Il materialismo storico non è una scuola, perchè una scuola suppone

maestri e discepoli, e qui i discepoli almeno mancano; è una pura

dottrina, campata nei cieli della speculazione, un po’ confusa e

nebulosa, come tutto ciò che è uscito dalla mente frammentaria di

Carlo Marx. Nessuno storico l’ha ancora applicata in nessuna opera

di polso. Ma come dottrina si presenta negli scritti del suo autore

e dei suoi discepoli e commentatori in due vesti: più generale la

prima, più particolare la seconda. La dottrina più generale vuole che

i fenomeni della storia, la religione, la politica, il diritto, l’arte

e via dicendo, siano una specie di drappeggiamento sontuoso, sotto cui

si nasconde la greggia ed unica realtà degli interessi economici. Ma

del materialismo inteso così io penso che sia una dottrina puerile,

da non poter essere presa sul serio; immaginarsi se si potranno

trovare le sue «formule» e i suoi «derivati» nell’opera mia! Che

ogni istituzione o associazione umana di qualsiasi natura, politica,

religiosa o intellettuale, debba tenere un libro di conti; che tutte

le relazioni tra gli uomini di ogni specie, dalla famiglia allo Stato

e alla Chiesa, siano regolate anche da una ragione di dare e avere,

non vuol dire, che l’anima di quelle associazioni e istituzioni viva

nel libro dei conti; vuol dire soltanto che, qualunque cosa gli uomini

facciano, pensino o vogliano, hanno bisogno di nutrirsi e di vestirsi;

che il prete deve vivere dell’altare, come il pittore del pennello,

e il matematico delle formule. Più seria è la dottrina particolare e

ristretta, che assume la _trasformazione degli istrumenti del lavoro

a motore occulto della storia_. Inteso così, il materialismo storico

potrebbe essere una dottrina feconda e fare scuola, il giorno che

raccogliesse intorno a sè discepoli valorosi, purchè circoscritta alla

storia dell’Europa negli ultimi due secoli, che sola può comportarne la

applicazione. Negli ultimi due secoli la storia dell’Europa è veramente

condotta da due demiurghi: le dottrine razionali della società e dello

Stato, che minano sotto sotto Dio; le macchine mosse dal vapore e

dall’elettricità, che minano sotto sotto tutti gli antichi ideali di

perfezione. Nessuno scrittore capirà il secolo XIX, sinchè non riesca

a scoprire questi due demiurghi, discesi da due cieli differenti

della storia, all’opera insieme e senza saper l’uno dell’altro. Il

materialismo storico potrebbe studiarne con profitto uno; e quindi

scoprire una parte della verità.

Senonchè questa dottrina non ha posto nè ufficio nella storia antica,

dalla quale il secondo demiurgo è assente; ed è addirittura infantile

di supporre che abbia potuto applicarla proprio l’autore, che ha

indicato nel secolo XIX e nel trapasso della civiltà qualitativa alla

quantitativa, dall’ideale di perfezione all’ideale di potenza, il

maggior rivolgimento della storia universale. Solo questo rivolgimento

ha chiamato in terra, un paio di secoli fa, il demiurgo, che il

materialismo vorrebbe presente in tutti i luoghi e in tutte le epoche;

e le cui formidabili spinte e audacie e crudeltà gli uomini non

conobbero, sinchè la civiltà fu per sua natura qualitativa. Intorno

alla tecnica dei Greci e dei Romani ci somministrano numerose, per

quanto slegate e frammentarie notizie, gli scrittori, le leggi, i

rottami di attrezzi e di macchine — aratri, mulini, telai, forni,

stampi e via dicendo — raccolti negli scavi, e i disegni scolpiti nei

bassorilievi. Ma da secolo a secolo, da paese a paese, non si riesce a

scoprire differenze visibili e quindi progresso, come l’intendiamo noi,

fuorchè nelle macchine di guerra. Gli strumenti della industria e della

agricoltura non mutano, a distanza di secoli; le forze motrici sono

sempre i muscoli umani, alcuni animali, il vento e l’acqua; il vapore è

un gingillo. In tutta la letteratura antica ho trovato una sola pagina,

in cui l’ammirazione del progresso, oggi così fervida, sia presentita:

la prefazione del libro diciannovesimo della _Historia naturalis_, in

cui Plinio il vecchio, raccontando che il Mediterraneo ai suoi tempi è

solcato in ogni verso non più da navi a remo ma da navi a vela, dopochè

l’abbondanza del lino coltivato in Occidente ha fatto della tela un

oggetto di consumo corrente, vanta la velocità delle navi spinte del

vento, i viaggi affrettati, lo spazio vinto, con parole, che un moderno

potrebbe ripetere, ritoccandole appena, del vapore. Ma se gli strumenti

non mutavano, mutavano, e molto, i manufatti da epoca ad epoca; secondo

che la mano di una generazione e di un popolo era più abile o meno, più

arduo o più facile il modello di perfezione a cui i differenti secoli

e le diverse nazioni guardavano, più fino e più rozzo il gusto che

commetteva i lavori e li giudicava.

Immaginare una storia «materialistica» di Roma sarebbe come voler

scrivere una storia cattolica o protestante dei Faraoni. Ma come

è nato allora questo svarione di critici orecchiuti e orecchianti?

Nella storia degli ultimi due secoli della repubblica c’è un paradosso

apparente: più Roma e l’Italia arricchiscono e più sono rovinate; più

si ingrandiscono fuori, e più si indeboliscono dentro. L’aristocrazia

romana si trova padrona di un immenso impero, quando non è più capace

di governare e amministrare una città! Massime nell’ultimo secolo della

repubblica ogni vittoria è una catastrofe. Parecchi storici avevano

visto o intravisto, tra le cause di questo singolare dissolversi per

troppo vincere, gli influssi della cultura greca — arti, filosofie,

industrie, religioni, costumi, lussi, piaceri — sull’antica società

latina, aristocratica, tradizionalista, bigotta e puritana. Ma questa

causa non è la sola, ed è, per dir così, una causa seconda, derivata da

un’altra, meno visibile e più profonda: l’oro delle conquiste. Fenomeno

economico? Per chi cerca nella natura umana la ragione profonda della

storia, questa azione della moneta è un altro esempio della padronanza

e tirannia che tanti oggetti creati dall’uomo a servirlo esercitano

sul loro autore. Che cosa è la moneta? Non è la ricchezza, ma _una

ricchezza_; ossia uno dei tanti beni desiderati dall’uomo, ma in sè e

per sè non dei più necessari, perchè i metalli preziosi, tanto pregiati

per la loro bellezza e rarità, non servono a nulla fuorchè ad ornare,

se non esistono gli altri beni necessari alla vita, che il denaro

acquista. Ad un uomo perduto nel Sahara un pane ed un otre d’acqua

sarebbero più preziosi, che un sacco di monete d’oro.

Senonchè se questo è vero, è pur vero che gli uomini immedesimano la

ricchezza e il denaro, come se il denaro fosse la ricchezza, e di nulla

sono più cupidi che di denaro, sia esso coniato in metallo prezioso

o stampato in vilissima carta, al punto che reputano felice solo chi

ne abbonda — uomini e tempi. Come si spiega questo strano fenomeno?

Per quale ragione questi pezzi di argento e d’oro, queste polizze

baroccamente istoriate che da sè e per sè non potrebbero soddisfare

nessuno dei nostri bisogni, abbagliano l’uomo al punto, che il maggior

numero immedesima in quelli la ragione stessa del vivere? Perchè,

quando intorno sussista una civiltà raffinata e piena di beni svariati,

il denaro è uno schiavo docile, pronto a tutti i servizi; mentre tutte

le altre ricchezze si prestano ai voleri dell’uomo soltanto secondo la

loro natura rigida e limitata. Chi possiede una terra, una casa, una

bottega, un’officina, una merce qualsiasi, ne è nel tempo stesso il

padrone e lo schiavo; perchè può servirsene solamente per i fini e gli

uffici a cui la loro natura destina quelle cose. Se vuol servirsene ad

altri fini ed uffici deve venderli, ossia convertirli in denaro. Chi

possiede denaro, può invece accumularlo o disperderlo, nasconderlo o

ostentarlo, prestarlo o regalarlo, aiutare i suoi simili o corromperli,

convertirlo in sapere, in sfarzo, in piacere o in vizio. Il denaro

è amico e nemico, maestro e lenone, creatore e distruttore, angelo e

demonio. Se l’uomo comanda, il denaro lo servirà nell’una o nell’altra

di queste opposte persone.

Questa sua natura è cagione che nessuna prova sia più ardua e

pericolosa per un singolo uomo, come per un popolo ed una civiltà, che

un’improvvisa abbondanza di denaro. Che cosa accade quando, per una

ragione o per un’altra, il denaro viene improvvisamente ad abbondare

in una nazione, _mentre gli altri beni necessari alla vita, che si

possono comperare con il denaro, non crescono, o diminuiscono?_ Noi

possiamo rispondere facilmente a questo quesito, dopo il diluvio di

falso denaro sotto cui la guerra ha sommerso in sette anni l’Europa.

Coloro, nelle cui mani affluisce questa nuova abbondanza di denaro,

potranno accaparrare una parte assai maggiore dei beni disponibili,

che non prima; e siccome la somma totale di questi non è cresciuta,

dovranno toglierli ad altri che prima ne godevano: a coloro i quali,

per una ragione o per un’altra, non sono stati raggiunti e irrorati

dall’alta marea del denaro... Quindi alterazione violenta delle

fortune; ingiusto e improvviso arricchimento degli uni; improvviso ed

ingiusto impoverimento degli altri. Inoltre — ed è il disordine più

pericoloso — mentre gli impoveriti si ridurranno a vivere strettamente

del necessario, gli arricchiti saranno spinti sempre più al lusso ed al

vizio. Appunto perchè questo pericoloso servitore si offre di servirli

a loro piacere, come angelo o come demonio, gli uomini sono vinti il

più spesso dalla curiosità di vedere come serve un demonio. Quando gli

uomini dispongono di troppo denaro, il loro senno vacilla; cresce il

prezzo dei gioielli, dei vini, delle vesti preziose; sorgono da ogni

parte ville e palazzi; lupanari e bische rigurgitano; danze e feste

tripudiano.

L’ingiusto arricchimento infatua gli uni, come lo immeritato

impoverimento inasprisce gli altri; la disciplina sociale si rallenta;

il rispetto, la parsimonia, lo spirito d’ordine svaporano, si diffonde

l’invidia delle altrui ricchezze, l’odio dei fortunati, una insaziabile

cupidità. Non solo il denaro, passando da una mano all’altra, insegna

l’ozio, la prodigalità, il lusso, la dissolutezza, la vanità, la

ghiottoneria; ma più abbonda, più scarseggia, più ne cresce il bisogno

perchè più rinvilia. I tempi si lagnano di impoverire, quanto più

arricchiscono. Il denaro sembra come volatilizzarsi.

Questo spasimo tetanico, in cui si contorce oggi l’Europa, infettata

dal falso denaro della guerra intriso di tanto sangue, per poco non

soffocò Roma e l’Italia negli ultimi due secoli della repubblica

romana. Non la carta e i torchi litografici, ma l’oro e l’argento

furono allora il veicolo della malattia. L’Italia fu per due secoli

devastata periodicamente da violente maree di oro e di argento,

suscitate dalle guerre, che nei tempi antichi, per le ragioni esposte

nel mio primo volume, snidavano dai ripostigli e trasportavano nel

paese vincitore i metalli preziosi. Soffrì, in quei due secoli,

di tutti i mali che ci tormentano oggi: la carestia crescente con

l’abbondanza, l’alterazione iniqua delle fortune, la depravazione dei

costumi, il tramonto delle tradizioni, l’obliterarsi della disciplina

sociale, le turbolenze politiche e gli odi civili che, via via

esasperandosi, proruppero alla fine in aperte e sanguinose rivoluzioni.

Ed ecco spiegato l’errore di coloro che hanno visto in questa visione

della storia di Roma le formule e i derivati di un materialismo

storico di fantasia, perchè la moneta vi comparisce come il principale

agente del disordine di una grande epoca. Ma questa visione non è

parente del cosidetto materialismo storico neppure in decimo grado.

Vero è invece che la visione è mia. Senza dubbio questo spaventoso e

meraviglioso fenomeno non è stato da me capito con quella pienezza

e rappresentato con quella forza, di cui, dopo la guerra mondiale,

mi sentirei oggi capace; e che spero di trasfondere un giorno in una

edizione definitiva. Ho concepito questa parte dell’opera una ventina

di anni fa, perduto in una pace così universale e profonda, che la

memoria e la nozione stessa del terribile fenomeno si erano perdute;

l’ho concepita, quasi direi, dal nulla e in piena solitudine, perchè

nessuno dei predecessori aveva neppur presentito queste oscure verità

e poteva quindi prestarmi aiuto. Non ostante un intensissimo sforzo

di riflessione e di immaginazione, che ha durato anni, non ho veduto

il fenomeno nella sua pienezza e in tutti i suoi particolari, così

lucidamente come lo vedo ora; e qualche volta l’ho confuso un po’ con

un altro fenomeno, che appartiene alla stessa famiglia ma è diverso:

con la perturbazione che genera l’incremento della ricchezza, quando

è figlia del lavoro. L’opera ha quindi bisogno di qualche ritocco. Ma

sarò io giudicato vittima di un vano orgoglio, se dirò apertamente che,

a mio giudizio, un critico equo e competente, invece di dottrineggiare

fuori di tempo e luogo sul materialismo storico, avrebbe potuto, e

forse dovuto, riconoscere un po’ di merito all’autore, che primo aveva

avuto la visione di un fenomeno di cui si era perduta la memoria, venti

secoli dopo che era avvenuto, venti anni innanzi che, ripetendosi in

un intero continente, si rivelasse di nuovo alla obliviosa noncuranza

degli uomini?

FINE.

INDICE DEI NOMI

_Acusilas_, 6.

_Adriano_, imp., 42.

_Agatocle_, 96, 114.

_Agostino_ (santo), 52-82, 92, 104.

_Agrippina_, 37.

_Ammirato Scipione_, 109.

_Annibale_, 22.

_Antonia_ (madre di Germanico), 35.

_Augusto_, imp., 15, 29, 35.

_Balbo C._, 130.

_Barbagallo C._, 9.

_Boccalini_, 109.

_Bodin_, 109.

_Botero_, 115.

_Bruto_, 18, 29.

_Buondelmonti C._, 87.

_Camillo_, 24, 73.

_Carlo Magno_, 81.

_Cassio_, 25, 29.

_Catilina_, 13.

_Catone_, 5, 6, 11.

_Cavriana F._, 119.

_Cesare_, 9, 10, 11, 21, 43, 130.

_Cicerone_, 5, 6, 7, 18, 53, 54, 128.

_Cinna_, 25.

_Claudî_ (i Giulii), 29, 34, 39.

_Claudio Appio_, 22.

_Claudio_, imper. 15, 34, 37, 43, 118.

_Cordo Cremunzio_, 29.

_Cristo_, 76, 77.

_Croce B._, 127-149.

_Curiazi_ (i), 62.

_Dalla Torre R._, 109.

_David_ (pitt.), 19.

_Domiziano_, 31, 43.

_Droysen_, 129, 130.

_Druso_, 15.

_Ellanico_, 6.

_Eraclito_, 147.

_Erodoto_, 129, 130.

_Fabio Pittore_, 5, 6.

_Faraoni_ (i), 155.

_Fenestella_, 29.

_Ferecide_, 6.

_Ferrero G._, 9, 147, 148.

_Ferretti E._, 108.

_Flacco Iginio_, 29.

_Flacco Verrio_, 29.

_Francesco d’Assisi_ (san), 147.

_Germanico_, 35, 36, 121.

_Gesù_, v. Cristo.

_Gibbon_, 114.

_Giugurta_, 9.

_Giustino_, 29.

_Grote_, 130.

_Guicciardini Fr._, 89.

_Houssaye_ (de la) _Amelot_, 109, 119.

_Lipsio Giusto_, 109, 112-14.

_Livia_, 35.

_Livio Tito_, 8, 10, 11, 14, 15-27, 29, 30, 31, 32,

33, 34, 36, 39, 41, 47, 50, 54, 55, 57, 60, 61, 63, 68,

72, 76, 77, 79, 80, 81, 82, 85, 86, 87, 91, 92, 95,

103-105, 107-110, 118, 123, 129, 130, 144, 149.

_Loth_, 61.

_Lucrezia_, 66, 67.

_Machiavelli N._, 85-110, 111-116, 118, 123, 124, 144.

_Malvezzi V._, 109.

_Mario_, 71.

_Marx C._, 151, 152.

_Massimo Q._, 12.

_Massimo V._, 29.

_Medici_ (i), 85.

_Messala V._, 36.

_Mommsen_, 130, 144.

_Mucio_ (pont.), 5.

_Mureto_, 108, 121.

_Nardi_, 105.

_Nerone_, 31.

_Orazi_ (gli), 62.

_Orazio_, 15.

_Paolo Emilio_, 20.

_Paolo Lucio_, 24.

_Papini C._, 109.

_Patercolo V._, 29, 110.

_Pisone_, 5, 6, 121.

_Plinio_ (il vecchio), 154.

_Pollione A._, 29.

_Porsenna_, 23.

_Posevino_, 115.

_Postumio_, 72.

_Quintiliano_, 10, 13.

_Rapin_, 110.

_Regolo_, 72.

_Ribadeneira_, 115.

_Romolo_, 61, 100.

_Rucellai C._, 87.

_Rych Teodoro_, 109.

_Sallustio_, 8, 9-14, 16, 19, 34, 41, 54, 55, 57,

59, 77, 79, 80, 81, 82, 109, 149.

_Sardanapalo_, 66.

_Savonarola G._, 85, 89, 105.

_Scipione Africano_, 24, 53, 54, 58.

_Scipione Nasica_, 57.

_Scipione P._, 12.

_Seneca_, 10, 31, 50.

_Servilio_, 24.

_Sestio_, 66.

_Sforza_, 121.

_Silla_, 9, 21, 72.

_Strada Fiumano_, 109.

_Svetonio_, 41-43, 121, 144.

_Tacito_, 8, 11, 27, 29-40, 41, 43, 51, 77, 80, 81,

82, 89, 107-110, 111-16, 117-22, 123, 129, 130, 144,

146, 149.

_Taine I._, 10, 11.

_Thierry_, 130.

_Tiberio_, 29, 34, 35, 36, 37, 38, 118, 120, 121,

144, 146.

_Toffanin G._, 107.

_Torquato Manlio_, 18, 20.

_Traiano_, 30, 32.

_Trogo Pompeo_, 29.

_Tucidide_, 149.

_Tullo_, 62.

_Valentino_ (duca), 95, 121.

_Varrone_, 64.

_Vespasiano_, 29.

_Vico G. B._, 88.

_Virgilio_, 15.

_Virginia_, 62.

INDICE DELLE MATERIE

_Al Lettore_ _pag_. 1

LA CREAZIONE.

I. L’annalistica dei primi secoli _pag_. 5

II. Sallustio » 9

III. Tito Livio » 15

IV. Tacito » 29

V. Svetonio » 41

LA DISTRUZIONE.

I. L’Impero romano e la sua storia _pag_. 47

II. L’aurora della morale umana » 49

III. S. Agostino, la Repubblica e il popolo romano » 53

IV. S. Agostino e la corruzione dei costumi » 57

V. S. Agostino, i grandi uomini e la storia di

Roma » 63

VI. La fortuna di Roma e Cristo » 75

LA RINASCITA.

I. La storia e l’antichità nella mente del

Machiavelli _pag_. 85

II. La razionalizzazione della politica » 91

III. Lo Stato superiore alla morale » 95

IV. Lo Stato-Dio in Livio e nel Machiavelli » 103

V. La reazione contro Livio e contro il Machiavelli » 107

VI. Il Tacitismo e la ragion di Stato » 111

VII. Il Tacitismo e la falsificazione di Tacito » 117

VIII. Quel che noi dobbiamo agli storici antichi » 123

APPENDICE.

I. Che cos’è la Storia? _pag_. 127

II. Il materialismo storico e Roma antica » 151

_Indice dei nomi_ _pag_. 163

NOTE:

[1] _De Oratore_, II, 12.

[2] _De Oratore_, II, 15.

[3] Cfr.: Ferrero e Barbagallo, _Roma Antica_, I, pag. 259.

[4] Taine, _Essai sur Tite Live_. Paris 1874, pag. 343 e sg.

[5] Taine, _Op. cit._, pag. 346.

[6] _Cat._, VII.

[7] _Cat._, VII.

[8] Livio, _Proemio_.

[9] Liv., IX, 11.

[10] Liv., XLV, 38.

[11] Liv., 2, 41.

[12] Tac. _Hist._, I, 2.

[13] Tac. _Hist._, I, 3.

[14] Tac. _Ann._, IV, 32.

[15] Tac. _Ann._, XIV, 64.

[16] _Ann._, IV, 33.

[17] _Ann._, III, 65.

[18] _Ann._, I, 10.

[19] _Ann._, III, 3.

[20] _Ann._, I, 8.

[21] _Hist._, II, 50.

[22] _Ann._, IV, 11.

[23] _De Civit. Dei_, XIX, 21.

[24] _De Civit. Dei_, II, 21.

[25] _De Civit. Dei_, I, 15.

[26] _De Civit. Dei_, XIX, 7.

[27] _De Civit. Dei_, I, 31.

[28] _De Civit. Dei_, I, 33.

[29] _De Civit. Dei_, II, 2.

[30] _De Civit. Dei_, II, 17.

[31] _De Civit. Dei_, III, 13.

[32] Livio, I, 9.

[33] Livio, I, 9.

[34] Livio, I, 10.

[35] _De Civit. Dei_, III, 14.

[36] _De Civit. Dei_, III, 14.

[37] _De Civit. Dei_, III, 4.

[38] _De Civit. Dei_, II, 20.

[39] _De Civit. Dei_, I, 19.

[40] _De Civit. Dei_, I, 19.

[41] _De Civit. Dei_, IV, 8.

[42] _De Civit. Dei_, IV, 8.

[43] _De Civit. Dei_, IV, 14.

[44] _De Civit. Dei_, II, 22.

[45] _De Civit. Dei_, II, 22.

[46] _De Civit. Dei_, II, 23.

[47] _De Civit. Dei_, II, 24.

[48] _De Civit. Dei_, II, 23.

[49] _De Civit. Dei_, IV, 7.

[50] _De Civit. Dei_, V, 1 e 10.

[51] _De Civit. Dei_, V, 12.

[52] _De Civit. Dei_, XVIII, 22.

[53] _De Civit. Dei_, V, 13.

[54] _De Civit. Dei_, V, 13.

[55] _De Civit. Dei_, V, 14.

[56] _De Civit. Dei_, V, 12.

[57] _De Civit. Dei_, I, 1.

[58] _De Civit. Dei_, III, 14.

[59] _De Civit. Dei_, V, 17.

[60] _De Civit. Dei_, I, 8.

[61] _De Civit. Dei_, I, 11.

[62] _De Civit. Dei_, I, 17 e 24.

[63] _De Civit. Dei_, I, 12.

[64] _Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio_. Proemio.

[65] _Discorsi_, I, 11.

[66] _Discorsi_, I, 39.

[67] _Discorsi_, Proemio.

[68] _Principe_, XIV.

[69] _Discorsi_, I, 2.

[70] _Discorsi_, I, 55.

[71] _Discorsi_, I, 55.

[72] _Discorsi_, III, 6.

[73] Cfr. _Discorsi_, I, 2; I, 38; I, 57.

[74] _Discorsi_, I, 18.

[75] _Principe_, II.

[76] _Discorsi_, III, 5. — _Principe_, 3 e 19.

[77] _Principe_, 3.

[78] _Principe_, 2.

[79] _Discorsi_, I, 11.

[80] _Discorsi_, I, 11.

[81] _Discorsi_, I, 12.

[82] _Principe_, 7.

[83] _Principe_, 15.

[84] _Principe_, 15.

[85] _Principe_, 18.

[86] _Principe_, 18.

[87] _Principe_, 8.

[88] _Principe_, 8.

[89] _Principe_, 8.

[90] _Principe_, 18.

[91] _Principe_, 3.

[92] _Discorsi_, I, 1.

[93] _Discorsi_, I, 7.

[94] _Discorsi_, I, 7.

[95] _Discorsi_, I, 9.

[96] _Discorsi_, I, 30.

[97] Sul _Tacitismo_ si può leggere con profitto il bel lavoro di G.

Toffanin, _Machiavelli e il Tacitismo_. Padova, 1921.

[98] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 14.

[99] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 13.

[100] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 14.

[101] Iusti Lipsi, _Polit._, IV, 14.

[102] _Principe_, 18.

[103] _Tacite, avec des notes politiques et historiques par Amelot de

la Houssaye_. Paris, 1724.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

La Palingenesi di Roma · 第 7 / 7 段