Durante il mio soggiorno a Roma, io aveva spesso inteso parlare della
moglie del procuratore della Giudea, ma non l'aveva mai veduta. Claudia
abitava Capri.
Ella era l'ultima figlia di quella Giulia figlia di Augusto, cui questi,
dopo averla maritata a Tiberio, aveva esiliata, a causa delle sue
dissolutezze. Giulia aveva avuto nell'esilio una figlia da un cavaliere
Romano. Ma arrivata all'età di tredici anni ella l'aveva inviata al suo
ex-marito Tiberio, il quale addobbava di giovani coppie l'isola di
Capri, per rinverdire la sua caducità. Si conosce la storia «di quei
piccoli bambini un po' vigorosi, ma ancora alla mammella, ch'egli
abituava a giuocar fra le sue gambe, allorchè era al bagno, e che
chiamava i suoi pesciolini.... Si raccontava che un cittadino Romano gli
avesse legato un quadro di Parrhasius, ove Atalanta era rappresentata
con Meleagro nell'istessa posizione di quei bambini con Tiberio. Questo
quadro aveva il valore di un milione di sesterzi[2]».
[2] SVETONIO, _Tiberio_ XLIV.
Ora Claudia esercitava con Tiberio la parte di Atalanta.
Claudia era uno degli astri, ed uno dei delitti della corte di Cesare.
Due o tre anni dopo, Ponzio Pilato, spagnuolo, arrivava a Capri. Egli
piacque a Tiberio, non si sa in quale maniera. Tiberio aveva tutti i
capricci del vizio.
— Che posso io fare per soddisfarti? gli domandò un giorno il vecchio
imperatore.
Pilato aveva veduto Claudia. Egli sapeva che funzione ella compiva alla
corte imperiale. Malgrado ciò, la domandò in isposa. Tiberio acconsentì.
La corte allora era a Baja. Tiberio ordinò che fossero condotti al
tempio di Diana, nella sua stessa lettiga, assistette in persona al
matrimonio, qual uno dei dieci testimonii richiesti dalla legge, e mise
egli stesso la mano di Claudia in quella di Pilato. Il matrimonio
compiuto una volta, Claudia, uscendo dal tempio, entrò nella lettiga
imperiale; ma al momento che Pilato si disponeva a seguirla, Tiberio lo
ritenne, e comandò agli otto schiavi liburniani di partire. Pilato tremò
in tutte le sue membra. Tiberio allora tirò un papiro dal suo seno,
glielo rimise, e si allontanò. Era l'ordine di recarsi a Gerusalemme in
qualità di procuratore della Giudea. Sejano lo attese egli stesso per
condurlo al mare, ove una bireme da guerra si dondolava nel porto,
pronta a spiegare la vela.
Questo è ciò che si diceva: Dio vedeva forse qualche altra cosa.
Scorsero sei anni. Giulia, la madre di Claudia, era morta. Tiberio era
forse sazio della sua Atalanta. Pilato inviava dispacci sopra dispacci,
che dipingevano quell'angolo della Siria da lui governato come una terra
minata da sètte ribelli, sempre pronta alla rivolta[3].
[3] Ogni giorno si assisteva nella Giudea a sommosse di popolo, si
citavano le provocazioni alla libertà di quelli che pretendevano
fare dei miracoli e dei capi che promettevano di realizzare le
profezie. Essi trascinavano le masse popolari nei deserti, e là
venivano proclamati in qualità di Elia, di Cristo, di Messia....
ed erano inviati al supplizio. SALVADOR, I, pag. 197.
Claudia era perseguitata dall'amore di Sejano.
Essa domandò a Cesare di andare a raggiungere suo marito, e l'ottenne.
Di più, egli così avaro, la colmò di regali: cavalli, schiavi, gioielli,
denaro, e scrisse a Pomponius Flaccus — lo stesso che egli aveva
nominato governatore della Siria, perchè avevano passato insieme a bere
due giorni e due notti consecutive — di considerare Claudia come una sua
parente, e di obbedirle ed onorarla come tale.
Il viaggio fu prospero.
Claudia non si fermò che pochi giorni a Rodi per riposarsi, poi andò a
sbarcare a Joppa.
Pomponius Flaccus l'attendeva di già. Gl'inviati della città di
Gerusalemme vi erano arrivati da due giorni.
Gionata, il secondo figlio di Hannah, era il capo di questa deputazione
Ebrea.
Il sole si alzava dietro le alture di Efraim, e colorava di porpora la
catena delle cime che si stende da Ramah al Carmelo, allorchè le
sentinelle, dall'alto del picco intorno al quale si agglomera Joppa,
diedero il segnale che indicava l'avvicinarsi della bireme imperiale.
Infatti, una galera a due file di remi, dalla carena dorata e dalle vele
di porpora, si avanzava verso la riva, spinta da un dolce e fresco
venticello.
Un grande movimento ebbe allor luogo sì nella città che sulla galera. La
guarnigione, i soldati che accompagnavano Pomponius Flaccus, questi
stesso in persona con una folla di gente componente la sua casa,
discesero sulle rive del mare, preceduti dalla commissione di
Gerusalemme, e seguiti da tutta la popolazione. Sopra la bireme, i
marinai siciliani si affrettavano ad asciugare la rugiada della notte, a
stendere i tappeti di Cartagine, e le schiave di Claudia si preparavano
a ricever la loro padrona, che si era alzata e si disponeva a venire sul
ponte.
Claudia sembrava incantata dalla vista di quella Joppa, alla quale Hiram
aveva inviato il suo legno di cedro, di quel porto ove Giona s'era
imbarcato per quel terribile viaggio che doveva finire in maniera così
insolita e così fantastica; di quella distesa di sabbia, punteggiata da
palme, da fichi, melagrani, posto avanzato in quella pianura di Sharon,
che i libri sacri hanno profumata di rose; di quella distesa di colline,
risplendenti di rose e d'ambra, che si stendevano dinanzi i suoi occhi,
e che formano il paese di montagna della Giudea, di Beniamino e
d'Efraim. Claudia restò a contemplare tutto ciò fino al momento in cui
la bireme approdò e fu tirata sulla riva, e che i marinai appoggiarono
alla prora una scalea in legno di cedro incrostata d'argento e di rame.
Pomponius Flaccus s'affrettò allora a montare sulla bireme, seguito
dalla commissione di Gerusalemme e ch'egli presentò a Claudia.
Gionata, bel giovane, le indirizzò un complimento da parte della
nobiltà, della gente del tempio, e del popolo della nostra città.
Scendendo sulla spiaggia, Claudia fu salutata con un grido immenso dal
popolo che vi si affollava.
La moglie di Pilato non ascese quella specie di cono intorno a cui,
simile ad un grappolo d'uva, è piantata la città. Ella non aveva bisogno
di riposo, e quindi la partenza per Ramah fu immediatamente decisa.
Tutto, del resto, era pronto.
Ventiquattro schiavi liburniani circondavano la lettiga, tutt'oro e
porpora: otto per tappa. Un camello già bardato; due cavalli, uno di
Selinunte e uno della Siria, scalpitavano sulla sabbia, rattenuti a
briglia corta da schiavi nubiani. Claudia poteva così alternare di
veicolo a suo piacere. Un nuvolo di cavalieri numerosi ed una mezza
legione di guardie servivano di scorta.
Una pianura coperta da uno strato leggero di rosea sabbia, sovrapposta
ad un altro di nero terriccio, si allargava dinanzi a loro, sparsa di
villaggi, di rovine d'antiche città, e di tombe, reliquie della nostra
vecchia storia e delle nostre disgrazie — ceneri di centinaia di
generazioni d'uomini, Filistei, Ebrei, Macedoni, Romani. Più lungi, ove
l'occhio non arrivava, Modin, che risuonava ancora del nome dei
Maccabei, e da lato Gaza, Ascalon — ove nacque Erode il Grande — tutta
quella regione che vide David abbattere il gigante, e Sansone prendere
le volpi.
Claudia montò sul camello, e dietro a lei prese posto una schiava
egiziana che teneva aperto un parasole per garantirla dai raggi del sole
ancora vigoroso.
Traversarono dei giardini d'aranci e di cedri, ove la vite ed i fichi
prosperano frammisti agli ulivi, ai mandorli, ai sicomori, alle palme.
L'uva era matura, i pomidoro scarlatti si allineavano a spalliera, le
mele della Siria rallegravano gli occhi col loro colore giallo o
porpora, il mirto e la rosa selvatica profumavano l'aria. Lo sguardo si
riposò sopra questi giardini fino a Beth Dagon — ove si trovano ancora i
ruderi di un tempio dedicato a quella divinità marina dei Filistei, per
la quale Goliath giurava, nel cui tempio Sansone, cieco ed avvilito, fu
ucciso, e che fu rovesciato dall'arca del Signore allorchè i Filistei la
misero nel suo tempio stesso, dopo aver vinto Hophni e Phineas, figli di
Eli. Al di là di Beth Dagon il paese si allarga, e delle greggie immense
di capre, di agnelli, di bufali e di camelli percorrono la pianura.
Il viaggio sembrava andar a genio di Claudia; e Gionata, che cavalcava
alla sua sinistra, le rammentava tutte le tradizioni e le istorie della
nostra patria, rammemorate dai siti che traversavano.
Ella era sorpresa delle gesta dei nostri padri, così differenti da
quelle dei suoi antenati.
Si sostò, per pranzare, a Ramah, la patria di Samuele.
Tutto era stato previsto e preparato dagli ufficiali che Pilato aveva
inviati lungo la strada. Si riposò alcune ore, giacchè il viaggio sul
camello, che Claudia provava per la prima volta, l'aveva affaticata,
tanto come il tramestio del vascello sul mare. All'ora nona, quando il
sole tramontava dalla parte di Ascalon, ella montò a cavallo, e sul
cader della notte, la piccola tribù cosmopolita di quella bella patrizia
romana si fermò ai piedi della collina di Modin, — collina in confronto
delle montagne della Giudea che si alzano dietro di essa, montagna in
confronto alla valle che chiude.
— Noi calpestiamo coi nostri piedi sito più sacro, ed il più fatale
della nostra storia politica, disse Gionata a Claudia.
— Quale? domandò ella.
— Quello che fu consacrato dalle gesta di Mattatia e dei suoi cinque
figli, i Maccabei.
— Conosco questa storia, rispose Claudia.
Di fatti ella aveva spesso sentito parlare degli Ebrei, alla corte di
Tiberio, allorchè questi li fece tutti cacciare da Roma, e rinchiudere
in luoghi malsani, sotto pena, se ritornavano, della schiavitù. Essa ne
aveva inteso parlare in seguito dalle lettere di Pilato, che dipingeva
con tetri colori quel popolo che non sapendo essere indipendente non si
rassegnava a servire[4] e aveva delle costumanze strane: il sabato, la
circoncisione, l'orrore degli stranieri e di una quantità di oggetti che
considerava come contaminanti; di quel popolo, infine, che adorava un
solo Dio, con riti altrettanto atroci che quelli degli infedeli. Claudia
si preoccupava di questi tumulti continui, di quelle sètte, di quei
messia che si attendevano, ed interrogava ora Trasilio, l'astrologo di
Tiberio, ora Seleuco, il grammatico che Tiberio fece prima esiliare
dalla corte e poi uccidere, perchè s'informava presso gli schiavi del
libro che Cesare aveva letto nella giornata.
[4] _Augebat iras, quod soli Jodæi non cessissent._ TACITO.
Claudia aveva forse un interesse palpitante a conoscere a fondo il
carattere e il temperamento del popolo Ebreo.
All'indomani, nondimeno, siccome Modin non è che a tre ore di distanza
da Gerusalemme, mentre la scorta a piedi e l'immenso seguito di bagagli
e di bestie che accompagnava Claudia si metteva in viaggio, essa,
seguita da Flaccus, da Gionata e dalla truppa numida, arrivando alla
collina montò a cavallo per visitare il sepolcro di Mattatia. Gionata —
dall'alto di quel punto ove si abbraccia la vista magnifica della larga
pianura, della fiera vallata d'Ascalon e del lontano mare senza
navigatori — indicò a Claudia, rimpetto ad essa, la montagna rude,
triste, erta, ove Mattatia si rifugiò coi suoi figli, dopo aver ucciso
gli idolatri e rovesciato il simulacro di Giove nel tempio Madin; al
disotto, a sinistra, coronata da nuvole, l'alta cima di Beth Horon, ove
Giuda Maccabeo distrusse Seron, altro generale d'Antioco — uno contro
venti — come aveva già rotto ed ucciso Apollonius, come doveva
distruggere Lysias a Emmaus nel piano che si allunga dinanzi ad essi, e
Nicanor a Adassa, che si scorge quattro miglia più lungi.
— Battaglie di giganti, gridò Gionata, suolo bagnato da sangue eroico,
che illustrò la nazione, la vendicò dei passati oltraggi, la creò a
nuova vita, ed alla fine la uccise.
— Come, la uccise? domandò Claudia.
— Ahimè! sì, rispose tristemente Gionata. Quando i Maccabei rovesciarono
l'altare pagano a Modin, Israele non esisteva più che nei nostri libri
sacri. La fede israelita era morta nell'indifferenza del popolo, per le
leggi dei conquistatori stranieri. Il Tempio era profanato, la lettura
delle nostre vecchie leggi proibita, la circoncisione posta in
dimenticanza, l'osservanza del Sabato impedita sotto pena di morte; la
successione dei grandi Sacerdoti era interrotta. Onias, il vero
pontefice, aveva emigrato fra gli Ebrei che ormai popolavano Memfi e le
rive del Nilo. In mezzo a mille di essi, uno solo forse sapeva leggere
l'ebraico. Il caldeo, il siriaco, il greco avevano surrogato la lingua
nella quale Mosè aveva comandato in nome del Signore, David aveva
cantato e Salomone insegnato. Ma i Maccabei erano più uomini di mondo,
politici, soldati, oratori, amministratori, che preti. Essi discendevano
dagli esiliati di Babilonia, non già da quel vecchio stipite
dell'aristocrazia Ebrea che era restata fedele ai costumi, alle leggi,
alle tradizioni, agli usi e all'organizzazione sociale dei nostri padri.
Con essi arrivò al potere il partito della nazionalità politica e della
riforma. Essi accumularono il doppio potere civile e religioso.
Sostituirono la tradizione orale alla legge scritta di Mosè; la teoria
personale e variabile — legge vivente del gran Collegio — al patto del
grande legislatore. Provocarono e favorirono forse lo scisma, e furono
causa che il popolo ebreo si divise in Esseniani, Sadducei e Farisei,
laddove Mosè aveva stabilito una fede, un rito, un'arca, un tabernacolo,
un patto (ai nostri giorni si direbbe una carta) per tutto il popolo
d'Israele. All'unità del sacerdozio di Mosè, si rizzò di fronte lo
scisma, che trionfò nel governo civile e s'impose alla credenza
religiosa. Mosè, David, Salomone, i giudici che avevano fatto uscire
dall'Egitto il popolo Ebreo, al tempo dei Maccabei sarebbero stati come
stranieri nel gran Collegio, nella sinagoga, nel sanhedrin, nella scuola
di Hillel e Shammai, per quei grandi principi-sacerdoti, pei Samaritani,
pegli Ebrei infine. Mosè ormai era divenuto una memoria, una vecchia
gloria nazionale, e nulla più. Quella massa di bronzo, rozza, ma
compatta e solida, che Mosè aveva fusa e malleata a prova dell'urto di
tutti i popoli che circondavano Israele, fu rotta dai Maccabei a fine di
meglio lisciarla ed appropriarla alla moda del giorno. E fin d'allora la
condanna del popolo Ebreo fu pronunziata. Noi non siamo più noi stessi;
noi siamo ora un popolo come un altro a disposizione di tutti i popoli!
Volendo creare una nazione, i Maccabei hanno creato uno Stato. Il
carattere politico, così mondato, si era sviluppato: l'anima della
nazione era franta. A Modin aveva preso principio la reazione contro lo
straniero, ma in favore di un solo partito della nazione che esagerò il
pericolo, e non comprese l'essenza del carattere del popolo Ebreo. Il
rabbì prese il posto di Dio.
Ciò dicendo, sempre camminando, volgendosi ora a Claudia, ora a Flaccus,
Gionata entrò il primo nelle strette e nelle gole delle montagne ove
principia l'ascesa verso Gerusalemme.
Non c'era strada. L'olivo, il lauro, il mirto, il mandorlo, la ginestra
dal fiore d'oro, il frumento, crescono ancora in mezzo a quei gradini di
macigno; ma a misura che si ascendeva, il bianco-spino, il leccio, la
quercia nana, l'erica, la macchia, il picco nudo delle rocce, il sasso
grigio o rossastro, divenivano più frequenti. Seguivano il letto dei
torrenti. Non s'incontrava che dei guardiani di capre, dei poveri
contadini a piedi, o un rabbì sul suo asino. Un grande silenzio ovunque.
All'occidente, volgendosi, si scorgeva ancora il mare; di fronte, alture
sopra alture; ai fianchi dei precipizii spaventevoli. Essi non si
fermarono punto a Kirjath Jearim, ove i Daniti di Zorah e di Eshtaol
piantarono le loro tende avanti di ascendere alla casa di Micah, sopra
il monte Efraim, per rubare l'ephod, il teraphim e le imagini di
metallo. Là pure, era restata per vent'anni, presso Eleazar, l'arca del
Signore dopo che era stata perduta dagli Israeliti, presa dai Filistei,
posta prima nel Tempio di Dagon a Asdhot e poi venduta.
All'undecima ora, essi poterono vedere il bel villaggio di Emmaus — a
due miglia da Gerusalemme — in mezzo ai giardini verdi, brillanti,
profumati, ove il pampino porporino ed il grappolo dorato aspirano
all'ombra dell'ulivo, e si arrampicano intorno i fichi. Questa
vegetazione, in questo sito, è un fuggevole bacio della natura che
diviene sempre più aspra, nuda, dirupata a misura che si ascende verso
l'altipiano del monte degli Ulivi e di Sion.
Claudia e Flaccus raggiunsero qui quella parte della loro scorta che li
aveva preceduti, e passarono oltre camminando frettolosamente in mezzo a
rocce bianche, splendenti, frante e bruciate, per una strada fatta tutta
a zig-zag. Il sole del mezzogiorno li opprimeva.
Scorsero finalmente la lunga stesa di muraglie che circonda Gerusalemme,
le sue torri, il tempio, i suoi palazzi, il boschetto di datteri che
ombreggia la porta dei Pesci, e a diritta il monte degli Olivi.
In quel momento, le vedette che stavano alla porta di Genath, la quale
dà nei giardini del palazzo d'Erode, rientrarono per annunziare a Pilato
che i viaggiatori erano in vista e si dirigevano verso la porta dei
Pesci.
Pilato attendeva questi viaggiatori, o meglio questa viaggiatrice, da
sette anni.
Egli aveva stabilito la sua dimora nella torre Mariamna; ma fino
dall'indomani del suo arrivo a Gerusalemme, gli appartamenti detti di
Cesare e di Mariamna nel palazzo d'Erode, erano pronti a ricevere questa
ospite in ritardo. Non era passato un sol giorno, durante tutto questo
tempo, senza che Pilato venisse a passeggiare solo e per molto tempo in
questa abitazione splendida, ma silenziosa e fredda. Alla fine questo
lungo desiderio era per essere soddisfatto, questa sete inestinguibile
per essere calmata.
Quando il suo liberto spagnuolo venne ad annunziargli che sua moglie
toccava le mura di Gerusalemme, Pilato era terribilmente occupato. Egli
aveva ascoltato il rapporto che gli faceva il centurione Cneus Priscus —
fratello di quel Cesonius Priscus che era l'intendente delle voluttà di
Tiberio — sopra l'arresto dei cospiratori della notte precedente, ed
aveva incominciato ad interrogarli. Pilato interruppe sul momento questo
interrogatorio, saltò sopra un cavallo che gli si teneva pronto nella
corte, e si slanciò di galoppo, seguito da quegli otto schiavi nubiani,
la cui faccia, le armi, ed i cavalli erano color della notte, e la cui
fronte era cinta da una ciarpa rossa color dell'aurora, che componevano
la sua unica guardia, e quasi i soli muti compagni che avesse.
Pilato raggiunse il corteggio alla porta dei Pesci.
La sua faccia bruna sembrava di scarlatto.
Saltò a terra per stringere la moglie fra le sue braccia.
Claudia, che parlava in quel momento con Flaccus, continuò la
conversazione; poi si volse, e senza neppur alzare la _ricca_, di cui
s'era coperto il viso lungo il viaggio per tema di abbronzire la pelle,
presentò il fronte a suo marito. Pilato divenne pallido come una notte
di luna piena, rimontò a cavallo dopo aver salutato il governatore della
Siria, e si riprese il viaggio.
Gerusalemme sembrava un sepolcro. Non un uomo nelle vie, non un viso
alle finestre, non un soffio umano nell'aria, eccetto il rumore che
facevano gli uomini del corteggio che sfilando spaventavano le
lucertole, i sorci ed i serpenti che si deliziavano al sole. Si sarebbe
udito il ronzio degli insetti, e il gemitìo dei palombi del Tempio.
— È una città questa, o un cimitero? È la capitale della Giudea, o il
Mar Morto, questa vostra Gerusalemme? domanda Claudia a Gionata.
— No, Claudia, rispose Pilato, che voleva attirare la sua attenzione, è
il Sabato. Il Sabato che preme questo popolo come un mare di bitume.
— È l'animale che digerisce? domandò Pomponius.
— È forse la tigre che è alle scolte e striscia, rispose Pilato.
— Bah! esclamò il governatore di Siria.
— Vedrete domani, aggiunse il procuratore della Giudea.
Ed aveva ragione.
Lo si vedrà domani, e poi ancora, e poi ancora «fino al giorno fatale in
cui l'aquila piomberà sul serpente» come hanno profetizzato i nostri
veggenti. Pomponius Flaccus si alloggiò in quella parte del palazzo
detta di Cesare, Claudia, in quella detta di Mariamna. Pilato ritornò la
sera nel suo nido solitario della torre Mariamna.