Il Concilio di Trento ebbe 25 sessioni: una nel 1545, quattro nel 1546,

tre nel 1547; e fu nell'ottava sessione che il Concilio venne rimandato

a Bologna. Alla undecima sessione, Giulio III restituì il Concilio

a Trento, il 14 dicembre 1550. Nel 1551 v'ebbero quattro sessioni,

compresa la continuazione dell'undecima. Il 23 gennaio e il 28 aprile

ebbero luogo la quindicesima e sedicesima sessione; dopo di che, il

Concilio fu aggiornato, e non si riaprì che il 18 gennaio 1562. Sei

sessioni si tennero in quell'anno: la ventesima terza, ventesima quarta

e ventesima quinta nell'anno successivo.

Il Concilio cominciò con quattro arcivescovi, venti vescovi, un

cardinale, oltre i tre cardinali legati, e cinque generali capi

d'Ordini religiosi, assistiti da alcuni teologi francescani e

domenicani, più scaltri che dotti. La materia dei dibattimenti

giungeva, come s'è detto, tutta preparata da Roma e per istaffetta; il

che die'luogo al motto: «che lo Spirito Santo viaggiava nella valigia

del corriere».

Leggiamo, infatti, questo motto in una lettera dell'abate di Lansac

a Caterina de'Medici e in un discorso di Andrea Dudycz, vescovo

ungherese. Questi paragona i vescovi del Concilio ai pifferi, che

cessano di suonare quando si cessa di soffiarvi dentro. Egli dice

inoltre che in questo Concilio: _omnia erant humana consilia_; che si

spedivano giorno e notte dei corrieri, e si attendeva la risposta da

Roma, come quella degli oracoli di Delfo e di Dodona; che lo Spirito

Santo viaggiava _tabellarii manticis inclusus_, e ch'egli doveva

fermare il volo, se per caso un fiume era gonfio--d'onde avveniva

che _Spiritus non super aquas_, come nella Genesi, ma _secus aquas

ferretur_[19].

Il vescovo di Bitonto recitò il discorso di apertura, e provò che il

Concilio era necessario, poichè parecchi Concilii hanno deposto re e

imperatori, e poichè, nell'_Eneide_, Giove raccolse il Concilio degli

dei; che i prelati doveano recarsi a Trento come nel cavallo di Troja;

e che la porta del Concilio e quella del paradiso sono eguali....

Si pregò per Carlo V. Duprat, vescovo di Clermont, domandò si pregasse

anche pel re di Francia; ma gli fu risposto che bisognerebbe allora

pregare egualmente pegli altri re, e che quello che fosse nominato

l'ultimo si terrebbe offeso.

XXII.

Nella seconda sessione si decretò che i voti si raccoglierebbero per

individuo e non per nazione--il che assicurava al papa la direzione

dell'assemblea, ove gli Italiani erano tre contro uno;--che il

Concilio s'intitolerebbe ecumenico, senza la clausola «rappresentante

la Chiesa universale», la quale avrebbe potuto inorgoglire i Padri e

far dubitare della supremazia del papa;--e che, in fine, le quistioni

sarebbero discusse in congregazioni particolari, si risolverebbero

in congregazioni generali segrete, e sarebbero poi pubblicate nelle

sessioni, delle quali si farebbero conoscere soltanto gli atti per

mezzo della stampa.

Paolo aveva ordinato a'suoi legati di mostrarsi assai corrivi nella

discussione dei dogmi, purchè nella formula si adoperassero espressioni

vaghe ed ambigue; ma di non ceder punto allorchè si trattava

dell'autorità e delle prerogative del papa. Nondimeno il primate di

Portogallo aveva detto: «Gl'illustrissimi cardinali devono essere

illustrissimamente riformati». Poichè la riforma era la cosa la più

desiderata dai Padri stranieri, e la più temuta dai legati.

Pietro Danès, ambasciatore di Francia, giunse, ed arringò il Concilio.

--Questo gallo canta bene! esclamò un de'legati--giuocando di parole

sul _Gallus_ (gallo e Francese).

--Piacesse a Dio, rispose l'ambasciatore, che Pietro si pentisse di

nuovo al canto del gallo!

I Padri parlavano in latino, come parleranno nel prossimo Concilio

di Roma. Figuratevi quale Babele, con un latino imperfettamente

conosciuto, pronunciato alla francese, all'inglese, alla tedesca, da

Italiani, Spagnuoli e Polacchi! come dovevano intendersi bene!

Le sessioni si succedevano. Le decisioni erano prese sempre secondo il

voto de'legati inspirati da Roma. Malgrado ciò, le discussioni furono

tempestose, poichè i teologi dei diversi Ordini non s'intendevano

punto, specialmente intorno la Grazia e il peccato originale. Nella

discussione sulla giustificazione, il vescovo di Cava, il quale

pensava, come S. Paolo, S. Agostino e i protestanti, che basta la fede

per salvarsi, strappò a piene mani la barba al vescovo di Cheronea, il

quale coi cattolici obbiettava che la fede non valeva nulla senza le

opere.

I protestanti, alla Dieta di Ratisbona, respinsero i primi decreti del

Concilio. Carlo V ne proscrisse i capi, ed armò l'esercito.

Nel tempo stesso, Lutero moriva tranquillamente (18 febbraio 1546),

vedendo la sua opera perseguitata, ma per nulla in pericolo.

I principi protestanti risposero alla sfida di Carlo V con la lega di

Smulkalda. Il papa mandò il suo esercito all'imperatore; ma questi,

curandosi mediocremente de'settarii, voleva schiacciare i principi

ribelli per consolidare il proprio Impero in Germania. Al contrario,

il papa voleva creargli degl'imbarazzi politici in Germania per

indebolirlo in Italia.

I protestanti furono vinti a Mühlbourg.

Il papa, spaventato da questa vittoria, ordì intrighi in Italia.

Carlo V pesò alla sua volta sul Concilio, e minacciò il cardinale

Santa-Croce, che parlava della traslazione dell'assemblea, di farlo

gettare nell'Adige.

Ma Paolo III, approfittando delle febbri che regnavano a Trento,

fece decretare la traslazione de'Padri a Bologna. Però i vescovi

ultramontani, i quali dicevano «che il papa era un vecchio ostinato,

che lavorava a mandar a male la Chiesa», non si mossero.

Carlo V protestò per mezzo de'suoi ambasciatori; e poi rispose col suo

decreto dogmatico, conosciuto sotto il nome d'_Interim_--una specie

di compromesso conciliativo tra la dottrina protestante e quella dei

cattolici, il quale fece tutti malcontenti.

Paolo III si limitò a riprovare il matrimonio de'preti e la comunione

sotto le due specie, e reclamò la restituzione dei beni confiscati al

clero in Germania.

Il Concilio di Bologna, ridotto a sei arcivescovi e trentasei vescovi,

senza la presenza degli ambasciatori de'principi, non poteva più

procedere. Paolo si apparecchiava a chiamarlo a Roma, quando fu côlto

dalla morte.

XXIII.

Giulio II, già legato a Trento, convocò di nuovo il Concilio in questa

città nel 1550.

Enrico II, che abbruciava gli Ugonotti in Francia, si dichiarò

contrario ad un Concilio tenuto contro i protestanti, ed inviò il

famoso Amyot, il traduttore di Plutarco, per protestare. Egli richiamò

poscia i Padri francesi, ed intimò un Concilio nazionale, affine di far

nominare un patriarca di Francia.

La Dieta d'Augusta propose un Concilio libero, al di fuori di qualunque

vincolo col papa, giudice nello stesso tempo degli uomini e delle

dottrine; e fece redigere due professioni di fede: l'una da Melantone,

l'altra da Brenzio.

Le dottrine riformate guadagnavano ogni giorno terreno. Giulio III

non si scoraggiò punto. Il Concilio riprese i suoi lavori; e vi si

attendevano persino i teologi protestanti. Infatti, Melantone si avanzò

sino a Norimberga. Ma poi si arrestarono, spaventati dalla sorte di

Giovanni Huss e di Girolamo da Praga, bruciati, come abbiam detto,

malgrado il salvo-condotto di cui erano muniti. I teologi protestanti

inviarono invece la loro professione di fede.

La redazione di quest'atto scatenò la tempesta, la quale non si sarebbe

forse limitata a sole grida, se l'Assemblea non fosse stata sciolta in

tutta fretta.

In mezzo ad una festa da ballo, che i Padri diedero a colui che fu poi

Filippo II ed all'erede del duca di Savoja, «--nella qual festa i Padri

ballarono, dicesi, con molta gravità e decenza»,--giunse la notizia

che Ferdinando I aveva fatto assassinare il cardinale Martinusio

in Ungheria, che i Turchi minacciavano questo paese, che Enrico II

mandava truppe in Germania ed in Italia; e che Carlo V e suo fratello

Ferdinando, sorpresi in una gola del Tirolo presso Innspruck, erano

stati battuti e costretti a fuggire.

Il Concilio rimase sospeso per dieci anni. Pio IV lo riconvocò a Trento

nel 1562.

XXIV.

Cinque legati pontificii, in qualità di presidenti, due altri

cardinali, tre patriarchi, venticinque arcivescovi, centosessanta

vescovi, sette abati, sette generali di Ordini e più di cento teologi,

bene scelti, sfilarono in mezzo a due ale di moschettieri, e si

recarono alla chiesa.

Tra gli ambasciatori sorsero gravi dispute di preminenza: quelli di

Baviera volevano precedere quelli di Venezia, e quelli della Svizzera

volevano andare innanzi a quelli di Firenze; il conte di Luna,

ambasciatore di Spagna, voleva essere incensato alla messa, e voleva

baciare la patèna prima di Ferrier, ambasciatore di Francia. Poco mancò

si ponesse mano alle spade in chiesa: il servizio divino ne fu turbato.

Il vescovo di Reggio arringò i Padri, e provò che la Chiesa di Roma è

superiore a Dio stesso, «poichè la Chiesa ha distrutto la circoncisione

e il sabbato, che Dio aveva istituiti e ordinati».

Il papa diede sessanta scudi d'oro ai prelati italiani, che votavano

come.... gli arcadi del Corpo legislativo. Il nuncio Simonetta

manteneva una schiera di prelati interruttori, i quali, come scrive

l'abate di Lansac a Caterina de'Medici, turbavano le sedute con grida e

motteggi.

I Gesuiti esercitavano sui Padri la più alta influenza, e la facevano

da giannizzeri del papato. Il P. Lainez, loro generale, aveva avuto

il coraggio di esclamare in piena seduta: «Che le altre Chiese non

potevano riformare la Corte di Roma, poichè lo schiavo non istà al

disopra del suo signore». I vescovi italiani applaudirono; i vescovi

spagnuoli si unirono ai francesi, condotti dal cardinale di Lorraine,

per controbilanciare il partito romano. Un prelato italiano esclamò:

«Il Concilio è caduto dalla rogna spagnuola nel mal francese».

Nella decimasettima seduta si trattarono i libri col massimo rigore; di

modo che, dice fra Paolo Sarpi, non rimaneva più nulla che si potesse

leggere: lo Spirito Santo aveva decretato l'idiotismo universale.

I Governi d'Europa si scossero alle idee che predominavano nel

Concilio, assolutamente contrarie allo spirito de'popoli. L'Austria,

per mezzo de'suoi ambasciatori, propose venti punti di riforma,

tra'quali l'abolizione delle indulgenze, che si vendevano a lotti a

Roma, e si rivendevano a quattro soldi al pezzo nelle osterie della

Svizzera e della Germania. Ferdinando I domandò il calice pei laici e

il matrimonio pei preti. Ferrier, con le lettere della stessa Caterina

de'Medici, esigeva il matrimonio de'preti, la messa in lingua volgare,

un Concilio ecumenico libero, come lo intendevano i protestanti. La

Baviera domandò tutto questo e più ancora.

I legati si spaventarono.

Pio IV inviò un supplemento di Padri italiani per rinforzare la

maggioranza; fece comprare il dottor Hugonis, che gli riferiva i

segreti del Comitato francese; e scrisse allo stesso cardinale di

Lorraine (il quale fu così crudele verso gli Ugonotti per politica,

non già per fede): «non esser bene che il popolo abbia la piena

intelligenza dei misteri della religione, ma esser piuttosto necessario

che esso creda ed obbedisca per fede».

Ma siccome insistevasi sulla riforma della Corte di Roma, così i

legati proposero si cominciasse dal riformare i Governi secolari e

l'episcopato medesimo.

Questo colpo inatteso troncò le rimostranze.

Il papa si ammalò in seguito di eccessi d'ogni genere. E poco appresso

ne morì; e Pasquino disse: «_In odio visse, e si morì d'amore!_»

I cardinali volevano accostarsi a Roma: essi temevano che il Concilio,

imitando quello di Costanza, nominasse il successore di Pio IV. Fu

dunque affrettata la chiusura del Concilio. Si decretò in gran fretta

una infornata di dogmi, venuti bell'e pronti da Roma; si scomunicò gli

eretici, come al solito; e nella ventesima quinta seduta fu proclamata

la chiusura. Vi si adoperò la formula: «Alla presenza dello Spirito

Santo, ci parve bene....», anzichè la formula consacrata: «Parve bene

allo Spirito Santo ed a noi».

Questo Concilio aveva durato ventun'anno. I teologi non v'ebbero voto

deliberativo: essi spiegarono i dogmi. I prelati pronunciarono. I

legati del papa diressero, e furono sempre i padroni.

Il papa approvò in un concistoro i decreti del Concilio, dietro

la proposta del cardinale Buoncompagni, che il papa solo poteva

interpretare i decreti e le decisioni sinodali, sui quali era

severamente vietato di fare alcuna glossa o commento.

La Francia e la Germania non riconobbero il Concilio di Trento. Ed

allorchè più tardi, all'epoca della reazione cattolica, esse vi

aderirono, non si sottomisero che alla parte dogmatica, respingendo

sempre la parte disciplinare, contraria agli usi ed ai privilegi di

ciascuna nazione.

XXV.

Il prossimo Concilio di Roma sarà pressochè calcato su quello di

Trento. Aggiungo dunque altri curiosi particolari, principalmente in

quanto alla forma stessa, alle pratiche, ai regolamenti, alle ordinanze

del Concilio.

I Concilii dei primi nove secoli della Chiesa erano stati convocati e

tenuti dagl'imperatori ed altri principi. Essi li avevano presieduti

in persona, o vi avevano delegato appositi commissarii. Infatti, ad

Efeso, fu il conte Candidiano che presiedette per l'imperatore; a

Calcedonia, presiedettero l'imperatore Marciano, Pulcheria sua moglie,

e i suoi commissarii; al Concilio di Costantinopoli, detto _in Trullo_,

Costantino il Barbuto ordinava quello che bisognava trattare, dava la

parola, dirigeva la discussione, troncava le contestazioni. Costantino

presiedette a Nicea; Teodosio al secondo di Costantinopoli.

I Padri di Calcedonia ammisero nondimeno due specie di presidenza del

Concilio: quella del principe e quella del pontefice o patriarca.

Quando il papa o il patriarca assisteva al Concilio, sedeva alla destra

dell'imperatore. I papi ebbero gran cura di far credere più tardi che

l'imperatore sedeva alla loro sinistra.

A partire dal nono secolo, parecchi Concilii furono indetti e

presieduti dai papi. Gregorio VII tenne il Concilio Lateranense;

Innocenzo III un altro Lateranense; Innocenzo IV e Gregorio X

presiedettero i Concilii di Lione; Clemente V quello di Vienna di

Francia; Alessandro V quello di Pisa; Eugenio IV quello di Firenze;

Giovanni XXIII e Martino V quello di Costanza.... A poco a poco si

stabilì poi la pratica della preminenza del patriarca o del papa in

queste riunioni ecclesiastiche.

Tale preminenza aveva tre scopi principali: la prerogativa della

sessione, il diritto di raccogliere i voti, la ratificazione di tutto

ciò ch'era stato fatto--ratificazione che non doveva nuocere alla

libertà del suffragio, ch'era assolutamente necessaria.

Nei primi Concilii, i diaconi e i preti prendevano posto tra'Padri, ed

avevano gli stessi diritti dei vescovi. Più tardi, allorchè prevalse la

dottrina della supremazia del vescovo sul prete, essi furono esclusi.

Nel Concilio di Nicea (314), i Padri sottoscrissero gli atti, non

per ordine di dignità, ma per anzianità di sede. Più tardi i vescovi

si conformarono alla data della loro ordinazione, secondo Graziano,

tanto pel rango che occupavano nella sessione, quanto per quello della

sottoscrizione. Nondimeno i vescovi di alcune sedi privilegiate furono

eccettuati da questa regola.

XXVI.

Siccome tutto quello che si dee trattare in un Concilio non si può

terminare in un giorno, così si prese la deliberazione di dividere

gli affari in varii tempi, e si distinsero le diverse riunioni in

sessioni--o azioni, come si chiamarono ne'primi secoli. Più tardi

ciascun affare ebbe una congregazione speciale, che nominò i Padri per

formulare i decreti o schemi di decreti.

Ciascuno aveva il diritto di esporre nella congregazione generale

il proprio avviso intorno al decreto proposto dai legati. Questi si

contentavano di opinare nelle sessioni.

Si proponevano i quesiti o i decreti nelle congregazioni ristrette--o

Comitati, o Ufficii, o Commissioni, come diciamo noi oggidì--;

dimodochè i Padri deliberavano prima tra loro per commissione. Si

presentava poi in una congregazione generale--in Inghilterra si direbbe

Comitato segreto--la relazione sul quesito preparata dalla Commissione,

e tutti potevano assistere ai dibattimenti e discutere, e poscia si

prendeva una decisione definitiva. Finalmente si presentava questa

decisione alla sessione generale per essere votata. Tale regolamento,

del tutto recente, era stato adottato per evitare al più possibile gli

alterchi tra'vescovi, e dare maggior forza all'azione dei promotori dei

Concilii e maggior decenza all'assemblea.

Ne'primi secoli, tutto si discuteva in comune ed in pubblico. Si

registrava il voto di ciascun membro, lasciando la più compiuta

libertà di suffragio. Ma questa libertà di suffragio essendo stata

violata negli ultimi tempi, allorchè i papi cominciarono a servirsi

dei Concilii come di strumenti della loro politica, il Concilio di

Costanza risolse di adottare il voto per nazione--cioè che ogni vescovo

opinasse tra'vescovi della propria nazione, e poi si portasse nella

sessione il voto dei Padri della nazione, pronunciato nella riunione

nazionale.

Sino all'undecimo secolo, non si pensò gran fatto al consenso del papa

pei decreti del sinodo. Si dava bensì gran peso a questo consenso; ma

se il papa ricusava di sottoscrivere al Concilio, s'egli non adottava

la decisione della Chiesa universale, si passava oltre. Era dottrina

che il Concilio generale poteva esercitare la propria autorità verso

i papi e i patriarchi, come verso gli altri membri della Chiesa. Il

Concilio di Costanza espresse di nuovo solennemente questa dottrina

nella terza sessione, e quello di Basilea nella sua seconda sessione:

_Synodus, in Spiritu Sancto legittime congregata, generale concilium

faciens, potestatem habet a Christo immediate.... cui, quilibet

cujuscumque status.... etiamsi papalis existat, obedire tenetur_.

XXVII.

Tra gli assistenti ad un Concilio, gli uni vi sono in qualità di

giudici per pronunciare sulle materie che si discutono; altri soltanto

per prender parte alla discussione ed esprimere un voto consultivo;

altri infine per compiere diverse funzioni, come quelle di segretarii

o di promotori, o per difendere il Concilio e vigilare al mantenimento

dell'ordine. In alcuni Concilii, i laici ebbero anche voto, e persino

voto deliberativo. Ma questo diritto appartiene omai esclusivamente ai

vescovi. Gli abati, i generali di Ordini, i teologi ebbero anch'essi

talvolta diritto di suffragio, ma sono principalmente membri

consultivi.

Il Concilio si apriva un tempo con la lettura del regolamento, di cui

ecco i punti principali, stipulati in un canone del Concilio di Toledo

del 633:

«Nella prima ora del giorno si farà uscir tutti dalla chiesa, e se ne

chiuderanno le porte. Tutti gli uscieri si ridurranno a quella per

la quale devono entrare i vescovi, i quali saranno introdotti tutti

insieme, e prenderanno posto secondo il loro rango di ordinazione.

Dopo i vescovi, si chiamerà quelli tra'preti e diaconi che si crederà

dover far entrare. I vescovi staranno seduti in giro, i preti seduti

dietro a loro, e i diaconi in piedi dinanzi ai loro seggi. Infine si

farà entrare i laici, che il Concilio crederà degni, ed i notaj per

leggere e scrivere quello che sarà necessario, e si farà poi guardare

le porte. Allorchè tutti avranno preso posto, il primo de'diaconi

dirà: «Pregate», e tosto essi si prostreranno successivamente, e

pregheranno per qualche tempo in silenzio; poi uno dei vescovi più

anziani si alzerà per fare una preghiera ad alta voce, rimanendo gli

altri prosternati. Finita l'orazione, e dopochè tutti avranno risposto:

_Amen!_, l'arcidiacono dirà: «Alzatevi». Tutti allora si alzeranno,

ed osserveranno un profondo silenzio. Poscia un diacono, indossata la

stola, leggerà il Vangelo; dopo di che porterà in mezzo all'assemblea

il libro de'canoni, e leggerà quelli che trattano della tenuta dei

Concilii. Il vescovo metropolitano prenderà quindi la parola, ed

esorterà quelli che hanno richiami od altre quistioni, a proporle.

Non si passerà ad altro argomento, senza che il primo sia esaurito.

Se qualcuno dal di fuori, chierico o laico, volesse indirizzarsi al

Concilio, farà conoscere il suo affare per mezzo dell'arcidiacono

della metropoli, ed allora gli sarà permesso d'entrare. Nessun vescovo

uscirà dalla seduta prima che sia finita; nessuno si allontanerà dal

Concilio prima che tutto sia terminato; affine di poter sottoscriverne

le decisioni».

I decreti son pubblicati nelle sedute solenni, che ricevettero il nome

di sessioni.

Talvolta la discussione sorge nella sessione, benchè i decreti sieno

stati preparati nei Comitati e nelle Congregazioni generali, come ho

detto. Allora si nomina una Commissione per deliberare sulla redazione

del decreto, il quale è sottoposto all'esame ed all'approvazione della

sessione successiva.

A Trento, tutti erano chiamati alle discussioni preparatorie del

secondo grado.

A Trento pure i prelati e i dottori erano divisi in tre congregazioni,

che si tenevano separatamente presso ciascuno dei legati. Tutte le

materie v'erano discusse a lungo, e vi si preparavano i decreti. Le tre

assemblee si riunivano poi in congregazione generale per deliberare

in comune. Preparati così i decreti, venivano letti nella sessione

solenne, e ricevevano una sanzione definitiva.

Nelle congregazioni, i vescovi non portavano che il berretto; nelle

sessioni, la mitra.

XXVIII.

L'ultimo di novembre del 1545, appressandosi il tempo dell'apertura

del Concilio a Trento, i legati inviarono un corriere a Roma per avere

una bolla che loro ingiungesse di aprirlo, dicendo che, per conservare

l'autorità della Santa Sede, era d'uopo che codesta bolla fosse letta e

registrata nella prima seduta. La bolla giunse, infatti, l'11 dicembre,

e all'indomani i legati ordinarono un digiuno ed una processione,

e tennero una congregazione generale, in cui fu letta la bolla e

determinato quello che si doveva fare nella sessione.

Il vescovo d'Astorga, Diego d'Alava, disse che si doveva leggere nella

congregazione anche il breve della Legazione e presidenza, affinchè

tutti potessero mostrare obbedienza alla Santa Sede. Quasi tutta

l'assemblea approvò questo parere, ed anzi ciascuno v'insistette

particolarmente. Ma il Santa-Croce, considerando le conseguenze

di tale domanda, e che, se si faceva pubblica l'autorità della

Legazione, ciò poteva invogliare a limitarla, trovò più a proposito

di tenerla segreta, per consigliare secondo l'occasione. Egli rispose

dunque subito: che tutti i prelati non formavano che un corpo solo

nel Concilio, e che se si leggeva il breve dei poteri dei legati,

bisognava leggere altresì le bolle d'ogni vescovo per far fede della

sua istituzione; dimodochè si dovrebbe sempre ricominciare di volta in

volta ne venissero di nuovi. Con tale pretesto egli salvò l'onore della

Legazione, che consisteva nel non aver limiti[20].

I legati di questa prima parte del Concilio di Trento furono: il

cardinal Monti o Del Monte, dell'ordine de'vescovi; il cardinal

Santa-Croce, dell'ordine dei preti; e il cardinal Poole, della casa

reale d'Inghilterra, dell'ordine de'diaconi. Però i legati portavano

tutti gli stessi distintivi.

Paolo III mandò suo nipote, il cardinal Farnese, a Carlo V, affinchè

consentisse all'apertura del Concilio e desse i suoi ordini ai

cattolici.

Fu deliberato che la sala delle sedute fosse coperta di tappezzerie,

per timore che il Concilio non paresse _un'assemblea di persone

abbiette_.

Il cardinale Madrucio, parente dell'imperatore e vescovo di Trento,

fece parte del Concilio, e die'luogo ad una contesa; poichè Mendoza,

nella sua qualità di rappresentante dell'imperatore, voleva avere un

seggio al di sopra di lui. Si pensò di collocare le sedie in modo che

la preminenza tra loro non si potesse discernere. Madrucio ebbe anche

quistione col Del Monte; ma gli fece poi delle scuse, e il Del Monte

rispose con un segno del capo.

--Monsignore, disse Madrucio, prendetela come volete, mi è

indifferente: io sono cavaliere di nascita.

--Ed io saprò andare, rispose il legato, là dove i nobili non potranno

mai insultarmi.

Infatti, egli andò a Roma, e fu papa.

Il Concilio · 第 3 / 7 段