come uno dei loro tanti doveri civili. Poi, con Sallustio e Livio,
il fine artistico si mescola a quello morale e politico; ma siccome
nella vita dell’uomo si considerava solo la parte sociale e pubblica,
trascurando la privata e vera del tutto, anche la psicologia e la
morale si occupano di lui in quanto è cittadino romano, e perciò sono
generiche e un po’ esteriori. Ma poi a poco a poco l’uomo prevale
anche nella storiografia romana sul cittadino, ed ai tempi di Tacito
si osservano già due correnti. Una, quella impersonata da Tacito,
il quale, pur conservando la nobiltà di intendimenti, e la dignità
stilistica degli antichi, ha già una tesi particolare da dimostrare,
una verità da gridare; e per arrivare ai suoi fini, abbandonando la
tradizione della psicologia e della morale _civile_, basa la sua storia
sulla psicologia e la morale _personale_; — e ridando all’uomo come
uomo una grande importanza ne toglie molto all’uomo come cittadino.
L’altra è quella di cui egli stesso si lagna, che si può considerare
come l’estrema esagerazione della storia personale: la storia
aneddotica, scritta specialmente per divertire, e questa fa capo a
Svetonio.
Svetonio era un uomo di mondo che leggeva molto, osservava molto,
conosceva tutte le persone intelligenti della capitale, e che, essendo
stato segretario di Adriano — l’imperatore intellettuale ed esteta —
ebbe la fortuna di poter leggere dei documenti ignoti a tutti e seppe
sfruttarli con intelligenza. La sua vita dei Cesari è l’opera più
famosa giunta a noi di questo genere nuovo. Svetonio non dispone gli
avvenimenti nell’ordine cronologico, secondo i canoni prestabiliti;
non conosce retorica, non si abbandona a concezioni politiche e
considerazioni generali, nè pretende mai di far lezione. Invece,
nella sua storia abbondano gli aneddoti, raccontati con semplicità,
senza preoccupazioni di fare effetto o di disegnare grandi quadri; i
documenti originali, specialmente le lettere, quando possono illuminare
un personaggio; le facezie e le spiritosaggini che la leggenda gli
mette in bocca e quelle inventate su di lui. Sono enumerati i monumenti
che il personaggio ha costruiti o riparati, i giochi che ha dati al
popolo; e non sono dimenticati mai nè i segni che annunziarono la sua
morte nè i connotati fisici. C’è sempre un ritratto dell’imperatore
dove dall’altezza della statua al colore degli occhi non è saltato un
particolare. Svetonio ci confida senza scrupoli che Cesare rialzava
i capelli sulla testa per nascondere la sua calvizia; che Claudio
sbavava e dondolava il capo parlando; che Domiziano, bello da giovane,
era in vecchiaia afflitto da un ventre enorme, con due gambe magre
e tremanti. La morale civica non ha più importanza rispetto a quella
privata. Anzi lo stesso scopo morale si perde, per lasciar posto alla
curiosità, all’interesse, alla novità; cosicchè Tacito è l’ultimo
grande storico classico e il primo della nuova corrente anticlassica:
altro segno a cui si riconosce l’epoca di transizione. Dopo Svetonio
tutti gli infiniti storici che fiorirono hanno seguito più o meno il
metodo svetoniano. La corruzione era penetrata nelle midolla della
storiografia, e la malattia non tardò a venire.
Eppure, se pensiamo alle centinaia di storici dei quali ci è stato
tramandato il nome, alla scarsezza di quelli che sono giunti a noi
anche con l’opera, e alle lacune dei testi conservati, rispetto al
numero di quelli iscritti, non possiamo non essere profondamente
meravigliati.
Perchè della storiografia, che è forse il genere letterario più
fecondo della latinità, ci sono rimasti così scarsi frammenti? Chi è
responsabile di questa immensa distruzione?
LA DISTRUZIONE
I.
L’IMPERO ROMANO E LA SUA STORIA.
Fra tutti questi frammenti, le Deche di Livio che formano ancora il
frammento più lungo, ci offrono, sui 140 scritti, appena 35 libri.
Il fatto è singolare, perchè l’impero Romano, più o meno forte e
rispettato, come principio di autorità, se non come governo attivo,
continuò con un filo ininterrotto di imperatori legalmente consacrati
ed eletti, ora soltanto in Oriente o in Occidente, ora in Oriente ed
in Occidente, sino al 1806. Di solito, quando un regime continua a
vivere anche solo di nome, non si spegne la curiosità di conoscerne
le origini e di studiarne la storia: la storia appunto che, anche nei
tempi barbari, è la più spontanea espressione di una società, perchè
tutti gli uomini desiderano di tramandare ai posteri le loro opere,
e di conoscere quelle degli antenati; che è anche la più resistente,
perchè è legata dall’interesse al regime costituito in modo che storia
e regime si sostengono a vicenda. Eppure quell’immenso magazzino di
documenti e di pensiero che era la letteratura storica latina, andò
distrutto: perchè? Perchè, se alcuni vollero ancora conoscere nella
statica determinatezza delle cose passate e giudicare certi avvenimenti
memorabili, quasi nessuno più si curò a cominciare dal quarto secolo
dell’era volgare di capire quale era stata l’anima di quei secoli e
di quelle storie, e questa a poco a poco si spense nell’indifferenza
universale?
La distruzione della storiografia antica è uno dei tanti effetti
della rivoluzione cristiana. Come avvenne, è quello che cercheremo di
chiarire.
II.
L’AURORA DELLA MORALE UMANA.
La morale romana fu sempre una morale civica. L’uomo non contava e non
valeva, se non in quanto partecipava alla vita pubblica; le sue virtù
personali eran tenute in conto, soltanto se servivano alla comunità.
Anche certi vizi, quando riuscivano utili alla repubblica, venivan
senz’altro lodati come virtù.
Il Cristianesimo, invece, sostituì alla morale civica la morale
personale, in modo che il cristiano rendeva direttamente conto delle
sue azioni a Dio, e, come cittadino del mondo, non si curava di chi
governasse il suo corpo, non preferiva questo a quel paese, uno
straniero a un compatriota. Un barbaro o uno schiavo, se buoni e
virtuosi cristiani, valevano ai suoi occhi assai più di un romano o di
un senatore, viziosi ed increduli. La giustizia e la reputazione degli
uomini lo lasciavano indifferente. Tutte le guerre spargevano il caro
sangue di uomini a lui uguali.
E allora, veniva fatto di concludere, perchè combattere, se bisogna
amare i nemici come sè stessi, e tendere la guancia sinistra a chi ci
percuote sulla destra?
Se tutte le virtù civiche fortificavano il regno terrestre, a che
servivano per le glorie di quello divino? Perchè ammirare il coraggio,
quando non serviva che ad uccidere e a farsi uccidere, come gladiatori,
per un padrone inutile? Perchè conquistare il mondo e imporgli le
proprie leggi, se soltanto contavano quelle di Dio, alle quali si
deve obbedire non per forza ma per amore? Perchè accumular denari
arricchendo nello stesso tempo lo Stato con la privata avarizia,
se tanto le vere ricchezze stanno nel proprio cuore o nei cieli; se
inutile è pensare al domani, poichè Dio provvederà ai nostri bisogni,
come dà cibo e vesti agli uccelli del cielo? Perchè migliorare la
propria condizione e render sicuro lo Stato, se nella sofferenza sta
la vera gioia, e nel patire l’ingiustizia altrui, si prova l’infinito
godimento di sentirsi migliore?
Esagererebbe chi attribuisse al Cristianesimo soltanto tutto questo
capovolgimento della antica morale. Già in seno al paganesimo le grandi
filosofie universalistiche, come lo stoicismo, avevano incominciato
ad opporre la morale umana alla morale civica. Seneca era arrivato
ad affermare «homo res sacra homini» immaginando una città universale
ove tutti potessero abitare — amici e nemici, padroni e servi, patrizi
e plebei — senza distinzione di nazionalità, di classe e di diritti
politici. Nella stessa storiografia noi abbiamo veduto a Livio, per
il quale il grande cittadino è l’uomo perfetto, succedere Tacito,
che pur essendo tenacemente tradizionalista, giudica gli imperatori
ed i grandi secondo un criterio di morale personale, ossia alla
stregua della loro virtù e dei loro vizi privati. Ma nella filosofia
e nelle storie pagane la nuova morale non si contrappone all’antica:
si sovrappone a lei come una conciliazione, un perfezionamento, un
addolcimento; il cristianesimo invece tronca ogni transazione, spinge
alle ultime conseguenze il principio che importa soltanto l’adempimento
dei doveri verso Dio, dinnanzi a cui tutti gli uomini sono uguali. Ma
così facendo, il cristianesimo compiva una rivoluzione immensa, per cui
la storia di Roma, oggetto fino allora di tanta venerazione, diventava
un’orribile e incomprensibile anarchia.
III.
S. AGOSTINO, LA REPUBBLICA E IL POPOLO ROMANO.
In nessuno scrittore questo rivolgimento, per ciò che si attiene alla
storia della Chiesa, appare così chiaro come in S. Agostino, il quale,
nel _De Civitate Dei_, paragonando appunto la città umana e quella
divina, il Paganesimo e il Cristianesimo, e riferendo, purificate dallo
stile ed approfondite dalla rigorosa dialettica, le opinioni di tutti
i cristiani, e forse anche di molti non cristiani, suoi contemporanei,
altera senza volerlo tutte le manifestazioni della civiltà antica
e riesce a renderle irriconoscibili, quando addirittura non le nega
appieno.
Si vedano, come esempio, i suoi commenti a Scipione, quando, nel
_De Republica_ di Cicerone, il grande generale parla appunto della
repubblica. Scipione — osserva S. Agostino — «definisce concisamente
la repubblica come _la cosa del popolo_. Se questa definizione è vera,
la repubblica romana non esistette mai, perchè non fu mai cosa del
popolo. Scipione, infatti, afferma che il popolo è una moltitudine di
persone unite da interessi comuni e da un diritto accettato da tutti.
Spiega poi nella discussione ciò che intende per diritto, accettato da
tutti, dimostrando come senza giustizia non possa esistere repubblica,
poichè dove non c’è giustizia vera non può esserci diritto... Perciò
dove non c’è la vera giustizia non può neanche esserci una società di
uomini, riuniti dal diritto, e neanche popolo, secondo la definizione
di Cicerone e di Scipione; e se non c’è popolo non c’è nemmeno la cosa
del popolo, ma la cosa di una folla qualunque che non è degna del nome
di popolo. Ora, se la repubblica è la cosa del popolo, dove non c’è
giustizia non c’è repubblica. Infatti la giustizia è la virtù che dà ad
ognuno il suo. E si può chiamare giustizia quella che toglie l’uomo al
vero Dio e lo affida ai demoni immondi? Questo è forse dare a ciascuno
il suo?[23]. Insomma, così conclude a proposito della Repubblica, come
è descritta in Sallustio, la repubblica romana non è stata mai che
un’apparenza: «Omnino nulla erat»[24]. E se non esiste la repubblica
non esiste neppure il popolo romano, quel glorioso popolo romano,
innalzato da Livio a protagonista della sua storia, deità mitologica
soprannaturale, superiore alla censura dei singoli cittadini, i quali
sparivano in lui. Secondo S. Agostino invece, uno Stato non è che una
somma di singoli uomini, pei quali il solo problema serio è la salute
dell’anima. «Cum moltitudo constet ex singulis.... Neque enim aliunde
beata civitas, aliunde homo: cum aliud civitas non sit, quam concors
hominum multitudo»[25].
Così Livio o Sallustio direbbero: sono morti molti soldati, è vero; ma
Roma è riuscita a soggiogare il mondo; e che importano questi sacrifici
umani, quando è stata compita un’opera senza pari? S. Agostino ribatte:
«Una città potente e vittoriosa ha dato ai vinti, non solo le sue
leggi, ma anche la sua lingua, per la pace dell’umanità... È vero; ma
quante guerre ha dovuto scatenare per questa pace; e quanta strage di
uomini ed effusione di sangue spargere sulla terra!»[26].
IV.
S. AGOSTINO E LA CORRUZIONE DEI COSTUMI.
Anche S. Agostino parla a lungo della corruzione dei costumi romani, e
in modo che ricorda il tono di Sallustio e di Tito Livio.
«In che tempo la passione di dominare si sarebbe spenta in quei cuori
superbi, se essa non fosse arrivata, di onore in onore, alla potenza
reale? Poichè non sarebbe stato possibile continuare a crescer di
onori, se non fosse prevalsa l’ambizione, e l’ambizione non poteva
prevalere che in un popolo corrotto dall’avidità e dal lusso. Poichè
l’avidità e il lusso di un popolo sono il frutto della prosperità; la
quale con molta prudenza Scipione Nasica stimava essere pericolosa,
quando non voleva distruggere la più grande, la più forte, la più ricca
città nemica di Roma»[27].
«_O mentes amentes!_ Non siete più stolti, ma ammattiti, siete,
voi che cercate i teatri, li affollate, li riempite, e fate mille
pazzie, mentre l’Oriente piange la vostra rovina, e le più grandi
città sono nel lutto e nell’afflizione per voi, sino alle estreme
lontananze del mondo!... Ebbero più forza sui vostri animi le seduzioni
degli empi demoni, che gli ammaestramenti dei saggi. Per questo non
volete imputare a voi stessi i mali che fate; e quelli che soffrite
li imputate ai cristiani. Poichè nei tempi sicuri non volete la
tranquillità dello Stato, ma l’impunità del piacere; e siete stati
depravati nella prosperità; nè avete saputo correggervi nella sfortuna.
Scipione voleva che foste atterriti dal nemico, perchè non foste vinti
dalla lussuria, e voi pure essendo abbattuti dal nemico non l’avete
repressa; avete perduto il frutto della calamità, e siete diventati i
più infelici, restando i più cattivi di tutti i mortali»[28].
Anche qui, come negli storici latini, si attribuisce la rovina
dell’impero alla corruzione dei costumi. E su questo punto S. Agostino
e gli storici sembrano d’accordo. Ma è facile, addentrandosi nel
pensiero dell’uno e degli altri, accorgersi che l’accordo è apparente.
La rovina dell’impero lascia S. Agostino indifferente; ciò che lo
inquieta è la corruzione dei sudditi; egli è sdegnato perchè la rovina
di Roma non ha corretto i romani, ed anche quest’ultimo ammaestramento
è rimasto inutile; ma ha l’aria di dire che, se la catastrofe generale
avesse migliorato i Romani, questa catastrofe sarebbe stata da lui
benedetta come una grazia del Signore. In certi passi, infatti, S.
Agostino sembra lodare piuttosto i tempi della decadenza che quelli
della gloria, perchè gli sembra che gli uomini siano divenuti un poco
migliori. Questo ad esempio: «Roma, fondata e accresciuta dalle fatiche
degli antenati, fu più sozza nella sua potenza che nella sua rovina,
poichè nella rovina caddero pietre e travi, ma nella corruzione dei
romani caddero i sostegni e le bellezze non dei muri ma dei costumi,
quando i loro cuori arsero di passioni più funeste delle fiamme che
bruciarono i tetti della città»[29].
Sallustio, invece si spaventa perchè «in Roma si cominciarono ad
onorare troppo le ricchezze, e poi la gloria e poi la potenza: e
allora cominciò a mancare ed a impigrire la virtù e si disprezzò come
vergognosa la povertà e l’innocenza. E così la gioventù romana cadde
per le ricchezze nel lusso e nell’avarizia; cominciò ad arraffare e
consumare e disprezzare le proprie cose e desiderare quelle altrui».
Ma lo storico teme, perchè tutti quei vizi enumerati sono dannosi
alla repubblica, perchè con l’ambizione e l’arrivismo i migliori
rimangono soffocati, con lo spreco si consuma il capitale romano, con
le ricchezze è importato l’ozio, con la lussuria la debolezza, con la
cupidigia lo sconvolgimento tumultuoso dell’ordine e della pace.
Con questa opposta concezione della vita e della storia, gli stessi
avvenimenti assumono un aspetto diverso e le stesse opere sembrano
eroiche e scellerate, buone e cattive, ispirate da Dio e dal demonio.
Ecco, ad esempio, come S. Agostino giudica il ratto delle Sabine.
«Per questa naturale tendenza alla giustizia e alla bontà, credo, si
rapirono le Sabine. Non è forse segno della massima giustizia e bontà
insidiare con la frode a teatro le figlie degli altri, per prenderle,
non col consenso dei genitori ma con la forza, e come a ciascuno
capita? Poichè se i Sabini fecero male a rifiutare le figlie domandate,
quanto peggio non fecero i Romani a rapirle? Sarebbe stato più giusto
portare la guerra a quel popolo quando rifiutò di dare le sue figlie in
matrimonio ai suoi vicini, piuttosto che quando venne a riconquistare
le donne rapite»[30]. «E vinsero i Romani per potere estorcere funesti
abbracci dalle figlie, con le mani ancora sanguinose della strage dei
padri. E le figlie non osarono piangere i padri uccisi, per timore di
offendere i mariti; e mentre quelli combattevano esse non sapevano per
chi invocare vittoria»[31].
Livio invece descrive in questo modo il Ratto delle Sabine.
«La Repubblica Romana era già così forte che poteva essere uguale in
guerra a qualunque delle città vicine; ma per la mancanza di donne,
quella grandezza avrebbe solo durato l’età d’un uomo, non essendoci
speranza di prole futura in patria, nè di matrimoni coi vicini»[32].
Perchè Roma potesse seguire la via gloriosa tracciata negli astri,
Romolo risolse, dopo il rifiuto, di violare per una volta la legge,
obbedendo quasi, come Loth, a un comando divino. E spiegò poi «che ciò
si era fatto per la superbia dei padri, che avevano negato i connubi
ai loro vicini; ma che quelle tuttavia sarebbero legittime spose nel
matrimonio e nella comunità di tutte le fortune di Roma e dei figli,
dei quali non vi è per gli uomini cosa più cara. Perciò calmassero
l’ira e concedessero gli animi a coloro ai quali la fortuna aveva dato
i corpi»[33].
E dopo aver vinto i Ceninensi, i Crustumini e gli Antennati che
volevano vendicare l’ingiuria, Romolo portò sopra una barella
le spoglie del duce nemico, le appese ad una quercia sacra sul
Campidoglio, e consacrò un tempio a Giove Feretrio con queste parole:
«O Giove Feretrio, io, Romolo, re vincitore, ti offro queste armi
reali, e ti consacro il tempio che ora ho fondato in questa terra,
perchè nel tempio siano deposte le prime spoglie che i posteri,
seguendo i miei esempi, toglieranno ai re uccisi in battaglia»[34].
Per S. Agostino il ratto delle Sabine non è che una violazione della
morale. Per Livio è il momento sacro e solenne da cui comincia la
storia di Roma, è l’esecuzione di un ordine venuto dagli dèi, è
l’adempimento di una delle tante imprese predestinate, che dovevano
riuscire felicemente, perchè Roma diventasse la dominatrice del mondo.
E questi due contrari punti di vista si ritrovano quando S. Agostino
parla del combattimento fra Orazi e Curiazi, e dice di Virginia
«humanior huius unius feminae, quam universi popoli Romani, mihi fuisse
videtur affectus»[35]. Egli non si lascia esaltare dagli argomenti
inebrianti degli scrittori latini.
«A che mi si obbiettano qui il nome della gloria, il nome della
vittoria? Messi da parte gli intralci di una folle opinione, guardiamo,
pesiamo, giudichiamo a nudo i delitti. E che si dica il conflitto di
Alba come si dice l’adulterio di Troia. Non si troverà mai niente di
uguale, niente di peggio. Tullo vuol solamente «levare in armi gli
uomini impigriti, e le schiere ormai disavvezze ai trionfi». Per questo
vizio, è stato dunque perpetrato il delitto di una guerra fra alleati e
parenti!»[36].
V.
S. AGOSTINO, I GRANDI UOMINI E LA STORIA DI ROMA.
I Cristiani non potevano neppure ammettere che i grandi uomini romani
discendessero da antenati di origine divina, mentre l’inventare ed il
magnificare questa origine ultra umana appariva come uno dei compiti
fondamentali della storiografia, sin dai primi anni, quando i rozzi
cronachisti cercavano di dimostrare, con le loro prose scabrose, che il
popolo romano era il più grande dei popoli.
Ricordate il proemio di Livio?
«Si concede come licenza, all’antichità, che mescolando le cose umane
con le divine, faccia i principî della città più sacri e venerabili.
E quando si conceda ad alcun popolo il diritto di consacrare le
sue origini e di attribuirle agli Dei, tanta è la gloria del popolo
Romano nel fare la guerra, che se egli proclama specialmente Marte suo
genitore ed edificatore, le genti umane devono sopportare anche questo,
così serenamente come sopportano l’imperio di Roma.»
Ma S. Agostino non sopporta «aequo animo» questa ambizione e si
scandalizza quando Varrone «pretende essere utile agli stati, che i
grandi uomini, anche se è falso, si credano discendenti degli Dei,
perchè in questo modo l’animo umano «_velut divinae stirpis fiduciam
gerens_» con più coraggio imprende grandi fatti, opera con più
veemenza, e appunto per quella sua creduta sicurezza riesce con maggior
fortuna».
Ma c’è di più. Siccome molti, nello sconvolgimento del quarto e del
quinto secolo, facevano specialmente responsabili i principî cristiani
della disgregazione generale[37], Sant’Agostino, per dimostrare che
in verità si era sempre stati malissimo, non esita a fare un quadro
terrificante della storia di Roma, in cui si passa da un omicidio a una
strage, a una rivoluzione, a una carestia, ad una guerra disastrosa,
ad un incendio funesto. Quelli che negli storici antichi sono i grandi
secoli di Roma diventano un’età maledetta, donde il cristiano torce lo
sguardo inorridito.
Non si capisce più come i Romani siano riusciti ad attraversare quelle
età così calamitose, senza essere tutti distrutti. Lo Stato, oggetto
per i Romani e per i grandi storiografi di una venerazione religiosa,
diventa per S. Agostino uno scandalo che fa rabbrividire i secoli.
«Ma i cultori e gli adoratori di quei numi, dei quali amano imitare i
delitti e i vizi, non cercano affatto di rendere la repubblica meno
sozza e vergognosa. Basta che viva, dicono, basta che fiorisca per
la forza dell’armi, e per la gloria delle vittorie, oppure — e questo
è ancora meglio — che sia sicura per la pace. Che cosa c’importa del
resto? O piuttosto c’importa sopratutto che ciascuno aumenti sempre
le sue ricchezze, perchè nutrano le quotidiane larghezze, con cui i
potenti si assoggettano i più deboli; che i poveri adulino i ricchi,
per poter mangiare, e che i ricchi, perchè i poveri godano sotto il
loro patrocinio di un ozio tranquillo, abusino dei poveri, facendoli
clienti e ministri del loro lusso; che i popoli applaudiscano, non
a coloro che provvedono al loro vero bene, ma ai dispensatori di
voluttà; che non sia comandato niente di duro, e non sia proibito
niente di impuro; che le leggi impediscano piuttosto di danneggiare
le vigne di un altro che di rovinare la propria vita; che uno sia
condotto dinanzi ai giudici solo se ha attentato alle sostanze, alla
casa, o alla esistenza di un uomo; ma che per il resto ciascuno faccia
quello che voglia, dei suoi, o con chiunque si presti; che abbondino
le prostitute, per tutti quelli che vorranno goderne, ma specialmente
per quelli che non ne possono avere di private; che si costruiscano
grandiosi e ornatissimi palazzi, che i conviti seguano i conviti; e
come ciascuno può e vuole, di giorno e di notte si giochi, si beva,
si vomiti e si fornichi; che risuonino d’ogni parte le musiche delle
danze; ed echeggino per i teatri i clamori di una gioia disonesta
e si esalti il pubblico a ogni genere di crudelissime o turpissime
voluttà... Chi, domando, se non pazzo, può chiamare questo stato
l’impero romano e non la casa di Sardanapalo?»[38].