E sia pure; ma addio, allora, contemporaneità della storia! La storia

contemporanea consiste appunto nel «solidificare e contrapporre le

antitesi dialettiche del bene e del male». Il presente è proprio un

momento del tempo, in cui un certo numero di antitesi si fronteggiano

nella volontà e nel sentimento; e se nella storia, scritta dopo

qualche secolo, si può trovare «quel partito più ampio che abbraccia

diversi partiti», chi può esser così ingenuo da cercar questo partito

fra i contemporanei, che vivono appunto per odiarsi, combattersi e

sterminarsi? Intorno a che cosa hanno versato tanti fiumi di sangue gli

uomini se non a quelle che il Croce chiama «antitesi dialettiche del

bene e del male, solidificate»; e che la storia dovrebbe per l’appunto

sciogliere? Se gli uomini fossero persuasi che tutti hanno ragione

e tutti meritano almeno una menzione onorevole, se non una medaglia

di bronzo nel concorso della storia, si sarebbero forse patrizi e

plebei, ricchi e poveri, eretici e ortodossi, cristiani e mussulmani,

protestanti e cattolici, aristocratici e democratici, scannati in tanti

secoli con tanto furore? E che cosa resterebbe di tutte le «storie

contemporanee» che si sono seguite?

3.

Una delle due: o la storia è sempre storia contemporanea e allora deve

«separare, contrapporre e solidificare le antitesi dialettiche del

bene e del male» perchè ogni presente non è che una di queste antitesi

in azione. O deve giustificare tutto e allora non può essere storia

contemporanea; anzi la storia contemporanea deve considerarsi come

pseudo storia o poesia. Impigliato in questa contraddizione, da cui

non riesce a districarsi, il pensiero del Croce si lascia sospingere

dalla sua stessa confusione a conclusioni così paradossali e strane,

da essere quasi ridicole. Questa, ad esempio: che «la storia non è mai

storia della morte sibbene storia della vita»; che «sono da ritenere

false... tutte le storie che narrano la morte e non la vita dei popoli,

degli stati, delle istituzioni, dei costumi, e si contristano, e si

angosciano e lamentano che quel che fu non è più» (pagine 79 e 80).

Questa pagina confonde manifestamente il narrare le rovine e il

disperarsi per esse. Se un moderno scrivendo la storia dell’impero

romano si stracciasse, arrivando ai bassi secoli, i capelli, e

ululasse inferocito ai barbari e ai cristiani, noi potremmo dirgli

di risparmiare il suo tempo e il suo dolore, poichè le sue furie

sono vane o ad ogni modo son cosa sua, che non ci tocca, se pure non

ci infastidisce. Ma non per questo è men vero che l’impero romano,

fiorente nel primo e nel secondo secolo, è stato dal terzo al quinto

secolo a poco a poco distrutto dal di fuori e dal di dentro; e che o

lagrimando o ad occhi asciutti uno scrittore può narrare la storia di

questa distruzione: come, quando, e per opera di chi si compiè. Dir che

la rovina dell’impero romano è una storia falsa, perchè sulle rovine

dell’impero sorsero nuovi stati e nuovi popoli e nuove civiltà, sarebbe

come dire che l’inquilino di quella tal casa, che oggi hanno portato

al cimitero, non è morto, perchè domani un altro inquilino entrerà

nella casa. Nuovi stati sorsero sulle rovine dell’impero romano, perchè

l’impero era stato distrutto; e la sua distruzione fu effetto di un

lungo seguito di azioni che la storia può narrare, come può narrare il

lungo seguito delle azioni che lo crearono.

4.

Andare a caccia di contraddizioni nei libri del Croce è come andar

a caccia di farfalle in primavera. Ma in questo libro si trovano

contraddizioni anche più strane che negli altri libri, forse perchè

egli non è mai riuscito a distinguere bene i due elementi della

storia che sono il pensiero e il sentimento; ed ora li ha confusi

immedesimandoli, ora li ha opposti l’uno all’altro arbitrariamente.

«Condizione dello storico è che il fatto _vibri_ nell’animo dello

storico; o (per adoperare le parole d’uso nel mestiere storico) se

ne abbiano intelligibili i documenti» — ha scritto, come vedemmo,

a carte 4. Sembrerebbe dunque che la storia ritornando a _vibrare_

nell’animo, diventi _intelligibile_. Non c’è storico un po’ esperto,

il quale ignori che spesso accade proprio l’opposto: accade che per

_capire_ un avvenimento, ossia per distinguere chiaramente i motivi

veri che spinsero i personaggi all’azione e i veri effetti che l’azione

generò, è qualche volta necessario, più spesso utile liberarsi dalle

passioni contemporanee, ossia mettersi in uno stato di freddezza,

per cui l’evento non vibrando più nell’animo dello storico, questi

possa osservarlo da tutte le parti, anche da quelle che gli attori

appassionati non videro e _non potevano_ vedere. Per citare un solo

esempio: accade spesso nelle grandi lotte umane (guerre, rivoluzioni,

ecc.) che la parte la quale riuscì vittoriosa, si fosse per lungo

tempo ingannata sulle forze dell’avversario, credendole molto più

grandi che non fossero. Uno storico, il quale voglia capire ciò che

davvero è accaduto, deve rendersi conto di questa illusione; ma dal

momento in cui ha scoperta l’illusione l’avvenimento non può _vibrare_

più nell’animo dello storico come vibrò nell’animo degli autori. La

passione, che generò l’azione, diventando oggetto di fredda analisi, lo

storico deve distaccarsene invece di confondersi con essa.

Dopo aver immedesimato sentimento e pensiero, come se nella storia il

sentire equivalesse a comprendere, con singolare contraddizione, in un

altro punto, il Croce vuol bandire addirittura il sentimento, come un

falsario sistematico, dalla storia, e come se il sentire un avvenimento

volesse dir sempre fraintenderlo. «L’alterazione — egli scrive —

continua e intrinseca a quella storiografia (la poetica) consiste

nello scegliere e connettere i particolari, che si traggono dalle

fonti, secondo un motivo _non di pensiero ma di sentimento_; il che se

ben si consideri, è sostanzialmente un inventarli» (pagg. 28 e 29).

E perchè? Da una esagerazione si casca in una esagerazione opposta.

Qui il Croce suppone che il sentimento falsi sempre la verità e che

il pensiero invece non la falsi mai; il che è un errore di psicologia

manifesto. Il sentimento falsa la verità quando è pervertito, viziato,

in rivolta contro le leggi della natura e della morale; quando odia

quel che è bene e ama quel che è male. Ma quando ama il bene, o odia

il male è spesso più pronto e più profondo nello scoprire il vero del

pensiero. Quante volte il cuore precorre la mente nel divinare quello

che la mente scoprirà dopo, faticosamente! Di quanti sentimenti altrui

ci è difficile renderci conto se non li abbiamo provati, e quante

volte l’essere appassionato è condizione per capire l’altrui passione!

Viceversa, anche il pensiero spesso s’inganna, o adultera la verità per

errore o per malizia. Un cattolico, un protestante, scrivendo la storia

della Riforma, con la passione altereranno sfigurandolo coll’odio il

nemico, ma ciascuno sarà nel vero nel lodare le cose buone della Chiesa

o della Riforma; e l’uno e l’altro capiranno non solo lo stato d’animo

dei propri ma anche quello degli avversari, meglio e più facilmente di

un miscredente, per il quale tutte quelle dispute teologiche non siano

che un fastidioso perditempo.

E del resto se la passione fosse condannata a restar fuori della verità

sempre e in eterno, come potremmo noi scriver la storia? Chi conosce

un po’ quel che il Croce chiama il «mestiere storico» (l’arte, io

direi) — sa che quasi tutti i documenti sono più o meno inquinati dalla

passione.

5.

Anche questa dottrina della storia è un guazzabuglio di contraddizioni,

in mezzo alle quali il pensiero del Croce cerca di reggersi e di

camminare diritto; ma non può, chè non sa dove va, barcolla e ad ogni

passo incespica. La Storia è problema nel tempo stesso più semplice e

più complesso che il Croce non pensi.

La Storia è l’applicazione letteraria di una facoltà dello spirito

umano, poco o punto studiata sinora dagli psicologi e dai filosofi:

_l’intuizione_. Che cosa è l’intuizione? È quella facoltà per cui noi

indoviniamo gli stati d’animo dei nostri simili; i loro pensieri,

i loro sentimenti, le loro inclinazioni, la loro indole, i loro

propositi, le loro virtù, i loro vizi. Non c’è facoltà più comune e

più preziosa di questa. La vita di tutti gli uomini, umili e grandi,

dotti e ignoranti, ricchi e poveri non è, dalla mattina alla sera,

che un esercizio ininterrotto di intuizione psicologica. Noi abbiamo

sempre bisogno di indovinare quel che pensa, vuole, macchina, in quali

disposizioni di animo si trova un certo numero dei nostri simili senza

che essi ce lo dicano — sia perchè non vogliono, sia perchè non sanno e

non possono.

La natura di questa facoltà è molto misteriosa: ragione per cui forse

gli psicologi non l’hanno punto studiata fino ad ora. È una facoltà

mista, a cui partecipa il raziocinio, la memoria, l’associazione,

l’immaginazione; e per la quale noi quasi entriamo a un tratto

negli altri indovinando quel che avviene nella loro coscienza. È una

facoltà innata, perchè tutti ne sono provvisti, come di volontà e

d’intelligenza; ma come di volontà e di intelligenza chi più e chi

meno. L’esercizio e l’esperienza la raffinano e la rafforzano. Quel che

si dice di solito «imparare a conoscere gli uomini e il mondo» non è

che l’esercizio di questa facoltà. Il nascere provvisti di intuizione

pronta, agile, sicura, è una fortuna, perchè questa è tra le armi che

più servono per riuscire.

6.

La Storia non è che una applicazione letteraria, nobile, profonda di

questa facoltà comunissima, di cui tutti gli spiriti son provvisti,

perchè è uno dei tanti cosidetti «organi di relazione». Chi scrive una

storia, grande o piccola, non fa che intuire ed esporre degli «stati

di coscienza» singoli o gregari. I piani, i disegni, le ambizioni, gli

odî, gli amori, le illusioni, gli atti e i fatti dei grandi personaggi

della storia che altro sono se non idee, sentimenti, voleri, propositi,

ossia «stati di coscienza»? E che cosa sono, se non stati di coscienza

gregari, le inclinazioni dello spirito pubblico, le dottrine e le

ambizioni, gli odî e le ammirazioni dei partiti, le tradizioni e

gli interessi delle classi sociali, le aspirazioni, gli orgogli, i

puntigli, gli interessi dei corpi pubblici — parlamento, magistratura,

burocrazia? Che altro è una religione, se non una cristallizzazione di

stati di coscienza, spesso complicatissimi ed oscurissimi?

La storia insomma, come opera d’arte e di pensiero, è una _psicologia

in azione_, il cinematografo interno — se posso adoperare l’immagine

— di singoli uomini e di gruppi: sovrani, capi di religione, generali,

diplomatici, demagoghi, partiti, classi, amministrazioni, sette e via

dicendo. Il Croce si è invischiato in tante difficoltà perchè non ha

capito questa prima ed elementare verità. Senonchè se lo strumento

con cui noi risuscitiamo questi stati di coscienza è quella stessa

intuizione, di cui ci serviamo ogni giorno per indovinare ciò che

i nostri simili pensano e vogliono, il nostro compito è molto più

difficile, quando si tratta di scrivere storie. Gli stati di coscienza

da cui nascono i grandi avvenimenti storici sono complessi, numerosi,

spesso contradditori, spesso legati tra di loro o inestricabilmente

aggrovigliati gli uni negli altri, e in continuo movimento. Chi ci

vive in mezzo, se non è proprio dotato di straordinaria intelligenza,

non vede che frammenti; onde è così difficile scrivere la «storia

contemporanea» a cui il Croce ha voluto per un momento ridurre tutta

la storia, ma inutilmente, perchè dire che ogni storia è «storia

contemporanea» è come dire che l’uomo non capirà mai nulla di ciò che

succede. Quando invece la storia è passata nasce un’altra difficoltà:

gli «stati di coscienza» sono spariti insieme con gli uomini, e di

essi non restano più che segni frammentari e per se stessi morti: i

documenti.

I documenti sono il grande rompicapo di tutti i teorici della storia,

che non riescono a mettersi d’accordo intorno alla loro natura. Ma la

oscura questione si chiarisce semplificandosi, per chi abbia capito

che la storia è intuizione di stati di coscienza, singoli o gregari,

di uomini e di generazioni che furono. Fuorchè nei casi in cui il

documento è la voluta espressione degli «stati d’animo» di qualche

personaggio storico — tali sono, per esempio, le memorie degli uomini

politici, qualche volta le loro lettere o confidenze — il documento

è quasi sempre il rottame, salvatosi a caso, di un _antico mezzo

d’azione_ che per i posteri diventa il segno di uno o più stati di

coscienza — i propositi, le illusioni, le speranze dell’uomo e del

gruppo che se ne serviva. La corrispondenza diplomatica di un ministro,

gli ordini e i bollettini di un generale, i discorsi di un capo di

parte sono stati composti non perchè i posteri sapessero poi quello che

è successo, ma per ottenere quello o quell’altro intento, che allora

premeva a quel tale o tal’altro uomo d’azione. Ma allo storico servono

come mezzo per conoscere ciò che l’uomo d’azione, il suo governo o

il suo partito, voleva in quel momento; per capire la visione delle

cose che lo guidava; i motivi che lo spinsero a quella o a quell’altra

azione.

È facile ora capire la strana e contradditoria natura del documento

storico, intorno alla quale tanto disputano i teorici della storia, e

che i veri storici capiscono a fondo senza aver bisogno di discuterla.

Tre sono le contraddizioni insite nella natura del documento storico.

_a_) La sopravvivenza del documento è _accidentale_ perchè dei

mezzi d’azione si conservano spesso, per servir come segni degli

stati d’animo, quelli che meno servono a capire «gli stati d’animo»

_essenziali_ dai quali l’avvenimento è nato; lo storico deve invece

indovinare questi stati d’animo _essenziali_.

_b_) il documento, appunto perchè è il rottame di un mezzo d’azione

che non serve più, è _una cosa morta_: lo storico deve servirsene per

intuire uno stato d’animo, che è _una cosa viva_;

_c_) il documento è sempre _frammentario_; da questo documento

frammentario lo storico deve cercare di ricavare una intuizione

di stati di coscienza quanto più gli è possibile _totalitaria_,

indovinando quello che nel documento non c’è e non ci può essere,

perchè il documento è per sua natura un frammento.

Chi tenga presente queste tre contraddizioni insite nel documento,

intenderà quanto sia difficile lo scriver la storia e come ai maestri

che salgono in cattedra a insegnare la teoria si addica una certa

modestia nel dare consigli a coloro, che invece di dir come si deve

scriver la storia, la scrivono. Intenderà pure che il cercare una

conclusione certa, appoggiata su documenti inoppugnabili e definitivi,

i quali si possano interpretare in una sola maniera, è quasi sempre

la pretesa di una presuntuosa leggerezza. Intenderà come accada che

ogni storia si rinnovi quando lo storico muta. Intenderà che un mezzo

sicuro e definitivo di provare vera e giusta la interpretazione di un

documento, ossia di verificare l’intuizione degli «stati di coscienza»

che da quel documento piglia le mosse non c’è. Intenderà infine che

la storia si scrive per molti motivi diversi. Si scrive per ricordare

il passato. Si scrive per soddisfare la curiosità. Si scrive per

divertirsi e per divertire, su per giù come si scrivono romanzi. Si

scrive per glorificare o per infamare una dinastia, un partito, una

religione, un popolo, una nazione, un regime politico, una classe

sociale. Si scrive per affilare le armi ad una lotta politica, sociale,

o ad un conflitto armato tra stati. Si scrive per indagare il mistero

dei destini umani, il perchè delle vittorie e delle sconfitte, della

grandezza e della decadenza, delle prosperità e dei rovesci. Il Croce

dice che questo _perchè_ è introvabile. Non importa: a quanti perchè

senza risposta l’uomo cerca risposta!

Questa molteplicità di scopi genera molte famiglie di storie e di

storici, ciascuna delle quali esercita la sua intuizione in modo

diverso. Lo scopo foggia per reazione lo strumento. Alcune tra le

distinzioni che il Croce, brancicando nel buio, tenta di stabilire tra

storia e storia nascono da questi diversi scopi. Non ci sono storie

positive e storie negative, storie vere e storie false, storie poetiche

e storie filosofiche. La storia è sempre storia — cioè intuizione di

«stati di coscienza»: la scriva Tito Livio, o Tacito, o Svetonio, o il

Machiavelli, o il Gibbon, o il Mommsen, o quel tale misterioso storico

— chi sarà mai? — nel quale il Croce ravvisa il vero storico. Ma muta

secondo che è scritta per uno scopo o per un altro. Così quelle che

il Croce chiama storie poetiche o pseudo-storie sono storie dominate

da una forte passione, o politica o religiosa o morale, la quale in

certi momenti può falsare, in altri acuire nello storico la visione

della verità. Tacito ha atrocemente calunniato Tiberio, che fu un

grande imperatore, e si sacrificò per salvare lo Stato; ma se la sua

intuizione ha errato nel raffigurare questo personaggio; e se per

ciò la sua storia è in questo punto difettosa, è pur sempre storia

composta con gli eterni processi che ogni storico ha adoperato, adopera

ed adopererà, perchè non ce ne sono altri. La differenza da storico a

storico sta solo nella maestria con cui ciascuno li adopera, e nello

scopo che si propone.

7.

Alla luce di queste considerazioni molte questioni sul metodo storico,

che da quando la storia si è messa in mente di essere una scienza,

si sono tanto arruffate, si semplificano assai. Non ho tempo qui

di dimostrarlo. Ma non posso tacere una conclusione che è la più

importante, perchè vale a sbugiardare insieme e di colpo tutte le

false autorità che pullulano oggi negli studi storici dalla universale

confusione e ignoranza. La conclusione è questa: che una opera di

storia può essere giudicata da un critico soltanto nella sua forma

letteraria, come è stata composta e scritta; se è viva o no; se si

capisce o se riesce oscura, se piace o annoia. Nella sostanza, ossia

se lo storico abbia adoperato bene o male il processo intuitivo con cui

soltanto si può scriver la storia; se sia nel vero o se s’inganni, no.

Siccome non c’è modo o criterio per verificare inappellabilmente se un

documento è stato o non è stato interpretato rettamente, il critico

può soltanto scoprire o notare i piccoli errori di fatto, in cui a

tutti gli storici accade di incorrere: per giudicare sostanzialmente

una storia il critico _dovrebbe rifarla_ tutta quanta, interpretando di

nuovo i documenti, a modo suo, ossia intuendo in altro modo e legando

tra loro in un ordine diverso gli stati di coscienza di cui i documenti

sono il segno frammentario, accidentale e morto. Al lettore spetterà

poi di giudicare quale delle due interpretazioni lo convinca di più,

e gli sembri più verosimile: giudizio però personale anche questo

e quindi variabile da lettore a lettore, ma sempre posato sopra un

paragone di più storie. Se voglio dimostrare che Tacito si è sbagliato

scrivendo la storia di Tiberio, devo raccontarla di nuovo e in modo

che sembri più persuasiva, perchè più verosimile; senza però presumere

mai di giungere ad una conclusione che sia definitiva, inoppugnabile,

irrevocabile.

Desidera il lettore rendersi conto, come un critico, il quale voglia

giudicare il valore intrinseco di una storia senza rifarla, possa

vaneggiare? Il Croce stesso ci somministra di ciò un curioso esempio.

Il Croce aveva rasentato la verità — che la storia sia intuizione di

stati di coscienza — quando scriveva a pagina 29 e 30: «la fantasia

è indispensabile allo storico: la critica vuota, la narrazione vuota,

il concetto senza intuizione o fantasia sono affatto sterili; e ciò si

è detto e ridetto in queste pagine col richiedere la viva esperienza

degli accadimenti, di cui si prende a narrare la storia, il che importa

insieme elaborazione di essa come intuizione e fantasia; senza questa

ricostruzione o integrazione fantastica non è dato nè scrivere storia,

nè leggerla o intenderla. Ma siffatta fantasia veramente indispensabile

allo storico è la fantasia inscindibile dalla sintesi storica, la

fantasia nel pensiero e per il pensiero, la concretezza del pensiero

che non è mai un astratto concetto ma sempre una relazione e un

giudizio, non una indeterminatezza, ma una determinatezza. Epperò essa

è da distinguere dalla libera fantasia poetica, cara a quegli storici

che vedono o odono il viso e la voce di Gesù sul lago di Tiberiade,

o seguono Eraclito nelle sue quotidiane passeggiate tra le colline di

Efeso, o ridicono i segreti colloquî tra Francesco d’Assisi e il dolce

umbro paese».

Sebbene involuta ed oscura, questa pagina distingue, una fantasia

— chiamiamola così — «_storica_» che ricostruisce ed integra dai

documenti quello che fu; e una _fantasia poetica_ che inventa quello

che non fu mai; concludendo che senza la fantasia «storica» la quale

ricostruisce ed integra, non c’è storia. «_Senza questa ricostruzione

o integrazione fantastica non è dato nè scrivere storia, nè leggerla ed

intenderla_».

Su questo punto non possono esserci dubbi. È chiaro d’altra parte che

quella che il Croce chiama qui, con linguaggio impreciso e barcollante,

«_ricostruzione o integrazione fantastica_» è l’intuizione degli stati

di coscienza passati. Ma in un’altra opera il Croce ha voluto giudicare

l’opera mia e giudicarla non solo nella forma, ma anche nella sostanza,

per negare che essa sia storia. Che cosa ha detto allora? Ha affermato

che non solo la fantasia poetica, ma anche la fantasia storica,

ossia l’intuizione, non può creare storia vera. Il lettore stenterà a

crederlo; eppure è proprio vero che il Croce ha scritto testualmente

così: «Il Ferrero crede che si debba con la immaginazione, o come dice,

con la congettura integrare le fonti là dove il senso critico _vieta

coteste integrazioni e nega che possano mai fornire storia e storia

reale_. Al che il Ferrero, e con lui i suoi difensori, obbiettano,

che, senza le congetture e le immaginazioni, molta parte della

storia rimarrebbe arida esposizione e compilazione di fonti. E tale

sia e rimanga, quando non può essere altro, ossia quando mancano le

condizioni soggettive ed oggettive perchè sorga storia vera e propria;

meglio allora una rassegna di fonti, che un sogno sulle fonti...»

La contraddizione è evidente: «_Il senso critico vieta coteste

integrazioni e nega che possano mai fornire storia e storia reale_». Ma

che altro possono essere queste integrazioni vietate dal senso critico,

se non quelle che la fantasia storica fa in opposizione alla fantasia

poetica, che non integra ma inventa; e che nella «Teoria» erano state

giustamente dichiarate indispensabili allo storico, perchè non sono

altro che la sua facoltà di intuizione?

Ma non poteva accadere altrimenti. Volendo negare che una storia fosse

buona storia senza rifarla, il Croce non aveva altro mezzo che di

negare addirittura il processo creativo della storia — l’intuizione;

ossia, per affermare che io ho perduto il mio tempo a scrivere

«Grandezza e Decadenza di Roma» come i suoi numerosi lettori a

leggerla, che la storia non esiste, non è possibile, è un vano sogno.

Per ammazzare me egli ha sacrificato addirittura Clio e la Storia tutta

quanta; e dopo aver scritto un poderoso volume per scoprire che cosa

sia e come si scrive!

O giovani, che volete darvi alle storie, non ascoltate le false

autorità, che vogliono insegnarvi, senza saperlo, che cosa è e come si

scrive la storia. Leggete i grandi maestri dell’arte, incominciando

dagli antichi. Leggete Tucidide, leggete Sallustio, leggete Livio,

leggete Tacito. Solo chi conosce l’arte può insegnarla: troppo,

questo vecchio precetto del buon senso è stato dimenticato dal secolo

implacabilmente nemico di tutte le arti: della storia come della

guerra, della pittura come della politica.

II.

IL MATERIALISMO STORICO E ROMA ANTICA.

Quando apparve la traduzione francese dei due primi volumi di

«Roma» alcuni, giornalisti d’oltre Alpi, uomini d’ingegno ma un po’

precipitosi nel giudicare, come è spesso quella professione, scrissero,

e con sincera intenzione di elogio, che l’autore aveva studiato

Carlo Marx. Imbattutisi per la prima volta in una storia antica, che

raccontava di commerci, di dissesti, di fallimenti, di usure, e di

altre cose consimili, reputate da molti invenzioni moderne; avendo

sentito dire che Carlo Marx aveva fatto degli interessi economici

l’asse intorno a cui giri la storia universale, s’erano messi in

mente di far onore all’opera, ascrivendola ad una famiglia così

moderna e così illustre. Senonchè è difficile immaginare un più grosso

sproposito, e che sia prova più manifesta di ignoranza totale, sia

in ciò che concerne la storia in genere, sia per ciò che tocca il

materialismo storico. Ragione per cui l’errore fu largamente ripetuto.

La Palingenesi di Roma · 第 6 / 7 段