Questa critica demolisce ad uno ad uno, con una dialettica implacabile,

tutti i miti e i racconti leggendarî, adoprati dagli storici per

esaltare nei romani l’ammirazione delle virtù civiche. Un esempio

curioso è quello di Lucrezia, la quale, per essersi uccisa dopo il

forzato adulterio, volendo provare a tutti che non vi aveva partecipato

segretamente, simboleggia, agli occhi dei romani, la donna esemplare,

per la quale l’onore vale più della vita. S. Agostino invece non

riconosce il sacrificio di Lucrezia e ragiona a lungo, per dimostrare

che Lucrezia ha avuto torto in ogni maniera. Egli dice: se Lucrezia è

stata sempre pura di intenzioni ed ha veramente subita la violenza di

Sestio, perchè allora la celebre Lucrezia ha ucciso questa casta ed

innocente Lucrezia, e l’ha castigata ingiustamente della cattiveria

altrui? E come mai Sestio, che ha subito soltanto l’esilio, è stato

punito meno della sua vittima? Dove è allora la giustizia, se la

castità è punita più che il vizio? Ma se Lucrezia ha invece partecipato

segretamente all’adulterio e si è voluta punire della sua colpa, perchè

gli storici romani la glorificano come la più virtuosa delle donne?

Di qui non si scappa: se non è un’omicida, è un’adultera; se non è

un’adultera, è un’omicida; nè si può sciogliere questo dilemma: se è

un’adultera perchè lodarla? Se è casta perchè quella morte?[39]. Ora

S. Agostino trova la probabile ragione del suicidio di Lucrezia, ma

la biasima, invece di ammirarla come gli antichi. «Ha avuto vergogna

della violenza altrui commessa su di lei, anche se contro la sua

volontà; e romana troppo avida di gloria, ha temuto che continuando

ella a vivere si sospettasse la sua complicità nella violenza che essa

aveva in vita subita. Ella volle infliggersi la morte, per testimoniare

delle sue buone intenzioni agli occhi degli uomini, che non potevano

leggere nella sua coscienza... Non fecero così le donne cristiane,

le quali vivono, pure avendo sofferto simile violenza. Ma non hanno

vendicato su di loro i delitti altrui, e non hanno aggiunto l’omicidio

all’adulterio, e non si sono uccise, arrossendo di sè stesse, perchè i

nemici, desiderandole, le hanno stuprate. Ma per le donne cristiane la

gloria della castità è la testimonianza della loro coscienza dinnanzi a

sè e dinnanzi a Dio; e non domandano di più. Infatti anche se agiscono

rettamente non ottengono di più perchè non possono allontanarsi dalla

autorità della legge divina, malamente evitando l’offesa dell’umano

sospetto»[40].

Ma S. Agostino appare più radicalmente sovvertitore, quando dà col

piccone proprio sulla pietra angolare di tutta la creazione pagana

della storia: la ragione della grandezza di Roma. Perchè Roma aveva

potuto fondare quel vastissimo e fortissimo impero? Rispondeva la

coscienza pagana: perchè così avevano voluto gli Dei, che avevano

protetto i Romani, in considerazione delle loro virtù religiose e

civiche. La storia di Livio è così viva, perchè è tutta animata da

questa persuasione. Ma S. Agostino entra nell’Olimpo, dove avrebbero

dovuto risiedere gli autori soprannaturali della grandezza di Roma, e

ne fa una strage. Egli incomincia a domandare: quali sono gli Dei che

hanno prodotto la grandezza di Roma?

Certo, risponde, i Romani non oseranno attribuire anche la più piccola

particella di un’opera così gloriosa e così grande «alla Dea Cloacina

o alla Dea Volupia, che così è chiamata dalla voluttà, o a Lubentina

dalla libidine, o a Vaticano, che presiede ai vagiti dei bambini; o a

Cunina che veglia sulle loro cune»[41].

E qui si domanda perchè i Romani abbiano inventato un tale numero di

Dei, ciascuno con le sue funzioni particolari e con la proibizione di

invadere il campo degli altri. «Non è bastato — egli osserva — affidare

a un solo Dio la cura delle campagne, ma si son dati la pianura ed

i campi alla Dea Rusina, i gioghi dei monti al Dio Jugatino, i colli

alla Dea Collatina e le valli a Vallonia. E non hanno neanche trovato

una Dea abbastanza vigilante per poter affidare a lei sola le difese

delle messi. Ma alla semenza del grano, quando è ancora sotto terra,

hanno preposto la Dea Seja, ed al grano quando spiga la Dea Segezia, ed

al grano raccolto e riparato, perchè lo difendesse, la Dea Tutilina.

Perchè non parve loro che Segezia bastasse, dagli erbosi inizi alle

aride reste?»[42].

Nota poi come la stessa pianta di grano è affidata alle cure di

Proserpina, del Dio Nodato, della Dea Volutina, delle Dee Patelana,

Ostilina, Flora, del Dio Lacturno, della Dea Matuta e della Dea

Runcina, quando, finalmente, è tagliata. Ora, dice S. Agostino, a chi

si deve attribuire la grandezza dell’impero romano, se Roma è stata

difesa e sostenuta da una quantità di piccoli Dei talmente attaccati a

un ufficio particolare, che sarebbe stato molto imprudente affidar loro

un compito di ordine generale?

Allora — egli nota, passando agli Dei maggiori — supponiamo che il

merito dell’impero risalga a Giove. «Jovis omnia plena» dicono i

latini; ma come mai allora è assegnata l’aria inferiore a Giunone

e l’etere a Giove? Tutto non è dunque pieno di Giove? Oppure essi

riempiono l’aria e l’etere, e stanno insieme in ciascuno dei due

elementi? Ma allora perchè dare l’aria a Giunone e l’etere a Giove?

E dopo aver dimostrato negli altri grandi Dei tutti i garbugli, che

nascono da queste prime definizioni contradittorie, egli si chiede:

«Ma se invece, come dicono i filosofi, non ci fosse che un Dio solo, il

quale si impersona nei diversi Dei secondo le necessità ed i momenti?

O allora non sarebbe stato più semplice e prudente adorare un solo Dio?

Che parte di lui si disprezzerebbe, venerando Giove stesso?»

E se si teme che si possano adirare quelle parti del Dio che non sono

venerate, o sono dimenticate, non è più vero che egli sia l’anima del

mondo, lo spirito di tutti gli Dei, la vita universale, ma ogni parte

di lui ha la sua vita propria, indipendente dalle altre; perchè se no

sarebbe assurdo che una parte del Dio fosse offesa, quando, adorando il

Dio che le comprende tutte, ogni parte è anche adorata.

Perchè invece, venerando e deificando, per esempio, alcune delle

stelle, non si teme che tutte le infinite stelle non adorate si

vendichino di questa oltraggiosa dimenticanza? In tutto l’universo gli

Dei non venerati ed offesi sono innumerabili, e quindi più numerosi

degli Dei venerati.

«E prima di tutto mi domando, continua S. Agostino, perchè anche

l’Impero non è posto tra gli Dei? E perchè no, se la vittoria è una

Dea? E che bisogno c’è più di Giove, se la Vittoria favorisce e vola

sempre a quelli che vuole far vincere? Con questa Dea propizia, anche

se Giove sta con le mani in mano, o ha da fare altrove, quanti popoli

non si possono conquistare?»[43].

E così, sempre impostando la vita e la morale romana su quella degli

Dei, egli prova che tutti gli Dei sono dei burattini, o dei mascalzoni,

o dei pazzi, o degli imbecilli. Ma ciò che più urta la sua coscienza di

cristiano è l’impassibilità con cui gli Dei contemplano la corruzione

dei romani, senza cercare di migliorarli.

«Perchè la repubblica non perisse, i suoi Dei custodi avrebbero dovuto

dare dei precetti, specialmente sulla vita e sui costumi, a quel popolo

che li venerava, e da cui erano venerati con tanti templi, sacerdoti,

sacrifici, con tante diverse funzioni sacre, con tante solennità

festive e celebrazioni di giorni. Mentre invece i demoni pensavano

solo al loro interesse, non curando come i Romani vivessero, cercando

anzi che vivessero malamente, purchè, sottomessi dal timore, li

onorassero[44].

«E dove era tuttavia quella turba di numi, quando, molto prima che gli

antichi costumi si corrompessero, Roma fu presa e bruciata dai Galli?

Forse i numi presenti dormivano? Allora tutta l’Urbe fu occupata dal

nemico, e rimaneva solo il colle capitolino; ed anche quello sarebbe

stato preso, se le oche, mentre gli Dei dormivano, non avessero

vigilato...»[45].

Ma gli Dei, oltre ad essere dormiglioni e vili sono anche cattivi,

perchè cercano di aizzare invece che di raffrenare le passioni degli

uomini. «Quei numi che hanno aiutato Mario, uomo nuovo e non nobile,

responsabile delle più sanguinose guerre civili, a diventare console

sette volte e a morire vecchio, durante il settimo consolato, in modo

che non cadesse nelle mani di Silla, futuro vincitore, perchè non lo

hanno aiutato a non commettere tanta mole di delitti?»[46].

«E quando Silla, i cui tempi furono così crudeli che si rimpiangevano

quelli di cui volle essere il vendicatore, mosse il campo verso

l’urbe contro Mario, le viscere delle vittime furono tanto favorevoli,

secondo Livio, che Postumio aruspice si dichiarò pronto a subire la

pena capitale, se Silla coll’aiuto degli Dei non avesse compiuto tutto

quanto aveva in animo. Dunque gli Dei non avevano abbandonati i templi

e le are, poichè predicevano gli eventi delle cose, senza darsi la pena

di render Silla migliore!»[47].

«Ma se mi rispondono che gli Dei non li aiutarono, faccio notare esser

molto grave che essi confessino poter gli uomini godere, anche senza

gli Dei favorevoli, di quella felicità temporale preferita fra tutte;

e che gli uomini possano anche, come Mario, fruire della salute, della

forza, della potenza, degli onori, della dignità e della longevità

tutte insieme, contro il volere degli Dei; e che possano, come Regolo,

morire poveri e schiavi, tormentati dalle veglie e dalle torture con

la protezione degli Dei. E se i Romani ammettono questo, sono anche

costretti a confessare che gli Dei non servono a niente e che è inutile

venerarli»[48].

Così, a poco a poco, dopo avere numerato tutti i vizi e le ridicolezze

dei numi, come un buon avvocato che vuole screditare i testimoni

della parte avversa, S. Agostino conclude affermando che gli Dei

sono inutili, e che non hanno partecipato all’ingrandimento e alla

fondazione dell’Impero. La discussione è chiusa con un dilemma

insolvibile, a proposito della grandezza e della decadenza degli

imperi.

«Insomma, o gli Dei sono infedeli, abbandonano i loro amici e passano

al nemico — ciò che non fece Camillo, il quale era solo un uomo,

quando, essendo stato pagato da Roma con ingratitudine per avere

espugnate le città ostili più pericolose, memore della patria,

dimenticò l’ingiuria e salvò Roma una seconda volta. O questi Dei

non sono così potenti come dovrebbero essere, poichè possono esser

vinti dall’ingegno o dalla forza degli uomini. O gli Dei non sono

vinti dagli uomini, ma battagliando fra loro sono vinti da altri Dei,

che proteggono altre città: hanno dunque anche loro delle inimicizie

reciproche, o le sollevano ciascuno per il proprio partito»[49].

VI.

LA FORTUNA DI ROMA E CRISTO.

Ma allora da che cosa è nata, se non è nata dalla protezione degli Dei,

la grandezza romana? Dal caso, dalla fatalità, o dal destino? No[50].

Siamo così arrivati, con tutte le preparazioni necessarie, sulle soglie

della conclusione cristiana. S. Agostino ci rivela subito il fine di

quel tormentoso sillogizzare:

«Vediamo ora per quali virtù dei Romani, e per quale scopo si degnò di

aiutare l’impero ad ingrandirsi il vero Dio, nella cui potestà sono

anche i regni della terra. Appunto per potere discutere _absolutius_

della questione, abbiamo dimostrato nel libro precedente come, per

questo ingrandimento, non abbiano contato nulla quegli Dei venerati con

cerimonie così ridicole, e, al principio di questo libro, come fosse

da eliminarsi la versione del fato, perchè qualcuno, stufo del culto

degli Dei, non attribuisse la grandezza e la difesa dell’Impero romano

a non so quale fato piuttosto che alle potentissime volontà del Sommo

Dio.»[51].

L’Impero romano è stato fondato ed ingrandito da Dio, perchè unificando

il mondo sotto uguali leggi ed in un’unica lingua, preparasse la venuta

di Cristo e rendesse possibile l’espansione della nuova religione.

«La città di Roma fu fondata come un’altra Babilonia e come la figlia

della prima, per mezzo della quale piacque a Dio domare l’universo e

pacificarlo in lungo ed in largo con la comunanza del governo e delle

leggi. Poichè c’erano allora dei popoli forti ed agguerriti che non

cedevano facilmente e che non si potevano vincere se non con gravi

pericoli, grandi devastazioni reciproche e orribile travaglio»[52].

Questa è la dottrina cristiana dell’impero e della sua storia. Senonchè

è facile intendere che questa dottrina spogliava Roma di tutta la

gloria, di cui l’antica storiografia l’aveva illuminata. Roma non ha

virtù, ma vizi, non enumera glorie, ma orrori: ha vinto nonostante

questi orrori e questi vizi, per volere di Dio, per combattere vizi ed

orrori più grandi. Essa è insomma il minor male dei tempi che furono

prima della redenzione; e il cristianesimo le deve, non ammirazione,

ma intelligente compatimento. Così S. Agostino considerò quelle virtù

civiche, per glorificar le quali Livio aveva scritto il suo immenso

poema, come vizi: primo di tutti l’amor della gloria, il pilone

centrale della grandezza romana. «E questo impero potentissimo, col

quale voleva castigare i gravi peccati di molti popoli, Dio lo affidò

a questi uomini, i quali, per amore di onori e di lode, misero nella

gloria della patria la propria gloria e non esitarono ad anteporre

la salvezza della patria alla loro salvezza, vincendo il desiderio di

denaro e molti altri vizi con un solo vizio: l’amor della gloria»[53].

«Poichè chi è saggio capisce subito che l’amor della gloria è un

vizio». Vizio tanto maggiore perchè i Romani «non solo non gli

resistevano, ma cercavano anzi di eccitarlo, pensando che sarebbe

stato utile alla repubblica»[54]. Infatti «senza dubbio è meglio

resistere a questa passione che cedere»[55]. Invece «quella gloria, per

amore della quale ardevano, non è altro che la buona opinione degli

uomini sopra un uomo. È dunque migliore la virtù che non si contenta

della testimonianza degli uomini, ma esige quella della coscienza.

Dice infatti l’apostolo: «Nam gloria nostra haec est, testimonium

conscientiae nostrae»[56].

Perciò il sentimento vero che S. Agostino prova per i Romani delle

grandi epoche, tanto ammirate da Sallustio, da Livio e da Tacito,

è una specie di compassione, come per i disgraziati condannati a

compiere un’opera necessaria ma orrenda, quasi si direbbe per i

carnefici della storia. «Essi amarono la gloria ardentissimamente, per

la gloria vollero vivere, e per la gloria non esitarono a morire...

Stimando vergognoso che la propria patria fosse schiava, e glorioso che

dominasse e comandasse, con ogni sforzo vollero prima farla libera e

poi sovrana». «E così era fra le aspirazioni degli uomini illustri per

coraggio, che Bellona, agitando la sua frusta sanguinante, eccitasse

i miseri popoli alla guerra, perchè vi potesse risplendere il loro

valore... E prima per il desiderio di libertà, poi per quello di

dominio e di gloria compirono grandi imprese»[57].

Nè è più benigno per l’altra passione figlia dell’amore della gloria:

l’ambizione di dominare, regina delle virtù romane, quella che creò

e difese l’impero. S. Agostino, infatti, condanna questa qualità

del popolo romano, accusandolo di essere dominato dalla libidine di

dominare, («ipsa ei dominandi libido dominatur»). E non cessa mai in

tutta l’opera, ogni volta che l’occasione gli si offre, di scapitozzare

questa colonna della civiltà romana, sentendo bene che l’ambizione,

essendo fra tutte le virtù antiche, la più civile e la meno personale,

contradiceva più aspramente che ogni altra tutta la morale cristiana.

«Chi potrebbe dire, egli scrive, quante calamità ha suscitato pel

genere umano questa passione di dominio? Vinta da questa passione, Roma

godeva di aver soggiogata Alba, ed accettava sotto il nome di gloria

la lode del suo misfatto. Perchè, è detto nella Sacra Scrittura, il

peccatore è lodato per i suoi cattivi desideri, ed è benedetto chi

commette l’iniquità. Ma togliamo quel belletto fallace, e questi falsi

colori, per esaminare sinceramente le cose come stanno. Non mi vengano

a dire: il tale è grande perchè ha combattuto con questo e quest’altro

ed ha vinto. Combatte il gladiatore, e la sua crudeltà ha un salario

di lode. Ma per me è meglio essere disprezzato come un vigliacco, che

acquistar la gloria di simile coraggio»[58].

Roma, certo, non avrebbe avuto bisogno di guerreggiare così lungamente,

se tutti gli uomini fossero stati d’accordo con S. Agostino, quando

osservava, che per il mondo era meglio assoggettarsi senza guerre

all’impero Romano: «tanto, dice, per la nostra vita mortale,

così breve, che importa all’uomo morituro vivere sotto questo o

quell’impero, se non è obbligato da quelli che comandano ad azioni

empie od inique?»[59]. Ma ha quasi l’aria di dire che i romani hanno

rifiutato questo semplice e profittevole mezzo di conquista — la buona

volontà dei conquistati — «perchè sarebbe mancato loro la gloria del

trionfo!».

È facile intendere come con questa dottrina della vita, tutta la

storiografia antica, anche quella di Sallustio e di Livio, non avesse

più nessun senso o interesse. Che importavano tutte quelle guerre,

quelle vittorie, quelle lotte civili, se Dio non c’entrava per nulla,

poichè badava solo al risultato, e cioè all’unità dell’impero, come

quella che doveva essere la gigantesca culla del redentore? A che

serviva ormai la dottrina della corruzione, se le virtù civiche,

che Sallustio e Livio opponevano alla corruzione, erano anche esse

corruzione e male? E neppure la storia di Tacito, con quella sua

sollecitudine della morale personale, poteva attrarre il pensiero

cristiano. Dinnanzi a S. Agostino, il quale trova giusto che i buoni

ed i cattivi godano e soffrano ugualmente, perchè secondo la dottrina

cristiana saranno puniti e premiati con equità nella vita oltre

mondana, come grossolana doveva sembrare la giustizia di Tacito, il

quale aveva scritto per punire col suo stilo di storico i cattivi

ingiustamente felici sulla terra, senza neppure sospettare, che secondo

la dottrina cristiana i buoni e i cattivi reagiscono diversamente alle

disgrazie e alle fortune. Infatti come «sotto lo stesso fuoco l’oro

scintilla e la paglia fumiga... e l’olio e la morchia non si mescolano,

quando sono espulse dallo stesso peso del frantoio, così una uguale

disgrazia, se piomba sui buoni li prova, li purifica e li fa splendere,

sui cattivi li tormenta, li rovina e li stermina!»[60].

Tutti i sentimenti, tutte le istituzioni, tutte le credenze romane sono

a poco a poco trasformate ed alterate. La saggezza diventa follia, il

bene diventa il male, quello che era citato ad esempio è ricordato come

un obbrobrio oltrepassato per la felicità degli uomini.

Così la morte, che era stata stimata il peggiore dei mali, fuori che

quando era affrontata per la difesa della patria, diventa una mèta, il

momento desiderabile per l’acquisto della beatitudine perfetta[61].

Viceversa il suicidio, considerato sempre un atto di coraggio, si

giudica ora una viltà ed una follia[62], oltrechè un peccato mortale.

La sepoltura, cerimonia consacrata religiosamente, come la più

importante e la più sacra di tutte le funzioni, perchè era legata alla

vita ultramondana del morto, ora non è più che una dimostrazione di

amore, rispetto al defunto, ed un dovere igienico rispetto ai rimasti.

L’Anima, tanto, è superiore ed indifferente al destino del suo corpo e

al lusso della sua tomba[63].

La storiografia antica è stata vittima di questo immenso rivolgimento

dello spirito del mondo. A poco a poco, a mano a mano che i secoli

passavano, l’indifferenza, l’incomprensione e l’ignoranza stesero

un immenso mantellone di feltro sul passato e la storia ritornò allo

stadio primitivo di molti secoli innanzi. A Carlo Magno, che si faceva

leggere e rileggere il _De Civitate Dei_, le opere di Sallustio, di

Tito Livio e di Tacito non potevano insegnare più nulla, dovevano anzi

riuscire quasi incomprensibili. Importava tutt’al più il ricordo dei

nudi fatti della storia di Roma, come l’aveva conservato nei primi

secoli la annalistica. Le grandi opere di storia sono distrutte; anche

dei grandissimi — di Sallustio, di Livio, di Tacito — solo pochi

brandelli si salvano; si moltiplicano invece le piccole epitomi. E

così quella grande luce intellettuale dell’antichità si ridusse a

una piccola fiammella morente, finchè un rivolgimento del pensiero

umano non la fece divampare di nuovo. È quella che si può chiamare la

risurrezione della storiografia antica.

LA RINASCITA

I.

LA STORIA E L’ANTICHITÀ NELLA MENTE DEL MACHIAVELLI.

Niccolò Machiavelli, dopo il ritorno dei Medici a Firenze, nel 1513,

si era ritirato in villa senza impiego politico, e si consolava della

sua triste vita, partita fra l’osteria e i lavori dei campi, studiando

Tito Livio. Ma ogni tanto faceva una scappata a Firenze, dove trovava

un cenacolo di fedeli ammiratori del Savonarola, amici suoi sin dal

tempo della repubblica, che si radunavano negli Orti Oricellari, e con

essi leggeva commovendosi a quella rievocazione di glorie repubblicane,

le storie di Tito Livio. In questo gruppo il Machiavelli cominciò a

commentare in modo nuovo le decadi ed entrò «in quella via» che non era

«stata per ancora da alcuno pesta».

Perchè, si domanda il Machiavelli, gli uomini ricorrono agli antichi

per tutte le arti e per tutte le scienze, e non li studiano quando

si tratta di politica? Perchè non si ristudiano con intelligenza le

storie? In verità, essi non sanno «trarne, leggendole, quel senso, nè

gustare di loro quel sapore che le hanno in sè»[64].

Siccome gli uomini «nacquero, vissero e morirono sempre con un

medesimo ordine»[65] «gli è facil cosa a chi esamina con diligenza

le cose passate, prevedere in ogni repubblica le future, e farvi quei

rimedi che dagli antichi sono stati usati»[66]. Perciò «ho giudicato

necessario scrivere sopra tutti quelli libri di Tito Livio, che dalla

malignità dei tempi non ci sono stati interrotti, quello che io,

secondo le antiche e moderne cose, giudicherò essere necessario per

maggiore intelligenza di essi»[67].

L’antichità in generale, ed in essa sopratutto Tito Livio, sono adunque

assunti a maestri della politica contemporanea, mentre la politica

contemporanea è adoperata per illuminare nei suoi punti oscuri la

storia dell’antichità. Il metodo era doppio ed era nuovo; e diede

risultati singolari, che dobbiamo studiare, perchè con il Machiavelli

la storia antica rinasce dal suo sepolcro e ridiventa una viva forza

spirituale della civiltà moderna.

Gli amici degli Orti Oricellari che primi lo conobbero, sembrano aver

più ammirato che non capito questo metodo, poichè i commenti liviani

del Machiavelli esaltavano in loro soltanto il fervore repubblicano,

e, come se fossero stati scritti e detti solo per insegnar l’arte

di fondare, ordinare e reggere una repubblica nei tempi moderni,

riempivano quegli spiriti ardimentosi, ma angusti, di invidia e

nostalgia per la fortunata sorella di Roma; li accendevano forse

anche incitandoli a restaurare uno stato repubblicano nella Firenze

medicea (così forse due uditori degli Oricellari, Zanobi Buondelmonti

e Cosimo Rucellai, gettandosi in una disgraziata congiura contro i

Medici, pensarono di avere tradotto in pratica gli insegnamenti di

Niccolò Machiavelli). Ma a torto, perchè il metodo del maestro non

era monopolio della politica repubblicana. L’antichità era vasta,

gli storici numerosi, le Deche stesse oceaniche e multiformi. Nel

mondo classico era lecito studiare con uguale profitto le istituzioni

tiranniche e le istituzioni monarchiche. E il Machiavelli voleva

studiare repubbliche e monarchie, tanto che ritornando da Firenze,

dove aveva commentato Livio negli Orti Oricellari, alla sua campagna,

a quell’Albergaccio di cui parla nelle sue lettere, scriveva il

_Principe_, ossia un trattato sull’arte di fondare e reggere una

monarchia, attingendo anche per questo agli esempi dell’antichità.

«Deve il Principe leggere le istorie ed in quelle considerare le

azioni degli uomini eccellenti, vedere come si sono governati nelle

guerre»[68].

Non tutti gli storici e non sempre i posteri hanno capito la vera

natura di questo eclettismo politico del Machiavelli. Si ripete spesso

che nei _Discorsi_ il Machiavelli condensò la sua dottrina sul governo

delle republiche, e nel _Principe_ quella sul governo dei principati

tirannici, esaltandoli ambedue come i regimi ideali. E poichè le

due opere furono scritte press’a poco nel tempo stesso, questa

contemporaneità gli è stata imputata come atto di mala fede, quasi che

scrivendo il _Principe_, egli avesse rinnegato o tradito i _Discorsi_,

e viceversa. Ma, innanzi tutto, l’opposizione delle due opere è

arbitraria, perchè non è lecito assegnare la teoria della repubblica ai

_Discorsi_ e quella della tirannia al _Principe_, con quel taglio netto

che è d’uso: tra _Il Principe_ e i _Discorsi_ c’è tanta continuità

e coerenza di pensiero, che son quasi un’opera sola. E tu non senti

nessun distacco passando dal primo al secondo.

La Palingenesi di Roma · 第 3 / 7 段