanti, due sul di dietro, casa stillante l'umidità nell'inverno,

infetta l'estate da scorpioni, lucertole, serpenti e topi, disabitata da

un quarto di secolo forse, poichè il suo proprietario se ne stava a

Cipro.

Fino dalla vigilia, una trentina di soldati dei più agguerriti, sotto il

comando di quel demonio di centurione chiamato Cneus Priscus, erano

usciti verso notte dalla porta del giardino del palazzo di Erode, per

non passare per le porte della città, e scorrendo vicino le mura erano

andati a prender possesso di quella casa. Avevano passato colà la loro

giornata in una mezza oscurità. Eccettuato alcuni caprai che avevano

condotto le loro bestie per leccare quel po' d'acqua fetida che viene

dalla valle di Hinnom, niun'anima viva si era avvicinata a quel sito.

Ma, dal momento in cui il sole principiò a declinare dietro il Moriah,

quei soldati avevano osservato verso il monte degli Olivi e lo Scopas,

dei piccoli gruppi d'uomini che venivano dalla parte di Goreb, da

Bezetha, dal Mizpeh, dall'Akra, gli uni discendendo il fianco della

collina, gli altri uscendo dalle porte, e che, stretti alle mura, si

avanzavano a passi lenti e misteriosi verso la casa. A certa distanza i

gruppi si scioglievano: alcuni si fermavano, mentre altri continuavano,

facendo in guisa che mai più d'uno alla volta varcava la siepe bucata

del giardino ed entrava nella casa. La porta non aveva serratura e

restava semiaperta.

I soldati di Priscus avevano chiuse le imposte e si tenevano ai due lati

della porta. Ne accadeva, per conseguenza, che appena uno dei congiurati

entrava e spingeva la porta dietro a sè, i soldati gli gettavano un

mantello sul capo, e afferrandolo per le braccia, lo trascinavano nella

stanza interna, lo legavano, gli sbarravano la bocca, e lo consegnavano

alla custodia dei loro compagni. Questa trappola prese così una ventina

di cospiratori, fra i più frettolosi. Ma quando il corno del Tempio

suonò, e le tenebre divennero più fitte, i cospiratori si avanzarono con

minori precauzioni affrettandosi per non essere in ritardo.

Quando Menahem varcò la siepe del giardino, una dozzina dei suoi amici

lo seguiva da presso. L'affare nell'interno non andava più coll'istessa

precauzione e lo stesso silenzio. Il selvaggiume incalzava il

cacciatore. Moab si dibatteva ancora quando Menahem si sentì prendere

dalle braccia. Egli comprese subito. Gridò. E siccome era molto forte,

cominciò a resistere. Questo rumore mise l'allarme negli ultimi che

ponevano già il piede nel giardino. Ascoltarono; non vedendo più chiaro

nella casa, sentendo dei gemiti repressi, un rumore d'armi e di lotta,

compresero che i loro complici erano caduti in un agguato. Allora si

allontanarono. Prisco li vide partire. Ma egli non aveva seco abbastanza

forza per inseguirli e nello stesso tempo vegliare sulla preda già

fatta.

— La tortura farà il resto, pensò: questi che ho in mano parleranno, e

riveleranno i complici.

Comprendendo ch'era ormai inutile di attendere più lungamente, temendo

forse che quelli che s'erano messi in salvo ritornassero con altri, in

numero sufficiente per liberare i loro complici, Cneus Priscus prese la

risoluzione di uscire dalla casa, e rientrare colle sue vittime a

Gerusalemme.

Per maggior sicurezza, le aveva condotte nella torre Faselo. La prigione

della città poteva essere infedele, o troppo debole per custodirle.

Tale era il rapporto che Priscus aveva fatto la sera stessa a Pilato, e

ch'egli aveva la mattina dopo ripetuto alla presenza dei prigionieri.

Dopo di che il procuratore aveva dato mano all'interrogatorio degli

accusati.

Le istruzioni scritte, che si erano trovate sopra Menahem,

semplificavano singolarmente la procedura. Pilato li interrogò uno dopo

l'altro a parte; nessuno disse una parola. Alla domanda: Perchè andavi

tu in quel sito solitario e remoto? tutti fecero l'istessa risposta: per

pregare!

Moab rispose con questa variante: Per pregar Dio che mi liberasse dagli

scrupoli di ucciderti, o Pilato!

E Menahem disse: io vi odio tutti, avoltoi romani: noi vi odiamo tutti,

e verrà il giorno in cui i nostri fratelli vi schiacceranno come vipere.

Pilato avrebbe dovuto sottoporli alla tortura per farli parlare, per

strappare dalle loro labbra il nome dei complici ed il piano della

cospirazione. Ma, sia ch'egli credesse ventidue vittime esser bastanti,

sia che disdegnasse colpire le altre, sia che conoscesse i nostri

progetti, sia pietà o sazietà, egli non ordinò di mettergli all'aculeo.

Egli confessava l'ultimo prigioniero, allorchè il suo liberto gli

annunziò l'arrivo di Claudia.

Il resto del Sabato, non si occupò più di quella gente. I doveri

dell'ospitalità verso il suo superiore, l'ansietà di trovarsi con sua

moglie, gli servirono di distrazione.

La conversazione ch'egli ebbe con lei non fu lunga. Lo si vide uscire

dalle stanze di Claudia abbattuto.

Il suo abboccamento con Pomponius Flaccus fu più lungo e più

soddisfacente.

Nondimeno all'alba del dì seguente egli discese al pretorio, e dopo aver

dato certi ordini in segreto ai capi delle truppe, ricominciò

l'interrogatorio dei prigionieri, e la discussione della sentenza coi

suoi consiglieri. Era a quel punto, allorchè i suoi emissarii vennero a

parlargli in segreto.

Il segreto era del resto inutile. Ciò ch'essi venivano a denunziare si

denunziava da sè.

La giornata del Sabato era stata lugubre. L'arresto di ventidue capi dei

più considerevoli e dei più arditi di tutti i partiti aveva colpito nel

cuore la nazione. Quelli che s'erano salvati, e noi stessi, commissarii

superiori, non avevamo potuto prendere nessuna risoluzione, sia che il

giorno del Signore ci paralizzasse, sia che temessimo di esser

sorvegliati. Noi ci attendevamo anzi di essere arrestati da un momento

all'altro. Alla sera le porte erano state chiuse contro l'abitudine del

tempo delle grandi feste del _Purim_, del _Peschah_ e dei Tabernacoli, e

i soldati romani avevano surrogato i nazionali. La guarnigione della

cittadella Antonia era restata in piedi tutta notte. Tutto insomma

indicava che Pilato seguiva le fila dei nostri progetti, e vegliava.

Io m'era nondimeno arrischiato ad andare a vedere alcuni dei nostri capi

che abitavano la città. Non ne trovai nessuno. Del sagan e di Bar Abbas

non sapevo che farmi. Justus venne a raggiungermi da Maria, come di

solito, ma tremava e non sapeva nulla. Io aspettava il giorno con ansia

febbrile per andare a vedere quelli di Galilea, Perea ed Idumea, che

erano accampati sotto le tende o le capanne di rami sulle colline da cui

Gerusalemme è coronata.

All'alba ero in piedi. Uscii dalla mia casa del quartiere d'Ophel e mi

avvicinai alla porta della Torre delle donne, che conduce al sobborgo di

Bezetha-Gareb, aspettando che il guardiano aprisse.

Avevo meditato tutta la notte sopra la posizione della congiura dopo la

sua scoperta e l'arresto dei ventidue capi, ed avevo deciso che, in

qualunque evento, bisognava spingere le cose fino all'estremo.

Sapevo fino dal principio che tutto questo non avrebbe fatto progredire

d'un pollice ciò che si chiamava la liberazione nazionale, e non me ne

davo alcuna pena. Il mio progetto era di compromettere la gente del

Tempio, di soddisfarla per attaccarmela, e metterla male sempre più con

Pilato. Il sagan che non capiva niente, che non pensava niente, si

lasciava condurre, purchè lo si credesse l'anima di tutto il movimento,

e che fosse lui quegli che concepiva, che comandava, il padrone, il

cuore ed il cervello del popolo ebreo. Anche con me egli recitava

qualche volta questa parte. Una volta compita la rottura fra il palazzo

d'Erode ed il Tempio, tutto sarebbe andato per bene. Che importavano

allora l'insuccesso, le vittime, l'indietreggiare d'un giorno,

l'aggiornamento di alcuni mesi, il sangue degli uni o il trionfo degli

altri? Io intendevo dunque di andare a spingere avanti le genti di

Samaria e di Galilea che sono le più intraprendenti, ed attendevo

l'apertura delle porte. Udivo dall'altra parte un rumore più forte che

all'ordinario. Vedevo sul fianco della collina un movimento insolito, un

mormorio lontano, continuo, che veniva da differenti punti della città e

dai suoi contorni, colpiva le mie orecchie. Bar Abbas mi vide e mi venne

dappresso.

Egli toccava di già ad un sufficiente grado di ubbriachezza.

— Giuda, mi diss'egli, sai dunque...

— Tutto.

— Ed ora che gli altri sono presi, che dobbiamo fare?

— Andare sempre avanti. T'arresti forse tu, se in un campo di battaglia

un camerata ti cade vicino?

— È ciò ch'io mi diceva. Allora ho fatto bene...

— Che cosa hai fatto?

— Perdinci! Ho consigliato d'agire, come se nulla fosse accaduto.

— A meraviglia. Ora bisogna scuotere gl'indolenti, e rinfrancare i

dubbiosi.

— Io me ne vado dalla parte del mercato e alla piazza della Legna, e li

farò marciare come dei vecchi legionari. Addio; verrò a pranzo da te,

perchè ieri, per onorare il Signore, non ho messo nulla nella mia

bisaccia.

Le porte si aprivano. Un fiotto di popolo si precipitava nella città. In

pari tempo un formicaio d'uomini si svegliava e si animava in

quell'alveare di case, che dalla valle dei Cacciai fino alla cima

s'addossa al Moriah e al Sion. Vidi passare per quelle immonde straduzze

centinaia di giovani e vecchi che si dirigevano verso la piazza del

Pretorio. Questa piazza diveniva per necessità il centro del movimento.

Io mi ci recai pure. Passai però prima dal sagan. Egli mi attendeva.

Caifa era con lui, più scompigliato, più confuso, più pauroso e più

indeciso che lo stesso Hannah. Ottenni la loro attenzione, e li decisi,

facendo loro considerare che, non potendo più indietreggiare, si doveva

lasciar agire gli avvenimenti, che si producevano da sè medesimi.

Caifa uscì per far mettere all'opera la sua gente.

Hannah mi raccomandò d'eseguire strettamente le sue istruzioni.

Nel partire incontrai Justus quasi travolto da una immensa folla, che lo

portava in avanti come suo capo. La parola d'ordine era sempre la

stessa: Abbasso l'acquedotto! rispetto alle offerte!

I Romani hanno una marcata predilezione per l'acqua e le fontane nelle

loro città. Ne fanno un oggetto d'ornamento ed un mezzo d'igiene

pubblica. Pilato intendeva illustrare il suo governo a Gerusalemme

lasciandovi delle fontane, di cui la città, del resto, aveva ben d'uopo.

Egli aveva principiato un acquedotto di venticinque miglia per condurre

l'acqua da lontano: monumento d'arte e di pubblica utilità che avrebbe

rivaleggiato e forse eclissato l'Acqua-Giulia. Non volendo per

quest'opera caricare il popolo di tasse, aveva reclamato ed ottenuto da

Caifa, per forza o per amore, quell'imposizione di mezzo siclo che ogni

Ebreo è obbligato di pagare al Tempio tutti gli anni, ed il doppio se

paga il giorno di Sabato. Questo sacro tributo si chiamava l'offerta.

Mi avvicinai a Justus, e gli dissi a bassa voce:

— Sempre avanti. Nulla è cangiato.

Intanto dalla porta Dorata, che conduce pel ponte sul Cedron alle strade

del Giordano e del Mar Morto, dalla porta Giudiziaria, che s'apre sopra

le strade di Gaza e di Egitto, dalla porta di Efraim che mena a Samaria,

e da quella di Beniamino ove mette capo la via di Anathot e quella di

Betlemme, delle onde di provinciali s'ingolfavano nella città, condotti

da quei capi che erano scappati al tranello teso nella casa di Josafat

da Pilato. Tutti si dirigevano verso il forum di Gerusalemme, la piazza

del Pretorio che sta dinanzi al palazzo d'Erode. Io mi diressi da quella

parte, toccando la piazza del mercato.

Là, in mezzo ad una folla immensa, vidi Bar Abbas che gridava:

— Dannazione dell'anima mia! Dell'acqua? ancora dell'acqua? Abbiamo noi

bisogno d'acqua? a che serve l'acqua? È buona tutt'al più per annegarsi,

pelle persone sudicie che hanno d'uopo di lavarsi; e per quei zelanti

che non sfiorerebbero le labbra delle loro mogli senza credersi impuri!

— Sì, sì, abbasso l'acquedotto! gridava il popolo.

— Se si facessero almeno delle fontane di vino! allora si capirebbe. Il

vino! Vi piace il vino, ragazzi?

— Evviva il vino! vociavano i biricchini: gloria al vino e a chi ne ha!

— Del vino sopratutto, ragazzi, continuava Bar Abbas. Val bene la pena

di costruire degli acquedotti lunghi venticinque miglia per fornire

d'acqua il popolo di quel Dio che si divertì a fare il diluvio, il

popolo che durante quarant'anni ha bevuto dell'acqua nel deserto con

Mosè! Anche a Mosè piaceva l'acqua. Ecco perchè era odiato da sua

moglie. È dunque deciso. Non vogliamo acqua. Abbasso l'acqua! La pioggia

ci bagna già abbastanza, la Dio mercè, quando le nostre case sono

bucate.

— Abbasso l'acqua! abbasso l'acqua! rispondeva la folla.

— E rispetto all'offerta, figliuoli. La moneta santa! Per le corna di

Mosè! e che cosa farebbero i nostri preti? Vogliamo dunque ch'e'

diventino magri come tante cavallette? Si lagnavano già che la tassa

santa era troppo leggiera. Figuratevi se la confiscano. Ci metteranno

una tassa di un siclo a testa.

— Rispetto all'offerta! gridava la plebe.

— Mi piacciono i preti grassi, a me, seguitava Bar Abbas. Sono contenti,

e quindi di buon umore ed umani. Samuele era magro, e inquietò Israele.

Geremia era magro perchè non digeriva bene, e fece di Gerusalemme una

valle di lagrime. Si andava a nozze piangendo, si mangiavano dei buoni

pranzi versando lagrime, si abbracciava la moglie gemendo: si aveva

disimparato a ridere. Prendere l'offerta? ma si vuol dunque ridurre i

nostri amabili preti a nutrirsi di sterco, come.... rammentatemi un po'

il nome di quel profeta maiale...

— Vivano i preti grassi! rispetto all'obolo di Dio! gridava sempre la

plebe.

— E poi, ragazzi, i Romani devono forse darci da bere? non è abbastanza

che ci prendano quello che abbiamo per mangiare, senza che vogliano

ancora condannarci all'acqua per raffreddarci? Se amano l'acqua, vadano

a berla a Roma. Noi siamo figli di coloro che si regalarono nella terra

promessa di grappoli d'uva grossi come la torre Phasaelus. Non basta

dunque ai Romani di prenderci tutto: vogliono far tavola rasa, tavola

lavata, tanto che non ci resti più nulla sopra. Vogliamo essere sporchi

noi! I nostri profeti lo erano e conversavano con Dio, malgrado ciò.

— Abbasso gli acquedotti! abbasso gli acquedotti! continuava la plebe.

— Sì, agnellini miei, ed andiamo a cercare una spiegazione chiara dal

procuratore. Che lasci tranquilli i nostri preti! Quando i preti sono

contenti, tutto prospera, principiando dalle vostre donne. Il nostro Dio

è già abbastanza povero: lo derubano a chi può meglio. Vorrebbero infine

ch'e' si mettesse al servizio dei Romani, per vedere il colore dell'oro?

Egli fa dei miracoli: se vuole dell'acqua, come al tempo di Mosè, non ha

bisogno di comperarla.

— No, no, che non si tocchi il denaro di Jehovah!

— Ebbene, è questo che andiamo a cantare gentilmente al procuratore.

Seguitemi e zitti! Parlerò io per voi: unitemi soltanto alcuni di

Galilea e di Samaria. Io so come si parla ai capi. Ho parlato a Tiberio,

quando combattevo sotto di lui! Un capo fermo, quello! I vecchi avanti,

i giovani in mezzo, le donne ed i bimbi a casa o nel Tempio.

In un batter d'occhio, quella moltitudine immensa si mise in ordine, e

Justus ed altri quattro commissari si univano a Bar Abbas, costituitosi

oratore dei lagni popolari. Allora, salendo verso il Moriah, lasciando a

sinistra il palazzo dei Maccabei e l'Ippodromo a diritta, camminando

lungo il Tempio dalla porta Occidentale fino al palazzo degli Archivii,

essi traversarono la grande piazza, e si fermarono appiedi dei diciotto

gradini che formavano la scala del Pretorio.

Pomponius Flaccus, che era stato avvisato fin dalla vigilia di ciò che

doveva accadere in quel mattino, non si stupì nè si commosse per quelle

grida del popolo. Egli digeriva ancora, del resto, la cena ed il vino

della notte. Poichè Pilato, quantunque non bevesse che acqua pura, aveva

una cantina eccellente. Claudia Procula, che ignorava tutto ciò che

accadeva, si destò, o meglio, fu destata dalle sue schiave, spaventate

dalla sommossa.

Pilato fece avvertire la moglie di non temere di nulla; ma Claudia,

coperta ancora da quelle bandelle dell'acconciatura notturna di cui

usavano le dame romane per conservarsi la pelle più fresca e più bella,

si gettò sulle spalle una specie di pallium incarnato che la copriva da

capo a piedi, e salì sopra la terrazza che circondava il palazzo.

Essa dominava la città.

Pilato, all'avvicinarsi della folla, aveva inviato i suoi prigionieri

alla torre Phasaelus, temendo non glieli strappassero dalle mani. Aveva

appunto finito di scrivere la sentenza di condanna per essi, allorchè il

capo della guardia che vegliava alle porte del palazzo entrò per

annunziargli che una deputazione del popolo desiderava di parlargli.

Pilato esitò un momento fra il riceverla e il farla respingere a

scappellotti. Alla fine si decise a lasciarla entrare.

Jesus Bar Abbas si avanzò alla testa dei cinque altri parlamentari,

camminando nella sala con passo da re. I suoi stracci facevano spiccare

la dignità della sua andatura. Aveva l'intenzione, semplicemente,

d'esser sublime. Una mano al petto, l'altra sul fianco, la testa alta e

un po' indietro, mentre fissava lo sguardo su Pilato, sembrava ammirare

gli intagli in legno di cedro del soffitto. Puzzava d'aglio come tutti

gli spagnuoli uniti insieme. E siccome Justus lo incalzava troppo da

vicino, egli spingeva di tanto in tanto il piede indietro, affin

d'allontanarlo e tenerlo al suo seguito, non al suo fianco. Ond'è ch'ei

sembrava zoppicare.

Le sopracciglia di Pilato si aggrottarono, il suo respiro divenne

agitato.

— Signor procuratore, son io, disse Bar Abbas, avanzandosi davanti la

sedia curule di Pilato.

— Quella bruzzaglia non aveva dunque nulla di meno sporco da inviare

come suo ambasciatore? domandò Pilato volgendosi agli altri

parlamentari.

— La bruzzaglia sa che io sono un oratore, rispose Bar Abbas,

interrompendo Justus che era lì per fare una scusa; ecco, o Pilato, la

ragione perchè io varco la soglia del palazzo dei nostri padri.

— Dei tuoi padri? Sì, sì, disse Pilato sogghignando: parla dunque,

parla.

— Il popolo d'Israello.... cominciò Bar Abbas.

— La canaglia! interruppe Pilato da focoso spagnuolo ch'egli era.

— Se mi esprimo male in latino, che, per altro, ho parlato per vent'anni

nelle legioni di Cesare, ti arringherò in greco. Vedi, Pilato, sono

letterato, sai! Ho insegnato ai Galli il passo che David danzava dinanzi

l'arca, ed ai tuoi compatriotti il concime di quelle lenti per le quali

Esaù vendette la sua primogenitura.

Pilato si contorceva sulla sua sedia, ma Bar Abbas continuò:

— Non ho avuto tempo, o Pilato, di comporre la mia concione. Gli

avvenimenti mi hanno sorpreso nella piazza del Mercato, e l'amore pel

mio popolo m'ha detto: Va avanti. Mi sono posto alla sua testa, e vengo

a dirti a suo nome: _Quousque tandem abuteris, Pilate, patientia

nostra?_

— Non c'è nessuno fra voi che abbia un po' di senso comune per prendere

la parola? gridò Pilato battendo col pugno sul tavolo.

— Come, del senso comune! io vengo a nome del popolo ebreo per parlarti

dell'acqua e non del senso comune, io che ho avuto l'onore di parlare al

divino Tiberio, tuo padrone, e di dirgli: Buon giorno, Cesare!

— Gettami codesto galuppo fuori della porta a pedate, ordinò Pilato ad

un decurione di guardia nella sala.

Il decurione obbedì alla lettera; ed intento che eseguiva l'ordine, Bar

Abbas sgambettava gridando e grattandosi le parti offese.

— Andiamo, via, Lentulus, a modo, fa da vecchio camerata, più

dolcemente, non colla punta, dal lato... Ah, bravo, ora la tunica è

forata, ed ecco la mia faccia posteriore esposta agli sguardi del signor

Pilato e delle stelle della Siria.

Justus si avanzò allora, e domandando scusa delle buffonerie di Bar

Abbas, espose a Pilato i piati del popolo ebreo.

— Sta bene, rispose il procuratore: non ho consigli a prendere dal

popolo ebreo, e non ho conti da rendere che a Cesare. So quel che

faccio, e quel che faccio è ben fatto. La città ha bisogno di fontane,

ed io voglio farle. Se il popolo ebreo trova che agisco male

nell'adoperare l'offerta, invece di aggravarlo con un'altra tassa, e fa

come l'asino, che, soccombendo sotto il peso, dà delle calciate al

padrone, che si affretta ad alleggerirlo. Ecco la mia risposta. Andate.

— Dunque, dimandò Justus, l'acquedotto sarà finito, e l'offerta

continuerà ad essere spesa in quella costruzione?

— Sì. Andate.

La deputazione salutò e partì.

La folla rumoreggiava di già al racconto fantastico che Bar Abbas le

tratteggiava dell'accoglimento ricevuto. Quando gli altri commissarii

vennero ad annunziargli che la volontà di Pilato era incrollabile, che i

lavori dell'acquedotto non sarebbero sospesi, la tassa del Tempio non

rispettata, un grido immenso partendo dalla piazza del Pretorio, circolò

di strada in strada, di fila in fila, da Sion al Moriah, dall'Akra al

monte degli Ulivi, risuonò nell'aria, avviluppò la città tutta.

Claudia ne fu spaventata.

Flaccus si risvegliò.

Pilato sorrise. Egli l'aveva di già castigato, questo popolo, allorchè

non voleva che girassero per le vie della città le insegne con l'effige

di Cesare, la legge ebrea proibendo le immagini come idolatre. Senza

dunque commuoversi, fece chiamare Decius Crispus, comandante di tutte le

forze romane che occupavano Gerusalemme, e gli disse:

— Prendi le due coorti che stanno nella corte del centro, e, l'arma nel

fodero e la frusta alla mano, disperdimi quella marmaglia. Non fate

sangue; ma batteteli bene e forte.

Decius Crispus, che Pilato sceglieva perchè lo conosceva per umano e

dolce, lo salutò e cinque minuti dopo uscì dal palazzo.

La folla non s'era mossa, gridando sempre: Abbasso l'acquedotto! non

toccate l'offerta! Crispus le rivolse alcune parole concilianti,

consigliandola di cessare dal rumore e di rientrare nelle sue case. Fu

insultato. Allora diede ordine ai suoi di respingerla.

Ai primi colpi di frusta le grida raddoppiarono. Ma quelli che sentivano

cincischiarsi la faccia indietreggiarono e spinsero indietro gli altri.

Allora principiò la ritirata. Qualche pugno ricevuto dai soldati

accrebbe la loro collera e la forza delle loro braccia. Ma accadde per

disgrazia che uno dei soldati insanguinò di un colpo di frusta la faccia

di Bar Abbas. Il dolore gli strappò un grido terribile. Nello stesso

momento cacciò fuori di sotto il pastrano un coltello, e lo immerse nel

ventre al soldato. Il Romano cadde gridando: ci assassinano!

Questo fu il segnale.

I soldati che non avevano fatto uso fino a quel momento che delle

verghe, sguainarono le daghe e principiarono a ferire. Gli Ebrei erano

disarmati: la carnificina non incontrò ostacolo. I soldati di Pilato si

aprirono una strada di sangue attraverso quella moltitudine di vecchi e

di giovani che erano venuti lì più per supplicare che per rivoltarsi.

Essi li abbattevano a dritta e a sinistra come le spighe sotto le mani

dei mietitori. Quelli che fuggivano rovesciavano i più deboli e li

schiacciavano. Guai a coloro che cadevano: non si rialzavano più. Le

botteghe, le porte delle case si aprivano per dare asilo a quei

disgraziati; ma il sangue dava la vertigine ai soldati. Il tempio stesso

non fu rispettato: la corte dei preti come quella dei pagani, il

lishcath ha-Gazith, come il mercato sacro, i chiostri e le camere sante,

tutto fu contaminato dal sangue, e coperto di cadaveri. Tremila vittime

perirono, fra cui due soli soldati romani!

All'indomani le valli dell'Hinnom, di Josafat e il Cedron erano coperte

di cadaveri, per la maggior parte Galilei, sudditi del tetrarca Antipas

Erode.

Claudia, durante tutto il primo momento di quella protesta, si era

tenuta sul terrazzo ad ammirare lo splendido panorama che la circondava.

Ella contemplava il Tempio, il cui frontone, coperto di lamine d'oro

luccicanti al sole, l'abbagliava; la valle che sempre scendendo finisce

a Betlemme, a Gerico, al Giordano, al deserto, al mar Morto, vasto

spazio d'azzurro e d'oro, che chiudeva una parte dell'orizzonte come uno

zaffiro termina il rostro di una corona. Essa ammirava i giardini di

Silohè, i gruppi argentati degli alberi del monte degli Olivi, gli

splendidi giardini del suo palazzo, la catena delle montagne della

Giudea e di Beniamino, le quali si riattaccano con un altipiano ai due

speroni di Sion e di Akra; e molto lontano, al di là del Giordano e del

deserto, le montagne di Moab, che rassomigliavano ad una nuvola violetta

pagliettata di oro.

Quando si fece udire il terribile ruggito del macello, Claudia portò i

suoi occhi dal cielo alla terra, e seguì, senza impallidire e senza dare

indietro, il solco della daga romana a traverso i figli di David. Poi,

quando il sole cominciò a darle noia, temendo per la tinta della sua

pelle, rientrò lentamente mormorando a Cypros, la schiava gallica che

aveva la cura della sua testa:

— Arrivo a tempo!

Flaccus seppe nel suo bagno la notizia della carnificina, mentre i suoi

schiavi gli grattavano la pelle con una pietra pomice di Lesbo, dolce

come i labbri d'una fanciulla.

— Bah! disse egli, quei birbi se la caveranno coll'aguzzare di nuovo le

loro spade domani.

Ed ordinò che si ponesse un'altra pastiglia di mirra nelle cassolette

d'oro che profumavano il suo appartamento.

Pilato, invece, alla vista di quella terribile catastrofe si strappò i

capelli dalla disperazione. Si gettò di slancio sul primo cavallo che

trovò nella corte, e corse dietro agli uccisori, gridando: Fermatevi,

fermatevi!

Ma egli, ahimè, s'avanzava lentamente!

I cadaveri, i feriti, i caduti gli ostruivano la strada. Le grida di

maledizione che attristavano la via, lo opprimevano. Egli riescì alla

fine a calmare il furore dei soldati; ordinò che si ritirassero, e

ritornò egli stesso al palazzo col cuore piagato e l'anima piena di

dolore e rimorso. Entrò nella sala dei giudizii. Gli fu presentata la

sentenza contro i ventidue prigionieri ch'egli aveva condannati il

mattino. La rilesse, restò lungamente a riflettere, e domandò ai suoi

consiglieri se la era giusta e secondo la legge. Gli risposero

affermativamente.

— Allora, disse egli, fate venire i prigionieri.

Davanti le porte del palazzo — gli Ebrei separatisti si credevano

contaminati varcando la soglia della dimora di Pilato — si stende una

corte aperta, in mezzo alla quale, dacchè il palazzo d'Erode è divenuto

il Pretorio Romano, è incrostato un quadrato di mosaico che segna il

sito del giudizio. Noi chiamiamo quel luogo il Gabbatha. Nel mezzo del

Gabbatha si alza un piccolo banco di pietra, screziato di marmi a varii

colori, sopra il quale si metteva la sedia curule del pretore, quando

doveva leggere la sentenza dei delinquenti. Si poteva, secondo le nostre

costumanze, pronunciare la sentenza nella sala di udienza, ma la si

doveva pubblicare all'aria aperta innanzi al pubblico che voleva udirla.

Quando Pilato venne a sedersi al suo posto, i prigionieri, legati in due

catene di undici ognuna, lo aspettavano in due file, una a diritta,

l'altra a sinistra. Le guardie del Pretorio si stendevano in cerchio

intorno ad essi, ma popolo non c'era. La corte era vuota. Malgrado ciò,

Pilato passò oltre. Egli domandò ai condannati:

— Avete nulla da aggiungere in vostra difesa?

Nessuno rispose. Alcuni sorrisero sdegnosamente e con ironia.

— Leggi la sentenza, disse Pilato al suo scriba.

Questo personaggio lesse la sentenza in latino. Un interprete la

tradusse nella nostra lingua. In sostanza essa decretava così: i

ventidue prigionieri incatenati saranno esposti domani nell'anfiteatro

alla vista del popolo che non li ha veduti oggi, avanti che principiasse

lo spettacolo, e saranno frustati con dieci colpi di verga ciascuno.

Dieci di questi delinquenti (di cui la sentenza dava i nomi) saranno

crocifissi nella sera stessa. Sei altri (di cui parimente erano scritti

i nomi) saranno dati in preda alle bestie feroci nel secondo giorno. I

sei ultimi infine, i più vigorosi ed i più giovani, combatteranno il

terzo giorno le bestie, armati soltanto di spada corta. Quando la

sentenza fu letta, Pilato domandò di nuovo, rivolgendosi al popolo che

non c'era in realtà:

— V'è qualcuno che abbia osservazioni a presentare?

Naturalmente nessuno rispose. Allora egli si volse ai condannati, e

soggiunse:

— E voi avete niente da opporre? Avete qualche cosa da domandare, che

non tocchi la sentenza?

I condannati tacquero. Solamente dopo un minuto di silenzio, durante il

quale si avrebbe potuto udire i battiti di tutti i cuori, Menahem gridò:

— Dio che accende i giorni nel cielo maturerà quello della vendetta.

Pilato scosse lievemente il capo, e rispose con calma.

— Se codesto giorno trovasi in un anno qualunque, il tempo non l'ha

ancora segnato nel suo libro.

Un minuto dopo, l'usignuolo gorgheggiava nei giardini del palazzo, stesi

ai piedi dell'Ophel e bagnati dalle acque deliziose di Enrogel; le

tortorelle gemevano, il vento del mezzodì folleggiava con le fragranze

della valle di Siloam, le farfalle svolazzavano, spiegando il loro

scrigno di gioielli in mezzo ai fiori della corte.

Il pranzo di Pilato e del suo ospite era pronto.

Memorie di Giuda, vol. I · 第 11 / 29 题