contemporanea consiste appunto nel «solidificare e contrapporre le
antitesi dialettiche del bene e del male». Il presente è proprio un
momento del tempo, in cui un certo numero di antitesi si fronteggiano
nella volontà e nel sentimento; e se nella storia, scritta dopo
qualche secolo, si può trovare «quel partito più ampio che abbraccia
diversi partiti», chi può esser così ingenuo da cercar questo partito
fra i contemporanei, che vivono appunto per odiarsi, combattersi e
sterminarsi? Intorno a che cosa hanno versato tanti fiumi di sangue gli
uomini se non a quelle che il Croce chiama «antitesi dialettiche del
bene e del male, solidificate»; e che la storia dovrebbe per l’appunto
sciogliere? Se gli uomini fossero persuasi che tutti hanno ragione
e tutti meritano almeno una menzione onorevole, se non una medaglia
di bronzo nel concorso della storia, si sarebbero forse patrizi e
plebei, ricchi e poveri, eretici e ortodossi, cristiani e mussulmani,
protestanti e cattolici, aristocratici e democratici, scannati in tanti
secoli con tanto furore? E che cosa resterebbe di tutte le «storie
contemporanee» che si sono seguite?
3.
Una delle due: o la storia è sempre storia contemporanea e allora deve
«separare, contrapporre e solidificare le antitesi dialettiche del
bene e del male» perchè ogni presente non è che una di queste antitesi
in azione. O deve giustificare tutto e allora non può essere storia
contemporanea; anzi la storia contemporanea deve considerarsi come
pseudo storia o poesia. Impigliato in questa contraddizione, da cui
non riesce a districarsi, il pensiero del Croce si lascia sospingere
dalla sua stessa confusione a conclusioni così paradossali e strane,
da essere quasi ridicole. Questa, ad esempio: che «la storia non è mai
storia della morte sibbene storia della vita»; che «sono da ritenere
false... tutte le storie che narrano la morte e non la vita dei popoli,
degli stati, delle istituzioni, dei costumi, e si contristano, e si
angosciano e lamentano che quel che fu non è più» (pagine 79 e 80).
Questa pagina confonde manifestamente il narrare le rovine e il
disperarsi per esse. Se un moderno scrivendo la storia dell’impero
romano si stracciasse, arrivando ai bassi secoli, i capelli, e
ululasse inferocito ai barbari e ai cristiani, noi potremmo dirgli
di risparmiare il suo tempo e il suo dolore, poichè le sue furie
sono vane o ad ogni modo son cosa sua, che non ci tocca, se pure non
ci infastidisce. Ma non per questo è men vero che l’impero romano,
fiorente nel primo e nel secondo secolo, è stato dal terzo al quinto
secolo a poco a poco distrutto dal di fuori e dal di dentro; e che o
lagrimando o ad occhi asciutti uno scrittore può narrare la storia di
questa distruzione: come, quando, e per opera di chi si compiè. Dir che
la rovina dell’impero romano è una storia falsa, perchè sulle rovine
dell’impero sorsero nuovi stati e nuovi popoli e nuove civiltà, sarebbe
come dire che l’inquilino di quella tal casa, che oggi hanno portato
al cimitero, non è morto, perchè domani un altro inquilino entrerà
nella casa. Nuovi stati sorsero sulle rovine dell’impero romano, perchè
l’impero era stato distrutto; e la sua distruzione fu effetto di un
lungo seguito di azioni che la storia può narrare, come può narrare il
lungo seguito delle azioni che lo crearono.
4.
Andare a caccia di contraddizioni nei libri del Croce è come andar
a caccia di farfalle in primavera. Ma in questo libro si trovano
contraddizioni anche più strane che negli altri libri, forse perchè
egli non è mai riuscito a distinguere bene i due elementi della
storia che sono il pensiero e il sentimento; ed ora li ha confusi
immedesimandoli, ora li ha opposti l’uno all’altro arbitrariamente.
«Condizione dello storico è che il fatto _vibri_ nell’animo dello
storico; o (per adoperare le parole d’uso nel mestiere storico) se
ne abbiano intelligibili i documenti» — ha scritto, come vedemmo,
a carte 4. Sembrerebbe dunque che la storia ritornando a _vibrare_
nell’animo, diventi _intelligibile_. Non c’è storico un po’ esperto,
il quale ignori che spesso accade proprio l’opposto: accade che per
_capire_ un avvenimento, ossia per distinguere chiaramente i motivi
veri che spinsero i personaggi all’azione e i veri effetti che l’azione
generò, è qualche volta necessario, più spesso utile liberarsi dalle
passioni contemporanee, ossia mettersi in uno stato di freddezza,
per cui l’evento non vibrando più nell’animo dello storico, questi
possa osservarlo da tutte le parti, anche da quelle che gli attori
appassionati non videro e _non potevano_ vedere. Per citare un solo
esempio: accade spesso nelle grandi lotte umane (guerre, rivoluzioni,
ecc.) che la parte la quale riuscì vittoriosa, si fosse per lungo
tempo ingannata sulle forze dell’avversario, credendole molto più
grandi che non fossero. Uno storico, il quale voglia capire ciò che
davvero è accaduto, deve rendersi conto di questa illusione; ma dal
momento in cui ha scoperta l’illusione l’avvenimento non può _vibrare_
più nell’animo dello storico come vibrò nell’animo degli autori. La
passione, che generò l’azione, diventando oggetto di fredda analisi, lo
storico deve distaccarsene invece di confondersi con essa.
Dopo aver immedesimato sentimento e pensiero, come se nella storia il
sentire equivalesse a comprendere, con singolare contraddizione, in un
altro punto, il Croce vuol bandire addirittura il sentimento, come un
falsario sistematico, dalla storia, e come se il sentire un avvenimento
volesse dir sempre fraintenderlo. «L’alterazione — egli scrive —
continua e intrinseca a quella storiografia (la poetica) consiste
nello scegliere e connettere i particolari, che si traggono dalle
fonti, secondo un motivo _non di pensiero ma di sentimento_; il che se
ben si consideri, è sostanzialmente un inventarli» (pagg. 28 e 29).
E perchè? Da una esagerazione si casca in una esagerazione opposta.
Qui il Croce suppone che il sentimento falsi sempre la verità e che
il pensiero invece non la falsi mai; il che è un errore di psicologia
manifesto. Il sentimento falsa la verità quando è pervertito, viziato,
in rivolta contro le leggi della natura e della morale; quando odia
quel che è bene e ama quel che è male. Ma quando ama il bene, o odia
il male è spesso più pronto e più profondo nello scoprire il vero del
pensiero. Quante volte il cuore precorre la mente nel divinare quello
che la mente scoprirà dopo, faticosamente! Di quanti sentimenti altrui
ci è difficile renderci conto se non li abbiamo provati, e quante
volte l’essere appassionato è condizione per capire l’altrui passione!
Viceversa, anche il pensiero spesso s’inganna, o adultera la verità per
errore o per malizia. Un cattolico, un protestante, scrivendo la storia
della Riforma, con la passione altereranno sfigurandolo coll’odio il
nemico, ma ciascuno sarà nel vero nel lodare le cose buone della Chiesa
o della Riforma; e l’uno e l’altro capiranno non solo lo stato d’animo
dei propri ma anche quello degli avversari, meglio e più facilmente di
un miscredente, per il quale tutte quelle dispute teologiche non siano
che un fastidioso perditempo.
E del resto se la passione fosse condannata a restar fuori della verità
sempre e in eterno, come potremmo noi scriver la storia? Chi conosce
un po’ quel che il Croce chiama il «mestiere storico» (l’arte, io
direi) — sa che quasi tutti i documenti sono più o meno inquinati dalla
passione.
5.
Anche questa dottrina della storia è un guazzabuglio di contraddizioni,
in mezzo alle quali il pensiero del Croce cerca di reggersi e di
camminare diritto; ma non può, chè non sa dove va, barcolla e ad ogni
passo incespica. La Storia è problema nel tempo stesso più semplice e
più complesso che il Croce non pensi.
La Storia è l’applicazione letteraria di una facoltà dello spirito
umano, poco o punto studiata sinora dagli psicologi e dai filosofi:
_l’intuizione_. Che cosa è l’intuizione? È quella facoltà per cui noi
indoviniamo gli stati d’animo dei nostri simili; i loro pensieri,
i loro sentimenti, le loro inclinazioni, la loro indole, i loro
propositi, le loro virtù, i loro vizi. Non c’è facoltà più comune e
più preziosa di questa. La vita di tutti gli uomini, umili e grandi,
dotti e ignoranti, ricchi e poveri non è, dalla mattina alla sera,
che un esercizio ininterrotto di intuizione psicologica. Noi abbiamo
sempre bisogno di indovinare quel che pensa, vuole, macchina, in quali
disposizioni di animo si trova un certo numero dei nostri simili senza
che essi ce lo dicano — sia perchè non vogliono, sia perchè non sanno e
non possono.
La natura di questa facoltà è molto misteriosa: ragione per cui forse
gli psicologi non l’hanno punto studiata fino ad ora. È una facoltà
mista, a cui partecipa il raziocinio, la memoria, l’associazione,
l’immaginazione; e per la quale noi quasi entriamo a un tratto
negli altri indovinando quel che avviene nella loro coscienza. È una
facoltà innata, perchè tutti ne sono provvisti, come di volontà e
d’intelligenza; ma come di volontà e di intelligenza chi più e chi
meno. L’esercizio e l’esperienza la raffinano e la rafforzano. Quel che
si dice di solito «imparare a conoscere gli uomini e il mondo» non è
che l’esercizio di questa facoltà. Il nascere provvisti di intuizione
pronta, agile, sicura, è una fortuna, perchè questa è tra le armi che
più servono per riuscire.
6.
La Storia non è che una applicazione letteraria, nobile, profonda di
questa facoltà comunissima, di cui tutti gli spiriti son provvisti,
perchè è uno dei tanti cosidetti «organi di relazione». Chi scrive una
storia, grande o piccola, non fa che intuire ed esporre degli «stati
di coscienza» singoli o gregari. I piani, i disegni, le ambizioni, gli
odî, gli amori, le illusioni, gli atti e i fatti dei grandi personaggi
della storia che altro sono se non idee, sentimenti, voleri, propositi,
ossia «stati di coscienza»? E che cosa sono, se non stati di coscienza
gregari, le inclinazioni dello spirito pubblico, le dottrine e le
ambizioni, gli odî e le ammirazioni dei partiti, le tradizioni e
gli interessi delle classi sociali, le aspirazioni, gli orgogli, i
puntigli, gli interessi dei corpi pubblici — parlamento, magistratura,
burocrazia? Che altro è una religione, se non una cristallizzazione di
stati di coscienza, spesso complicatissimi ed oscurissimi?
La storia insomma, come opera d’arte e di pensiero, è una _psicologia
in azione_, il cinematografo interno — se posso adoperare l’immagine
— di singoli uomini e di gruppi: sovrani, capi di religione, generali,
diplomatici, demagoghi, partiti, classi, amministrazioni, sette e via
dicendo. Il Croce si è invischiato in tante difficoltà perchè non ha
capito questa prima ed elementare verità. Senonchè se lo strumento
con cui noi risuscitiamo questi stati di coscienza è quella stessa
intuizione, di cui ci serviamo ogni giorno per indovinare ciò che
i nostri simili pensano e vogliono, il nostro compito è molto più
difficile, quando si tratta di scrivere storie. Gli stati di coscienza
da cui nascono i grandi avvenimenti storici sono complessi, numerosi,
spesso contradditori, spesso legati tra di loro o inestricabilmente
aggrovigliati gli uni negli altri, e in continuo movimento. Chi ci
vive in mezzo, se non è proprio dotato di straordinaria intelligenza,
non vede che frammenti; onde è così difficile scrivere la «storia
contemporanea» a cui il Croce ha voluto per un momento ridurre tutta
la storia, ma inutilmente, perchè dire che ogni storia è «storia
contemporanea» è come dire che l’uomo non capirà mai nulla di ciò che
succede. Quando invece la storia è passata nasce un’altra difficoltà:
gli «stati di coscienza» sono spariti insieme con gli uomini, e di
essi non restano più che segni frammentari e per se stessi morti: i
documenti.
I documenti sono il grande rompicapo di tutti i teorici della storia,
che non riescono a mettersi d’accordo intorno alla loro natura. Ma la
oscura questione si chiarisce semplificandosi, per chi abbia capito
che la storia è intuizione di stati di coscienza, singoli o gregari,
di uomini e di generazioni che furono. Fuorchè nei casi in cui il
documento è la voluta espressione degli «stati d’animo» di qualche
personaggio storico — tali sono, per esempio, le memorie degli uomini
politici, qualche volta le loro lettere o confidenze — il documento
è quasi sempre il rottame, salvatosi a caso, di un _antico mezzo
d’azione_ che per i posteri diventa il segno di uno o più stati di
coscienza — i propositi, le illusioni, le speranze dell’uomo e del
gruppo che se ne serviva. La corrispondenza diplomatica di un ministro,
gli ordini e i bollettini di un generale, i discorsi di un capo di
parte sono stati composti non perchè i posteri sapessero poi quello che
è successo, ma per ottenere quello o quell’altro intento, che allora
premeva a quel tale o tal’altro uomo d’azione. Ma allo storico servono
come mezzo per conoscere ciò che l’uomo d’azione, il suo governo o
il suo partito, voleva in quel momento; per capire la visione delle
cose che lo guidava; i motivi che lo spinsero a quella o a quell’altra
azione.
È facile ora capire la strana e contradditoria natura del documento
storico, intorno alla quale tanto disputano i teorici della storia, e
che i veri storici capiscono a fondo senza aver bisogno di discuterla.
Tre sono le contraddizioni insite nella natura del documento storico.
_a_) La sopravvivenza del documento è _accidentale_ perchè dei
mezzi d’azione si conservano spesso, per servir come segni degli
stati d’animo, quelli che meno servono a capire «gli stati d’animo»
_essenziali_ dai quali l’avvenimento è nato; lo storico deve invece
indovinare questi stati d’animo _essenziali_.
_b_) il documento, appunto perchè è il rottame di un mezzo d’azione
che non serve più, è _una cosa morta_: lo storico deve servirsene per
intuire uno stato d’animo, che è _una cosa viva_;
_c_) il documento è sempre _frammentario_; da questo documento
frammentario lo storico deve cercare di ricavare una intuizione
di stati di coscienza quanto più gli è possibile _totalitaria_,
indovinando quello che nel documento non c’è e non ci può essere,
perchè il documento è per sua natura un frammento.
Chi tenga presente queste tre contraddizioni insite nel documento,
intenderà quanto sia difficile lo scriver la storia e come ai maestri
che salgono in cattedra a insegnare la teoria si addica una certa
modestia nel dare consigli a coloro, che invece di dir come si deve
scriver la storia, la scrivono. Intenderà pure che il cercare una
conclusione certa, appoggiata su documenti inoppugnabili e definitivi,
i quali si possano interpretare in una sola maniera, è quasi sempre
la pretesa di una presuntuosa leggerezza. Intenderà come accada che
ogni storia si rinnovi quando lo storico muta. Intenderà che un mezzo
sicuro e definitivo di provare vera e giusta la interpretazione di un
documento, ossia di verificare l’intuizione degli «stati di coscienza»
che da quel documento piglia le mosse non c’è. Intenderà infine che
la storia si scrive per molti motivi diversi. Si scrive per ricordare
il passato. Si scrive per soddisfare la curiosità. Si scrive per
divertirsi e per divertire, su per giù come si scrivono romanzi. Si
scrive per glorificare o per infamare una dinastia, un partito, una
religione, un popolo, una nazione, un regime politico, una classe
sociale. Si scrive per affilare le armi ad una lotta politica, sociale,
o ad un conflitto armato tra stati. Si scrive per indagare il mistero
dei destini umani, il perchè delle vittorie e delle sconfitte, della
grandezza e della decadenza, delle prosperità e dei rovesci. Il Croce
dice che questo _perchè_ è introvabile. Non importa: a quanti perchè
senza risposta l’uomo cerca risposta!
Questa molteplicità di scopi genera molte famiglie di storie e di
storici, ciascuna delle quali esercita la sua intuizione in modo
diverso. Lo scopo foggia per reazione lo strumento. Alcune tra le
distinzioni che il Croce, brancicando nel buio, tenta di stabilire tra
storia e storia nascono da questi diversi scopi. Non ci sono storie
positive e storie negative, storie vere e storie false, storie poetiche
e storie filosofiche. La storia è sempre storia — cioè intuizione di
«stati di coscienza»: la scriva Tito Livio, o Tacito, o Svetonio, o il
Machiavelli, o il Gibbon, o il Mommsen, o quel tale misterioso storico
— chi sarà mai? — nel quale il Croce ravvisa il vero storico. Ma muta
secondo che è scritta per uno scopo o per un altro. Così quelle che
il Croce chiama storie poetiche o pseudo-storie sono storie dominate
da una forte passione, o politica o religiosa o morale, la quale in
certi momenti può falsare, in altri acuire nello storico la visione
della verità. Tacito ha atrocemente calunniato Tiberio, che fu un
grande imperatore, e si sacrificò per salvare lo Stato; ma se la sua
intuizione ha errato nel raffigurare questo personaggio; e se per
ciò la sua storia è in questo punto difettosa, è pur sempre storia
composta con gli eterni processi che ogni storico ha adoperato, adopera
ed adopererà, perchè non ce ne sono altri. La differenza da storico a
storico sta solo nella maestria con cui ciascuno li adopera, e nello
scopo che si propone.
7.
Alla luce di queste considerazioni molte questioni sul metodo storico,
che da quando la storia si è messa in mente di essere una scienza,
si sono tanto arruffate, si semplificano assai. Non ho tempo qui
di dimostrarlo. Ma non posso tacere una conclusione che è la più
importante, perchè vale a sbugiardare insieme e di colpo tutte le
false autorità che pullulano oggi negli studi storici dalla universale
confusione e ignoranza. La conclusione è questa: che una opera di
storia può essere giudicata da un critico soltanto nella sua forma
letteraria, come è stata composta e scritta; se è viva o no; se si
capisce o se riesce oscura, se piace o annoia. Nella sostanza, ossia
se lo storico abbia adoperato bene o male il processo intuitivo con cui
soltanto si può scriver la storia; se sia nel vero o se s’inganni, no.
Siccome non c’è modo o criterio per verificare inappellabilmente se un
documento è stato o non è stato interpretato rettamente, il critico
può soltanto scoprire o notare i piccoli errori di fatto, in cui a
tutti gli storici accade di incorrere: per giudicare sostanzialmente
una storia il critico _dovrebbe rifarla_ tutta quanta, interpretando di
nuovo i documenti, a modo suo, ossia intuendo in altro modo e legando
tra loro in un ordine diverso gli stati di coscienza di cui i documenti
sono il segno frammentario, accidentale e morto. Al lettore spetterà
poi di giudicare quale delle due interpretazioni lo convinca di più,
e gli sembri più verosimile: giudizio però personale anche questo
e quindi variabile da lettore a lettore, ma sempre posato sopra un
paragone di più storie. Se voglio dimostrare che Tacito si è sbagliato
scrivendo la storia di Tiberio, devo raccontarla di nuovo e in modo
che sembri più persuasiva, perchè più verosimile; senza però presumere
mai di giungere ad una conclusione che sia definitiva, inoppugnabile,
irrevocabile.
Desidera il lettore rendersi conto, come un critico, il quale voglia
giudicare il valore intrinseco di una storia senza rifarla, possa
vaneggiare? Il Croce stesso ci somministra di ciò un curioso esempio.
Il Croce aveva rasentato la verità — che la storia sia intuizione di
stati di coscienza — quando scriveva a pagina 29 e 30: «la fantasia
è indispensabile allo storico: la critica vuota, la narrazione vuota,
il concetto senza intuizione o fantasia sono affatto sterili; e ciò si
è detto e ridetto in queste pagine col richiedere la viva esperienza
degli accadimenti, di cui si prende a narrare la storia, il che importa
insieme elaborazione di essa come intuizione e fantasia; senza questa
ricostruzione o integrazione fantastica non è dato nè scrivere storia,
nè leggerla o intenderla. Ma siffatta fantasia veramente indispensabile
allo storico è la fantasia inscindibile dalla sintesi storica, la
fantasia nel pensiero e per il pensiero, la concretezza del pensiero
che non è mai un astratto concetto ma sempre una relazione e un
giudizio, non una indeterminatezza, ma una determinatezza. Epperò essa
è da distinguere dalla libera fantasia poetica, cara a quegli storici
che vedono o odono il viso e la voce di Gesù sul lago di Tiberiade,
o seguono Eraclito nelle sue quotidiane passeggiate tra le colline di
Efeso, o ridicono i segreti colloquî tra Francesco d’Assisi e il dolce
umbro paese».
Sebbene involuta ed oscura, questa pagina distingue, una fantasia
— chiamiamola così — «_storica_» che ricostruisce ed integra dai
documenti quello che fu; e una _fantasia poetica_ che inventa quello
che non fu mai; concludendo che senza la fantasia «storica» la quale
ricostruisce ed integra, non c’è storia. «_Senza questa ricostruzione
o integrazione fantastica non è dato nè scrivere storia, nè leggerla ed
intenderla_».
Su questo punto non possono esserci dubbi. È chiaro d’altra parte che
quella che il Croce chiama qui, con linguaggio impreciso e barcollante,
«_ricostruzione o integrazione fantastica_» è l’intuizione degli stati
di coscienza passati. Ma in un’altra opera il Croce ha voluto giudicare
l’opera mia e giudicarla non solo nella forma, ma anche nella sostanza,
per negare che essa sia storia. Che cosa ha detto allora? Ha affermato
che non solo la fantasia poetica, ma anche la fantasia storica,
ossia l’intuizione, non può creare storia vera. Il lettore stenterà a
crederlo; eppure è proprio vero che il Croce ha scritto testualmente
così: «Il Ferrero crede che si debba con la immaginazione, o come dice,
con la congettura integrare le fonti là dove il senso critico _vieta
coteste integrazioni e nega che possano mai fornire storia e storia
reale_. Al che il Ferrero, e con lui i suoi difensori, obbiettano,
che, senza le congetture e le immaginazioni, molta parte della
storia rimarrebbe arida esposizione e compilazione di fonti. E tale
sia e rimanga, quando non può essere altro, ossia quando mancano le
condizioni soggettive ed oggettive perchè sorga storia vera e propria;
meglio allora una rassegna di fonti, che un sogno sulle fonti...»
La contraddizione è evidente: «_Il senso critico vieta coteste
integrazioni e nega che possano mai fornire storia e storia reale_». Ma
che altro possono essere queste integrazioni vietate dal senso critico,
se non quelle che la fantasia storica fa in opposizione alla fantasia
poetica, che non integra ma inventa; e che nella «Teoria» erano state
giustamente dichiarate indispensabili allo storico, perchè non sono
altro che la sua facoltà di intuizione?
Ma non poteva accadere altrimenti. Volendo negare che una storia fosse
buona storia senza rifarla, il Croce non aveva altro mezzo che di
negare addirittura il processo creativo della storia — l’intuizione;
ossia, per affermare che io ho perduto il mio tempo a scrivere
«Grandezza e Decadenza di Roma» come i suoi numerosi lettori a
leggerla, che la storia non esiste, non è possibile, è un vano sogno.
Per ammazzare me egli ha sacrificato addirittura Clio e la Storia tutta
quanta; e dopo aver scritto un poderoso volume per scoprire che cosa
sia e come si scrive!
O giovani, che volete darvi alle storie, non ascoltate le false
autorità, che vogliono insegnarvi, senza saperlo, che cosa è e come si
scrive la storia. Leggete i grandi maestri dell’arte, incominciando
dagli antichi. Leggete Tucidide, leggete Sallustio, leggete Livio,
leggete Tacito. Solo chi conosce l’arte può insegnarla: troppo,
questo vecchio precetto del buon senso è stato dimenticato dal secolo
implacabilmente nemico di tutte le arti: della storia come della
guerra, della pittura come della politica.
II.
IL MATERIALISMO STORICO E ROMA ANTICA.
Quando apparve la traduzione francese dei due primi volumi di
«Roma» alcuni, giornalisti d’oltre Alpi, uomini d’ingegno ma un po’
precipitosi nel giudicare, come è spesso quella professione, scrissero,
e con sincera intenzione di elogio, che l’autore aveva studiato
Carlo Marx. Imbattutisi per la prima volta in una storia antica, che
raccontava di commerci, di dissesti, di fallimenti, di usure, e di
altre cose consimili, reputate da molti invenzioni moderne; avendo
sentito dire che Carlo Marx aveva fatto degli interessi economici
l’asse intorno a cui giri la storia universale, s’erano messi in
mente di far onore all’opera, ascrivendola ad una famiglia così
moderna e così illustre. Senonchè è difficile immaginare un più grosso
sproposito, e che sia prova più manifesta di ignoranza totale, sia
in ciò che concerne la storia in genere, sia per ciò che tocca il
materialismo storico. Ragione per cui l’errore fu largamente ripetuto.