bruciato in effige, messo all’indice, condannato alla riprovazione
universale, esiliato da qualsiasi libro come autore, che si potesse
citare. I tacitiani raramente lo nominano, anche quando lo confutano,
designandolo con prudenti allusioni. Ipocrisia? Ingiustizia? Si
bruciava l’opera di un uomo riprendendone sotto mano le teorie? No.
La dottrina della Ragione di Stato alla quale Tacito doveva conferire
l’autorità degli esempi antichi è elaborata nel cinque e nel seicento
sotto l’occhio della Chiesa, ma pure avendo affinità con la dottrina
machiavellica dello Stato-Dio, ne differisce sopratutto perchè tenta
di risolvere la questione capitale dei limiti, entro cui è lecito allo
Stato violare la legge morale per il bene pubblico.
Leggiamo, ad esempio, la pagina in cui Lipsio tratta della frode per
ragione di Stato. Egli scrive: «ea triplex; Levis, media, magna. Illam
appello quae haut longe a virtute abit malitiae rore leviter aspersa.
In quo genere mihi est Diffidentia et Dissimulatio.
«Mediam quae ab eadem virtute flecit longius et ad vitii confinia
venit. In qua pono Conciliationem et Deceptionem.
«Tertiam, quae non a virtute solum sed legibus etiam recedit, malitiae
jam robustae et perfectae, uti sunt Perfidia et Iniustitia. Illam
suadeo, hanc tolero, _istam damno_»[101].
Quel grido che era sfuggito un momento alla coscienza del Machiavelli a
proposito di Agatocle e che, poi, l’autore stesso aveva rinnegato, quel
bisogno di un limite al di fuori del puro interesse che il Machiavelli
aveva saputo trovare soltanto nel successo, è qui chiaramente sebbene
forse un po’ sommariamente inciso. Lo Stato ha certe libertà, ma non
tutte.
Posto così il problema, si capisce che, in autori più profondi del
Lipsio, il Machiavelli, le sue dottrine, i tempi in cui aveva vissuto e
che le avevano ispirate, apparissero come nefasti e quasi diabolici.
L’Italia era allora travagliata da un’anarchia di principi e da
quell’esautoramento dei governi, per cui s’era incrostata sulla
Penisola una muffa di tirannelli privi di scrupoli, che applicavano
fino in fondo la teoria dell’Interesse proprio, senza che un limite
morale o un interesse comune frenasse quel reciproco e continuo
distruggersi. Siccome nessun principio di autorità li faceva legittimi,
il Machiavelli osservava: i popoli sono cattivi, i principi birbanti;
chi non bada come può a salvare la roba e la pelle, gli prendono la
prima e gli fanno la seconda; se non l’ammazzo io, mi ammazza lui.
È quindi consigliabile di cominciare per il primo. E diceva: «Un
Principe, e massime un Principe nuovo, non può osservare tutte quelle
cose, per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso
necessitato per mantenere lo Stato operare contro alla fede, contro
alla carità, contro alla umanità, contro alla religione»; e diceva
pure: «A un Principe non è necessario avere tutte le soprascritte
qualità, ma è ben necessario parere d’averle... Deve, adunque, avere
un Principe grande cura, che non gli esca mai di bocca una cosa che
non sia piena delle soprascritte cinque qualità e paia, a vederlo ed
udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto
religione»[102].
Cosicchè l’interesse dello Stato, di cui era giudice il governo che lo
rappresentava, finiva per giustificare ogni abuso.
La dottrina della Ragion di Stato, che si forma nel cinquecento e nel
seicento, è — come dice uno dei suoi maestri — il Botero «notizia di
mezzi atti a fondare, conservare, ampliare un dominio così fatto». Ma
col Botero stesso, col Possevino, col Ribadeneira, la Controriforma
affermava altresì che la Ragion di Stato è necessaria e utile solo
quando è legittimata dalla Chiesa. Concessa a qualsiasi governo, in
nome d’interessi particolari, senza la Chiesa, la Ragion di Stato
è un principio pericolosissimo. Con questa limitazione essa diviene
privilegio di pochi regnanti legittimi, e non di tutti i governi per
contrari interessi; cosicchè è sottomessa a un principio _al di sopra
e al di fuori_ dell’interesse immediato e individuale; e gli Stati
sono in certo modo regolati nelle loro opere da una legge comune, di
cui la Chiesa è depositaria, e non più soltanto dal proprio comodo.
Insomma, la Ragion di Stato, pur allargando la sfera in cui l’interesse
dello Stato può operare, vuol sempre circoscriverla con precetti e
regole di natura morale e di carattere religioso. Con questa dottrina
la monarchia assoluta cercava di mettere d’accordo le necessità del
suo sviluppo, con le tradizioni religiose e morali ancora forti nella
società del sedicesimo e diciannovesimo secolo. Ma come e perchè essa
ha ricorso, per essere aiutata in questa opera, tra gli scrittori
antichi, sopratutto a Tacito?
VII.
IL TACITISMO E LA FALSIFICAZIONE DI TACITO.
Noi abbiamo visto come Tacito reagisca, nella storiografia romana,
per primo contro quella concezione antica che fa dell’individuo uno
strumento dello Stato, a cui deve sacrificarsi; e per primo cerchi
nella storia non gli stati o i popoli, ma gli uomini; e si sforzi di
studiare psicologicamente l’anima dei suoi personaggi. L’uomo coi suoi
vizi e con le sue virtù, studiati e giudicati quando nascono dentro il
suo cuore, quando si manifestano nei penetrali della sua casa o dinanzi
alle folle, verso la schiava o verso il senato, in ogni attimo di vita,
questo è il suo protagonista.
La sua storia è un drammatico intreccio e un cozzo di uomini ben
diversificati e violentemente distinti. Lo Stato è per lui uno di
questi uomini, che il caso ha posto sul trono: non più. I suoi meriti
o le sue colpe verso il servo hanno per Tacito lo stesso valore che
i suoi meriti o le sue colpe verso lo Stato. In lui, come si disse,
splende già quell’individualismo cristiano, che volle giudicare l’uomo
in quanto è uomo e non in quanto è parte dello Stato, e reagì contro la
tradizione latina che sacrificava i romani a Roma.
Fra tutti gli scrittori antichi, Tacito appare come il meno atto a
giustificare una dottrina come quella della ragion di Stato, che,
sia pure entro limiti precisi, sacrifica pur sempre l’individuo allo
Stato e giustifica la violazione della morale per ragioni di pubblico
interesse. Tacito è uno storico moralista, che perseguita e denuncia
i delitti e i vizi dei grandi, senza ammettere mai, senza neppur
supporre che si possa ammettere l’interesse pubblico come scusa o
giustificazione. Per fondare su solenni esempi antichi una dottrina
della Ragion di Stato, lo storico che poteva e doveva servire era
proprio Tito Livio. E infatti il Machiavelli, pensatore profondo, aveva
fatto testo di Livio più che di Tacito, benchè molti sostengano il
contrario, per creare quella sua dottrina dello Stato-Dio, che era un
po’ l’estrema esagerazione anticipata della Ragione di Stato. Come si
spiega allora questo scambio singolare?
Tito Livio era troppo repubblicano per servir di maestro ai sovrani ed
ai ministri, in un’età dominata dall’istituto monarchico. Tacito aveva
il vantaggio di essere lo storico di Roma in cui più che negli altri
i personaggi rassomigliavano ai sovrani e ministri secenteschi delle
Corti europee. La somiglianza era molto vaga, perchè la casa di Tiberio
e di Claudio non aveva niente a che fare con una corte; ma era tuttavia
sempre maggiore di quella che poteva correre tra l’Europa del secolo
XVII e la Roma della seconda guerra punica.
Nel «Discours critique» che precede la traduzione di Tacito fatta da
Amelot de la Houssaye, è riassunto il commento di Filippo Cavriana
«Sopra i cinque libri di Cornelio Tacito». È citato tra l’altro,
questo passo: «Comme Tacite découvre tout ce que les Princes de
son temps faisoient, les vertus et les vices de nos princes donnent
réciproquement l’intelligence de tout ce que dit Tacite, de sorte
que les mêmes endroits que l’on trouve obscurs la première fois, sont
bien entendus la seconde ou la troisième. Au reste les gens qui auront
fréquenté la cour, ou les armées, pourront expliquer fidelement cet
auteur sans le secour d’aucun interprète»[103].
Tacito è dunque una specie di guida delle corti, l’autore che si
può intendere solo praticandole quotidianamente. Diventato l’autore
familiare dei sovrani e dei cortigiani, Tacito è stato mutato in
un grande maestro della Ragion di Stato, grazie a una persistente
falsificazione, per cui le acerbe sentenze che in Tacito flagellano
il vizio, sono interpretate e commentate come consigli di un’arcana e
profonda saggezza, indicando al sovrano il termine a cui la Ragione di
Stato può condurlo.
Approfittando della serietà e della compostezza che Tacito conserva
anche nei momenti in cui si sdegna, non avvertendo o fingendo di non
avvertire la corrodente ironia che talvolta brucia più di un’invettiva
— l’ironia si può anche prendere sul serio — il seicento interpretò
con una esegesi paziente quei passi in cui il corruccio di Tacito,
per rivoltare i posteri e spargere sui suoi personaggi la cenere
dell’infamia, aveva condensato amare, torbide e cieche accuse, come
aforismi e precetti un po’ arcani della oscura dottrina della Ragion di
Stato.
L’esempio più singolare e istruttivo di questa falsificazione
sistematica è la metamorfosi che il Tiberio di Tacito subisce nella
mente dei suoi maggiori ammiratori del cinque e seicento. Tacito vede
in Tiberio una specie di mostro, di cui egli vuol dipingere l’aspetto
fosco, perchè la posterità ne provi orrore e lo odî in eterno. Il suo
ritratto arcigno e irreale come un simbolo del male e della perfidia,
può star piuttosto nel catalogo delle creazioni romantiche che nella
lista dei personaggi storici, vissuti per davvero. Ad ogni modo la
pittura, che gli attribuisce delitti e vizî immaginari, se è falsa,
è potente, e i tacitisti del cinquecento e del seicento trovando, nel
loro autore, un principe in cui la dissimulazione, la segretezza, la
perfidia, l’ipocrisia, la decisione, si uniscono in una sola fusione;
un Principe, che si impadronisce con l’astuzia del governo e fonda
una dinastia, cominciando la sua carriera con un fratricidio e due
avvelenamenti; un principe che sacrifica il nemico alla propria
vendetta, il potente alla propria diffidenza, il sicario alla propria
prudenza; un Principe insomma che essi, se avessero letto Tacito come
era, avrebbero dovuto tenere per uno dei peggiori uomini, che mai
abbiano tormentato i loro simili, invece di inorridire se ne rallegrano
e lo adottano appunto come un modello, un maestro di quella oscura
Ragion di Stato, che preoccupava tutte le menti. A leggere Tacito gli
uomini del tardo Rinascimento hanno gridato: Ma questo è il Valentino,
è lo Sforza, è uno dei nostri contemporanei condottieri! Tiberio ha
ucciso il cognato venendo al potere? Non poteva fare altrimenti! Tacito
sa benissimo che i principi nuovi si imbattono sempre in difficoltà:
Ragion di Stato. Ha ucciso Germanico? Tacito non ignorava il pericolo
di un generale vittorioso e popolare: Ragion di Stato. Ha lasciato
perir Pisone? Tutti sanno che un sicario, se non si elimina presto e
segretamente, può essere fonte di gravi impicci: Ragion di Stato. E
così mentre Tacito infama Tiberio per delitti che non ha mai commessi,
trasformando persino in avvelenamenti le morti naturali, per quelli
stessi delitti immaginari gli ammiratori di Tacito ne fanno un modello
di saggezza!
Perchè, infatti, nessuno leggeva Svetonio, che era pure storico
dell’Impero? Il Mureto lo spiega con circonlocuzioni complicate,
sostenendo che Tacito, aveva sì, messo a nudo le cattive azioni dei
principi, ma aveva coscienza della loro necessità politica, mentre
Svetonio, limitandosi a raccontare aneddoti un po’ canzonatori, che
non sopportavano trasfigurazioni, dissolveva, col suo indifferente
chiacchiericcio, il mito imperiale più che con delle imprecazioni e
delle invettive. Ma i tacitisti, che non volevano la dissoluzione ma
il rinsaldamento dell’Impero si rivolsero all’altro storico, abusando
del suo stile un po’ misterioso, per inventare il Tacito campione della
Ragion di Stato.
VIII.
QUEL CHE NOI DOBBIAMO AGLI STORICI ANTICHI.
Tanto Livio che Tacito furono dunque interpretati piuttosto
bizzarramente dall’umanesimo. Ma, sia pure attraverso alterazioni,
hanno aiutato il pensiero europeo a ritrovare il concetto dello Stato
umano, che ha una vita e un fine suo, in opposizione all’idea dello
Stato teologico, servo di Dio, strumento di un principio religioso, che
dominò nel medio evo.
Questo concetto dello Stato umano, affermato con anticipazione
profeticamente brutale da Machiavelli che si serve di Livio come
maestro, è ripreso e adottato per mezzo di grandi limitazioni e tagli e
rattoppi e attenuazioni, nel seicento, sotto l’influenza di Tacito con
la teoria della Ragion di Stato, finchè si inserisce definitivamente
nello sviluppo storico della nostra civiltà. Una volta innestato
questo principio si allargò e fiorì sempre più nel seicento e nel
settecento, prima sottomesso al principio teologico che era padrone da
tanti secoli, poi a poco a poco alzando la testa, e assumendo maggior
importanza, e finalmente, con la Rivoluzione Francese, soverchiando il
principio teologico. La Rivoluzione Francese e l’Impero, che amavano le
grandi apoteosi, rinnovarono l’antica venerazione per l’affrescatore
delle prime glorie di Roma. E le trombe romane squillarono ancora
dinnanzi al mondo, per celebrare il trionfo dello Stato degli uomini!
Senonchè dallo Stato umano, che vinse lo Stato teologico tra la fine
del Settecento e il principio dell’Ottocento, sta svolgendosi ora lo
Stato satanico; lo Stato nemico di Dio e degli uomini, della giustizia
e dell’onore, della pace e dell’ordine, della verità e della legalità;
lo Stato criminale, predatore, sanguinario, corruttore, neroniano,
cinico, sofista — e sfrontatamente vano della propria ribalderia,
come di una forza gloriosa. Il melanconico e solitario filosofo
dell’Albergaccio l’aveva intravisto, in quella sua smania di «andar
dietro alla verità effettuale della cosa»; era stato lì per lì tra
abbagliato e inorridito; l’aveva guardato, aveva chiuso gli occhi,
aveva guardato di nuovo. La perversione dei tempi magnifica oggi questa
sua, tra inorridita e ammirante, intuizione dello Stato satanico, come
una mirabile anticipazione di un genio profetico: oltraggio indegno
alla tormentata e nobile figura di quel grande ma ingenuo pensatore
che, disgustato dai suoi tempi, in qualche momento di esasperazione,
aveva dimenticato questo principio elementare di ogni consenso civile:
che più forte è la tentazione e maggiore la facilità di violare una
legge morale, più risolutamente è necessario affermare e sostenere
l’obbligo universale di osservarla: se no «la verità effettuale della
cosa» diventa il vestibolo della più selvaggia anarchia.
APPENDICE
I.
CHE COS’È LA STORIA?
1.
Dopo aver visto come i Romani scrivevano la storia, e con quali occhi
e con quale animo i secoli hanno letto le loro storie, scampate al
diluvio barbarico, non sarà senza interesse studiare come si intenda la
storia da certe chiesuole intellettuali moderne, a cui non spiacerebbe
di potersi vantare maestre di una nuova arte, in confronto al passato.
Un’occhiata alla «Teoria e storia della Storiografia» di B. Croce
basterà per mostrarci i bei progressi che quest’arte, così cara agli
antichi, ha fatto nei secoli del vapore e dell’elettrico!
2.
«Ogni vera storia è storia contemporanea»: con questo paradosso
il Croce apre la sua trattazione. E lo giustifica, argomentando
lungamente. «Anche la storia già formata, — egli scrive — che si
dice o si vorrebbe dire storia non contemporanea o passata, se è
davvero storia, se cioè ha un senso e non suona come discorso vuoto,
è contemporanea e non differisce punto dall’altra (la contemporanea).
Come dell’altra, condizione di essa è che il fatto del quale si tesse
la storia vibri nell’animo dello storico o (per adoperar una parola
d’uso nel mestiere storico) se ne abbiano dinnanzi, intelligibili,
i documenti... E se la storia contemporanea balza direttamente dalla
vita, anche direttamente dalla vita sorge quella che si vuol chiamare
non contemporanea, perchè è evidente che solo un interesse della vita
presente ci può muovere a indagare un fatto passato» (pag. 4).
Il pensiero è abbastanza chiaro, anche se espresso in forma involuta e
imprecisa. Non basta narrare un fatto per dirsi storici; bisogna farlo
presente, come se noi ne fossimo spettatori ed attori; se no si ha
«vuota narrazione... e perciò priva di verità» (pagina 9). «La storia è
un presente; la storia, resa vuota narrazione, è un passato» (pag. 9).
Ciò detto il Croce procede a distinguere, come già aveva fatto
Cicerone, la cronaca dalla storia. Ma non oppone l’annalistica alla
storia oratoria, venuta dalla Grecia. I moderni son persuasi che anche
in questo ordine di scritture ne sanno più degli antichi. «La storia —
egli scrive — è la storia viva, la cronaca la storia morta; la storia,
la storia contemporanea, la cronaca, la storia passata» (pag. 10). Indi
scopre che le fonti da cui scaturisce la conoscenza storica sono due:
la vita e il pensiero che la risuscita e la eterna. «Il documento e la
critica, la vita e il pensiero sono le vere fonti della storia, cioè i
due elementi della sintesi storica...» (pag. 14).
Accettiamo ad occhi chiusi queste dottrine, seguiamo docilmente il
suo autore, e vediamo dove si va a finire. Dopo aver definito quale
è la natura e quali sono gli elementi o le fonti della storia, il
Croce procede a distinguere da questa che è la vera storia, le storie
spurie o «pseudo-storie», come egli le chiama, alla greca. Tra queste
pseudo-storie egli annovera la storia poetica, che definisce così:
«Esempi di tale storia forniscono in copia le biografie affettuose
che si tessono di persone care e venerate; le storie patriottiche...
la storia universale, rischiarata dagli ideali dell’idealismo e
dell’umanitarismo, e quella narrata da un socialista che ritragga
le gesta... del capitalista o l’altra di un antisemita, che mostri
dappertutto, nelle sventure o brutture umane, il giudeo... Nè la storia
poetica si esaurisce in coteste tonalità fondamentali e generiche
dell’amore e dell’odio (dell’odio che è amore e dell’amore che è odio!)
ma passa tra tutte le più intricate forme e le più fini gradazioni
del sentimento; e così si ottengono storie poetiche, che sono amorose,
malinconiche, nostalgiche, pessimistiche, rassegnate, fidenti, allegre,
e quante altre si possano immaginare. Erodoto canta le romanze (!)
dell’invidia degli Dei, Livio l’epos della romana virtù; Tacito compone
tragedie dell’orrendo, drammi elisabettiani in scultoria prosa latina;
e per venire ai moderni e modernissimi Droysen dà forma alla sua
aspirazione lirica verso lo Stato forte e accentratore col narrare la
storia della Macedonia, della Prussia e dell’Ellade; e Grote a quella
verso gli statuti della democrazia simboleggiata in Atene; e Mommsen
all’altra verso l’impero, simboleggiata in Cesare; e Balbo effonde il
suo ardore per l’indipendenza italiana, adoperando a tal fine tutti i
ricordi delle pugne italiche, a cominciare nientemeno da quelle degli
Itali e Etruschi contro i Pelasgi; e Thierry celebra la borghesia
raccontando la storia del terzo stato» (pagg. 26 e 27).
Che Erodoto, Tito Livio, Tacito, Droysen, Grote, Mommsen, Balbo
e Thierry non sieno storici ma falsi storici e poeti, è notizia
che giungerà alquanto inaspettata a molti lettori. Se questi otto
valentuomini, i quali pure godono di una certa rinomanza nel gregge
di Clio, sono dei falsi storici, vorrebbe il Croce dirci il nome e
cognome di uno storico vero? Ma la sorpresa cresce quando il Croce
cerca di distinguere la storia falsa dalla vera, o, come egli dice, la
storia poetica dalla storiografia. La storia poetica si esplicherebbe
«nel surrogare al mancante interesse del pensiero l’interesse
del sentimento» (pag. 26); mentre invece «il valore che regge la
storiografia è il valore del pensiero. Ma appunto per questa ragione il
principio determinante di essa non può essere il valore che si chiama
di sentimento e che è vita e non pensiero; e quando questa vita si
esprime e rappresenta non ancora domata dal pensiero, è poesia e non
storia» (pag. 27).
Il principio, o la fonte, della storiografia o vera storia sarebbe
dunque il pensiero e non la vita, la quale è invece il principio
della poesia. Ma a carte 14 il Croce aveva detto proprio l’opposto.
Ricordate? «Il documento e la critica, la vita e il pensiero sono le
vere fonti della storia». La vita, che a pag. 14 è fonte della storia,
a carte 27 diventa fonte della poesia, e alcunchè di opposto e quasi di
ribelle al pensiero, poichè il pensiero la deve _domare. Domare_ è una
di quelle parole equivoche, di cui la filosofia crociana abbonda con
sua molta lode in un’epoca adorante tutte le confusioni; ma per quanto
equivoca non può dubitarsi che implichi lo sforzo teso a vincere una
resistenza. Difatti il Croce aggiunge più oltre: «per convertire la
biografia poetica in biografia veramente storica bisogna reprimere...
i nostri amori, le nostre lagrime, e i nostri sdegni...; e il medesimo
deve farsi per la storia nazionale e per quella dell’umanità». Mentre
nelle prime pagine la storia è il pensiero che risuscita la vita («la
storia morta rivive» è detto a pag. 15), più innanzi la storia è il
pensiero che combatte, che doma, che mutila la vita, recidendo da essa
il sentimento.
Sin dalle prime pagine del volume si intravede che il Croce ha della
storia, come di molte altre cose, due concezioni contradditorie; o
forse ha una prima concezione che, strada facendo, si muta nella
opposta, illudendosi di esser sempre la medesima. Da principio
egli concepisce la storia come un «eterno presente» ossia come
la vivificazione di quello che fu, quale fu visto e sentito dai
contemporanei. Poi a poco a poco si stacca da questa concezione sinchè,
senza accorgersene, la nega interamente, cercando di dimostrare che
storia e filosofia sono una cosa medesima, ossia la dottrina in azione
del progresso, inteso non «come passaggio dal male al bene, quasi da
uno stato all’altro, ma come passaggio dal bene al meglio, in cui il
male è il bene stesso, visto alla luce del meglio» (pag. 23).
Confronti il lettore il primo e il quinto capitolo; e subito si
accorgerà che questo nega quello, illudendosi di svolgerlo. «La
coscienza storica, in quanto tale, è coscienza logica e non pratica, e
anzi fa suo proprio oggetto l’altra: la storia, _che fu già vissuta_,
è ora in lei pensata, e nel pensiero _non hanno più luogo le antitesi,
che si fronteggiavano nella volontà e nel sentimento_. Per essa non ci
sono fatti buoni e fatti cattivi, ma fatti sempre buoni quando sieno
intesi nel loro intimo e nella loro concretezza; non ci sono partiti
avversi, ma quel partito più ampio che abbraccia gli avversi e che per
avventura è appunto la considerazione storica... La storia non è mai
giustiziera ma sempre giustificatrice» (pagg. 76 e 77).
E ancora: «il vizio della storia negativa proviene dal separare e
solidificare e contrapporre le antitesi dialettiche del bene e del
male... Tutti i fatti e le epoche sono a lor modo produttivi; non solo
nessuno di essi è al lume della storia condannabile, ma tutti sono
laudabili e venerabili» (pag. 78).