Fin dalle prime pagine dei _Discorsi_, il Machiavelli dichiara che

Repubblica o Tirannia fa lo stesso. Imbevuti delle dottrine politiche

del secolo XIX, noi non possiamo più capire questa indifferenza a

scegliere due forme di governo, di cui l’una, secondo noi, deve essere

il male, se l’altra è il bene. Ma il Machiavelli, vivendo quattro

secoli fa, pensava che tutti gli ordinamenti statali hanno dei difetti

e delle qualità. Nella sua teoria della trasformazione dei governi[69],

che anticipa quella di Vico, non si fa illusione sulla bontà di nessun

ordinamento. Crede però che certe situazioni richiedono questo o quel

governo, come più conveniente e adattabile. Esamina così le condizioni

degli Stati e i momenti storici in cui possono fondarsi e reggersi

delle repubbliche o delle tirannie, e avverte «che colui che vuol

fare dove sono assai gentiluomini una repubblica, non la può fare se

prima non gli spegne tutti»[70]. E se vuol fare un Principato «dove è

assai egualità» trova altri ostacoli invincibili. Cosicchè conclude:

«costituisca, adunque una repubblica, colui dove è o s’è fatta una

grande equalità; altrimenti farà una cosa senza proporzione e poco

durabile»[71]. Poco dopo scrive un lungo capitolo sulle congiure

«acciocchè i principi imparino a guardarsi da questi pericoli, e che i

privati più timidamente vi si mettino, anzi imparino ad essere contenti

a vivere sotto quell’impero che dalla sorte è stato loro preposto»[72].

E cita questa sentenza di Tacito: «gli uomini debbono desiderare i

buoni principi e comunque siano fatti tollerarli».

Chi direbbe che questi pensieri sono stralciati dai _Discorsi_ sulla

prima Deca, le cui primizie furono riservate agli ultimi discepoli di

Savonarola, e che passa per un libro repubblicano? E come attribuire

a un teorico della repubblica quella poca stima delle masse che il

Machiavelli esprimeva a Francesco Guicciardini scrivendogli «voi sapete

e sallo ciascuno che sa ragionare di questo mondo, che i popoli sono

vari e sciocchi»?[73]. O quella dottrina svolta pure nei _Discorsi_,

per cui, se si vuol ricorreggere una repubblica, che non regga

più per la corruzione morale e politica, «è necessario venire allo

istraordinario, come è alla violenza ed all’armi, e diventare innanzi

ad ogni cosa, principe di quella città, e poterne disporre a suo

modo»[74].

Il Principato è dunque necessario e quindi legittimo quanto la

repubblica. Non c’è nel Machiavelli parzialità per l’uno o per l’altra,

o contemporanea glorificazione di tutti e due. Benchè la divisione non

sia netta, nei _Discorsi_ si può trovare la teoria della repubblica,

perchè il protagonista è il popolo, nel _Principe_ la teoria del

principato, perchè si parla specialmente dei principi. Infatti

incomincia dicendo: «Io lascerò dietro il ragionare delle repubbliche,

perchè altra volta ne ragionai a lungo»[75], alludendo senza dubbio

ai _Discorsi_. Ma questa è la divisione teorica di due diversi

ordinamenti, non il cozzo di due dottrine contrarie.

II.

LA RAZIONALIZZAZIONE DELLA POLITICA.

Ammesso che tutte le forme di governo _possano essere_ legittime, il

Machiavelli non poteva non affrontare la questione: come si debbano

nella realtà distinguere i governi legittimi dagli illegittimi. Lo

studio degli antichi, massime quello di Tito Livio, lo conduce a

stabilire la nozione di una legittimità di fatto. Il governo legittimo

è quello buono, il quale sa compiere bene l’ufficio suo: «tanto è

difficile e pericoloso, egli scrive senza reticenze, voler far libero

un popolo che voglia viver servo, quanto è far servo un popolo che

voglia viver libero». «Gli uomini nell’operare debbono considerare le

qualità dei tempi e procedere secondo quelli». Il governo migliore è

quello che indovina con più fortuna quali sono i mezzi necessari per

mantenere l’ordine, aumentare la potenza e la prosperità. E chi ci

riesce ha il plauso, qualunque esso sia, nuovo o antico, monarchico

o democratico, aristocratico o religioso, militare o plutocratico.

Senonchè, si potrebbe da questo argomentare che il Machiavelli

disprezza come superflua la legittimità formale e legale dei governi,

per non ammettere che la legittimità del merito; ma si è invece un po’

sorpresi, in principio, trovando vicino a delle teorie così ardite,

una preoccupazione incessante anche della legittimazione formale[76].

Egli sa che un vecchio governo, i cui titoli non siano discussi, è

più solido di un governo fondato dalla forza, anche se ha meno denari

e meno soldati. Egli sa che «nel principato nuovo consistono le

difficoltà»[77] e osserva che «il Principe naturale ha minori cagioni

e minori necessità di offendere»[78]. Ma questa preoccupazione della

legittimità c’è solo perchè la legittimità è una forza di persuasione

che serve più di molti cannoni come elemento di stabilità e di

potenza. Insomma, passando attraverso Livio e gli scrittori antichi, il

Machiavelli arriva quasi di colpo alla razionalizzazione totale della

politica.

Risorgendo dal suo sepolcro, la storia antica rivela dopo tanti secoli

agli uomini la dottrina dello Stato razionale ed umano. Che rivoluzione

fosse questa è facile immaginare. Era la fine del Medioevo. Lo Stato

non è più un pupillo del Pontefice chiamato ad attuare la legge di

Dio sulla terra, secondo la dottrina di S. Agostino; è una creazione

umana inventata dalla ragione per servire e sfruttare le passioni e gli

interessi degli uomini a fini di grandezza e di potenza.

Nel medioevo la Chiesa governava il mondo, e l’impero, se voleva

essere riconosciuto dal popolo, doveva chiedere la benevolenza di Dio.

Nelle dottrine del Machiavelli, lo Stato si serve della religione per

governare con più forza. La religione — dice il Machiavelli — è «cosa

al tutto necessaria a voler mantenere una civiltà»[79]. E aggiunge

ancora «come la osservanza del culto divino è cagione della grandezza

delle repubbliche, così il dispregio di quella è cagione della rovina

di esse. Perchè, dove manca il timore di Dio, conviene che o quel regno

rovini, o che sia sostenuto dal timore del Principe che supplisca ai

difetti della religione»[80]. E si duole, lui Machiavelli in odor di

ateismo e a cui doveva toccar più tardi di esser arso in effige sulle

piazze, che l’Italia rovini, perchè la religione è soffocata dalla

Chiesa. «La quale religione, se nei principî della repubblica cristiana

si fosse mantenuta, secondo che dal datore di essa ne fu ordinata,

sarebbero gli stati e le repubbliche cristiane più unite, e più felici

assai che elle non sono. Nè si può fare altra maggiore congettura

della declinazione di essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono

più propinqui alla Chiesa Romana, capo della religione nostra, hanno

meno religione. E chi considerasse i fondamenti suoi, e vedesse l’uso

presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe esser propinquo,

senza dubbio, o la rovina, o il flagello»[81].

III.

LO STATO SUPERIORE ALLA MORALE.

Lo Stato dunque ha una base razionale e sfrutta razionalmente, il

misticismo per dominare. Ma da questo concetto puramente umano del

governo, il Machiavelli giunge ad una conclusione che in Livio non

c’era neppure come germe, alla conclusione che _tutto_ è lecito pel

bene dello Stato, perchè non c’è nessuna legge al disopra di lui, tanto

che il suo interesse stesso diventa la legge.

Il celebre Valentino, divenuto come un simbolo, è per il Machiavelli

il modello di Principe che bisogna imitare. «Chi giudica necessario

nel suo Principato nuovo assicurarsi degli inimici, guadagnarsi amici,

vincere o per forza o per fraude»[82] faccia come il Borgia. Non

bisogna dimenticare che gli uomini e le cose sono come sono e non come

dovrebbero essere: gli uomini malvagi e sciocchi, le cose difficili.

«M’è parso più conveniente andar dietro alla verità effettuale della

cosa che all’immaginazione di essa; e molti si sono immaginati

repubbliche e principati che non si sono mai visti e conosciuti

essere in vero, perchè egli è tanto discosto da come si vive a come si

doverria vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che

si doverria fare, impara piuttosto la rovina che la preservazione sua,

perchè un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono,

conviene che rovini in fra tanti che non sono buoni. Onde è necessario

ad un principe, volendosi mantenere, imparare a poter essere non buono

ed usarlo secondo la necessità»[83]. La morale si biforca di nuovo

come negli antichi: la civile è altra dalla personale. Se il principe

ha dei vizi privati, pazienza. Fuggire assolutamente deve «l’infamia

di quelli vizi che gli torrebbono lo Stato»[84]; e con questo ha la

coscienza tranquilla. Egli è costretto a fare ciò che la politica

comanda: «non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male,

necessitato»[85]. Perchè «nelle azioni di tutti gli uomini e massime

de’ Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine...

I mezzi saranno sempre giudicati onorevoli e da ciascuno lodati»[86].

La famosa frase è detta; ma una resipiscenza strana fa esitare per un

attimo l’ardito scrittore. A proposito di Agatocle siracusano, giunto

al principato della sua città per mezzo di inaudite efferatezze e di

ignobili tradimenti, il Machiavelli scrive: «Non si può chiamare ancora

virtù ammazzare li suoi cittadini, tradir li amici, essere senza fede,

senza pietà, senza religione; li quali modi possono fare acquistare

imperio, ma non gloria. Perchè se si considerasse la virtù di Agatocle

nell’entrare e nell’uscire dei pericoli e la grandezza dell’animo suo

nel superare e sopportare le cose avverse, non si vede perchè egli

abbia a esser tenuto inferiore a qualsiasi eccellentissimo capitano.

Nondimanco la sua efferata crudeltà ed inumanità, con infinite

scelleratezze, non consentono che sia tra li eccellentissimi uomini

celebrato»[87].

Il fine non giustifica dunque tutti i mezzi?

Che vuol dire questa improvvisa limitazione?

Fu probabilmente un grido strappato alla coscienza morale del

Machiavelli, subito zittito dalla sua infatuazione politica. Infatti,

poco dopo, cercò questi limiti pretesi dalla sua morale. Ma chi scende

un pendio così scosceso non si può fermare. Non trovando i limiti nella

morale, si rivolse alla vita pratica, come se questa potesse offrire

una misura di se stessa. E s’accorse che le crudeltà si dividono in

due categorie: le crudeltà bene usate e le crudeltà male usate. «Bene

usate si possono chiamare quelle (se del male è lecito dir bene) che

si fanno una sol volta per necessità dell’assicurarsi e di poi non vi

si insiste dentro, ma si convertiscono in più utilità dei sudditi che

si può; le male usate sono quelle, quali, ancora che da principio siano

poche, crescono piuttosto col tempo che le si spenghino»[88] cosicchè,

l’occupatore di uno Stato «deve discorrere e far tutte le crudeltà in

un tratto per non avere a ritornarvi ogni dì»[89].

Per dirla più chiaramente: ben usate sono le crudeltà che riescono, mal

usate quelle che esasperano senza risultati.

Quale è, dunque, in politica, il criterio del bene e del male?

L’abilità e il successo. Ci pare che la famosa frase «il fine

giustifica i mezzi», con cui si esprime la politica machiavellica,

possa essere sostituita da quest’altra «il successo giustifica i

mezzi». Chi vince ha ragione. Questo hegelianismo precoce giustifica

tutte le frodi. «Non può, pertanto, un signor prudente nè debbe

osservar la fede quando tale osservanza gli torni contro, e che sono

spente le cagioni che lo feciono promettere»[90]. Finchè ha forza

sforzi. «È cosa veramente molto naturale e ordinaria desiderare di

acquistare, e sempre quando gli uomini lo fanno che possino, ne saranno

laudati e non biasimati, ma quando non possono e vogliono farlo in ogni

modo, qui è il biasimo e l’errore»[91].

Nè si creda che questi consigli siano dati soltanto al Principe il

quale, perchè si è impadronito dello Stato colla violenza, non può

rispettare nessun limite al di fuori della forza propria ed altrui. La

dottrina del Machiavelli è applicata ad ogni governo senza distinzioni,

anche alle repubbliche, se pure in misura minore. Tutte queste massime

offerte alla meditazione dei principi, le ritroviamo nei discorsi

stessi per illuminare coloro che vogliono fondare o debbono governare

delle repubbliche.

I _Discorsi_ cominciano con questo consiglio, a proposito dei luoghi

più adatti per fondare una città. «Non potendo gli uomini assicurarsi

se non con la potenza, è necessario fuggire questa sterilità del paese,

e porsi in luoghi fertilissimi, dove potendo per la ubertà del sito

ampliare, possa difendersi da chi l’assaltasse, e sopprimere qualunque

alla grandezza sua si opponesse»[92].

Questo, rispetto agli Stati stranieri, non vuol forse dire: ciascuno fa

quello che vuole ed il più forte distrugge il più debole?

La politica interna è retta dagli stessi principî. Il Machiavelli

osserva, per esempio: «A coloro che in una città sono preposti per

guardia della sua libertà, non si può dare autorità più utile e

necessaria quanto è quella di poter accusare i cittadini al popolo, o a

qualunque magistrato o consiglio, quando che peccassino in alcuna cosa

contro allo stato libero»[93]. Questa abitudine è utile specialmente

perchè così «si dà via onde sfogare a quelli umori che crescono nelle

cittadi, in qualunque modo, contro qualunque cittadino; e quando

questi umori non hanno onde sfogarsi ordinariamente, ricorrono a modi

straordinari, che fanno rovinare in tutto una repubblica»[94].

Qualche volta le accuse sono false, ma non importa, «perchè _se

ordinariamente_ un cittadino è oppresso, ancora che gli fosse fatto

torto, ne seguita o poco o nessuno disordine in la repubblica».

Così, è giustificato Romolo del suo fratricidio, perchè «uno prudente

ordinatore di una repubblica... debbe ingegnarsi d’avere l’autorità

solo, nè mai uno ingegno savio riprenderà alcuno di alcuna azione

istraordinaria, che per ordinare un regno o costituire una repubblica

usasse»[95].

Il diritto della forza illegale è riconosciuto persino ai cittadini

privati, ma quando, per essere a capo di un esercito, appaiono come dei

piccoli sovrani.

Il capitano che torna vittorioso da una guerra — la gran preoccupazione

del Rinascimento — ha solo due cose saggie da fare: «O subito dopo la

vittoria lasci lo esercito e rimettasi nelle mani del suo Principe,

guardandosi da ogni atto insolente o ambizioso» per non insospettire

il suo signore, «o, quando questo non gli paia di fare, prenda

animosamente la parte contraria, e tenga tutti quelli modi per li

quali creda che quello acquisto sia suo proprio e non del Principe suo,

facendosi benevoli i soldati ed i sudditi; e faccia nuova amicizia coi

vicini, occupi con li suoi uomini le fortezze, corrompa i Principi del

suo esercito e di quelli che non può corrompere si assicuri, _e per

questi modi cerchi di punire il suo signore di quella ingratitudine che

esso gli userebbe_»[96].

IV.

LO STATO-DIO IN LIVIO E NEL MACHIAVELLI.

Quella che balza fuori ad un tratto nell’opera del Machiavelli

dallo studio degli storici antichi e massime di Tito Livio è dunque

la dottrina dello Stato-Dio, la cui prosperità e potenza è lo

scopo supremo al quale ogni altro interesse, anche la religione,

è subordinato. Che Livio sia stato il grande ispiratore di questa

dottrina, non è meraviglia. I suoi annali sono una divinizzazione

di Roma come Stato e come Repubblica, sono la storia di un popolo,

arrivato ad una potenza quasi sovrumana, servendo lo Stato come una

divinità, immolando ogni altro bene, o diritto e aspirazione al suo

bene. In tutto il passato, che egli era in grado di conoscere, il

Machiavelli non poteva trovare un modello più alto, più completo,

più grandioso di Stato, che trova in sè stesso il suo scopo e la

sua perfezione. Ed il modello gli parve così sublime che egli volle

centuplicarlo in un numero infinito di imitazioni spicciole.

Se in Livio questa subordinazione universale allo Stato-Dio poteva

essere giustificata dalla grandezza straordinaria di Roma e dal

meraviglioso destino che l’aspettava, il Machiavelli ne fa la legge

di tutti gli stati, grandi e piccoli, gloriosi ed oscuri. Ogni

repubblichetta ed ogni principato doveva tentare di essere, quanto

poteva, una piccola Roma, innamorata solo di se stessa ed aspirante

alla propria divinizzazione se non in cospetto dell’universo e dei

posteri, almeno nella piccola cerchia in cui doveva vivere e operare.

Senonchè, così facendo, il Machiavelli percorreva con un balzo

formidabile quella che doveva essere la lenta evoluzione di tre secoli;

e trascinava nel suo balzo anche Livio.

Senza dubbio, la concezione medioevale dello Stato e della storia che

aveva avuto in S. Agostino il suo grande filosofo e che poneva in Dio

il termine della perfezione dei singoli uomini come degli Stati, era

al principio del secolo XVI molto indebolita. Se no, il Machiavelli

sarebbe finito sul rogo.

A poco a poco i tempi si incamminavano di nuovo verso la concezione

pagana dello Stato-Dio. Ma lentamente e non con la furia del

Machiavelli, perchè le dottrine e le istituzioni medioevali, per quanto

indebolite, erano abbastanza forti da resistere ancora ai più violenti

attacchi dottrinali dei dialettici razionalisti.

D’altra parte, Tito Livio era lo storico della Repubblica; e con il

Cinquecento incomincia dappertutto, ma in Italia particolarmente, la

decadenza delle repubbliche. Molte repubbliche cadono, e con essa si

affievolisce anche l’ammirazione per lo storico delle Deche, il quale

ebbe nel Nardi — un antico ammiratore e discepolo del Savonarola,

ritirato a Venezia — l’ultimo traduttore.

A poco a poco Livio è considerato come un gonfio e retorico panegirista

di una Repubblica immaginaria, scrittore pregevole per lo stile, ma di

poco merito per la sostanza.

V.

LA REAZIONE CONTRO LIVIO E CONTRO IL MACHIAVELLI.

Per queste ragioni una reazione non tardò a scoppiare contro il

Machiavelli e contro Livio: una reazione a cui fu maestro e guida

l’altro grande storico latino, Tacito, che da lui prese il nome di

«tacitismo» e che fu uno dei movimenti intellettuali più importanti del

secolo XVII[97].

Il Tacitismo fu l’infatuazione e la giustificazione classica della

monarchia, che si veniva consolidando e rafforzando in Europa, a

partire dal secolo XVI. A mano a mano che il medio evo tramonta, ogni

pensiero, ogni teoria, ogni azione politica doveva essere legittimata

dal consenso di uno scrittore classico. La monarchia non sfuggì a

questo destino; volle avere anch’essa il suo maestro, tra i grandi

della antichità, e scelse Tacito. Un’apparente somiglianza dei tempi

fu la ragione di questa scelta. Non aveva Tacito raccontato i primi

travagli della monarchia Romana alle prese con le tradizioni secolari

della repubblica aristocratica? Le monarchie, che nel secolo XVI

e XVII, lottavano contro i residui delle tradizioni teocratiche,

repubblicane e feudali del medio evo, credettero di ritrovarsi in

quella storia, sebbene molte somiglianze fossero più apparenti che

vere, e frequenti fossero le cose inconciliabili.

Nel 1542 Emilio Ferretti, dedicando un suo commento di Tacito ad un

uomo di Stato, perchè ci trovasse norme di governo, scriveva: «Poterit

Cornelii lectio nonnihil in isto concusso orbis motu, simillino eorum

temporum, quae ab illo describuntur, adjuvare consilia tua».

E il Mureto — un altro grande umanista del Cinquecento — osserva:

«Primum igitur considerandum est, republicas hodie perquam paucas esse,

nullam esse promemodum gentem, quae non ab unius nutu atque arbitrio

pendeat, uni pareat, ab uno regatur».

Anzi, il Mureto ammira tanto la politica di Tacito che non sente più

neppure la differenza di molti umanisti per lo stile tacitiano, ed

afferma che anche Tacito scrive bene.

Nella seconda metà del ’500 e prima del ’600 le traduzioni ed i

commenti di Tacito si moltiplicano, e vengon raccolte, con cura

religiosa, le massime sparse nei suoi libri. Si scrivono ad uso dei

prìncipi dei «Taciti, con riflessioni politiche e storiche» cioè

paralleli coi tempi moderni, consigli politici, vagabondaggi storici.

Non solo in Italia, ma in Francia, in Germania, in Olanda, i Tacitisti

dilagano, si dividono in tendenze contrarie, distinguono, reagiscono

magari, ma Tacito è sempre in bocca a tutti, e molti affermano che è il

solo autore grande della antichità.

Così, per esempio, il marchese Virgilio Malvezzi dice che Tacito

può essere molto utile in un’epoca di governi principeschi, come si

studiava Tito Livio, quando c’erano le repubbliche. E Raffaele Dalla

Torre, nel primo capitolo dell’Astrolabio di Stato, polemizza in un

dialogo contro Famiano Strada, il quale affermava col suo traduttore,

C. Papini, che Tacito attacca le frange al racconto, e si basa sul

verosimile ma non sul vero, ha uno stile duro, rotto, troppo pieno di

sentenze e di massime. Scipione Ammirato scrive i famosi «Discorsi

sopra Tacito» che corrono il mondo, citati ovunque come un testo

fondamentale. In Francia anche il Bodin scende in campo per difendere

lo stile di Tacito. «Quis enim non videt dictio Taciti quam sit

elegans, quam tersa et limata?». Giusto Lipsio scrive in vece che

Tacito potrebbe gareggiare con tutti gli scrittori dell’antichità, se

il suo latino fosse puro come quello di Livio e di Sallustio; ma poi

si converte. E se in mezzo alla folla innumerevole degli entusiasti,

tra cui non bisogna dimenticare Amelot de la Houssaye, c’è il piccolo

gruppo di dissidenti, come il Boccalini, con che ardore sorgono a

difendere lo scrittore antico i suoi molto più numerosi ammiratori!

Teodoro Ryck definisce «sogni e chimere politiche» i giudizi su Tacito

del collega italiano. Il Rapin raccomanda a chi vuole fare lo storico

«qu’il ne suppose point de faussetés pour justifier ses conjectures,

et pour faire quadrer les choses au tour qu’il leur donne, comme Tacite

qui jette du poison partout ou comme Paterculus qui repande des fleurs

sur tout».

VI.

IL TACITISMO E LA RAGION DI STATO.

Ma quale è la ragione profonda di questa ammirazione di Tacito, che

è più forte anche dei pregiudizi letterari e stilistici a lui spesso

avversi? Essa deve cercarsi in una specie di falsificazione di Tacito,

per cui l’opera sua ha servito a dare la conferma e giustificazione

classica della dottrina politica della Ragion di Stato, creata dalla

monarchia e dalla Chiesa per attenuare la dottrina machiavellica

dello Stato-Dio. Secondo questa teoria lo Stato non è una _istituzione

assolutamente umana e razionale_, come volevano gli ammaestramenti del

Machiavelli, ma è _anche_ una istituzione umana, ha cioè dei fondamenti

— non tutti — negli interessi e nei vizi degli uomini, e pure dovendo

l’ossequio alla superiore autorità della religione, in certi casi

precisi e delimitati che si fissano sull’autorità degli antichi

scrittori e specialmente di Tacito, ha diritto di violare la legge

morale per il bene pubblico. Questa è la Ragione di Stato.

Tale dottrina cerca, attenuandolo, di conciliare il Machiavelli e

tutti gli interessi, le ambizioni e le passioni che spingevano l’Europa

verso lo stato razionale ed umano, con le istituzioni e le tradizioni

del Medio Evo, che lo volevano strumento d’un ideale religioso.

Essendo un’attenuazione del Machiavelli, deriva da lui e gli somiglia,

nel tempo stesso che gli è avversa. Accade spesso di trovare nei

tacitisti delle frasi che sono puro Machiavelli. Questa, per esempio,

del Lipsio[98]: «Si urbe aut provincia statui meo per opportuna,

quam nisi occupo alius faciet cum aeterno meu metu aut damno: non

praeveniam? Illi volunt, quibus haec talia semper licita et proba, si

cum successu». Gli uomini sono cattivi e pazzi, diceva il Machiavelli.

Per governarli non basta essere leone, bisogna anche essere volpe. E

il Lipsio «interquos enim vivimus? nempe argutos, malos: et qui _ex

fraude, fallaciis, mendaciis constare toti videntur_ (Cic. pro Rosc.

Com.). Ipsi Principes, cum quibus nobis res, plerique in hac classe: et

quidquid leonem praeferant; «Astutam vapido servant sub pectore vulpem»

(Persius Sat.)... «_Per frauden et dolum regna evertuntur_ notat

philosophus (Arist. V. Pol): Tu servari per eadem nefas esse vis? Nec

posse Principem interdum.

«Cum vulpe iunctum pariter vulpinarier»?[99].

E un po’ più in là nel capitolo «Quo modo et quatemus Fraudes

admittendae» dà una definizione della ragion di Stato che parrebbe

estratta dal Principe. «Fraus universe mihi est, argutum consilium a

virtute aut legibus devium, regis regnique bono»[100].

La Palingenesi di Roma · 第 4 / 7 段