Era il 15 del mese di Thisri, la sera della festa dei Tabernacoli, nel
settimo anno del governo di Ponzio Pilato a Gerusalemme.
La città formicolava di forestieri accorsi da tutti gli angoli della
Giudea, della Galilea, della Perea e dell'Idumea, sì dalle città greche
e romane, che dalle rive del mare e dai confini del deserto. Il
movimento raddoppiava da per tutto; la gioja scintillava nelle vie,
sulle piazze, sopra le colline che circondano il promontorio della
città, e rischiarava tutte le fisonomie.
La raccolta dell'uva era stata abbondante.
La si accalcava dunque sul ponte Xistus per venire da Sion al Tempio
sopra il Moriah, e portare l'offerta a Iehovah.
È così facile il ringraziar Dio nella gioja — quando non lo si
dimentica!
Ognuno s'affrettava, giacchè il sole segnava l'ora quinta, e bentosto il
corno di montone avrebbe suonato sulle terrazze del tempio per
annunziare che il sabato era per cominciare.
Una circostanza straordinaria aveva aumentato il concorso degli
stranieri. La moglie del procuratore arrivava da Roma. Il governatore
della Siria, Pomponius Flaccus, aveva lasciato Antiochia, ed era venuto
a Ioppa incontro alla nipote di Tiberio. Pilato aveva ordinato che si
preparassero delle feste al Circo in onore di Claudia sua moglie, e del
governatore.
La città di Gerusalemme aveva inviato a Ioppa una deputazione a fine di
accompagnare la nobile Romana. Pilato nondimeno, che doveva andarvi coi
membri dell'aristocrazia e del sacerdozio Ebreo, all'ultima ora era
caduto ammalato e li aveva lasciati partir soli. Ciò dava da parlare al
popolo; a me ed al Sagan da riflettere. In conseguenza di ciò il solo
punto di Gerusalemme che fosse nel silenzio e nella tranquillità, era
questa vetta di Sion, ove s'ergevano le tre torri, ed il palazzo d'Erode
steso al loro piede.
Eppure i viaggiatori arrivavano all'indomani!
In una camera al secondo piano del palazzo di Hannah quattro persone si
trovavano riunite all'istessa ora; Hannah ed io, sadducei; Moab,
esseniano; Menahem, l'ultimo dei figli di Giuda e di Gamala. Attendevamo
Jesu Bar Abbas, erodiano, e Justus, il fratello della moglie di
Gamaliele, fariseo, figlio di Simeone il rettore del gran collegio,
figlio egli stesso del famoso Hillel.
Nessuno di noi parlava.
Hannah, sotto sembianza di meditare, sonnecchiava.
Moab, sotto sembianza di pregare, accocolato in un angolo digeriva non
so quale disgustoso intingolo di cavallette che aveva inghiottito
qualche ora avanti, e che faceva passare sopra la sua faccia tutti i
colori dell'arcobaleno.
Menahem calmava la sua impazienza di andar a vedere le donne di Sion
alla fontana di Ezechiele, passeggiando pesantemente sopra i quadrelli
di granito della sala del Sagan, come se avesse camminato su i sentieri
da camelli della Galilea, e faceva levare in soprassalto di tanto in
tanto l'ex-gran sacerdote.
In quanto a me, io era in piedi, vicino ad una finestra dirimpetto al
tempio, guardando il sole che, discendendo dietro al Moriah, lo
spolverava di scintille dorate; e pensavo a Maria.
Eppure, noi ci eravamo riuniti colà per una ragione terribile.
Ma l'uomo non è mai così spensierato come negli istanti in cui il suo
destino bilica sopra un abisso. Era colpa mia? Il cielo era così
azzurro! Il Golgota, il monte degli Ulivi, il Gareb, il Bezetha si
panneggiavano nel loro mantello violetto della sera. Quella montagna di
marmo e d'oro che si chiama Moriah, civettava così fastosamente! Il
popolo rideva sì forte dalla strada! Il palombo gemeva sì dolcemente nel
cielo! Il vento autunnale, ancora sì caldo, accarezzava con tanta grazia
il dattero, il sicomoro, l'arancio, l'aloe, l'ulivo, il velo delle
donne, le bianche nuvolette — che non dovevano esser altro che le ali
dei cherubini di Dio, — ch'e' mi sembrava impossibile di levare lo
sguardo da quella festa serena e raggiante, per seppellirlo nel sangue.
Menahem mi venne vicino, e mettendo fuori alla finestra la sua testa
abbronzata sclamò:
— Ma non vengono dunque? non vengono?
— Quel galuppo di Bar Abbas ha i calli ai piedi, risposi tranquillamente
io.
— Gli è che fra un'ora le porte della città saranno chiuse, riprese
Menahem.
— Saresti tu invitato a cena da Pilato?
— No, ma restar fuori, sotto l'aria della notte e la rugiada del
mattino....
— Raffreddarsi questa notte, quando si deve esser crocifissi domani
sera....
— Domani è sabato, rispose Menahem senza scomporsi.
— Dopo dimani dunque.
— Tu credi che la finirà così?
— Diamine! Tutto dipende da voi.
Hannah mi chiamò.
Menahem restò a riflettere, il dosso appoggiato ad un angolo della
finestra, la testa alta, lo sguardo perduto nel cielo. Lo additai ad
Hannah che crollò le spalle.
Quella pietra pomice non si commoveva per nulla.
Menahem aveva allora l'età mia: non ancora ventitrè anni. Superava la
statura ordinaria degli uomini della Siria, solido come la torre
Ippiana. Il sole che tramontava, rischiarando la metà del suo viso, dava
dei riflessi dorati alla sua pelle abbronzata. Il suo naso leggermente
curvo, le labbra rosee e carnose, i denti bianchi come quelli dei
carnivori del deserto, la fronte annegata sotto una foresta di capelli
neri come quelli di Giuditta, separati in sul cocuzzolo, alla moda dei
Galilei, il suo collo alto, rotondo, liscio come una colonna di porfido,
tutto indicava in lui il coraggio, la forza, la volontà e l'amore. Io
ammiravo quella figura mezza nell'ombra, e mezza immersa nella luce,
quello sguardo che scrutava le profondità. Menahem portava una tonaca
color vino, legata al fianco con una ciarpa bianca, e da cui usciva una
spada ad impugnatura d'oro, più corta di quelle usate dai Romani. Un
mantello nero copriva tutta la persona fino alle ginocchia.
— Eh! diss'io alla fine, torcendo gli occhi da lui, al postutto, e' sarà
un pasto reale pei cani della Voragine dei cadaveri.
In quel momento, una voce stridula e dei passi rumorosi si fecero udire
alla porta della strada prima, e ben tosto nelle scale e
nell'anticamera. Poi la porta s'aprì e Bar Abbas, seguito da Justus,
entrò trionfalmente.
— Non è colpa mia, sagan — miagolò egli — non è mia colpa, così Satana
mi faccia gran sacerdote! se siamo in ritardo. È una storia graziosa, e
ve la racconto come la sta.
Là dove Bar Abbas entrava, entrava il rumore. In ogni sito ove egli si
presentava, tutti erano intorno a lui a festeggiarlo. Egli cominciava
per far ridere, si finiva col bastonarlo. Le brighe seguivano i suoi
passi. Se un giorno non riceveva delle busse, la sera era di un umore da
appiccarsi per la tristezza. Per consolarsi, si ubbriacava.
La sua persona andava tutta di traverso. La parte sinistra del suo corpo
spingeva avanti ed in alto la diritta: di maniera che i suoi occhi
correvano verso le tempie, la bocca verso l'orecchio, il naso, il mento,
tutto andava dall'oriente al ponente. Un colpo di cesto di un
gladiatore, ricevuto in una rissa, aveva causata questa deviazione sopra
la sua faccia. Dei denti, non si parlava più. Una barba grigia, dei
capelli grigi, facevano ombra al suo naso rosso, venato d'azzurro,
gremito di porri neri e velluto. Era piccolo, membruto e leggermente
claudicante.
Bar Abbas aveva servito nelle legioni Romane per vent'anni, a piedi ed a
cavallo, poi era ritornato a Gerusalemme, presso sua moglie, la quale,
credendolo morto dieci volte, se n'era consolata venti. Nessuno avrebbe
potuto dire a che Dio egli credesse, se questo disgraziato pagano non si
fosse affrettato di mostrare, dalle sei del mattino alle sei della sera,
che adorava Bacco e corteggiava la Dea Stercuzia. Nessuno poi gli aveva
mai veduto un mantello o una tonaca che non fossero a pezzi.
Un uomo simile, nato nella Perea, non poteva che arruolarsi fra gli
Erodiani e divenire uno dei loro capi.
Entrando, Bar Abbas pestò i piedi nudi di Moab, diede una spinta a
Menahem, allungò la mano per staccare la borsa dalla mia cintura, rotolò
sul sagan per sedersi presso di lui, e levandosi di un salto immerse il
capo nello stomaco di Justus. Aveva già brancolato dovunque, nei capelli
di Moab, sul mantello di Menahem, nelle tasche del sagan, sul tavolo per
prendere una carta, sopra un armadio per volgere una chiave nella sua
toppa. Finalmente sembrò equilibrarsi in mezzo del salone, e dopo aver
sbadigliato, com'uomo che ha fame, e fatto scoppiettar la lingua,
com'uomo che ha sete — del resto fame e sete aveva perpetuamente — gridò
con voce acuta:
— In fede mia, vo' a raccontarvela. Calza così bene all'affare come un
letto a dei sposi novelli.
— Fa d'esser corto, sopratutto, disse il sagan.
— Come sempre, o sagan. Sì, m'ero incontrato con Justus sotto il
porticato d'Erode ed ero andato con lui al Tempio per portare, come gli
altri, la mia offerta al Signore. Io volevo essere splendido, ed offrire
un giovine toro. M'avvicino, nel mercato, ad un mercante idumeo, e
gliene domando il prezzo. — Venti sicli (100 lire), mi dice egli. —
L'hai dunque rubato, gli rispondo io, per vendere un animale così nobile
ad un prezzo così vile? venti sicli? è regalato. — Mi scusi, grida il
mercante, venti sicli? ho detto venticinque. — Ah! così va bene,
rispondo io, e metto la mano nella tasca della tonaca a diritta. Cerco e
ricerco, non avevo i venticinque sicli. — Bene, dice Justus, offri
dunque un montone. — È vero, dico a me stesso, un montone l'è proprio
un'offerta da re! E mi volgo ad un pastore dei monti di Moab che ne
aveva in vendita uno di stupendo. — Che prezzo domandi di questa bestia?
— Venti denari, capitano, risponde il montanaro. — Vergogna! un montone
che ha delle corna da far morire di rabbia Mosè? che ha la lana soffice
come i mustacchi del rettore Simeone? Le bestie sono dunque in
abbondanza nel tuo paese eh? — E pongo la mano nella tasca sinistra. Non
avevo i venti denari. — Va là, disse Justus, offri un capriolo. — Bravo,
dico io, un capriolo è ciò che mi va. Io amo il capriolo: perchè il
Signore sarebbe più schifiltoso che non mi sono io, vecchio legionario
di Augusto e di Tiberio? — Sbircio in un angolo un uomo di Samaria che
aveva un superbo capriolo bianco con delle macchie scure e un muso rosa
come una vergine del Tempio, degli occhi teneri e velati da una lagrima.
Lo si sarebbe mangiato di baci — cotto in punto, e bagnato d'una rugiada
di acqua ed olio con un ramo di rosmarino. Non se ne domanda che tre
denari (due lire e mezza). Cavo la borsa dalla cintura: i tre denari non
c'erano più. — Senti, dice Justus, un colombo è ciò che ti va bene.
Comprane uno e finiamola. — Ma l'è precisamente quello che pensavo io
fino da questa mattina, rispondo. Un colombo bianco come le ali d'un
cherubino.... Sagan, hanno le ali bianche, i cherubini? Ben devi
saperlo, tu. Mi decido dunque pel colombo. Non costa che un mezzo
denaro. Guardo, frugo, rifrugo in tutte le mie tasche; poi stendo la
mano al mio amico Justus, e gli dico: prestami un mezzo denaro. Ah! se
aveste veduto che faccia m'ha fatto! Si sarebbe detto che gli avessi
domandato un dente.
— Gli è che, ripetè Justus, te ne ho prestati tanti di sicli, denari e
mezzi denari....
— Meglio, dico io, vai a ridomandarmeli mo! Finalmente, gettando un
sospiro da rovesciare la torre Mariamna, Justus mi pone in mano la
moneta che gli ho chiesta. Volete che ve lo dica? non avevo mangiato
nulla fino da jeri, e non avevo bevuto niente, all'infuori di alcuni
sorsi d'acqua della fontana di Salomone. Il Signore, lui, aveva ricevuto
un sì gran numero di bestie d'ogni specie, che appena appena avrebbe più
accettato la nobile testa del gran sacerdote Caifa. Mi decidevo dunque a
bere il mio colombo, e ponevo il mezzo denaro in tasca, allorchè delle
grandi grida si fanno udire dalla parte della porta di Bronzo. Un
tafferuglio nella città di Gerusalemme senza di me! dico io: sono
rubato! E corro. Era della bordaglia, che avendo trovato una giovine
donna nel sobborgo di Besetha, in flagrante delitto d'adulterio con un
soldato legionario Romano, la conduceva dinanzi il Sanhedrin perchè la
fosse condannata ad esser lapidata.
Moab alzò la testa, che aveva tenuta fino allora appoggiata sulle
ginocchia.
— La donna era giovine e bella ancora, continuò Bar Abbas, malgrado lo
strazio della miseria che si scorgeva nei suoi tratti e nei suoi
vestiti. Io la conosceva già. È di Gerico e si chiama Lia. Suo marito
essendosi riunito alla setta degli Esseniani l'ha abbandonata da due
anni insieme col suo bambino. Ella vive pettinando lana. Probabilmente
il lavoro le era mancato. Gli scribi ed i farisei, che erano nella corte
dei Gentili, e le guardie del Tempio, si affollavano intorno al gruppo
che trascinava quella donna scapigliata, affogata nelle lagrime e
gridante: Oh il mio povero figlio, il mio povero figlio! — To', dice
allora un levita: se andassimo a vedere cosa ne dice il Rabbì di Galilea
che predica lì abbasso, presso il pozzo di Salomone? — Sì, sì,
rispondono in coro tutti i parassiti del Tempio, conduciamola dal Rabbì
di Galilea. — Fino dal mattino questo Rabbì era andato di corte in
corte, e di portico in portico, facendo capannelli intorno a sè ed
indirizzandosi al popolo. Aveva provocato ed irritato i farisei
mettendoli in ridicolo e trovandoli in fallo. Aveva parlato contro il
Sabato, contro il lavarsi le mani, contro le pratiche esterne del culto:
e che so io! di tutto infine. Il popolo diceva: Ma vediamo dunque,
questo Rabbì non sarebbe egli un pochino profeta, un bricciolo di
messia? Ed egli non avea risposto nè sì, nè no, ma aveva lasciato andare
ora una parabola, ora un tale arruffamento di parole, che Satana
strangolerebbe chi ne avesse compreso una sillaba. I farisei credevano
ora di prenderlo in trappola. La legge di Mosè è chiara come la fontana
di Siloam. Si spinge dunque la donna dalla parte ove era il Rabbì, e
tutti si affollano per vedere ed intendere. Il caso era grave. La
risposta doveva esser precisa. Pilato se ne ride dell'adulterio, che per
lui non è nè un delitto nè un peccato. Ma il Rabbì cosa risponderà? Se
condanna la donna, si disgusta con Pilato; se l'assolve, si abbaruffa
con Mosè. Egli li lasciò venire. — Rabbì, Rabbì, gli si grida da ogni
parte, ecco una donna che abbiamo presa sul fatto stesso d'adulterio. È
maritata, tutti lo sanno, ed ella stessa lo confessa. — Hum, brontolò il
Rabbì senza alzar la testa ed avendo l'aria di continuare a tracciare
dei rabeschi sulla sabbia della corte. — Maestro, gridava disperata la
povera donna; avevo fame, il mio bambino aveva fame, eravamo digiuni da
due giorni. Non una bricciola di pane, non un denaro, il focolare era
freddo. Il Rabbì levò gli occhi sopra la donna, e dopo averla
considerata per alcuni istanti: — Sì, eh! mormorò continuando a
tracciare sgorbi nella polvere. — La legge di Mosè è chiara, osservò
Gamaliele che aveva seguito la folla. — Cosa ci comanda codesta legge?
domandò con calma il Rabbì. — Di ucciderla a colpi di pietra, si gridò
da ogni parte.
Moab che aveva ascoltato questo racconto di Bar Abbas, a questo punto si
levò d'un salto, come se avesse camminato sopra una vipera. Era
spaventevolmente pallido, ma non disse una parola. Noi lo guardammo,
sorpresi. Bar Abbas continuò:
— La povera donna non cessava dal gridare: grazia, grazia! Avevo fame,
il mio ragazzo aveva fame; non trovavo più lavoro, non avevo credito,
non mi si faceva carità. — Qual è la legge? disse ancora il Rabbì
volgendosi a Gamaliele. — Tu che insegni tante cose, rispose il maestro
del collegio, dovresti pur conoscerla. — La tua opinione dunque è che
ella sia lapidata? insistè il Rabbì. — È la legge, risponde Gamaliele. —
Bene allora, grida il Galileo levandosi e dominando col suo sguardo
quell'assemblea curiosa, e piena di ansietà. Bene! replica egli, colui
in fra di voi che si crede senza peccato le getti la prima pietra.
Questa frase fu come uno scongiuro magico. Tutta la folla restò sorpresa
per un istante, non comprendendo nè indovinandone il senso; poi ognuno
s'allontanò in silenzio, con la testa bassa, e gli occhi pensierosi. Il
Rabbì si avvicina allora alla donna che era caduta quasi svenuta nella
polvere, le pone in mano di nascosto una moneta, la sola forse che
possedeva, e le dice con soave sorriso: Va, povera donna, va e non
peccare più.
Vedendolo levarsi dal posto ove stava seduto, io aveva biascicato: To'!
ma gli è mio nipote codesto Rabbì!
Egli non mi aveva forse udito. Mi sono allora avvicinato. Voi lo
comprendete. Se io mi potessi attirare un uomo di simile levatura nel
nostro progetto, pensava io.... — Nipote, gli dissi, non riconosci più
il marito della sorella di tua madre? — Il Rabbì levò lentamente il
capo, e fissò il suo sguardo su me. Questo sguardo si rischiarò, si
dilatò, divenne infiammato. E' fece un passo indietro.... e mi disse:
Vattene, zio!
— Ma no, ma no, interruppe Justus, egli ti ha detto: Indietro, infame,
indietro. — E la sua voce, sì dolce un momento prima, rintronava nel
Tempio.
— Sì, sì, forse lo ha detto, continuò Bar Abbas. Io lo conosco; quel
giovine è sempre stato misantropo e poco rispettoso verso i suoi
parenti. Gli è per questo che io non ci feci attenzione, ed ostinato nel
mio progetto di metterlo a parte delle nostre idee, gli insinuai a voce
bassa una parola, domandandogli di unirsi a noi per liberare Israele
dalla contaminazione dei Gentili. Ah sì! egli continuava sempre a
gridare: Va....
— Indietro, infame, indietro, ripetè Justus.
— Poichè ti sta tanto a cuore, sia pure, aggiunse Bar Abbas. Allora
siamo usciti dal Tempio per la porta Dorata, ed eccoci un po' in
ritardo, temo.
Hannah aveva ascoltato questo racconto con pazienza, sclamando soltanto:
«Ancora quest'uomo!» allorchè Bar Abbas aveva nominato il Rabbì di
Galilea. Ma io l'aveva seguito con interesse; Menahem, con indifferenza.
Moab sembrava annientato. Alla fine, Hannah, sollevandosi a mezzo corpo,
disse:
— Non abbiamo tempo da perdere. Veniamo alla nostra faccenda. Non c'è
nulla da cangiare al piano già stabilito. Ecco ora le istruzioni
definitive che voi porterete al Consiglio dei Trentacinque, aggiunse
egli presentando a Menahem uno scritto. Dimani essendo Sabato,
l'esplosione della sommossa è aggiornata a dopo dimani. Se qualche cosa
dovrà essere modificata, lo saprete qui, domani, all'ora quarta.
— Spieghiamoci bene, disse Menahem. Dopo dimani entreremo nella città da
tre porte, in tre colonne, senza bandiera e senza armi per non dare
sospetto, e gridando: Abbasso l'acquedotto, abbasso l'acquedotto!
Rispetto per l'offerta, che è la moneta di Dio e non del popolo o di
Cesare.
— Va bene, rispose Hannah.
— Ci presenteremo dinanzi al Pretorio, e domanderemo di veder Pilato....
— Va bene, disse ancora Hannah.
— Allora, quando Pilato uscirà e domanderà che una commissione vada a
parlargli, Moab ed io esciremo dalle file del popolo e gli andremo
incontro.
— Sì, soggiunse Hannah.
— Presenteremo una carta a Pilato. Egli la prenderà, e, naturalmente,
l'aprirà e incomincierà a leggerla; allora Moab da una parte ed io
dall'altra ci slancieremo sopra di lui e lo uccideremo.
— Io non lo ucciderò, mormorò Moab lentamente, nel mentre si alzava: io
non ucciderò quell'uomo.
— Come! dimandò Hannah, inchiodando sopra Moab i suoi occhi
grigio-giallastri spalancati.
— No, ripetè Moab con fermezza, io non ucciderò mai quell'uomo.
Hannah si mordeva coi denti gialli le labbra grige, e non potendo
divenir pallido, diventava livido.
— Spieghiamoci, disse egli alla fine con voce tremante dalla collera. I
cinque principali partiti dell'antico regno d'Erode il Grande hanno o
non hanno eglino nominato quaranta delegati perchè s'intendano sopra il
mezzo di cacciare lo straniero dal suolo dei loro padri e del loro Dio?
— Sì, rispose Moab.
— I quaranta delegati non hanno essi scelto un consiglio di cinque dei
loro capi, e non sono io il presidente di questo consiglio?
— Sì, è vero.
— Gli Esseniani non ti hanno eglino delegato come loro rappresentante,
tu, Moab Bar Samuele di Bethabara? e non hai tu assistito alle nostre
conferenze, discusso e approvato i nostri piani?
— È vero, sclamò Moab.
— Il consiglio ha deciso di cominciare dal disfarsi di Pilato, per
mettere lo spavento e la confusione fra i Romani, e per poi poterli
distruggere più facilmente al grido di Dio e patria!
— Io non nego nulla di tutto questo, disse Moab. I nostri cinque nomi
soli sono stati posti nell'urna — poichè non si poteva comunicare un
simile secreto a quaranta persone — ed il mio è uscito pel primo, poi
quello di Menahem. Sì, è vero. Tuttavia io non ucciderò Pilato. Ella nol
vuole.
— Ella, sclamò il sagan, chi è dunque codest'ella?
— Ella, replicò Moab.
— Ma finalmente chi è dessa? è tua madre?
— No.
— Tua sorella?
— No.
— Tua moglie?
— No.
— È la tua ganza, la tua regina, la tua fidanzata? chi è dunque codesta
donna?
— No, no, no. È lei. È tutto questo, meglio, più di tutto questo. È lei.
— Quest'uomo è un pazzo o un vile, gridò il sagan.
— No, riprese Moab con calma, comandatemi di uccidere il gran Sacerdote,
il tetrarca, il rettore, il governatore della Siria, lo stesso Cesare,
ed io mi recherò a Roma immediatamente ed andrò ad ucciderlo. Ma Pilato,
no. Ella nol vuole!
— Vediamo un po', disse Menahem inframmettendosi; codesto è un mistero
che non sembra troppo vicino a schiarirsi; il _Shofa_ del tempio sarà in
breve suonato, quindi le porte saranno chiuse, ed i nostri fratelli
attendono nella valle di Josafat le ultime istruzioni. Se Moab dà
indietro, io resto sempre pronto, e credo che solo io basterò a compire
l'affare. Dio mi ha dato un braccio, che i miei nemici, siano i tiranni
del nostro paese o le bestie feroci del deserto, hanno appreso a temere.
— Prendo io il posto di Moab, gridai io allora.
— No, no, interruppe il sagan. Non è di ciò che si tratta. Non è
questione di un braccio di più o di meno, d'un uomo piuttosto che d'un
altro, per compiere questa santa opera. Si tratta di un giuramento.
Ebbene, voi avete tutti giurato sull'Efod, che coloro cui la sorte
additasse, compirebbero il sacrifizio del tiranno della Giudea. Ora uno
di quegli eletti dalla sorte ci dice: Io non voglio più mischiarmene
perchè c'è una donna che non lo vuole. Che mercato facciamo noi dunque
di Dio, del nostro giuramento, della nostra parola, del nostro onore?
Che sicurezza abbiam noi pel secreto confidato ad un uomo che pone un
_Ella_ al disopra del suo dovere?
— Basta così, gridò Moab, avanzandosi verso il tavolo del sagan. Dacchè
sorge un sospetto, la questione è sciolta. Era il mio destino che
lottava contro il mio dovere. Voi intervenite in nome di Dio; non ho più
nulla a rispondere. Ucciderò Pilato, e poi mi ucciderò anch'io sopra il
suo cadavere. Addio. Infrangerò il precetto della mia setta che abborre
dal sangue[1]; ma espierò il mio fallo uccidendo la mia anima, che era
_sua_, ed il mio corpo, che era vostro. Vado a raggiungere i nostri
fratelli.
[1] Gli Esseniani erano opposti alla guerra. Ma quando il paese
era minacciato, spiegavano un coraggio indomabile. Nella guerra
contro i Romani essi accorsero alla difesa di Gerusalemme, e
diedero un numero indicibile di martiri crocifissi, gettati nelle
arene, o torturati dai vincitori. SALVADOR, I, pag. 166. GIUSEPPE,
_Guerra degli Ebrei_, lib. II, cap. II. _Antichità_, lib. XVIII,
Cap. II.
E ciò dicendo, Moab, il discepolo di Battista, alzò la testa bruciata
dal sole del deserto, fiera come le creste del Libano, girò su noi il
suo sguardo azzurro come il cielo, aggiustò intorno al corpo la sua
tonaca di pel di cammello, strinse la sua cintura di cuoio, scosse la
capigliatura nera e increspata come quella di Sansone, ed uscì.
La sua partenza fu seguita da un momento di silenzio triste e doloroso.
Il sagan lo interruppe.
— Allora, tutto è inteso, diss'egli. Non c'è nulla da cangiare, nulla da
aggiungere al piano stabilito. Se qualche nuovo incidente accade nella
giornata di domani, domani a sera decideremo.
— Va bene, rispose Menahem. Ora corro alla casa di Josafat.
Egli uscì. E nello stesso momento il suono del corno di montone diede il
segnale dalla collina del Tempio che principiava il sabato.
Bar Abbas aveva seguito Menahem, fermandosi nelle sale inferiori, e noi
lo intendevamo abbaruffarsi coi servitori del sagan, che non lo facevano
cenare a suo modo. Justus mi disse:
— Giuda, vai da Maria questa sera?
— Non so, risposi; ho bisogno di trovarmi solo con me stesso.
— Allora non andrò ad attenderti là.
— No.
— A domani dunque.
Il sole era tramontato dietro il Moriah, dietro Modin, nel mare di Joppa
e di Tiro. Il silenzio era disceso sopra la città. Hannah, colle folte
sopracciglia aggrottate, gli occhi fissi sopra i quadrelli di marmo del
pavimento, tenendo afferrato fra le mani il suo caftan, taceva,
meditava, — forse non pensava a nulla o meglio, era dietro a calcolare
ciò che meglio gli conveniva: di marciare colla cospirazione, o di
consegnare i cospiratori nelle mani di Pilato. Io pure taceva,
profondamente colpito dalla storia della povera adultera — che mi
sembrava certo dover essere la moglie di Moab, — e della creatura
misteriosa che aveva una influenza sì potente sopra quell'uomo di marmo,
dagli occhi d'aquila. Hannah alla fine mi domandò:
— Sai tu a cosa penso, Giuda?
— Perdinci, alle quattrocento concubine di Salomone.
— Domani arrivano la moglie di Pilato e il governatore della Siria....
— Bisogna forse assassinarli anch'essi?
— Pilato riceve quindi delle nuove coorti.
— Tanto meglio; più se ne ammazza oggi tanto di meno a combattere
domani.
— Saremo schiacciati.
— Che monta? altri faranno la prova dopo di noi, e riesciranno forse.
— Hum! brontolò il sagan, egli è che a me importa molto poco che gli
altri riescano o no: ma noi saremo esterminati senza dubbio.
— Avresti paura, principe mio?
— No; ma io non mi sono unito ai tuoi progetti per aver l'onore d'essere
appeso ad un patibolo sul Golgota.
— Parli d'oro, Sagan, risposi io, ma è troppo tardi ora per
indietreggiare. D'altronde tu devi arder di zelo pel Tempio, di cui un
pagano saccheggia il tesoro sotto il pretesto di costruire un acquedotto
per dar da bere a delle ciurmaglie che muoiono di sete. Poi, una
occasione come questa non si presenta tutti i giorni. Ci sono cinquanta
mila persone accalcate sopra le colline di Gerusalemme ed in Gerusalemme
stessa, venute da tutte le parti della Siria, e che ci daranno aiuto
senza fallo.
— Nondimeno, disse il sagan, se quella gente esitasse....
— Anzi tutti e' sarebbero decimati dalle armi dei Romani: ma è così che
si alimenta l'odio dei popoli oppressi contro gli oppressori stranieri.
Tu avrai, Sagan, un posto nella nostra storia, vicino al mio grande
antenato Mattatia il Maccabeo.
— Credo piuttosto, che sarò considerato come un meschino plagiario del
mio grand'avo Esaù...
Mezz'ora prima, la città brulicava di vita. Dacchè il Shofa era stato
suonato dalle mura del Tempio, il cuore stesso della città aveva cessato
di battere.
Il sabato pietrificava l'Ebreo.
Non più un rumore nelle strade, non più lumi alle finestre; il fumo
sulle terrazze delle case, il fuoco nei focolari erano cessati. La
creazione era ravvolta nel silenzio. Non era più permesso di uscire, di
andare a cercar acqua, di cuocere il pane, di accendere il fuoco se si
era intirizziti, di rimetter in piedi il ragazzo se cadeva per terra, di
abbracciare la giovine moglie, o di accomodarla nel suo letto di dolori.
Se la madre stava morendo, il figlio non poteva soccorrerla. Se il suo
asino cadeva in un fosso, bisognava lasciarlo divorare dai leopardi e
dagli sciacalli. Ciascuno doveva restare dove si trovava e nell'istessa
posizione; nè bere nè mangiare. Se l'inimico attaccava, bisognava
lasciarsi uccidere; e molte volte, fino a Giuda Maccabeo, i nostri
antenati erano stati trucidati così. Era nei giorni di sabato che gli
Ebrei avevano quasi sempre perdute le loro battaglie contro gli
stranieri, i quali, attaccandoli quando non potevano difendersi, ne
avevano facilmente ragione. Non si poteva in quel giorno nefasto
abbandonare il campo, continuare un viaggio, mettersi al coperto da un
sole omicida, dall'uragano o dalla folgore. Il suono del corno del
Tempio cangiava l'uomo in istatua come la moglie di Loth. Eccetto che
nel Tempio stesso, che solo continuava il suo traffico ordinario, che
riceveva le offerte — doppie di quelle degli altri giorni, — che
sacrificava le vittime, e bagnava col sangue le fiamme azzurrastre dei
suoi altari: eccetto in questo Tempio — perchè non c'era mai riposo per
questi sacri traffici — ovunque altrove, cessavano tutti i sintomi della
vita.
Noi altri Sadducei ridevamo bene di tutto ciò, avendo la massima che il
sabato è fatto per l'uomo, e non l'uomo pel sabato. Hillel e Gamaliele
avevano bensì detto ch'era permesso di fare buone opere durante il
sabato; ma i farisei restavano incrollabili. Di maniera che Gerusalemme,
a quell'ora, sembrava una città di tombe, ove l'aria stessa era divenuta
muta.
Cento mila persone respiravano senza far rumore.
Tutto ad un tratto, dalla parte della porta Giudiziaria e della porta
Genath, udimmo un fremito sordo, come uno sciame di api svegliate da un
calabrone. Alziamo il capo, tendiamo l'orecchio. Il susurro aumenta,
avanza, diviene più distinto. Sentiamo le voci e come uno strepito
d'armi. Vediamo, ad onta del sabato, tutte le finestre popolarsi di
teste di curiosi. Poi una luce rossastra, come di torcie accese,
rischiara il cielo, cui grossi nugoloni cominciavano ad oscurare; e ben
tosto dalle nostre finestre vediamo un gruppo di soldati trascinare in
mezzo a loro dei prigionieri. Il nostro cuore s'ingrossa. Il corteggio
avanza sempre più nel foro e si dirige poi verso le alture di Sion,
dalla parte della torre Faselo. Allora diamo indietro spaventati:
riconosciamo i nostri complici, ed alla lor testa, legati con delle
corde ed insanguinati, Menahem e Moab.