Il patriarca di Costantinopoli non volle nemmeno guardare quella

lettera, benchè essa fosse legata in marocchino rosso con lo stemma e

col suo nome in cifre d'oro. Ei ne aveva saputo abbastanza da'giornali,

e prevedeva che i Padri del Concilio non potrebbero riescire che ad

assalirsi con ogni violenza ed a strapparsi la barba e i capelli, come

altre volte.

Ora quel prudente patriarca, essendo calvo, ci tiene molto alla

sua barba; e perciò il superbo volume fu posto sopra un cuscino, e

restituto al delegato, che fu salutato cortesemente, e ricondotto al

confine.

Il metropolita di Calcedonia restituì la lettera con una semplice, ma

energica apostrofe in greco, la quale significava soltanto: lasciatemi

in pace!

Il vescovo di Varna pensò che non avrebbe potuto accettare ciò che il

suo superiore aveva respinto; e rimandò l'enciclica.

Il vescovo di Salonicco non addusse meno di cinque ragioni per

declinare l'invito: 1.º Che ne direbbe il patriarca? 2.º Perchè un

Concilio a Roma, piuttosto che in Oriente? 3.º Perchè il papa vuole

attirarci tra'suoi artigli? 4.º Il papa porta una spada, ch'è stata

vietata dalle Scritture: egli la lasci, senz'altro, e sciolga il suo

esercito. 5.º Egli rinunci al _Filioque_, e prenda moglie; ed allora

non vi saranno più gravi differenze dogmatiche tra'Greci e Latini.

Il vescovo di Trebisonda, più _burlone_, alla vista dell'enciclica, si

atteggiò come una fanciulla dinanzi ad un ricco dono di nozze. Egli

ricevette la lettera, la guardò con piacere, l'ammirò, se l'appressò

alla fronte, alla bocca ed al petto: la fe'toccare, insomma, un

po'dappertutto, la voltò e rivoltò tra le mani, ed alzò alcune piccole

grida di gioia: Oh Roma! oh S. Pietro! oh il Santo Padre! Ma finì col

dichiarare che non sapeva leggere i caratteri latini, che ignorava

questa lingua, e che non vedeva la necessità nè aveva punto la

curiosità di recarsi al Concilio.

Così l'ecumenicità, consacrata dalle parole di sant'Agostino: _Securus

judicat totus orbis_, se n'andò in fumo. Il Concilio di Roma non sarà

ecumenico che pei Latini.

I protestanti, più capziosi, più battaglieri, si rivolsero al cardinale

Patrizi, segretario del Concilio, per sapere «se in quest'assemblea

essi avrebbero la libertà di parlare e di formulare le cause per le

quali si sono separati dalla Chiesa romana», poichè essi desiderano,

come dicono nobilmente, _to give a reason for the hope that is in

them_--di dare ragione della speranza ch'è in loro.

L'eminente presbiteriano John Cumming, che aveva preso questa

iniziativa pei protestanti del Regno Unito, ha ricevuto una risposta

negativa, aspramente e sgarbatamente categorica, fatta da Pio IX

medesimo e diretta a mons. Manning[22].

XXXIV.

Nessun invito è stato diretto ai Governi, che rappresentano il corpo

laico de'fedeli.

Con tale contegno, Pio IX fa il suo piccolo colpo di Stato. Egli

convoca un Concilio al di fuori e all'insaputa della società laica e

de'suoi capi, re e imperatori, i quali finora avevano preso o imposto

l'iniziativa di codeste riunioni; e si frega le mani.

Pio IX si rivolge ai vescovi, sudditi di Stati indipendenti, come

a'suoi propri subordinati, violando così, di proposito deliberato, le

leggi della convenienza diplomatica e della indipendenza degli Stati.

Quest'atto è la dichiarazione più assolata che finora siasi fatta dal

«vicario del Dio dei Faraoni», come l'intendeva Innocenzo III:--_citra

Deum, ultra hominem, minor Deo, maior homini_--al di qua di Dio, al di

là dell'uomo, inferiore a Dio, superiore all'uomo.

Questo modo di agire, per affermare l'indipendenza assoluta della

Chiesa, ha offeso alcuni Stati cattolici--l'Italia, la Germania del

Sud e la Spagna--; ne lasciò altri pressochè indifferenti--la Francia,

la Svizzera e l'Austria. Ma gli uni e gli altri si posero innanzi la

questione: quale attitudine devono prendere i Governi di fronte a

codesta sfida della Chiesa?

Il signor Baroche rispose al Corpo legislativo, nel mese di giugno del

1868: che il Governo non opporrebbe alcuna difficoltà alla riunione del

Concilio, ma che non vi manderebbe rappresentanti; importargli poco

che l'Imperatore non fosse stato invitato; che la Chiesa e lo Stato

non sarebbero separati; ch'egli ripudiava le dottrine del Sillabo;

che non ammetteva l'infallibilità del papa; che si teneva fermo al

Concordato ed agli articoli organici--l'arsenale delle armi antipapali,

che vieta la pubblicazione di tutto ciò che emana dal papa, senza

l'autorizzazione governativa.

L'Austria ha stracciato il Concordato, e, com'è noto, giudica e

condanna i vescovi.

La Spagna medesima ha proclamato come principio la libertà di coscienza.

Il Governo bavarese ha interpellato le Facoltà teologiche delle

Università, per sapere se il Sillabo intaccava le prerogative dello

Stato. I professori hanno risposto: che il Sillabo, accettato _nude

et pure, materialiter_, negativo o positivo, secondo la redazione del

P. Schroder (il quale sta già lavorando per trasformare il Sillabo

negativo in una specie di Magna Carta dogmatica), od altrimenti,

implicava colle sue dottrine de'mutamenti considerevoli nelle relazioni

tra la Chiesa e lo Stato. E la Baviera ha preso le sue misure.

Gli altri Stati, sino al cattolicissimo Belgio, hanno dichiarato,

l'uno dopo l'altro, ch'essi non interverrebbero al Concilio e non

s'immischierebbero nell'opera sua.

E il papa rallegrossi di siffatta emancipazione del potere spirituale,

e si felicitò della propria indipendenza. L'isolamento in cui lo

lascia il mondo laico, non ispaventa Pio IX. Questo sprezzo, questa

indifferenza, questa noncuranza per le cose ecclesiastiche, «egli

la chiama un trionfo sull'ingerenza secolare»! È la pace di Tacito:

_solitudinem faciunt et pacem appellant_.

Constatiamo però con piacere che nessuno Stato ha vietato ai propri

vescovi di accettare l'ingiunzione romana, come nessuno di essi vietò

a'propri medici di recarsi al Congresso medico che si è tenuto testè a

Firenze.

Nondimeno, siccome il papa non è soltanto un capo religioso, ma

anche un sovrano temporale; siccome la Chiesa non è un'associazione

nazionale, ma una corporazione internazionale, soggetta ad una

gerarchia compatta e violenta, gli amministratori della quale non sono

scelti dai soci, nè sottoposti al loro controllo, ma imposti da una

volontà dispotica, infallibile, che non risponde nemmeno a Dio della

condotta dei propri agenti, così è necessario provvedere.

Come provvedere? Su che provvedere?

XXXV.

La costruzione dell'anfiteatro pel Concilio in S. Pietro è già

terminata, dietro il progetto del Vespignani, dopochè fu scartato

quello del Sarti, troppo grandioso. Il trono del papa è ad una

estremità. L'altare del Concilio è nel centro. All'ingiro vi sono sette

ordini di stalli per circa 650 Padri.

Se ne attendevano molti di più.

Nel numero dei presenti, gli Italiani saranno come cinque a sette; il

che assicura la maggioranza papale.

Una grande tenda nasconde codesto teatro. Essa verrà alzata al

momento delle apoteosi, per offrire al pubblico una santa occasione

d'applaudire e di buscarsi un cantuccio di paradiso. Il paradiso è la

ricompensa ufficiale della Chiesa romana.

Furono scelti degli stenografi di tutte le nazioni, affinchè possano

accomodare un po' il latino de'Padri. Lo Spirito Santo non è

responsabile degli errori di lingua: egli guarda soltanto alla sostanza

della dottrina.

Sette Commissioni, presiedute da sette cardinali, spinsero innanzi le

faccende preparatorie, malgrado il caldo, le vacanze e la _malaria_. Il

papa riceve giornalmente un rapporto sul lavoro che si va preparando.

Una Commissione speciale, composta di otto dignitarii, esercita le

funzioni di quartier-mastro, e prepara gli alloggi pei vescovi, e i

divertimenti--spirituali, s'intende--pei profani.

La Polizia garantisce la modestia immacolata del corpo di ballo del

teatro Argentina. Si pregarono poi i Transteverini di astenersi dal

coltello, e le Transteverine di farsi più belle, per la maggior gloria

di Dio.

Il discorso d'inaugurazione brulica nel cervello del P. Luigi da

Trento, arcivescovo d'Icona e predicatore apostolico al Vaticano.

Il più profondo mistero copre la _lista_ del Concilio. Ma siccome Roma

è sempre la città _Là dove Cristo tuttodì si merca_, così il _Times_ ha

potuto sapere come sarà composta la festa.

«Tre cose, esso dice, saranno trattate nel Concilio, il quale

durerà tre settimane al più. Queste tre cose sono: la dichiarazione

dell'infallibilità del papa, la quale sarà proposta, al principio

della sessione, da un prelato inglese; il Sillabo dogmatizzato

sarà convertito in legge; e finalmente sarà proclamato il dogma

dell'Assunzione e dell'Immacolata Concezione, desunto da due scritti

apocrifi del quinto secolo. Noi speriamo che tutto ciò riescirà a

seconda dei desiderii».

Questo Concilio non rassomiglierà agli altri. Dal Concilio di Nicea

sino a quello di Trento, codeste riunioni ebbero sempre uno scopo

determinato da raggiungere, un nemico speciale da combattere,

cominciando da Ario e terminando con Lutero,--ora Enrico IV di Germania

ed ora Federico II, ora i Saraceni, i Templari, o gli Ebrei. Ma il

Concilio attuale a qual fine è convocato?

L'enciclica dice: «È già noto da quale orribile tempesta è agitata

la Chiesa.... La Chiesa cattolica e le sue salutari dottrine, il

suo venerabile potere e la suprema autorità della Sede apostolica

sono assaliti e calpestati dai più abbominevoli nemici di Dio e

degli uomini; tutte le cose sacre disprezzate, i beni ecclesiastici

saccheggiati, i vescovi e i più alti dignitarii della Chiesa vessati in

tutte le forme, gli Ordini religiosi espulsi, ed ogni sorta di libri

empii e di giornali pestiferi ... largamente diffusi.... In questo

Concilio ecumenico, tutte queste cose saranno accuratamente esaminate,

e sarà determinato ciò che, in questi tempi sommamente difficili,

può riuscire alla maggior gloria di Dio alla integrità della fede,

alla degna celebrazione del culto divino, alla salute eterna degli

uomini, alla disciplina ed all'istruzione solida e salutare del clero,

all'osservanza delle leggi ecclesiastiche, al perfezionamento della

morale, all'educazione cristiana della gioventù, alla pace ed alla

concordia universali. E noi dovremo sforzarci con la maggior energia ed

allontanare il male dalla Chiesa, non meno che dalla società civile» ...

Con un programma così vasto e così vago, il Concilio può dunque

entrare in tutte le quistioni, e portare il suo giudizio sul dominio

del pensiero, non meno che su quello della fede e del sentimento, sui

governi e sulla società. Quale sarà la condotta del mondo laico di

fronte ad un giudice che non è stato chiamato a giudicare, ed al quale

non si riconosce alcuna autorità, alcuna missione, alcuna competenza?

Si può considerare la domanda da tre punti di vista:

1.º Dal punto di vista della soggezione della Chiesa allo Stato;

2.º Dal punto di vista del _concetto_ del conte di Cavour: libera

Chiesa in libero Stato;

3.º Dal punto di vista della costituzione dell'avvenire: il prete

libero nello Stato libero.

La Chiesa soggetta allo Stato è una teoria che perde giornalmente

terreno. Questa teoria non è più scusabile se non nel paese in cui

il clero è stipendiato sul bilancio, e perciò pubblico funzionario,

come in Francia. Essa non ha più ragion d'essere che in un solo paese,

l'Italia, ove il papa non fa soltanto dei Concilii, ma dei Mentana;

non solo convoca dei vescovi, ma anche degli eserciti stranieri; non

solo proclama dei dogmi, ma pronuncia inoltre delle sentenze di morte

per causa politica; non solo s'appoggia ai Santi Apostoli, ma altresì

ai sovrani stranieri. In fine, codesta teoria cesserà di avere da per

tutto il menomo valore, appena La Chiesa cesserà d'essere una monarchia

tory, e diventerà una democrazia nazionale.

Il conte di Cavour era una mente troppo elevata per crederlo capace di

aver formulato seriamente la teoria di uno _Stato_ libero entro uno

Stato libero; perocchè la Chiesa, col suo attuale organismo, non è meno

di uno Stato--anzi uno Stato cento volte più autorevole che l'Impero

degli czar. Quando codesta teoria fu proclamata dinanzi al Parlamento

italiano, io la combattei naturalmente--mi sia permesso questo ricordo

personale--, e perorai per l'indipendenza del vescovo di fronte al

papa, per l'indipendenza del prete di fronte al vescovo: il prete

libero nello Stato libero! Trovatomi, dopo la seduta, col conte di

Cavour nei corridoj della Camera, io presi a scherzare sul suo bon-mot.

Ed ei mi rispose, col suo sorriso così finamente malizioso: «Domandando

ai cattolici quella ch'essi chiamano la lor capitale, Roma, bisognava

bene prometter loro un compenso!»

E però l'apoftegma, che fa applaudito come un principio politico,

non era in realtà, nella mente del suo autore, che un diplomatico:

«passatemi la sena, ch'io vi passerò il rabarbaro».

Del resto, la Chiesa libera è già stata sperimentata in Ispagna da

Filippo II, «il gran mangiatore di lardo, di cui faceva il suo pasto

principale», a quanto raccontano le _Ambassades de M. de Nouilles_.

Ora, sappiamo benissimo quello che fece in Ispagna il regime della

Chiesa libera. Pochi giorni sono, un Inglese venne quasi ucciso a

Lorca come _uccisore di fanciulli_, de'quali prendeva il grasso per

_spalmarne i fili del telegrafo!_ I due terzi dei partigiani di Carlo

VII, dice il _Semplice_, sono preti.

Semplice davvero!

Finalmente la teoria del prete libero nello Stato libero è la dottrina

democratica e nazionale dell'avvenire; quella che lascierà ai fedeli

scegliere, pagare e controllare il loro curato, ed ai curati scegliere

il loro vescovo, secondo l'interesse e la fede del loro paese,

all'altezza de'bisogni morali ed intellettuali del popolo, ed in

armonia con ciò che la scienza e la civiltà impongono alle credenze.

Scartando, per conseguenza, il principio della Chiesa soggetta, la

soluzione pacifica e degna, che i Governi cercano, è tosto trovata.

XXXVI.

L'infallibilità dei papi, l'infallibilità dei Concilii non provocano

più, ai giorni nostri, l'epigramma che si scagliava volentieri

contro di esse a'tempi di Voltaire. Dalla storia de'Concilii abbiamo

veduto un papa condannare quello che un altro papa aveva sancito;

il Concilio decretare contro il papa, e il papa pagare il Concilio

colla stessa moneta; un papa contraddire ad un altro papa, ed un

Concilio scomunicare un altro Concilio; la discordia essere lo stato

normale della Chiesa cattolica--_concordia discors_, la più disunita

della cristianità. John Cumming premetteva che, se avesse assistito

al Concilio, avrebbe opposto a tutto quanto decretavano i Padri, un

decreto contrario d'un altro Concilio, o d'una bolla o d'una enciclica.

Abbiamo veduto come la Chiesa possa accettare una parte de'canoni

d'un Concilio e respingerne un'altra; come una nazione può ricusare in

massa tutte le dottrine d'un Concilio, senza essere per ciò scismatica;

come uno Stato possa vietare a'suoi sudditi l'adozione de'canoni d'un

Concilio, anche ecumenico, e rimanere cattolico.

Ora, il Concilio si pronuncierà sopra due principali categorie di

fatti: il dogma e la disciplina. Noi abbiamo, per conseguenza, due

_criterii_ assicurati: la libertà della coscienza, l'eguaglianza dei

cittadini dinanzi alla legge.

Si tratterà di proclamazione di dogmi? Siccome ciò risguarda il

sentimento intimo della coscienza, e rimane sotto il nome di fede, così

nessun Governo ha il diritto di violarla, penetrandovi. Il credente

accetta o respinge il nuovo dogma, a suo beneplacito, secondo la

propria intelligenza, salvo al Governo il combattere l'errore logico,

come può, mediante l'istruzione gratuita ed obbligatoria.

Si tratterà di disciplina? Siccome ciò risguarda il clero--ed il prete

è anch'egli uomo e cittadino--così lo Stato ha il diritto e il dovere

di provvedere, affinchè codesta disciplina non rechi alcun torto,

alcuna offesa ai diritti ed alle libertà di questa classe sociale, a

cui esso deve protezione non meno che alle altre.

Ecco dunque lo Stato armato del diritto di difesa, senza ricorrere

alla misura preventiva del divieto ai vescovi di recarsi al Concilio,

senza imporsi la necessità d'immischiarvisi per inspirarlo, dirigerlo,

controllarlo.

Il Concilio deve aver luogo al di fuori d'ogni ingerenza laica. Quando

poi l'opera sua sarà terminata, se le dottrine proclamate feriscono la

società nella sua dignità, nel suo sviluppo materiale o morale, nel

suo lavoro, nel suo benessere, ne'suoi diritti, nelle sue libertà, lo

Stato ha il diritto di respingere l'opera del Concilio, come la Francia

e l'Inghilterra respinsero l'opera del Concilio di Trento, come Roma

rinnegò l'opera dei Concilii di Costanza e di Basilea, come gli Stati

misti lascieranno concordemente in disparte l'opera del Concilio di

Roma, non riconoscendo pei loro sudditi altra direzione legittima fuori

di quella che emana dai rappresentanti del paese e dalle leggi della

nazione.

E questa è la condotta che osserveranno l'Inghilterra, la Germania del

Nord, la Svizzera, l'Italia, e crediamo anche l'Austria.

Formulino pure i cattolici la loro fede, com'essi la intendono; si

accomodino nel loro foro interiore intorno al _Credo_ ch'essi più

desiderano. Ma qualora tutto ciò prendesse una forma e si manifestasse

all'esterno con un atto--la parola, lo scritto, l'insegnamento, il

culto--, codesta manifestazione esterna dovrebbe subire, come gli altri

atti della vita pubblica de'cittadini, il controllo delle leggi del

paese e dei regolamenti di polizia.

E perciò, nessuna inquietudine preventiva; nessuna agitazione politica

o diplomatica per porsi d'accordo, circa la resistenza; nessun

intervento, o per mezzo d'ambasciatori speciali al Concilio, o per

mezzo d'istruzioni speciali ai vescovi, come ai cardinali protettori

nei conclavi; nessun consiglio dato, o timore espresso, o minaccia

lanciata, o diritti eventuali evocati; ma dopo il fatto, se esso è

biasimevole o pericoloso, la maggior fermezza nel proibirlo, come si

proibiscono le derrate malsane per motivo d'igiene.

Il Concilio è come l'Accademia d'un sovrano straniero, che tiene le sue

sedute: i membri corrispondenti delle nazioni europee vi si rechino

pure, e ciancino in pace. La logica e il senso comune hanno sostenuto

ben altro!

XXXVII.

Ma le sinistre previsioni sul Concilio di Roma si realizzeranno?

Non si può giurare di nulla.

I tempi, è vero, non sono inclinati alle stravaganze collettive.

Il papa ha potuto pubblicare il suo piccolo Sillabo come un fatto

personale; ma un Concilio, nel secolo decimonono, indietreggerà forse

davanti l'enormità di proclamare codeste follie come principii di fede.

Noi siamo, in realtà, più serii e più positivi de'nostri antenati--così

nel mondo laico, come nel mondo ecclesiastico.

Se un Bonifazio VIII si pensasse oggidì di trattare il regnante

Filippo il Bello come quella del decimoterzo secolo, il sig. Rouher

non lo accuserebbe dinanzi l'Assemblea nazionale delle villanie

formulate da Guglielmo di Plasian; ma piuttosto d'aver fatto uccidere,

conficcandogli un chiodo nella testa, quel povero Celestino V, il

quale, dopo la sua elezione, osò entrare in Roma sopra un asino, come

Gesù in Gerusalemme; che visse sulla sedia papale come in una gabbia

ripiena di vipere; che si affrettò ad abdicare, non potendo risolversi

a vivere da Sardanapalo, e cui Dante rinchiuse nel suo _Inferno_,

appunto perchè egli aveva vilmente abdicato: «_Che fece per viltade il

gran rifiuto_».

Pio IX viaggia, in ferrovia[23], in una carrozza colle tende

mirabilmente dipinte da Gérôme, mentre il suo predecessore non credeva

nemmeno alle strade ferrate. Quando il principe di Piombino, reduce

da un viaggio a Londra, gliene parlò, Gregorio XVI rispose: «Non è

possibile: Aristotile ha detto: _Quidquid movetur ab alio movetur_[24].

Ora, chi muove il vapore?» E siccome il principe, dotto come il papa,

si limitava a replicare: «Ma, Santo Padre io ho viaggiato così»; e per

meglio spiegargli la meraviglia, aggiungeva: «Figuratevi che in poche

ore si andrebbe da Roma a Firenze, da Firenze a Torino, e da Torino

a Parigi»; Gregorio rimase stupefatto; poscia in tuono melanconico

osservò: «E dove andremo noi di questo passo?»

Il successore di Pio IX risponderà alla domanda di Gregorio XVI.

I vescovi, meno i romani, giungono tutti da paesi liberi, e la libertà

è come la luce: essa rallegra chi la vede, e riempie di dolore coloro

che non possono contemplarla.

Il vescovo di Fulda, dirigendosi ad una riunione di vescovi, sopra

la tomba di S. Bonifazio, disse: «Non crediate che il Concilio abbia

ad essere una guarigione magica di tutti i mali, abbia a scongiurare

tutti i pericoli e mutare la faccia della terra.... Giammai un

Concilio generale potrà stabilire un dogma, che non sia contenuto

nelle Scritture e nelle tradizioni apostoliche.... Giammai un

Concilio ecumenico potrà proclamare delle dottrine in contraddizione

coi principii della giustizia, del diritto dello Stato e della sua

autorità, della cultura generale--_Gesittung_--e degl'interessi della

scienza--_Wissenschaft_--in contraddizione colla libertà legittima e

col benessere delle nazioni.... Nè alcuno deve temere che il Concilio

generale prenda alla leggiera ed in fretta delle risoluzioni che lo

metterebbero necessariamente in antagonismo colle circostanze attuali

e coi bisogni de'tempi moderni: ovvero ch'esso voglia, al modo degli

entusiasti, trapiantare nel tempo presente idee, costumi, istituzioni

dei tempi passati»....

Noi pure siamo un poco di questo avviso, malgrado la dichiarazione

dell'ultimo paragrafo del Sillabo, il quale condanna come un errore la

semplice supposizione che il papa «potesse o dovesse riconciliarsi e

venire ad un componimento--_reconciliare et componere_--col progresso,

col liberalismo e colla civiltà moderna».

Malgrado la sua immobilità, la Chiesa è trascinata come un edificio

situato sopra una frana. Essa condannò un tempo il rispetto ai parenti,

il sentimento dell'onore e della patria, l'amore della vita, la

dottrina della proprietà. Lattanzio considerò il commercio come un

furto, perchè vi era lucro; S. Ambrogio, il prestito ad interesse come

un omicidio per strangolazione; Alessandro III proibì di seppellire gli

usuraj; Tertulliano disse che un cristiano non potreb'esser re, più che

un re possa essere cristiano. S. Clemente Alessandrino insegnò essere

pel cristiano un sacrilegio il radersi, il bere vino, il mangiar carne,

il fare dei bagni. La tragedia e la commedia furono condannate dallo

stesso Tertulliano, come un impegno preso col demonio. S. Gregorio

il Grande assicurò che un cristiano non può, senza empietà, leggere

gli autori profani, imparare ed insegnare la grammatica. S. Ambrogio

professò essere il matrimonio essenzialmente cattivo, e l'adulterio non

essere criminoso, se non da quando la legge ne fece un peccato....

La Chiesa non ha smentite queste dottrine ed altre ch'io ometto, ma

essa non le professa più; essa non condanna più coloro che non vi si

conformano.

Pio IX si rade ogni mattina. Il suo predecessore, non solo aveva

un barbiere, ma questo barbiere componeva per il papa de'libri

teologici[25], mentre il papa accarezzava i figli del barbiere.

Innocenzo VIII, quello stesso ch'ebbe sedici figli e di cui un poeta

disse:

_Octo Nocens pueros genuit totidemque puellas,

Hunc merito poterit dicere Roma patrem,_

Il Concilio · 第 5 / 7 段