Si chiamarono _corridori_ i Padri che si affrettarono a recarsi a

Trento. E siccome vi si annoiavano, così chiesero il permesso, sotto

un pretesto qualunque, di andare a Venezia o a Milano per distrarsi.

I legati concedevano di rado tale permesso, ma, per raddolcire il

rifiuto, davano del denaro.

Tre vescovi francesi giunsero in sul principio. Il re li richiamò;

ma essi mandarono il vescovo di Rennes a pregare S. M., in nome del

papa, di permetter loro di rimanere. E così due soltanto assistettero

all'apertura del Concilio.

Per lo addietro, il titolo di _Atti del Concilio_ comprendeva tutto. A

Trento si diede questo titolo ai decreti, e si tacque del resto.

Per lo addietro, i notaj assistevano al Concilio per raccogliere i

suffragi. Se i vescovi opinavano senza contraddizione, essi scrivevano:

«Il santo Sinodo ha pronunciato». Allorchè parecchi vescovi erano

dello stesso avviso, i notaj scrivevano: «I vescovi hanno proclamato

o dichiarato»; e questo teneva luogo di decisione. Quando non si

potevano punto accordare, i notaj registravano il voto di ciascuno, e

il presidente decideva.

Nulla di tutto questo fu fatto per gli atti del Concilio di Trento.

XXIX.

Giunto il 13 di dicembre, il papa pubblicò a Roma una bolla di

giubileo, in cui diceva: ch'egli aveva convocato il Concilio per sanare

le piaghe aperte alla Chiesa da detestabili eretici; che ciascuno

in particolare doveva pregar Dio pei Padri raccolti a Trento; e per

rendere efficaci queste preghiere, digiunare tre giorni ed assistere

alle pubbliche processioni; poi confessarsi e comunicarsi, in grazia di

che egli accordava loro il perdono dei loro peccati.

Nello stesso giorno, a Trento, i legati e venticinque vescovi,

indossati gli abiti pontificali ed accompagnati dai teologi, dal clero

della città e da tutto il popolo di Trento e dei dintorni, si recarono

processionalmente dalla chiesa della Trinità, ove s'erano riuniti, alla

cattedrale, dove il primo legato celebrò la messa dello Spirito Santo.

Il vescovo di Bitonto, il francescano Musso, pronunciò un discorso,

in cui si rivolse ai boschi ed alle foreste di Trento, scongiurandole

ad invitare tutti gli uomini a sottomettersi al Concilio, per timore

non si dicesse che, essendo venuta al mondo _la luce del papa_, gli

uomini avevano preferito alla luce le tenebre.... Egli invitò poscia

la Grecia, la Francia, la Spagna e l'Italia, tutta la cristianità alle

nozze. Infine, rivolgendosi a Gesù Cristo, lo pregò, per intercessione

di san Vigilio, patrono della vallata di Trento, di voler assistere al

Concilio.

Il papa, la cui _luce era venuta al mondo_, era quel cardinale Farnese,

che Alessandro VI aveva fatto uscire dal Castel Sant'Angelo, in cui

era rinchiuso come falsario di brevi pontificii, in grazia della

sorella Giulia Farnese, della quale Alessandro VI aveva fatto la sua

concubina, e che fece dipingere dal Pinturicchio come una Madonna--_in

the sacred character of the Virgin_, dice Roscoe--, appendendola poi

al capezzale del suo letto. La _luce del mondo_ era quel Paolo III

che aveva comperato i voti del conclave; quel papa di cui Benvenuto

Cellini diceva: «che non credeva in nulla, nè in Dio nè in altra cosa,

fuorchè nell'astrologia»; quel Paolo III che, come Alessandro VI,

aveva sedotto sua figlia Costanza prima di maritarla allo Sforza, e

che aveva in seguito avvelenata, perchè si opponeva alla continuazione

dell'incesto; quel papa che aveva già avvelenato i rivali che gli dava

sua sorella; quel papa che nominava cardinali i suoi nipoti, dell'età

di quattordici e sedici anni, e Crispo ch'era stato cavalleggero; quel

papa che aveva fatto costruire una macchina infernale per assassinare

Carlo V; quel papa che sancì l'Ordine dei Gesuiti; quel papa ch'ebbe

mano nell'avvelenamento del cardinale Ippolito de'Medici, che l'aveva

nominato papa, in casa della sua concubina Giulia Gonzaga; quel papa

ch'era padre di quel Pier Luigi Farnese, che violava i vescovi.--Paolo

III diceva: «Io imparai dalla storia e dalla mia propria esperienza che

la Santa Sede non fu mai potente e felice se non quando fu alleata alla

Francia». E piegò verso la Francia; in modo che Carlo V diceva di lui:

«Altri prendono il mal francese in gioventù, ma questo papa lo prende

nella vecchiaia». Egli morì in un accesso di bile, forse avvelenato dal

cardinale Farnese, suo nipote.

Dopo il discorso del vescovo di Bitonto, i legati fecero leggere una

lunga esortazione così concepita: che essendo loro cómpito di ammonire

i prelati durante il Concilio, essi credevano doverlo fare sin dalla

prima seduta, ma in guisa da non consigliare mai nulla di cui non

dessero essi medesimi l'esempio, essendo in tutto eguali agli altri;

che il Concilio si teneva per tre scopi principali: l'estirpazione

dell'eresia, il ristabilimento della disciplina ecclesiastica, e il

ricupero della pace; che per riuscire nel pio intento, bisognava avere

il profondo sentimento che codesti mali erano stati provocati dal

peccato dell'eresia--non già per averla suscitata, ma bensì per aver

mancato al proprio dovere di seminare la buona dottrina e di estirpare

la zizzania; che, rispetto alla corruzione de'costumi, non era mestieri

parlarne, poichè nessuno ignorava che i pastori ed il clero erano i

corruttori e i corrotti: in punizione di che, Dio aveva loro mandato

la terza piaga, cioè la guerra al di fuori coi Turchi, e al di dentro

tra'cristiani; che senza questo vero riconoscimento de'loro falli, essi

invocherebbero invano lo Spirito Santo e comincierebbero invano il

Concilio; che le sventure della cristianità provenivano da un giusto

giudizio di Dio che la puniva, quantunque con pene ben minori delle

sue colpe; che per calmare la sua collera, bisognava confessare queste

colpe, ad esempio di Esdra, di Nehemia e di Daniele, senza di che lo

Spirito Santo non discenderebbe sopra di essi; che Dio faceva loro

una grazia particolare nel porli in grado di cominciare il Concilio

per riparare ai danni della Chiesa; che Dio era spettatore delle loro

azioni, insieme con gli angeli e tutta la Chiesa. Infine, i legati

raccomandavano ai vescovi mandati dai principi di servire i loro

padroni, in modo che il servizio di Dio fosse preferito a qualunque

altra cosa.

E questo sarà il testo preciso dell'allocuzione che Pio IX dirigerà

al Concilio, aggiungendovi le rapine del razionalismo e gli attentati

dei rivoluzionarii, che hanno spogliato la Santa Sede di ciò che

aveva ricevuto da Dio; e facendo una tirata contro la pubblica

educazione e l'insegnamento avvelenato dalla libertà.... Il tutto

condito di _pecore_, di _ovili_, di _lupi voraci_, di _corrucci del

cuore paterno_, di _persecutori della Chiesa_, di _figli scellerati di

Satana_ ..., che già sappiamo. Il gergo ecclesiastico è stereotipato!

XXX.

Dopo la suddetta rimostranza, i legati di Trento lessero la bolla di

convocazione del Concilio, con un breve della semplice deputazione dei

togati, e la bolla spedita per aprire il Concilio.

Alfonso Zorilla, segretario di Mendoza, presentò di nuovo ai legati

l'ordinanza dell'imperatore, con una lettera particolare del suo

signore, il quale si scusava della momentanea assenza per una

indisposizione. I legati accolsero tale scusa; e quanto all'ordinanza,

dissero: che, benchè essi avessero già risposto, pure volevano

rispondervi un'altra volta, per mostrare maggiore rispetto verso

l'imperatore.

S'inginocchiarono poi tutti, e fecero prima una preghiera a bassa voce,

come s'usa in ciascuna sessione, in conformità al ceremoniale romano;

poscia il presidente Monti recitò ad alta voce quella: _Adsumus, Domine

Sancte Spiritus,_ ecc. Cantate quindi le litanie, il diacono lesse

il vangelo: _Si peccaverit in te frater tuus_. Finalmente, cantato

il _Veni Creator_, i Padri sedettero secondo il loro rango, e il

presidente lesse il decreto, domandando se loro piaceva d'ordinare che

il Santo Concilio di Trento fosse aperto, e di dichiararlo aperto, per

la gloria di Dio, la estirpazione delle eresie, la riforma del clero

e del popolo, e l'estinzione dei nemici del nome cristiano. I Padri

risposero tutti: _Placet!_--primi i legati, poi i vescovi e gli altri

Padri. Dopo di che, lo stesso legato domandò se, a cagione delle feste

di Natale che si avvicinavano, piaceva loro che la sessione si tenesse

all'indomani della Epifania. Ed essi di nuovo risposero: _Placet!_

Ercole Severoli, promotore del Concilio, fece istanza ai notaj di

erigere sopra ciò un atto pubblico. In fine, si cantò il _Te Deum_.

Nel recarsi alla cattedrale, gli Ordini religiosi erano stati a capo

della processione, preceduti dalla croce, e seguiti dai Capitoli

collegiali e dal resto del clero, e poi dai vescovi, dai legati e dagli

ambasciatori del re dei Romani. Nel ritorno, i legati, con la croce

alla testa, uscirono pei primi, poi gli ambasciatori e poi i Padri, i

quali avevano deposto gli abiti pontificali.

Ciascuna sessione si aprì con le stesse cerimonie.

Si tennero parecchie congregazioni. Del Monte propose i regolamenti

per il buon ordine e la tenuta del Concilio, e fu stabilito si

esaminerebbero anche le materie che dovevano esser trattate nelle

congregazioni. Qualunque sorpresa d'una quistione importuna rimase così

cansata.

I legati ottennero che il papa nominasse gli ufficiali pel Concilio.

Nella seconda congregazione, l'arcivescovo d'Aix e il vescovo d'Agde

pregarono i legati di non trattar nulla d'essenziale, prima dell'arrivo

degli ambasciatori del re di Francia. Ma non furono ascoltati.

Fu accordato voto deliberativo agli abati e generali di Ordini, per

aumentare la maggioranza del papa.

Nella sessione non si discuteva, e si opinava soltanto per formalità.

Per la seconda sessione, i prelati, vestiti co'loro abiti ordinarii,

si riunirono in casa del primo legato Del Monte, donde poi si recarono

alla cattedrale, preceduti dalla croce e passando in mezzo a trecento

soldati di fanteria. Appena i Padri entrarono in chiesa, i soldati

fecero sulla piazza una scarica, e si tennero in guardia durante tutta

la sessione. I teologi rimasero in piedi. Gli ambasciatori occupavano

il loro banco, con alcuni gentiluomini del vicinato, scelti dal

cardinale di Trento. Il vescovo di Castellamare cantò la messa; quello

di S. Marco fece il discorso.

Dopo la messa, i prelati indossarono le vesti pontificali, e fecero

la preghiera come nella sessione precedente. Quando furono seduti,

il vescovo celebrante lesse la bolla, che proibiva di ammettere il

suffragio dei procuratori e degli assenti; e lesse poscia alcuni

decreti del Concilio, tra gli altri quello di parlare modestamente

nelle sedute. I Padri risposero: _Placet_.

I Francesi insistettero di nuovo per l'aggiunta di _universalem

Ecclesiam repræsentans_, da apporre al titolo del Concilio. I legati

se ne lagnarono nella congregazione successiva, dicendo: ch'era

sconveniente il mostrare diversità d'opinione nelle sedute, mentre le

congregazioni segrete si tenevano espressamente per lasciare a ciascuno

la libertà di dire il proprio avviso, affine di mostrare nelle sessioni

pubbliche la conformità dei pareri.

I legati avevano ragione.

Lo Spirito Santo, ivi presente, non poteva inspirare bianco agli uni

e rosso agli altri. E però in una sessione si discusse sulla famosa

colomba da porre sul suggello del Concilio. I legati opinavano che, se

il Concilio aveva con sè lo Spirito Santo, non v'era alcun bisogno di

ricorrere al papa pegli schiarimenti.

E il povero Cristo, nel _Paradiso_ di Dante, si lagna che il suo

vicario abbia fatto di lui un _segnacolo in vessillo_ e una _figura di

sigillo!_....

XXXI.

Dopo l'ottava sessione, l'11 marzo del 1547, il Concilio fa rinviato a

Bologna, ove tenne l'intermezzo della nona, decima e undecima sessione,

senza nulla decidere.

Giulio III, ch'era succeduto a Paolo III, restituì il Concilio a Trento

il 14 dicembre del 1550.

Giulio III era quello stesso cardinale Del Monte, che era stato il

primo legato al Concilio, nominato papa malgrado la stessa candidatura

di Carlo V, e quantunque avesse detto, ridendo, in un gruppo de'più

giovani dei suoi elettori: «Se voi mi fate papa, vi dò per confratello

il _prevostino_».

Il _prevostino_ era uno de'suoi molti figli, ch'egli aveva fatto

allevare insieme con uno scimiotto ed una bambina, sua figlia

anch'essa, «e l'aveva tenuto dapprima nella sua camera, e poi nel suo

letto», secondo la narrazione del Dandolo, ambasciatore di Venezia.

Del Monte era un allegro compare, dedito agli amori. «Il cardinale di

Trani, scriveva Mendoza a Carlo V, ha sempre la sua casa _piena di

puttane e monti di garzoni_». Egli era stato l'amante della famosa

cortigiana Beatrice Ferrarese, che servì di modello per tante Madonne.

Egli viveva come un sibarita, e bestemmiava come un carrettiere. Un

giorno, mentre bestemmiava contro un maggiordomo, a proposito d'un

pavone mal cotto, ed un cardinale essendosene scandalizzato, Giulio

III esclamò: «Che se Dio era montato in collera per un cattivo pomo,

egli, che n'era il vicario, poteva bestemmiare per un pavone, che

valeva molto di più». Enrico Estienne assicura ch'egli abusava de'suoi

giovani cardinali _more sodomitico_, non meno che di suo figlio il

_prevostino_, che aveva fatto cardinale, e che Paolo IV degradò pei

suoi delitti. Giulio III fu sul punto di far cardinale l'Aretino,

ch'egli baciò in bocca. Morì poi quasi di fame, per ordine dei medici.

Il cardinale di San Marcello, Marcello Crescenzio, fu mandato legato

alla riapertura del Concilio, aggiungendogli, in qualità di nunzii,

l'arcivescovo di Siponte e il vescovo di Verona.

Il 28 di aprile del 1552, alla sedicesima sessione, il Concilio fu di

nuovo interrotto.

Giulio III morì nel 1555, ed ebbe per successore il suo collega al

Concilio di Trento, il cardinale Santa-Croce, Marcello Cervini. Questi

volle conservare il proprio nome, e si chiamò Marcello II.

Il mutamento di nome dei papi datava da Sergio II (844), il quale,

chiamandosi Boccaporci, _Os porci_, come dice Onofrio Panvini, _ob

turpitudinem cognomenti_, prese un altro nome.

Corse voce che Marcello II fosse stato avvelenato, a cagione della

rigidità de'costumi che voleva imporre agli ecclesiastici. Adriano VI

fu certo avvelenato per la stessa causa.

Il suo successore, l'inquisitore Caraffa, Paolo IV, minacciava di

mostrarsi ancor più severo. Egli metteva paura alle persone della sua

Corte, e diceva: _Uxorem non habentes sæpe verberant_--«i celibatarii

percuotono volontieri». E percosse molto, anche de'cardinali, e strappò

la barba all'ambasciatore di Ragusa. Le prime parole dette da Paolo IV,

appena nominato, furono: «Io non devo la mia tiara a nessuno». E quando

gli fu domandato come voleva esser trattato: «Da gran principe», egli

rispose. Paolo mangiava molto--- venticinque piatti--, e beveva forte:

rimaneva a tavola tre ore. Egli era accuratissimo, siccome d'alto

lignaggio. L'Inquisizione fu la sua più grande occupazione. Odiava

profondamente gli Spagnuoli e l'imperatore, «Io sono Italiano!--diceva

egli con più verità che Giulio II--ed in Italia non v'ha che una

_tiara_ ed un _berretto_: Roma e Venezia». Ei li odiava talmente

cotesti Spagnuoli, che si collegò coi protestanti di Germania, e chiamò

in Italia Solimano per discacciarne i _marrani_.

Questo papa fece paura allo stesso duca d'Alba. Ma Paolo IV era stato

terrificato da Filippo II.... Quando egli fu eletto, andò scritto il

seguente feroce epigramma:

_Sixtum lenones, Julium rexere cinædi,

Imperium vani scurra Leonis habet._

_Clementem furiæ vexant et avara cupido;

Quæ spes est regni, Paule, futura tibi?_

(I lenoni governarono Sisto, i cinedi Giulio; i buffoni guidarono

il leggero Leone; le furie, l'avarizia, la cupidigia possedettero

Clemente. Quale specie di regno ci riservi tu, o Paolo?)

Alla sua morte, mentre i Romani ne spezzavano la statua, un poeta

componeva un epitaffio sanguinoso, che terminava con questi versi:

_Hostibus infensis supplex, infidus amicus:

Scire cupis cætera? papa fui!_

«Egli fa papa»--ciò dice tutto[21].

Paolo non si curò punto del Concilio.

Per lui, i Padri non erano che semplici consiglieri del pontefice, al

quale appartiene ogni autorità e dinanzi al quale tutto si piega.

XXXII.

Il Concilio si riunì di nuovo il 29 novembre del 1562, sotto Pio IV,

e cominciò dalla sessione decima settima, malgrado le rimostranze di

alcune potenze e di alcuni Padri, i quali avrebbero voluto considerare

la nuova riunione come un nuovo Concilio. Il cardinale di Mantova,

Ercole Gonzaga, fu mandato come legato, aggiungendogli Giacomo de Puy,

nizzardo, eccellente giureconsulto. Poco appresso, Gonzaga morì, e Pio

IV mandò a Trento il cardinale Navagero e il cardinale Morone, fatto

uscire allora dal castel Sant'Angelo, ove lo aveva fatto rinchiudere

in compagnia del cardinale Foscarini, come eretici, per aver lasciato

passare il libro degli _Esercizi spirituali di Sant'Ignazio di Loiola!_

I legati domandarono al papa _dieci buone teste_ per opporle ai vescovi

di Spagna.

Pio IV aveva pochissima stima del Concilio. Allorchè gli si

rimproverava di non lasciare ai Padri, «a que'vescovetti, a

que'_fanciulli_,» bastante libertà, egli rispondeva: «È vero, ma i loro

re ne lasciano loro ancora meno». Ed agli ambasciatori diceva: «che i

sovrani gli sarebbero molto più cari, se lo aiutassero a liberarsi dal

Concilio, anzichè ad esterminare gli Ugonotti».

Quando il conte di Luna rimproverava al Morone la servitù del Concilio,

e che si chiamassero nelle congregazioni molti Italiani e due soli

Francesi e due Spagnuoli, e che si estorcessero i voti, il Morone non

negava punto la cosa, ma rispondeva: che nessuno si lagnava di codesta

servitù, e che le cose andavano proporzionatamente, essendovi al

Concilio centocinquanta Italiani e soli sessanta stranieri. «Voi non

tenete conto delle nazioni, soggiunse un giorno il duca di Luna; ma, in

fine, le contate».

Pio IV, ch'era lo Spirito Santo del Concilio, aveva due figlie ed un

figlio. Cosimo de'Medici lo aveva fatto eleggere a forza di scudi,

comprando i cardinali al conclave. Pio IV diceva all'ambasciatore

di Venezia, che non v'era un cardinale che sapesse resistere a 500

scudi di pensione. Ed egli condusse il Concilio col denaro: vi spese,

infatti, 600,000 scudi, circa 5 milioni di franchi.

Egli pendeva pel matrimonio dei preti. Fece imprigionare uno

de'nipoti di Paolo IV, il cardinale di Napoli, e strangolare l'altro,

il cardinale Carlo Caraffa, che l'aveva fatto papa. Pio V, suo

successore, ordinò la revisione del processo, fece appiccare il giudice

d'istruzione, che aveva trovato colpevoli i due cardinali--sempre

_infallibilmente_--, e fece distruggere gli atti del processo.

Pio IV fece dipingere dal Salviati, nella sala dei re al Vaticano, la

scena di Alessandro III, che pone il piede sulla testa del Barbarossa.

Dopo tutto, bisognava finirla con l'assemblea di Trento. Alcuni vescovi

spagnuoli si opposero alla chiusura; ma il Morone ingannò il Luna per

farlo acconsentire.

L'ambasciatore di Francia, Ferrier, diceva che, se il Concilio nominava

un papa, la Francia non ne riconoscerebbe giammai altri. Ora, il papa

era malato, e il Morone aveva speranza d'essere eletto. La chiusura

fu dunque decisa, affrettata. Il venerdì 3 dicembre del 1563, alla

ventesimaquinta sessione, si lessero tutti i decreti del Concilio; e

non essendosene terminata la lettura il primo giorno, si tenne seduta

all'indomani prima dell'alba.

Il cardinale di Lorraine si fece l'acclamatore generale: il che

spiacque, essendo questo l'ufficio d'un diacono, anzichè di un

cardinale. Egli cominciò le sue acclamazioni con augurare lunga vita

al papa, e poi facendo voti pel riposo delle anime di Paolo III e di

Giulio III. E continuò benedicendo la memoria di Carlo V, ed i re in

massa, ma non nominando Francesco I ed Enrico II; aggiungendo augurii

di lunga esistenza all'imperatore Ferdinando ed agli altri principi,

obbliando però Carlo IX, ed augurii di lunga durata alle repubbliche.

Ferrier non era presente: senza di che, egli avrebbe indubbiamente

protestato.

Il di Lorraine ringraziò, da ultimo, i legati, ed applaudì ai decreti

del Concilio. I Padri risposero tutti insieme, con le sole parole:

Anatema agli eretici!

I legati comandarono allora ai Padri, sotto pena di scomunica, di

firmare di proprio pugno tutti i decreti; e la domenica successiva vi

fu tutta impiegata.

Gli ambasciatori, che dovevano firmare alla lor volta, non

sottoscrissero punto. De Luna voleva sottoscrivere con restrizione,

non avendo Filippo II acconsentito alla chiusura del Concilio. E però

questo re diceva: «Che i Padri erano andati vescovi al Concilio, e

n'erano ritornati semplici curati».

Tutti i cardinali approvarono, in un concistoro, i decreti del

Concilio, fuorchè il cardinale Cicanda e il cardinale Ghislieri (che

fu in appresso l'abbominevole e atroce Pio V), trovando essi che i

vescovi avevano conservato troppa autorità. Si scongiurarono i principi

a far eseguire ne'loro Stati i decreti del Concilio; ma Carlo IX non

fu scongiurato nominatamente. Diecinove Padri, tra quelli che avevano

mostrato maggior zelo, furono promossi al cardinalato.

E qui poniam fine al nostro esame retrospettivo dei Concilii, già

troppo lungo, e giungiamo alle conchiusioni.

XXXIII.

In quale circostanza l'idea d'un Concilio venne al mondo, o piuttosto

sgorgò dal divino cervello dell'_angelico_ Pio IX?

L'8 dicembre del 1864, il decimo anniversario della «definizione

dogmatica della immacolata concezione della Vergine madre di Dio», la

Cancelleria romana partorì una lettera enciclica ed il famoso Sillabo,

opera di un Gesuita tedesco, il P. Schroder, il quale in 10 capitoli

e 80 paragrafi, trattò degli errori principali della sfortunata epoca

nostra.

Il 6 di giugno del 1867, diecisette quesiti, specialmente risguardanti

gli eretici, il matrimonio civile, ecc., furono con una lettera

circolare diretti ai vescovi.

Il 26 dello stesso mese, il papa pronunciò un'allocuzione in un

concistoro segreto, alla presenza di cinquecento vescovi, nella quale

annunciava loro il suo desiderio di convocare un Concilio generale,

mediante il quale la Chiesa cattolica compirebbe i suoi più bei

trionfi, convertirebbe i suoi nemici, e proclamerebbe il regno del

Cristo su tutto l'orbe abitato ed abitabile.

I vescovi risposero con un indirizzo--a Roma non si teme punto

l'indirizzo--, che «il loro cuore era colmo di gioia alla prospettiva

di codesto Concilio ecumenico, il quale non poteva essere che una

sorgente infallibile di unità, di santità e di pace».

Il papa ricevette l'indirizzo con entusiasmo, e, secondo il voto

de'suoi fedeli mandatarii, mise il Concilio sotto la protezione

di Colei che aveva calpestato la testa del serpente, e promise

che, allorquando il Concilio si riunisse, verrebbe inaugurato

nell'anniversario dell'Immacolata Concezione.

Il 29 di giugno del 1868, la bolla della convocazione del Concilio fu

canonicamente promulgata.

L'8 di settembre dello stesso anno, comparve la lettera apostolica

diretta a tutti i vescovi di rito orientale separati da Roma,

invitandoli a presentarsi al sinodo, «come i loro predecessori

erano stati presenti al secondo Concilio di Lione ed a quello di

Firenze»,--dove però non ebbero il permesso di votare, e sedettero in

disparte.

L'abate Testa fu poi incaricato di portare personalmente questa lettera

ai vescovi e patriarchi scismatici.

Infine, il 13 di settembre, comparve la lettera apostolica ai

protestanti, con la quale il caritatevole Padre de'fedeli li esortava

«ad abbracciare l'opportunità di questo Concilio»--_occasionem

amplectantur hujus concilii_. Ma il cuore indurito degli scismatici

orientali non parve commosso dalla gentilezza dell'invito. La grazia

proveniente da Roma li toccò ben poco!

Il Concilio · 第 4 / 7 段