maestri e discepoli, e qui i discepoli almeno mancano; è una pura
dottrina, campata nei cieli della speculazione, un po’ confusa e
nebulosa, come tutto ciò che è uscito dalla mente frammentaria di
Carlo Marx. Nessuno storico l’ha ancora applicata in nessuna opera
di polso. Ma come dottrina si presenta negli scritti del suo autore
e dei suoi discepoli e commentatori in due vesti: più generale la
prima, più particolare la seconda. La dottrina più generale vuole che
i fenomeni della storia, la religione, la politica, il diritto, l’arte
e via dicendo, siano una specie di drappeggiamento sontuoso, sotto cui
si nasconde la greggia ed unica realtà degli interessi economici. Ma
del materialismo inteso così io penso che sia una dottrina puerile,
da non poter essere presa sul serio; immaginarsi se si potranno
trovare le sue «formule» e i suoi «derivati» nell’opera mia! Che
ogni istituzione o associazione umana di qualsiasi natura, politica,
religiosa o intellettuale, debba tenere un libro di conti; che tutte
le relazioni tra gli uomini di ogni specie, dalla famiglia allo Stato
e alla Chiesa, siano regolate anche da una ragione di dare e avere,
non vuol dire, che l’anima di quelle associazioni e istituzioni viva
nel libro dei conti; vuol dire soltanto che, qualunque cosa gli uomini
facciano, pensino o vogliano, hanno bisogno di nutrirsi e di vestirsi;
che il prete deve vivere dell’altare, come il pittore del pennello,
e il matematico delle formule. Più seria è la dottrina particolare e
ristretta, che assume la _trasformazione degli istrumenti del lavoro
a motore occulto della storia_. Inteso così, il materialismo storico
potrebbe essere una dottrina feconda e fare scuola, il giorno che
raccogliesse intorno a sè discepoli valorosi, purchè circoscritta alla
storia dell’Europa negli ultimi due secoli, che sola può comportarne la
applicazione. Negli ultimi due secoli la storia dell’Europa è veramente
condotta da due demiurghi: le dottrine razionali della società e dello
Stato, che minano sotto sotto Dio; le macchine mosse dal vapore e
dall’elettricità, che minano sotto sotto tutti gli antichi ideali di
perfezione. Nessuno scrittore capirà il secolo XIX, sinchè non riesca
a scoprire questi due demiurghi, discesi da due cieli differenti
della storia, all’opera insieme e senza saper l’uno dell’altro. Il
materialismo storico potrebbe studiarne con profitto uno; e quindi
scoprire una parte della verità.
Senonchè questa dottrina non ha posto nè ufficio nella storia antica,
dalla quale il secondo demiurgo è assente; ed è addirittura infantile
di supporre che abbia potuto applicarla proprio l’autore, che ha
indicato nel secolo XIX e nel trapasso della civiltà qualitativa alla
quantitativa, dall’ideale di perfezione all’ideale di potenza, il
maggior rivolgimento della storia universale. Solo questo rivolgimento
ha chiamato in terra, un paio di secoli fa, il demiurgo, che il
materialismo vorrebbe presente in tutti i luoghi e in tutte le epoche;
e le cui formidabili spinte e audacie e crudeltà gli uomini non
conobbero, sinchè la civiltà fu per sua natura qualitativa. Intorno
alla tecnica dei Greci e dei Romani ci somministrano numerose, per
quanto slegate e frammentarie notizie, gli scrittori, le leggi, i
rottami di attrezzi e di macchine — aratri, mulini, telai, forni,
stampi e via dicendo — raccolti negli scavi, e i disegni scolpiti nei
bassorilievi. Ma da secolo a secolo, da paese a paese, non si riesce a
scoprire differenze visibili e quindi progresso, come l’intendiamo noi,
fuorchè nelle macchine di guerra. Gli strumenti della industria e della
agricoltura non mutano, a distanza di secoli; le forze motrici sono
sempre i muscoli umani, alcuni animali, il vento e l’acqua; il vapore è
un gingillo. In tutta la letteratura antica ho trovato una sola pagina,
in cui l’ammirazione del progresso, oggi così fervida, sia presentita:
la prefazione del libro diciannovesimo della _Historia naturalis_, in
cui Plinio il vecchio, raccontando che il Mediterraneo ai suoi tempi è
solcato in ogni verso non più da navi a remo ma da navi a vela, dopochè
l’abbondanza del lino coltivato in Occidente ha fatto della tela un
oggetto di consumo corrente, vanta la velocità delle navi spinte del
vento, i viaggi affrettati, lo spazio vinto, con parole, che un moderno
potrebbe ripetere, ritoccandole appena, del vapore. Ma se gli strumenti
non mutavano, mutavano, e molto, i manufatti da epoca ad epoca; secondo
che la mano di una generazione e di un popolo era più abile o meno, più
arduo o più facile il modello di perfezione a cui i differenti secoli
e le diverse nazioni guardavano, più fino e più rozzo il gusto che
commetteva i lavori e li giudicava.
Immaginare una storia «materialistica» di Roma sarebbe come voler
scrivere una storia cattolica o protestante dei Faraoni. Ma come
è nato allora questo svarione di critici orecchiuti e orecchianti?
Nella storia degli ultimi due secoli della repubblica c’è un paradosso
apparente: più Roma e l’Italia arricchiscono e più sono rovinate; più
si ingrandiscono fuori, e più si indeboliscono dentro. L’aristocrazia
romana si trova padrona di un immenso impero, quando non è più capace
di governare e amministrare una città! Massime nell’ultimo secolo della
repubblica ogni vittoria è una catastrofe. Parecchi storici avevano
visto o intravisto, tra le cause di questo singolare dissolversi per
troppo vincere, gli influssi della cultura greca — arti, filosofie,
industrie, religioni, costumi, lussi, piaceri — sull’antica società
latina, aristocratica, tradizionalista, bigotta e puritana. Ma questa
causa non è la sola, ed è, per dir così, una causa seconda, derivata da
un’altra, meno visibile e più profonda: l’oro delle conquiste. Fenomeno
economico? Per chi cerca nella natura umana la ragione profonda della
storia, questa azione della moneta è un altro esempio della padronanza
e tirannia che tanti oggetti creati dall’uomo a servirlo esercitano
sul loro autore. Che cosa è la moneta? Non è la ricchezza, ma _una
ricchezza_; ossia uno dei tanti beni desiderati dall’uomo, ma in sè e
per sè non dei più necessari, perchè i metalli preziosi, tanto pregiati
per la loro bellezza e rarità, non servono a nulla fuorchè ad ornare,
se non esistono gli altri beni necessari alla vita, che il denaro
acquista. Ad un uomo perduto nel Sahara un pane ed un otre d’acqua
sarebbero più preziosi, che un sacco di monete d’oro.
Senonchè se questo è vero, è pur vero che gli uomini immedesimano la
ricchezza e il denaro, come se il denaro fosse la ricchezza, e di nulla
sono più cupidi che di denaro, sia esso coniato in metallo prezioso
o stampato in vilissima carta, al punto che reputano felice solo chi
ne abbonda — uomini e tempi. Come si spiega questo strano fenomeno?
Per quale ragione questi pezzi di argento e d’oro, queste polizze
baroccamente istoriate che da sè e per sè non potrebbero soddisfare
nessuno dei nostri bisogni, abbagliano l’uomo al punto, che il maggior
numero immedesima in quelli la ragione stessa del vivere? Perchè,
quando intorno sussista una civiltà raffinata e piena di beni svariati,
il denaro è uno schiavo docile, pronto a tutti i servizi; mentre tutte
le altre ricchezze si prestano ai voleri dell’uomo soltanto secondo la
loro natura rigida e limitata. Chi possiede una terra, una casa, una
bottega, un’officina, una merce qualsiasi, ne è nel tempo stesso il
padrone e lo schiavo; perchè può servirsene solamente per i fini e gli
uffici a cui la loro natura destina quelle cose. Se vuol servirsene ad
altri fini ed uffici deve venderli, ossia convertirli in denaro. Chi
possiede denaro, può invece accumularlo o disperderlo, nasconderlo o
ostentarlo, prestarlo o regalarlo, aiutare i suoi simili o corromperli,
convertirlo in sapere, in sfarzo, in piacere o in vizio. Il denaro
è amico e nemico, maestro e lenone, creatore e distruttore, angelo e
demonio. Se l’uomo comanda, il denaro lo servirà nell’una o nell’altra
di queste opposte persone.
Questa sua natura è cagione che nessuna prova sia più ardua e
pericolosa per un singolo uomo, come per un popolo ed una civiltà, che
un’improvvisa abbondanza di denaro. Che cosa accade quando, per una
ragione o per un’altra, il denaro viene improvvisamente ad abbondare
in una nazione, _mentre gli altri beni necessari alla vita, che si
possono comperare con il denaro, non crescono, o diminuiscono?_ Noi
possiamo rispondere facilmente a questo quesito, dopo il diluvio di
falso denaro sotto cui la guerra ha sommerso in sette anni l’Europa.
Coloro, nelle cui mani affluisce questa nuova abbondanza di denaro,
potranno accaparrare una parte assai maggiore dei beni disponibili,
che non prima; e siccome la somma totale di questi non è cresciuta,
dovranno toglierli ad altri che prima ne godevano: a coloro i quali,
per una ragione o per un’altra, non sono stati raggiunti e irrorati
dall’alta marea del denaro... Quindi alterazione violenta delle
fortune; ingiusto e improvviso arricchimento degli uni; improvviso ed
ingiusto impoverimento degli altri. Inoltre — ed è il disordine più
pericoloso — mentre gli impoveriti si ridurranno a vivere strettamente
del necessario, gli arricchiti saranno spinti sempre più al lusso ed al
vizio. Appunto perchè questo pericoloso servitore si offre di servirli
a loro piacere, come angelo o come demonio, gli uomini sono vinti il
più spesso dalla curiosità di vedere come serve un demonio. Quando gli
uomini dispongono di troppo denaro, il loro senno vacilla; cresce il
prezzo dei gioielli, dei vini, delle vesti preziose; sorgono da ogni
parte ville e palazzi; lupanari e bische rigurgitano; danze e feste
tripudiano.
L’ingiusto arricchimento infatua gli uni, come lo immeritato
impoverimento inasprisce gli altri; la disciplina sociale si rallenta;
il rispetto, la parsimonia, lo spirito d’ordine svaporano, si diffonde
l’invidia delle altrui ricchezze, l’odio dei fortunati, una insaziabile
cupidità. Non solo il denaro, passando da una mano all’altra, insegna
l’ozio, la prodigalità, il lusso, la dissolutezza, la vanità, la
ghiottoneria; ma più abbonda, più scarseggia, più ne cresce il bisogno
perchè più rinvilia. I tempi si lagnano di impoverire, quanto più
arricchiscono. Il denaro sembra come volatilizzarsi.
Questo spasimo tetanico, in cui si contorce oggi l’Europa, infettata
dal falso denaro della guerra intriso di tanto sangue, per poco non
soffocò Roma e l’Italia negli ultimi due secoli della repubblica
romana. Non la carta e i torchi litografici, ma l’oro e l’argento
furono allora il veicolo della malattia. L’Italia fu per due secoli
devastata periodicamente da violente maree di oro e di argento,
suscitate dalle guerre, che nei tempi antichi, per le ragioni esposte
nel mio primo volume, snidavano dai ripostigli e trasportavano nel
paese vincitore i metalli preziosi. Soffrì, in quei due secoli,
di tutti i mali che ci tormentano oggi: la carestia crescente con
l’abbondanza, l’alterazione iniqua delle fortune, la depravazione dei
costumi, il tramonto delle tradizioni, l’obliterarsi della disciplina
sociale, le turbolenze politiche e gli odi civili che, via via
esasperandosi, proruppero alla fine in aperte e sanguinose rivoluzioni.
Ed ecco spiegato l’errore di coloro che hanno visto in questa visione
della storia di Roma le formule e i derivati di un materialismo
storico di fantasia, perchè la moneta vi comparisce come il principale
agente del disordine di una grande epoca. Ma questa visione non è
parente del cosidetto materialismo storico neppure in decimo grado.
Vero è invece che la visione è mia. Senza dubbio questo spaventoso e
meraviglioso fenomeno non è stato da me capito con quella pienezza
e rappresentato con quella forza, di cui, dopo la guerra mondiale,
mi sentirei oggi capace; e che spero di trasfondere un giorno in una
edizione definitiva. Ho concepito questa parte dell’opera una ventina
di anni fa, perduto in una pace così universale e profonda, che la
memoria e la nozione stessa del terribile fenomeno si erano perdute;
l’ho concepita, quasi direi, dal nulla e in piena solitudine, perchè
nessuno dei predecessori aveva neppur presentito queste oscure verità
e poteva quindi prestarmi aiuto. Non ostante un intensissimo sforzo
di riflessione e di immaginazione, che ha durato anni, non ho veduto
il fenomeno nella sua pienezza e in tutti i suoi particolari, così
lucidamente come lo vedo ora; e qualche volta l’ho confuso un po’ con
un altro fenomeno, che appartiene alla stessa famiglia ma è diverso:
con la perturbazione che genera l’incremento della ricchezza, quando
è figlia del lavoro. L’opera ha quindi bisogno di qualche ritocco. Ma
sarò io giudicato vittima di un vano orgoglio, se dirò apertamente che,
a mio giudizio, un critico equo e competente, invece di dottrineggiare
fuori di tempo e luogo sul materialismo storico, avrebbe potuto, e
forse dovuto, riconoscere un po’ di merito all’autore, che primo aveva
avuto la visione di un fenomeno di cui si era perduta la memoria, venti
secoli dopo che era avvenuto, venti anni innanzi che, ripetendosi in
un intero continente, si rivelasse di nuovo alla obliviosa noncuranza
degli uomini?
FINE.
INDICE DEI NOMI
_Acusilas_, 6.
_Adriano_, imp., 42.
_Agatocle_, 96, 114.
_Agostino_ (santo), 52-82, 92, 104.
_Agrippina_, 37.
_Ammirato Scipione_, 109.
_Annibale_, 22.
_Antonia_ (madre di Germanico), 35.
_Augusto_, imp., 15, 29, 35.
_Balbo C._, 130.
_Barbagallo C._, 9.
_Boccalini_, 109.
_Bodin_, 109.
_Botero_, 115.
_Bruto_, 18, 29.
_Buondelmonti C._, 87.
_Camillo_, 24, 73.
_Carlo Magno_, 81.
_Cassio_, 25, 29.
_Catilina_, 13.
_Catone_, 5, 6, 11.
_Cavriana F._, 119.
_Cesare_, 9, 10, 11, 21, 43, 130.
_Cicerone_, 5, 6, 7, 18, 53, 54, 128.
_Cinna_, 25.
_Claudî_ (i Giulii), 29, 34, 39.
_Claudio Appio_, 22.
_Claudio_, imper. 15, 34, 37, 43, 118.
_Cordo Cremunzio_, 29.
_Cristo_, 76, 77.
_Croce B._, 127-149.
_Curiazi_ (i), 62.
_Dalla Torre R._, 109.
_David_ (pitt.), 19.
_Domiziano_, 31, 43.
_Droysen_, 129, 130.
_Druso_, 15.
_Ellanico_, 6.
_Eraclito_, 147.
_Erodoto_, 129, 130.
_Fabio Pittore_, 5, 6.
_Faraoni_ (i), 155.
_Fenestella_, 29.
_Ferecide_, 6.
_Ferrero G._, 9, 147, 148.
_Ferretti E._, 108.
_Flacco Iginio_, 29.
_Flacco Verrio_, 29.
_Francesco d’Assisi_ (san), 147.
_Germanico_, 35, 36, 121.
_Gesù_, v. Cristo.
_Gibbon_, 114.
_Giugurta_, 9.
_Giustino_, 29.
_Grote_, 130.
_Guicciardini Fr._, 89.
_Houssaye_ (de la) _Amelot_, 109, 119.
_Lipsio Giusto_, 109, 112-14.
_Livia_, 35.
_Livio Tito_, 8, 10, 11, 14, 15-27, 29, 30, 31, 32,
33, 34, 36, 39, 41, 47, 50, 54, 55, 57, 60, 61, 63, 68,
72, 76, 77, 79, 80, 81, 82, 85, 86, 87, 91, 92, 95,
103-105, 107-110, 118, 123, 129, 130, 144, 149.
_Loth_, 61.
_Lucrezia_, 66, 67.
_Machiavelli N._, 85-110, 111-116, 118, 123, 124, 144.
_Malvezzi V._, 109.
_Mario_, 71.
_Marx C._, 151, 152.
_Massimo Q._, 12.
_Massimo V._, 29.
_Medici_ (i), 85.
_Messala V._, 36.
_Mommsen_, 130, 144.
_Mucio_ (pont.), 5.
_Mureto_, 108, 121.
_Nardi_, 105.
_Nerone_, 31.
_Orazi_ (gli), 62.
_Orazio_, 15.
_Paolo Emilio_, 20.
_Paolo Lucio_, 24.
_Papini C._, 109.
_Patercolo V._, 29, 110.
_Pisone_, 5, 6, 121.
_Plinio_ (il vecchio), 154.
_Pollione A._, 29.
_Porsenna_, 23.
_Posevino_, 115.
_Postumio_, 72.
_Quintiliano_, 10, 13.
_Rapin_, 110.
_Regolo_, 72.
_Ribadeneira_, 115.
_Romolo_, 61, 100.
_Rucellai C._, 87.
_Rych Teodoro_, 109.
_Sallustio_, 8, 9-14, 16, 19, 34, 41, 54, 55, 57,
59, 77, 79, 80, 81, 82, 109, 149.
_Sardanapalo_, 66.
_Savonarola G._, 85, 89, 105.
_Scipione Africano_, 24, 53, 54, 58.
_Scipione Nasica_, 57.
_Scipione P._, 12.
_Seneca_, 10, 31, 50.
_Servilio_, 24.
_Sestio_, 66.
_Sforza_, 121.
_Silla_, 9, 21, 72.
_Strada Fiumano_, 109.
_Svetonio_, 41-43, 121, 144.
_Tacito_, 8, 11, 27, 29-40, 41, 43, 51, 77, 80, 81,
82, 89, 107-110, 111-16, 117-22, 123, 129, 130, 144,
146, 149.
_Taine I._, 10, 11.
_Thierry_, 130.
_Tiberio_, 29, 34, 35, 36, 37, 38, 118, 120, 121,
144, 146.
_Toffanin G._, 107.
_Torquato Manlio_, 18, 20.
_Traiano_, 30, 32.
_Trogo Pompeo_, 29.
_Tucidide_, 149.
_Tullo_, 62.
_Valentino_ (duca), 95, 121.
_Varrone_, 64.
_Vespasiano_, 29.
_Vico G. B._, 88.
_Virgilio_, 15.
_Virginia_, 62.
INDICE DELLE MATERIE
_Al Lettore_ _pag_. 1
LA CREAZIONE.
I. L’annalistica dei primi secoli _pag_. 5
II. Sallustio » 9
III. Tito Livio » 15
IV. Tacito » 29
V. Svetonio » 41
LA DISTRUZIONE.
I. L’Impero romano e la sua storia _pag_. 47
II. L’aurora della morale umana » 49
III. S. Agostino, la Repubblica e il popolo romano » 53
IV. S. Agostino e la corruzione dei costumi » 57
V. S. Agostino, i grandi uomini e la storia di
Roma » 63
VI. La fortuna di Roma e Cristo » 75
LA RINASCITA.
I. La storia e l’antichità nella mente del
Machiavelli _pag_. 85
II. La razionalizzazione della politica » 91
III. Lo Stato superiore alla morale » 95
IV. Lo Stato-Dio in Livio e nel Machiavelli » 103
V. La reazione contro Livio e contro il Machiavelli » 107
VI. Il Tacitismo e la ragion di Stato » 111
VII. Il Tacitismo e la falsificazione di Tacito » 117
VIII. Quel che noi dobbiamo agli storici antichi » 123
APPENDICE.
I. Che cos’è la Storia? _pag_. 127
II. Il materialismo storico e Roma antica » 151
_Indice dei nomi_ _pag_. 163
NOTE:
[1] _De Oratore_, II, 12.
[2] _De Oratore_, II, 15.
[3] Cfr.: Ferrero e Barbagallo, _Roma Antica_, I, pag. 259.
[4] Taine, _Essai sur Tite Live_. Paris 1874, pag. 343 e sg.
[5] Taine, _Op. cit._, pag. 346.
[6] _Cat._, VII.
[7] _Cat._, VII.
[8] Livio, _Proemio_.
[9] Liv., IX, 11.
[10] Liv., XLV, 38.
[11] Liv., 2, 41.
[12] Tac. _Hist._, I, 2.
[13] Tac. _Hist._, I, 3.
[14] Tac. _Ann._, IV, 32.
[15] Tac. _Ann._, XIV, 64.
[16] _Ann._, IV, 33.
[17] _Ann._, III, 65.
[18] _Ann._, I, 10.
[19] _Ann._, III, 3.
[20] _Ann._, I, 8.
[21] _Hist._, II, 50.
[22] _Ann._, IV, 11.
[23] _De Civit. Dei_, XIX, 21.
[24] _De Civit. Dei_, II, 21.
[25] _De Civit. Dei_, I, 15.
[26] _De Civit. Dei_, XIX, 7.
[27] _De Civit. Dei_, I, 31.
[28] _De Civit. Dei_, I, 33.
[29] _De Civit. Dei_, II, 2.
[30] _De Civit. Dei_, II, 17.
[31] _De Civit. Dei_, III, 13.
[32] Livio, I, 9.
[33] Livio, I, 9.
[34] Livio, I, 10.
[35] _De Civit. Dei_, III, 14.
[36] _De Civit. Dei_, III, 14.
[37] _De Civit. Dei_, III, 4.
[38] _De Civit. Dei_, II, 20.
[39] _De Civit. Dei_, I, 19.
[40] _De Civit. Dei_, I, 19.
[41] _De Civit. Dei_, IV, 8.
[42] _De Civit. Dei_, IV, 8.
[43] _De Civit. Dei_, IV, 14.
[44] _De Civit. Dei_, II, 22.
[45] _De Civit. Dei_, II, 22.
[46] _De Civit. Dei_, II, 23.
[47] _De Civit. Dei_, II, 24.
[48] _De Civit. Dei_, II, 23.
[49] _De Civit. Dei_, IV, 7.
[50] _De Civit. Dei_, V, 1 e 10.
[51] _De Civit. Dei_, V, 12.
[52] _De Civit. Dei_, XVIII, 22.
[53] _De Civit. Dei_, V, 13.
[54] _De Civit. Dei_, V, 13.
[55] _De Civit. Dei_, V, 14.
[56] _De Civit. Dei_, V, 12.
[57] _De Civit. Dei_, I, 1.
[58] _De Civit. Dei_, III, 14.
[59] _De Civit. Dei_, V, 17.
[60] _De Civit. Dei_, I, 8.
[61] _De Civit. Dei_, I, 11.
[62] _De Civit. Dei_, I, 17 e 24.
[63] _De Civit. Dei_, I, 12.
[64] _Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio_. Proemio.
[65] _Discorsi_, I, 11.
[66] _Discorsi_, I, 39.
[67] _Discorsi_, Proemio.
[68] _Principe_, XIV.
[69] _Discorsi_, I, 2.
[70] _Discorsi_, I, 55.
[71] _Discorsi_, I, 55.
[72] _Discorsi_, III, 6.
[73] Cfr. _Discorsi_, I, 2; I, 38; I, 57.
[74] _Discorsi_, I, 18.
[75] _Principe_, II.
[76] _Discorsi_, III, 5. — _Principe_, 3 e 19.
[77] _Principe_, 3.
[78] _Principe_, 2.
[79] _Discorsi_, I, 11.
[80] _Discorsi_, I, 11.
[81] _Discorsi_, I, 12.
[82] _Principe_, 7.
[83] _Principe_, 15.
[84] _Principe_, 15.
[85] _Principe_, 18.
[86] _Principe_, 18.
[87] _Principe_, 8.
[88] _Principe_, 8.
[89] _Principe_, 8.
[90] _Principe_, 18.
[91] _Principe_, 3.
[92] _Discorsi_, I, 1.
[93] _Discorsi_, I, 7.
[94] _Discorsi_, I, 7.
[95] _Discorsi_, I, 9.
[96] _Discorsi_, I, 30.
[97] Sul _Tacitismo_ si può leggere con profitto il bel lavoro di G.
Toffanin, _Machiavelli e il Tacitismo_. Padova, 1921.
[98] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 14.
[99] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 13.
[100] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 14.
[101] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 14.
[102] _Principe_, 18.
[103] _Tacite, avec des notes politiques et historiques par Amelot de
la Houssaye_. Paris, 1724.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.