Il popolo romano, in Livio, si presenta da principio come un

CULTURA

CONTEMPORANEA

BIBLIOTECA

DI

LETTERATURA, STORIA E FILOSOFIA

DIRETTA DA

GEROLAMO LAZZERI

VOL. II

EDIZIONI «CORBACCIO»

MILANO MCMXXIV

_Proprietà Artistico Letteraria dello

Studio Editoriale «Corbaccio»_

Copyright by G. e L. Ferrero

(Printed in Italy)

* * * * *

GUGLIELMO e LEO FERRERO

La Palingenesi di Roma

(DA LIVIO A MACHIAVELLI)

Con un’appendice su: _Che cos’è la Storia?_

MCMXXIV

EDIZIONI «CORBACCIO»

MILANO

LA PALINGENESI DI ROMA

_AL LETTORE_

_Questo volumetto è destinato a far parte di una Collezione, che

si pubblica nell’America Settentrionale, per cura di un comitato di

professori delle Università; e che si propone d’illustrare gli influssi

della civiltà antica sulla moderna._

_Occupato in altri lavori, mi son fatto aiutare, per la compilazione

di questo, da un giovane collaboratore, che è nell’età delle grandi e

proficue letture._

_L’appendice è per intero opera mia._

Firenze, 5 maggio 1924.

G. F.

LA CREAZIONE

I.

L’ANNALISTICA DEI PRIMI SECOLI.

Nel _De Oratore_ di Cicerone Antonio domanda, a un certo punto, se per

scriver di storia sia anche necessario essere un buon oratore, e Catulo

gli risponde:

«È necessario, se si scrive alla maniera dei Greci, ma secondo la

nostra non c’è nessuna ragione di far dell’eloquenza: basta non essere

falsi».

«Non disprezzare i nostri» replica Antonio. «Anche i Greci scrissero in

principio come Catone, come Fabio Pittore, come Pisone. La storia non

era altro che una fabbrica d’annali; e per questo, cioè per conservare

le pubbliche memorie, dalle origini di Roma fino al pontificato di

Mucio, il Pontefice massimo raccoglieva tutti gli avvenimenti dei

singoli anni, li scriveva nell’albo e poneva dinanzi alla sua casa

la tavola, perchè il popolo potesse consultarla. Son quelli che si

chiamano anche oggi annali massimi. E molti seguirono questo stile

lasciando senz’ornarlo soltanto il ricordo dei tempi, degli uomini, dei

luoghi e delle imprese. Perciò come i Greci hanno Ferecide, Ellanico,

e Acusilas, così noi abbiamo Catone, Pisone e Fabio Pittore, che non

sanno come ornare un’orazione (da poco infatti è stata importata presso

di noi quest’arte); e purchè si capisca quello che dicono, credono che

bisogna soltanto ricercare la brevità»[1].

Questo passo ci dimostra che si conoscevano a Roma due modi di scrivere

la storia: uno più antico, e più schiettamente romano, più rigidamente

ufficiale, che non si elevava fino al racconto, ma si contentava

di notare gli eventi, in uno stile diremmo quasi scheletrico se non

stenografico; l’altro più recente, di origine greca, che apparteneva

all’eloquenza, intesa non nel senso stretto, come arte del parlare in

pubblico, ma nel suo senso largo, come arte del buon comporre e del

narrare ornato.

Così infatti Cicerone, un po’ più innanzi, ritratta lo storico oratore:

«Non vedete che la storia è uno dei compiti maggiori dell’oratore,

quello che richiede maggiore ricchezza e varietà di stile... Chi ignora

che la prima legge della storia è di non tacere mai il falso e di dire

sempre il vero, evitando il sospetto di parzialità? Questi fondamenti

sono noti a tutti: i materiali son le cose e le parole. L’esposizione

dei fatti richiede l’ordine dei tempi, la descrizione dei luoghi, e

poichè negli avvenimenti importanti e degni di memoria ci si aspetta

prima di conoscerne il disegno, poi l’esecuzione e il risultato, lo

scrittore deve prima enunciare la sua opinione sul disegno, e poi

narrando l’esecuzione dichiarare non solo ciò che è stato detto o

fatto, ma anche in che modo; e quanto al risultato, elencarne le

cause tutte, o il caso o le prudenze o le temerità dei personaggi;

infine non solo raccontare le imprese, ma se essi eccellono per fama

o per nome, studiarne la vita e l’indole. Lo stile e il genere del

discorso deve essere «fusum atque tractum», scorrevole con una certa

misurata dolcezza; senza quella asprezza e quelle punte maligne proprie

dell’eloquenza forense»[2].

È facile riconoscere nel _munus oratoris_ di Cicerone, quella che noi

chiamiamo la storia artistica, ascritta alla famiglia dei più nobili

generi letterarî, e contrapposta per questo, allora come ora, alla nuda

e asciutta cronaca dei fatti positivi, sollecita solo di raccontare con

una certa minuzia. La storia artistica entrò tardi in Roma, dove per

lunghi secoli la rude annalistica aveva signoreggiato senza rivali,

d’accordo con la tenace diffidenza dell’aristocrazia per tutte le

forme dell’intellettualismo greco. Il maggior numero degli storici

più antichi, di cui la tradizione ci ha trasmesso i nomi, appartiene

all’annalistica. Ma se la storiografia artistica entrò così tardi a

Roma, quando Roma, maturata ormai al dominio da una lunga esperienza

di guerre, di contese politiche, di rivoluzioni, sede di un pensiero

politico e di una direzione morale di valore universale, era già il

centro e il cervello di un vasto impero; quando ci entrò finalmente,

in questa atmosfera satura di una così grande esperienza storica,

generò tre grandissimi scrittori — Sallustio, Tito Livio, Tacito — che

noi dobbiamo studiare, perchè in essi e per essi lo spirito di Roma

ha sopravvissuto alla rovina della civiltà antica, come un elemento

creatore dei tempi nuovi, di cui noi siamo i figli, forse degeneri e

parricidi. Quel che noi dobbiamo agli storici romani, lo dobbiamo a

Sallustio, a Tito Livio ed a Tacito.

II.

SALLUSTIO.

Di Sallustio, purtroppo, l’opera principale, le _Historiae_, è perduta.

Le due opere minori che ci restano, la Giugurtina e la Catilinaria,

figlie della passione più volubile e passeggera, la passione di parte,

non sono storie, sia pure più o meno imparziali; ma piuttosto veementi

libelli politici, nei quali l’amico e l’ammiratore di Cesare, sfoga i

suoi tenaci rancori contro la consorteria di Silla, contro il Senato,

o contro la vecchia nobiltà che aveva avversato così fieramente il

conquistatore delle Gallie. Le due monografie sono state scritte

con scopi precisi: la Giugurtina per dimostrare che il Senato era

stato corrotto da Giugurta nel famoso affare della Numidia, il che,

poco verosimile in sè, risulta falso dalla stessa narrazione di

Sallustio[3]; la Catilinaria per dimostrare che la celebre congiura era

stata macchinata dagli avanzi del partito di Silla: ritorsione in parte

vera, ma non immune da esagerazione, contro quelli che l’imputavano a

Cesare e ai suoi amici.

Su due opere minori soltanto, di polemica più che di vera storia,

dobbiamo giudicare Sallustio; ma poichè sono innanzi tutto due opere

d’arte, senza meraviglia poniamo, nella storia della storiografia

romana, Sallustio come il primo storico romano, di cui ci resti qualche

opera, che sia stato sin dall’antichità e giustamente considerato

un grande scrittore. La sua _brevità_ ora lodata, ora biasimata, già

celebre presso gli antichi, tanto che fu ricordata tra gli altri da

Seneca («obscura brevitas») e da Quintiliano («vitanda illa Sallustiana

brevitas»), e la sua abitudine di collezionare arcaismi, adoprandoli

a fare una tessitura preziosa e ricercata di prosa, in cui si sente il

compiacimento dell’autore, che, quando si rileggeva, doveva divertirsi

a certi effetti di simmetria e alle trovate architettoniche delle frasi

ben composte, lascia trasparire una preoccupazione stilistica, che è

del tutto nuova, e riesce bene, se non cade nell’artificio.

«Sallustio — scrive un francese, che aveva profondo il senso della

bellezza letteraria[4] — non cerca tanto di far conoscere i fatti,

quanto di ostentare il suo ingegno, e ambisce più la lode che

l’istruzione del lettore. Si diverte ogni momento a trovare delle

antitesi riuscite, delle frasi simmetriche, delle metafore e delle

rassomiglianze. Quando i congiurati stanno per essere condannati a

morte, ferma il racconto e comincia a paragonare Cesare con Catone,

contrapponendo a una a una le loro qualità, a membro a membro i

periodi, con una straordinaria veracità e profondità di vedute; tanto

che sarebbe uno scrittore ammirabile se non cercasse troppo di farsi

ammirare. Le frasi corrono con gran velocità, a una a una, non più

raggruppate in battaglioni compatti, e lo spirito è lanciato come

su una china. Ma si sente la maniera, perchè la tecnica è invariata:

quando incontra un assedio, una battaglia, una spedizione, un’azione

qualsiasi, Sallustio scocca una grandine di frasine concise, ugualmente

costrutte».

Ma che forza, non ostante questo difetto! «Il suo stile cammina con

una certa indifferenza sdegnosa; è stringato come quello di Tacito,

pur essendo meno faticoso; è ricco come quello di Livio, ma è anche più

sobrio. «_En arrivant au bout d’une phrase, on est parfois frappé comme

d’un coup subit; ce sont deux mots simples qui, par un rapprochement

nouveau, ont pris un sens accablant_»[5]. Metafore audaci, nascoste in

un verbo, illuminano tutta un’idea. E poi una lunga e furiosa passione

chiusa in una parola, una mescolanza di famigliarità, di poesia, di

eloquenza, e sopratutto quegli sbalzi bruschi e potenti d’invenzione

originale che piacciono più della perfezione liscia: il dono della

creazione».

Ma Sallustio non è soltanto un grande stilista; è anche un moralista

ed un filosofo, il quale nella storia vuol ritrovare i segreti della

fortuna, i piani del destino, le profonde lezioni della vita; tanto

che la sua narrazione, sorretta da una concezione generale del mondo,

come da una intelaiatura, mira a un alto fine morale. Siamo usciti con

lui dalla scarna annalistica per entrare nel pieno splendore del genere

oratorio. Senonchè ci siamo entrati un po’ bruscamente. Non è possibile

non avvertire in Sallustio — ed è uno dei suoi difetti maggiori, pur

non essendo un difetto scevro di grandezza e nobiltà — una sproporzione

tra il fine e i mezzi, tra l’intelaiatura e la tela: fine ed

intelaiatura troppo grandi per i mezzi e per la tela troppo piccoli.

«Io credo che poichè ho deciso di vivere lontano dagli affari pubblici

— scrive nella prefazione della Giugurtina — questa mia grande ed

utile fatica sarà chiamata pigrizia da coloro ai quali pare somma

attività andare mendicando il favore della plebe coi banchetti. E se

essi penseranno in che tempo entrai nelle magistrature, e che uomini

ne siano stati esclusi, e siano arrivati al Senato, conchiuderanno

certamente che io per ragione e non per pigrizia ho cambiato parere,

e che alla Repubblica verrà maggior bene dal mio riposo che dalla

attività di costoro. Perciò io ho spesso udito che Q. Massimo e

P. Scipione ed altri uomini illustri, eran soliti dire che quando

guardavano le immagini dei loro maggiori, l’animo loro si accendeva

di grande coraggio». Chi non potrebbe lodare questo fine nobilissimo?

Ma per assolverlo, non basta raccontare in forma elegante e bella una

guerricciola memorabile, invece che per la gloria delle armi, per gli

odî e i puntigli delle fazioni, che senza scrupoli ferirono, pur di

ferirsi l’un l’altra, financo il corpo della Repubblica.

Con la storia di Catilina, Sallustio assunse il compito di mostrare che

nei tempi antichi «in pace e in guerra si coltivavano i buoni costumi:

e massima era la concordia, minima l’avidità; e il diritto e il bene

eran forti più per la loro natura che per le leggi; e le brighe, le

discordie e gli odî si riservavano ai nemici, mentre i cittadini coi

cittadini gareggiavano di virtù. Magnifici nell’onorare gli dei, parchi

in casa, fedeli cogli amici. Con due arti, il coraggio in guerra e

l’equità in pace, governavano sè medesimi e la repubblica.»[6] Poi

«il destino incominciò ad incrudelire e rivoltò tutte le cose»[7].

Ritroviamo qui — a far da cornice al quadro — quella dottrina della

corruzione dei costumi, opposta alla nostra fede nel progresso

indefinito del genere umano, ma famigliare invece al pensiero antico.

Senonchè la cornice è troppo vasta per il piccolo quadro in cui è

dipinto il tumulto, più clamoroso che pericoloso, suscitato, nella

repubblica, da Catilina. Cosicchè non possiamo dar torto a Quintiliano

quando dice che «Sallustio nella Catilinaria e nella Giugurtina ci

conduce all’una ed all’altra guerra, con dei proemi che sembrano

non aver che fare con il soggetto», e dobbiamo riconoscere che le

sue dissertazioni qualche volta sono un po’ lunghe e gonfie, le sue

digressioni talora appiccicaticce e fuori di posto. Se le _Historiae_

si fossero conservate, non avrebbero, forse, rivelato così ingenuamente

questi difetti, perchè in quella vasta storia di tutta un’età, la

cornice poteva essere adeguata al quadro. Ma sia colpa del caso, che

ci ha fatto conoscere soltanto il Sallustio minore, o difetto inerente

alla mente dello scrittore, cui mancasse un po’ quella virtù così

difficile che è l’equilibrio, per trovare uno storico in cui la cornice

ed il quadro, la visione della vita ed il soggetto, la materia e la

forma si proporzionino, dobbiamo giungere a Tito Livio.

III.

TITO LIVIO.

Tito Livio, famigliare di Augusto, e così grato nella casa del

principe, che a lui fu affidata l’educazione del futuro imperatore

Claudio, figlio di Druso, non ebbe ambizioni politiche, non coprì

cariche, e visse da privato, studiando e scrivendo; fu insieme a

Virgilio e ad Orazio, il terzo dei tre grandi restauratori, che

aiutarono, con la penna, Augusto a ricomporre il mondo romano, disfatto

dalle guerre civili. Livio nacque da una famiglia cospicua. Scrisse,

come è noto, dialoghi, trattati filosofici, ed una immensa storia di

Roma, dalle origini ai tempi suoi, nella quale volle trasfigurare la

rudezza dell’annalistica tradizionale, adornandola e vivificandola con

il colore, il calore e la pienezza fluente della oratoria greca.

Gli storici moderni sono stati severi con Livio, e non possono

approvare il metodo con cui trattò le sue fonti, capriccioso,

arbitrario, ed un po’ negligente, almeno alla stregua del nostro zelo

nel cercare la verità. Senonchè Livio non vuol cercarla, così come noi

l’intendiamo, arrivando alla conoscenza esatta dei fatti, proprio come

sono accaduti. Egli vuole dimostrare con la sua storia (e dimostrarla

con la rappresentazione viva più che con la rigorosa argomentazione,

con il colore più che con l’esattezza, prediligendo il dramma che

sembra alla storia che vuole essere vera) una dottrina generale, una

visione della vita in cui gli spiriti più alti del tempo credevano e

nella quale tutta la storia di Roma entra come un quadro nella cornice:

che la ricchezza e la potenza non sono beni ma pericoli; che Roma si è

corrotta e guasta a mano a mano che il suo impero è ingrandito; che le

generazioni non possono camminare verso la perfezione se non a ritroso

della corrente del tempo. È la dottrina della corruzione, quella già

mescolata, senza grazia e naturalezza, alla storia di Sallustio, ma

ripresa e sviluppata con la grandiosa coerenza necessaria, per dare a

un corpo robusto un’anima sostanziale.

«Io vorrei — scrive Livio nel proemio — che ciascuno tra sè

considerasse ansiosamente con l’animo, che vita, che costumi fossero

i loro (quelli degli antichi), con quali uomini e con quali arti

in pace ed in guerra sia stato fatto e ingrandito l’impero. E come

indebolendosi a poco a poco ogni disciplina, prima i costumi quasi

tralignassero e poi rovinando sempre di più precipitassero fino a

questi tempi, in cui non possiamo sopportare nè i nostri vizi nè

i nostri rimedi. E questo è nella conoscenza delle cose sopratutto

salutare e fruttifero, che tu studi gli ammaestramenti di tutti gli

esempi posti nelle illustri memorie; e di lì impari ciò che devi

imitare per te e per la repubblica, e ciò che devi evitare perchè

brutto negli inizi e nei risultati... O l’amore della mia opera mi

illude, o non fu mai una repubblica più grande, o più saggia, o più

ricca di esempi, ove così tardi entrassero l’avidità ed il lusso, ove

tanto e così largamente fosse onorata la povertà e la parsimonia,

e tale che quanto meno i suoi cittadini possedevano tanto meno

desideravano».

Posto questo proposito, si spiega come, resistendo alla fretta dei suoi

lettori, impazienti di arrivare alla storia recente, Livio incominci

la sua opera rammentando minutamente le origini favolose di Roma,

sebbene, anzi appunto perchè le sa favolose, «Io credo — dice egli

ancora nel proemio — che i primi principî e le cose vicine a quei

tempi non divertiranno la maggior parte dei miei lettori, parendo loro

mill’anni di giungere a queste ultime novità, per cui stanno morendo

le forze di quello che fu il più gagliardo popolo del mondo. Ma io

voglio invece anche questo come premio della mia fatica, che mentre con

tutto l’ardore andrò ripetendo quelle prime cose antiche, allontanerò

il mio pensiero dai mali di questa età; e sarò libero da quella

preoccupazione, che se non può distogliere dal vero l’animo di chi

vive, può però renderlo travagliato. Non è mia intenzione nè confermare

nè rifiutare quel che si raccontò sui tempi della fondazione di Roma,

sebbene le favole vaghe ci abbondino più che le notizie sicure».

Non c’è dunque da meravigliarsi se Livio non si è scervellato, come

gli storici moderni, per scoprire quella briciola di vero che poteva

nascondersi sotto i miti della fondazione di Roma. In quel mondo

lontano e solatio, come quello di una leggenda, Livio si riposa delle

miserie e delle tragedie contemporanee, che sono tristi, perchè vere;

si diverte a giuocare con quegli eroi vestiti di corazze lustrate,

e che han l’aria, attardandosi fra Torquato e Bruto, di pensare con

tristezza al momento della separazione. Egli non cerca d’infonder in

quei personaggi una vita reale, che possa romper l’incanto di quel

dolce e quieto artifizio; ma li toglie di peso dalla leggenda, con

tutto l’ingenuo ingrandimento proprio del mito, che ammette solo santi

o ribaldi; e se per un verso li dipinge così lontani dai moderni,

che non è possibile avere neppur un’illusione di vita, dall’altra li

veste col linguaggio e i costumi del suo tempo, come i pittori del

quattrocento infilavano agli eroi della Bibbia il giustacuore e le

calze lunghe. Così, quei soldati sono oratori espertissimi, che hanno

certo letto i libri di Cicerone sull’arte del dire, e improvvisano

ben composte orazioni, feconde in gradevoli simmetrie ogni volta che

capita, e se non capita spontaneamente, lo storico pensa a facilitare

l’avvento, una buona occasione — e ognuno capisce che di solennità

politiche, religiose o militari ce n’erano fin che se ne voleva. La

narrazione cammina sempre sull’orlo della parodia; ma Livio, che è

un grande artista, non cade, e procedendo sereno, misurato, lontano

dall’amarezza di Sallustio, il quale ricorda gli antichi con irritante

pomposità e li adopra, perchè sono ormai intangibili e lontano, a

maltrattare inutilmente i moderni, ha invece l’aria di dire che non

importa accertare le virtù degli avi, ma che bisogna stimarli in

ogni modo così, perchè ogni nazione ha diritto di avere dei padri

semi-divini. «Si concede all’antichità il permesso di mescolare le cose

umane con le divine, per rendere più venerabili i principî delle città.

E se è lecito ad un popolo consacrar le sue origini attribuendole agli

dei, la Gloria del popolo Romano nella guerra è così grande, che se

egli dice essere Marte il genitore suo e del suo fondatore, le genti

umane devono sopportare pazientemente anche questo, come sopportarono

d’essere signoreggiate da Roma»[8].

Ma questa età dell’oro non dura; non può durare a lungo. La storia di

Livio è stata scritta per dimostrare la tesi, che Roma s’è corrotta

ingrandendo. Al prologo degli eroi tien dietro l’età in cui gli uomini,

ridotti alle giuste proporzioni, peggiorano a mano a mano che la storia

progredisce. Dovremmo quindi entrare nella realtà; ma ci entriamo solo

sino ad un certo punto, perchè anche là dove la storia di Livio non è

più favolosa, i suoi personaggi fanno talvolta pensare a quei Romani

che David dipinse nel «Ratto delle Sabine».

Le figure del quadro infatti, disposte una dietro l’altra, vestite

scrupolosamente con le corazze e gli schinieri, sono ordinate, senza

che i piani si compongano o fondano in file parallele; le facce hanno

una ricercata impersonalità, che rivela l’imitazione delle statue

greche; così come nella carne dei corpi, che è stata dipinta con un

modello di marmo e vuol arrivare a quell’effetto medesimo di plastica

polita.

In Livio si ritrova la stessa stilizzata ricerca del generico. Così

che componendo, a grandi tratti, il carattere della professione e

della carica, egli vi introduce poi volta a volta i suoi uomini e fa

che essi ne rivestano, con le insegne esterne, anche le doti morali e

intellettuali, come, entrando in una stanza ove un gioco di sole sulle

persiane l’abbia bagnata tutta di luce verde, la gente è colorata di

verde. Così abbiamo il tipo del generale, il tipo del senatore, il

tipo del tribuno, mentre la classificazione dei buoni e dei cattivi,

più larga, comprende tutte l’altre classificazioni minori. Ma che

differenza c’è fra Manlio Torquato e Paolo Emilio, il primo agli inizi

e il secondo al termine della storia; se rispetto a ogni circostanza si

comportano allo stesso modo, come se seguissero un protocollo?

Noi non possiamo dire se questa attitudine a generalizzare il tipo,

piuttosto che ad individuare i singoli, fosse comune a tutta l’opera di

Livio, o non piuttosto si ritrovasse soltanto nella parte più antica

della sua storia, quella a cui appartengono i libri giunti fino a noi

e che tratta i tempi in cui gli stampi della tradizione e del costume

erano più forti e gli uomini fatti tutti secondo pochi modelli. Forse,

se potessimo leggere i libri, in cui si raccontavano i tempi di Silla

e di Cesare — pieni di rivoluzioni, e più ricchi di tempre singolari

— vedremmo in quelli un maggior rilievo di uomini meno simbolici. Ma

nei libri che possediamo i personaggi sono come li abbiamo descritti.

E poichè gli avvenimenti procedono in modo già prestabilito dagli

Dei, la storia apparisce quasi una enumerazione di battaglie e di

lotte politiche, sommate le une alle altre in ordine di tempo come

una montagna di pietre, e tutte così simili, che non si distinguono

a colpo. Non sembra che l’intelligenza degli uomini possa influire

su questo corso preordinato dagli eventi: caso mai, contano di più le

virtù e lo zelo religioso, che gli Dei ricompensano con la vittoria.

Dobbiamo dunque concludere che Livio è uno storico freddo e senz’anima?

No, Livio è uno storico vivo, anche se i suoi eroi spesso non sono

tali, perchè con quella sua attitudine a descrivere il tipo più che

il singolo, riesce come nessuno a far muovere le folle. Per questo,

se non è riuscito a vivificare i grandi Romani, è riuscito invece a

rappresentare il popolo romano. Il vero protagonista della sua storia

è il popolo romano: personaggio enorme, che occupa tutta la scena, e

non si compone di tanti singoli ben distinti, così da essere la somma

dei loro caratteri comuni; ma appare come un ente nel tempo stesso

umano e sovrumano, da cui loro caratteri particolari, come uomini che

attingono acqua ad una fontana. In questa potentissima personificazione

del popolo romano sta il fascino incomparabile della Storia di Livio;

perchè questa personificazione è riuscita ad essere nel tempo stesso di

un alto ideale e di un’efficace verità.

Il popolo romano, in Livio, si presenta da principio come una

generalizzazione di Appio Claudio; sprezzante le fatiche, giorno e

notte corazzato per ogni battaglia, indifferente alla morte e valoroso

in guerra, semplice di costumi, laborioso in pace, ambizioso di gloria,

scrupoloso di verità, ligio alla fede data, ossequiente dinnanzi

alla Giustizia che lo governa per mezzo di tante leggi, devoto alle

Divinità, che ne ricompensano lo zelo facendolo oggetto di un favore

priviligiato. Religione, patria, lavoro, obbedienza alle leggi, spirito

di sacrificio, sono le virtù che rifulgono in fondo ai secoli dalla

sua vita privata e pubblica. La storia non ha mai visto una luce più

intensa. Lo scrupolo della verità e della giustizia, che fra tutte

le qualità dei romani è la più coltivata, ha l’aria di resistere in

loro, anche quando le circostanze offrono, senza pericoli, allettanti

transazioni. Bisogna vedere che importanza ha un giuramento fatto al

nemico: e con quali tortuose invenzioni i Romani cercano di svincolarsi

senza disonore da queste promesse! Uno dei prigionieri di Annibale,

quando furon mandati in commissione a Roma, per trattare del riscatto,

col giuramento di tornare, appena uscito dal campo ritornò indietro,

toccò le palizzate e si riunì ai compagni, sperando di essere con

questo libero da ogni impegno. Ma fu rimandato ai Cartaginesi. Anche

le cattive azioni di questo Popolo devono esser compite rispettando

rigorosamente la legalità, ossia rendendo omaggio al principio che

quella tale azione non deve essere compiuta perchè illecita.

Ora, siccome un popolo di questo stampo non è mai esistito, Livio

avrebbe l’aria di dipingere in lui uno di quegli eroi puritani,

che vivono solo nelle leggende; così che le gesta di questo popolo

immaginario formerebbero un poema, più che una storia. Senonchè, anche

in mezzo al racconto delle età più antiche e leggendarie, qualche

tratto verace fa intravedere nell’eroe sovrumano un po’ di triste

umanità. Così, sulla bocca del Sannita, si sente forse la voce dello

storico, che riconosce nei grandi eroi il fango per cui si riattaccano

gli uomini.

«Voi deste gli ostaggi a Porsenna e col furto li avete ripresi;

ricompraste dai Galli le città con l’oro, e sono stati trucidati mentre

prendevano l’oro. Ci avete promesso la pace, per ottenere le legioni

prigioniere e ora la fate vana; e compite sempre ogni frode sotto

apparenze di giustizia»[9].

Senonchè anche nella figurazione del popolo romano si osserva quello

che già vedemmo nelle figure degli eroi; così che essa si fa più

umana, di pari passo col procedere della storia. Che la dottrina della

corruzione, fondamento di tutta la storia di Livio, sia filosoficamente

vera, è riprovato per via indiretta dalla vivacità di cui si anima la

storia di Livio, a mano a mano che questa dottrina domina e quasi guida

la narrazione. Pur conservando una certa nobiltà ideale, il popolo

romano si fa vivo a mano a mano che i difetti della ricchezza e della

potenza escono dall’ombra dell’antichità incorrotta: l’indisciplina, la

cupidigia, l’amore del lusso e dei piaceri, la gola e la sensualità,

l’egoismo, l’invidia sopratutto, che distrugge Roma con la guerra

intestina delle ambizioni e delle cupidige insoddisfatte.

«Qui si tratta della fama dei soldati, anzi universalmente di tutto

il popolo romano»[10], dice Servilio rampognando i soldati che si

oppongono al trionfo di Lucio Paolo, «perchè il popolo romano non

abbia fama di invidioso ed ingrato contro tutti i suoi più illustri

cittadini, e non sembri con questo imitare il popolo Ateniese, solito

a perseguitare con l’invidia i migliori. Abbastanza si peccò contro

Camillo, il quale almeno fu offeso prima di aver riconquistato la

città dai Galli. Abbastanza contro Scipione Africano. A Linterno si

trova la casa del vincitore dell’Africa; e Linterno ostenta il suo

sepolcro. Vergogniamoci se L. Paolo, uguale per gloria a tali uomini,

sia loro uguagliato anche per l’ingiurie vostre. Cancelliamo finalmente

questa nostra mala fama, sozza e vilipesa presso le altre genti e

dannosa presso di noi.» Chi non riconosce qui l’eterna malignità della

democrazia? Così gli idillici rapporti fra il senato concepito come un

«consesso di Re» e la plebe, sui primordi obbediente carne da macello,

sempre pronta per il mattatoio delle battaglie, si fanno a poco a

poco torbidi e violenti; quella docile moltitudine di cittadini-eroi

diventa tumultuosa, sediziosa; accecata dai propri interessi non vede

più quelli della comunità; si lascia trascinare dal più ignobile dei

demagoghi e non ascolta le parole dei saggi e dei grandi; passa da

un accesso di furore oceanico in cui pretende rivendicazioni — anche

giuste — coi mezzi più rivoluzionari, ad uno stato di indifferente

incoscienza e di fatalistica sopportazione quando è vessata da un

regime sanguinario, ingiusto e terroristico.

E il Senato perde, se si comincia a passeggiare fra i rostri e a

conversare sotto le colonne, quella regale apparenza che presentava

agli occhi di Cinna. Si vede una moltitudine di patrizi, pieni di

pregiudizi e di altezzosità, egoisti, che si preoccupano di Roma,

per quel che riguarda la loro classe e i loro interessi, ma non hanno

nessun pensiero per i Romani, come se Roma e i Romani fossero due cose

distinte. E le gelosie e le diffidenze reciproche alterano il loro

retto giudizio, e li spingono a operare, in ogni occasione, per secondi

fini.

«Si stabilì un patto con gli Ernici, si tolsero due parti del

territorio, e una metà fu data ai Latini, e l’altra il Console Cassio

voleva dividerla fra la Plebe. Aggiungeva a questo dono alcune terre

le quali, essendo pubbliche, egli biasimava che fossero di privati. E

questo spaventò molti senatori che ne eran possessori, e vedevano in

pericolo le cose loro. Ma erano ancor più inquieti perchè il Console

con queste largizioni si acquistava una potenza pericolosa alla

libertà.»[11]

Così la grandezza romana, idealizzata tutta insieme come una meraviglia

sovrumana, ci apparisce umanissima nei singoli elementi di bene e di

male, che la compongono. Questa è nel tempo stesso la grande bellezza

e la profonda verità dell’opera di Livio, alle quali corrisponde

mirabilmente lo stile. Lo stile di Livio è veramente come un fiume

immenso dalla corrente tranquilla, che scende dal monte sicuro di

arrivare alla foce, trasportando una mescolanza di cose diverse. Nei

momenti solenni, o tragici, è maestoso e lento, quasi per trattenere

il respiro a chi legge e non accontentarlo nella sua impazienza con

piccole frasi rapide; alle volte perde la sua serenità olimpica, si

commuove, si agita come uno stagno in cui sia piombato un macigno; ma

la chiusa degli avvenimenti è spesso composta con poche frasi corte

e succosissime, che appaiono più potenti che mai, appunto perchè, con

grande arte, son collocate dopo un periodare ampio e fertile, in cui

le frasi tendono la mano una all’altra e si allacciano con rotonda

scorrevolezza. In tal modo i due ritmi si sostengono e si analizzano

a vicenda: il primo mette in rilievo quella stringatezza del secondo,

che, dopo un capitolo di Tacito, non sarebbe neppure avvertita; il

secondo drammatizza lo stile per quel variare improvviso di tono, che

sorprende, e ci fa sentire come il primo ritmo fosse armoniosamente

pieno.

IV.

TACITO.

Tra Tacito e Livio abbiamo una fioritura copiosissima di storici.

Citiamo Asinio Pollione, che trattò delle guerre civili; Pompeo Trogo,

che scrisse una storia universale, epitomata da Giustino; Fenestella,

Iginio e Verrio Flacco, contemporanei di Tito Livio. Nel I secolo

Cremunzio Cordo che fece l’apologia di Bruto e Cassio, Valerio Massimo,

Velleio Patercolo, Punico che vivendo accanto a Tiberio, lo comprese, e

ne lasciò una vita imparziale, e fu per questo accusato di adulazione.

Delle quali calunnie la responsabilità più grande pesa proprio su

Tacito, il terzo storico di Roma.

Vissuto durante il primo secolo dell’impero; campione di quella

nuova aristocrazia, cresciuta nelle provincie europee e africane dopo

Augusto, che con Vespasiano sale al Governo, più semplice, più austera,

più disciplinata, più innamorata del romanesimo autentico, che la

nobiltà dei tempi dei Giulio-Claudî, crebbe studiando nell’ambiente

delle scuole di eloquenza; fu pretore, sacerdote quindecenvirale,

propretore e finalmente, sotto Traiano, console. La vetta delle

ambizioni era stata scalata. Dopo lasciò la vita pubblica e scrisse. E

il suo soggetto fu triste.

«Prendo a scrivere un tempo pieno di vicende, tremendo per battaglie

e discordie, per sedizioni, crudele anche in pace. Quattro principi

assassinati: tre guerre civili, molte all’esterno, e per lo più

mescolate. Imprese prospere in Oriente, avverse in Occidente:

sconvolta l’Illiria, le Gallie vacillanti, domata la Brittannia e

tosto abbandonata: i Sarmati e gli Svevi risollevati contro di noi...

L’Italia afflitta da stragi nuove o rinnovate, dopo una lunga serie

di secoli. Città sprofondate o rovinate, nella zona più fertile

della Campania. Roma incendiata, distrutti i templi più antichi,

il Campidoglio stesso arso dai cittadini; profanata la religione,

grandi adulterî, mare pieno d’esuli, scogli intrisi di sangue...

Secolo non però così sterile di virtù da non produrre anche dei buoni

esempi»...[12] «Ma non mai per più atroci stragi del popolo Romano

o per più giusti indizi, si capì che gli Dei avevano a cuore non la

nostra sicurezza ma il nostro castigo.»[13]

Quanto siamo lontani dalla serenità quasi gioiosa di Livio! La vasta

pianura si trasforma in una treggiaia chiusa, seminata di rovi e di

lappe pungenti, sgradevole al piede. Un’afa insopportabile pesa sul

viandante, che aspetta ogni tanto invano dal cielo una ventata salubre,

e una passata d’acqua dalla nuvolaglia turbolenta. Tacito stesso,

ripensando a Tito Livio, ne soffre e lo confessa apertamente.

«Narravano di grandi guerre, di città conquistate, di re vinti e

prigionieri, e i litigi dei tribuni e dei consoli, le leggi agrarie e

frumentarie, le lotte del popolo e del senato. Era un soggetto largo,

spazioso, dove si muovevano con libertà. Ma io sono chiuso in una

stretta carreggiata, e l’opera mia sarà senza gloria.»[14]

Mentre Tito Livio, come si vede da una citazione che Seneca trasse

dalle opere scomparse, si nutre della sua opera concepita nella gioia,

e nella gioia dello scrivere e nell’amore della sua storia moltiplica

le sue forze all’immensa fatica, si sente che il soggetto è antipatico

a Tacito, che le sue previsioni sono dolorose, che lo scrivere gli

costa sforzo e lo attrista. Perchè scrive allora la storia dei tempi

che gli erano così odiosi? Egli stesso ce lo dice.

«Noi raccontiamo questo perchè chiunque leggerà i casi di quei

tempi, da noi scritti o da altri, sappia, benchè si taccia, come

si ringraziavano gli Dei, ogni volta che il Principe esiliava od

assassinava. E come le insegne della prosperità annunziavano le

disgrazie pubbliche.»[15]

Nato fra le follie sanguinarie di Nerone, cresciuto sotto il governo

pauroso di Domiziano, dopo aver temuto e sofferto lunghi anni,

ricordando ancora le favole atroci, che si susurravano nei giardini dei

nobili morituri, quando il silenzio regnava, e non vinta era la paura

dei delatori, Tacito volle, stabilita finalmente con Traiano la pace e

la sicurezza, prendersi una imperitura vendetta, per sè e per tutta la

nobiltà a cui apparteneva; volle dirsi «ho patito, ma questi patimenti

non saranno inutili». Hanno fatto di lui un repubblicano, ma non è

vero nel senso moderno della parola. Per quanto abbia spesso visto la

tirannia dove non c’era, egli non ha mai pensato che una rivoluzione

contro il regime imperiale fosse possibile e desiderabile nè che fosse

necessaria per ricostruire la repubblica, che ai suoi occhi era stata

maltrattata ma non distrutta. Egli non è il censore dell’impero, ma

di alcuni imperatori, di molti vizî, dei costumi contemporanei, della

società, come egli la vedeva, nella sua crescente depravazione, del

senato, che perdeva ogni giorno un po’ della sua autorità, benchè ne

avesse più di quanto sembrava. Tacito è un moralista, che osserva la

depravazione dei suoi tempi e ne soffre; ma che invece di curarla,

come Livio, proponendo loro il modello ideale di una età più antica,

mitologicamente austera, semplice e ricca delle più eccelse virtù,

vuol curare quella cancrena con la pietra infernale dell’indignazione.

La storia è per lui una specie di tribunale del vizio e della colpa,

innanzi al quale egli, giustiziere implacabile, cita i suoi tempi in

forza del codice non scritto della propria coscienza. Egli scrive la

storia perchè «pochi uomini distinguono con il loro senno l’onesto dal

criminale; l’utile dal nocivo. E gli esempi degli altri formano, per lo

più, la vera scuola»[16]. Perchè «il compito principale della storia è

di salvare la virtù dall’oblio e di incutere alle azioni e alle parole

malvagie la paura della posterità».[17]

Un giustiziere, dunque, il quale vuol scrivere la storia _sine ira et

studio_, come egli stesso dice, imparzialmente, sui documenti. A Tito

Livio questa idea, che la storia potesse o dovesse essere scritta a

mente fredda, senza ira e senza amore, non venne mai, poichè scrisse

per ingrandire Roma agli occhi della posterità, con l’entusiasmo e

l’amore, non dubitando di abbellire, o di velare, o anche addirittura

di alterare la verità, quando poteva nuocere alla reputazione del

suo idolo. Per Tito Livio la gloria di Roma non riconosce nessun

obbligo d’imparzialità nello storico, la sua grandezza sta al di

sopra del giudizio della storia. Per Tacito non più. Anche Tacito è un

tradizionalista, come Tito Livio, ligio all’ammirazione degli antichi

esempi nazionali; ma nella sua ammirazione per l’antichità ormai il

momento morale si distacca dal momento nazionale, e si impone, invece

di mescolarsi ad esso, come in Livio. Egli ammira gli antichi, non

perchè erano nel tempo stesso virtuosi e schiavi, ma solo perchè erano

virtuosi; e cercando, ma non trovando, queste virtù nei suoi tempi, non

esita a scrivere storie, che ci appaiono le più terribili accuse contro

Roma e il suo impero, tramandate a noi dall’antichità.

Livio ingrandisce per contrasto la gloria e l’ammirazione di Roma,

con il male che è costretto a raccontare. Tacito accresce l’orrore per

l’impero di Roma anche con i rari esempi di virtù, che inserisce nel

lungo racconto dei vizi e delle colpe. Per quanto tradizionalista,

come la maggior parte dei senatori del suo tempo, Tacito presente,

senza saperlo, il Cristianesimo, e quel prevalere della morale sulla

politica, in cui starà la grande rivoluzione cristiana. È già in un

certo senso cristiana, e non è più romana, almeno al modo di Livio,

la intrepidità con cui questo senatore infama tutto un secolo di

storia dell’impero per castigare un certo numero di imperatori, da lui

giudicati malvagi.

Ma se il giustiziere voleva scrivere la storia _sine ira et studio_,

immolando alla giustizia anche la gloria di Roma, è poi riuscito

ad essere giusto? Noi possiamo rispondere risolutamente di no. La

storia di Tacito è scritta dalla passione, non meno di quella di

Sallustio, anche più di quella di Livio. La sua passione non è, come

in Sallustio, il risentimento politico di un partito perseguitato,

ma l’odio di un’epoca contro un’altra epoca; l’odio che i suoi tempi,

dopo esser riusciti finalmente a conciliare il governo senatorio ed il

principato, sentivano contro i Giulio-Claudi, i quali intorno a questa

conciliazione si erano inutilmente affaticati per tanti anni. Tiberio

e Claudio avevano fallito più per colpa del Senato che propria, ma

la giustizia sommaria della generazione seguente serbava rancore agli

imperatori, in quanto erano un bersaglio più vistoso; e Tacito fu la

penna illustre che soddisfece, eternandoli in uno stile immortale,

con un’arte di scorci potentissima, questi odî. Egli è dunque un

giustiziere sospettoso, inquieto, implacabile, che per lo zelo di

scoprire e bollare il vizio ed il male, lo trova con certezza là dove

proprio nessuno avrebbe avuto soltanto il coraggio di sospettarlo.

Quanti esempi si potrebbero citare!

Egli riferisce, mostrando di approvarla, la diceria che Augusto

«scelse Tiberio a suo successore, non già per amore o per zelo

della repubblica, ma per acquistarsi gloria col paragone di un

principe assai peggiore, poichè ne aveva già intuita l’arroganza e la

crudeltà»[18]. In che modo ha conosciuto Tacito questo riposto pensare

dell’imperatore? E quale altro personaggio avrebbe egli potuto indicare

a successore, associandolo nella suprema autorità? Tacito ci racconta

che non volendo Tiberio e Livia uscire in Roma dopo la morte di

Germanico «Tiberio e l’Augusta tennero Antonia (la madre di Germanico),

chiusa in casa, perchè, dato questo esempio, si vedesse che avola,

madre e zio erano tormentati da uguale dolore.»[19] Non sarebbe stato

più semplice e più umano supporre che restassero tutti e tre in casa

per dolore e per rispetto del morto?

Quando Tacito si è messo in mente che un suo personaggio è perverso,

ogni cattivo pensiero gli è attribuito di autorità, senza che venga

chiarito bene con quali informazioni lo storico sia riuscito a

documentarsi. Così, quando egli afferma che Tiberio «Germanici mortem

inter prospera ducebat» si fonda soltanto sul presupposto, accertato

e riconosciuto, che Tiberio sia uno scellerato e che, quindi, gode

in segreto di quanto è dolore per gli altri. Quando Tiberio ebbe il

governo della repubblica «aggiunse Messala Valerio che si rinnovasse

ogni anno il giuramento di fedeltà a Tiberio, dal quale interrogato

se avesse proposto ciò per ordine suo, rispose che aveva parlato

spontaneamente e che negli affari riguardanti la repubblica egli

si sarebbe consigliato solo con la sua coscienza, anche correndo il

pericolo di dispiacere al principe»[20].

La domanda di Tiberio può spiegarsi come una precauzione abbastanza

semplice e come un riguardo ragionevole usato al Senato. Nè c’è

serio motivo di dubitare che la risposta di Messala fosse vera.

Ma Tacito vede subito nero e sentenzia: «Mancava soltanto questo

genere di adulazione!» Che contrasto, fra il pessimismo sarcastico,

amaro, violento di Tacito, e la serenità grave e composta di Tito

Livio! Modesto non per finta, serio e sincero, dominato da alcuni

pregiudizi che non cerca nemmeno di sradicare, Livio è corrucciato

bonariamente con i suoi tempi, e se ne tiene lontano, senza esagerare

nel suo sdegno. A furia di viver sognando con quei mitici eroi e

quei generali favolosi, egli riesce a sopportare con tanta dolcezza

il male del mondo, che non sa più immaginare un carattere doppio o

un’anima ipocrita, crede per davvero ai discorsi de’ suoi oratori,

senza mai permettersi un sorriso ironico, e ha troppa coscienza della

sua responsabilità per attribuire, senza scorta di documenti sicuri,

qualche pensiero ad un suo personaggio. Tacito invece non riesce a

immaginare una condotta lineare, e un’anima sincera; i suoi personaggi

procedono sempre per vie tortuose, spinti da passioni recondite o da

pensieri segreti, che Tacito conosce a fondo come se fosse il loro

intimo confidente. A questo modo scopre spesso doppiezze ed ambiguità

dove c’è una tranquilla franchezza. Ma egli adopra a dimostrar certe

tesi una divertentissima abilità, interpretando con sottigliezza greca

i documenti, mettendo in luce quelli che gli sono utili e nascondendo i

contradditori, tal quale un avvocato.

È così riuscito ad imporre ai posteri le figure di Tiberio, di

Claudio, di Agrippina, per il loro straordinario risalto, ma le ha

falsificate una dopo l’altra secondo lo stesso preconcetto. Tiberio è

il tipo che incarna meglio quello strano ideale letterario, perchè,

essendo la doppiezza in persona, è ricchissimo di sfumature, di

contrasti, di dubbi, di raffinate perversità, di morbose inquietudini,

cosicchè in qualunque sua azione si possono ritrovare doppi motivi.

Con dei «si credette»... e dei «si pensò»... Tacito fa passare delle

gravi malignità. Ma se si legge attentamente il suo testo, è facile

accorgersi che Tiberio può cambiare fisionomia con facilità, poichè

tutte le azioni ambigue sono mutate in perfide e qualunque opera buona

è messa in conto all’ipocrisia. Ora, secondo Tacito, per nove anni

di seguito Tiberio sarebbe stato assiduamente ipocrita; ossia avrebbe

compiuto buone azioni, pur con ripugnanza. Per provare che queste opere

buone erano fatte ipocritamente e con ripugnanza, Tacito non ci offre

che la propria certezza, e la penetrazione con cui lesse nei pensieri

segreti del principe. In verità Tiberio, come tutte le altre figure,

è un personaggio fantastico, inventato e dipinto dall’odio, combinando

insieme molte deduzioni sottili, ingegnose, ma arbitrarie.

Si spiega così come questo giustiziere, che vuole narrare e giudicare

sui documenti, sia così spesso irresoluto e diffidente. Talvolta gli

accade di non sapersi decidere tra due notizie contradditorie ma

ambedue serie, onde sente il dovere di citare tutte le fonti, che

si contraddicono, lasciando la scelta al lettore. Invece, quando

si imbatte in voci udite durante la giovinezza, che suonino accusa

contro i principi e che lusinghino la sua sospettosità, non resiste

mai, nonostante le sue dichiarazioni d’imparzialità, alla tentazione

di riferirle, dando loro il primo posto fra l’autorità della storia.

«Io stimo indegno della gravità di quest’opera l’andare dietro alle

favole per stuzzicare i lettori, ma non oso nemmeno sfatare ciò che è

stato divulgato e scritto»[21]. Ciò che egli non osa sfatare sono quasi

sempre certe calunnie, che giravano per Roma divulgate da anonimi in

storie scandalose, di cui il pubblico naturalmente era ghiottissimo,

tanto è vero che Tacito prega «coloro che leggeranno quest’opera

a non anteporre quelle divulgatissime ed inverosimili storielle

così avidamente ricercate, alle storie vere — «neque in miraculum

corruptis»[22]. Nè Tacito riferisce soltanto queste storielle, che

avrebbe dovuto respingere sdegnosamente; ma pure avvertendo di non dar

loro gran peso, le racconta in modo che paiono vere, cosicchè spesso è

riuscito ad accreditarle come storiche.

Molte delle favole che si ripetono anche oggi sul conto dei

Giulio-Claudi come verità storiche, ci sono state riferite da

Tacito come dicerie dubbie, come malignità velate, come sarcasmi in

sordina, come supposizioni, raccolte perchè le ritrovava spesso sulla

bocca della gente, ed esposte con un tono pacato, che più ancora

dell’imparzialità, affetta l’indifferenza.

Ma quale è dunque la segreta ragione di questa potenza suggestiva?

L’aver scritto una storia, i cui protagonisti sono degli uomini, e

l’aver saputo descrivere questi protagonisti con la forza drammatica

che un odio potente può suscitare in un grande scrittore di

temperamento, oggi si direbbe, romantico.

Noi abbiamo visto che in Tito Livio il vero protagonista è il popolo,

personaggio pieno di vita, ma anonimo e collettivo, immenso e semplice.

Tutti gli altri personaggi si uguagliano in alcuni gruppi, confondendo

le loro linee personali in un’uniformità generica. Tacito invece,

sulle rovine del popolo, morto come personaggio simbolico, costruisce

gigantesche e isolate figure di uomini, con tanto ardore, che quando i

documenti si ostinano a non rivelargli l’elemento che gli ci vuole, lo

inventa. In altre parole Tacito è un poeta tragico, che ha scritto in

prosa delle storie, le quali appartengono di pieno diritto alla grande

letteratura dell’immaginazione.

V.

SVETONIO.

Per capir bene la svolta a cui arriva, dopo Tacito, la storiografia,

sarà bene che ci rifacciamo un momento da capo.

La Palingenesi di Roma · 第 1 / 7 段