La prima seduta, del resto, designò assai chiaramente il cómpito

del Concilio. Innocenzo IV aveva invitato i Padri, non già per

consultarli, ma per renderli complici dell'atto che aveva risolto e

preparato. Il silenzio fu così profondo, che, se lo Spirito Santo

fosse disceso, tutti lo avrebbero udito. Innocenzo prese la parola, ed

accusò l'imperatore: d'essersi fatto crociato, e di non esser partito

che assai tardi per la Terra Santa, «senza provvedersi del consenso

del papa, e dopo essere stato scomunicato»; d'essersi posto in lotta

col legato apostolico, che comandava in capo la spedizione; di aver

trattato cogl'infedeli; d'esser entrato a Gerusalemme e d'esservisi

incoronato da solo; d'essere ritornato in Europa senza l'ordine del

papa; d'aver nominato re di Sardegna suo figlio Enzio; d'aver espulso

da' suoi Stati i monaci ecc., ecc. Il vescovo di Catania si levò

poscia, ed aggiunse, tra l'altre cose: che Federico voleva ridurre

il clero alla povertà degli apostoli; che non aveva assistito mai

alla messa; che teneva delle concubine saracene; che aveva detto con

Averroè, il mondo essere stato ingannato da tre impostori: Mosè,

Maometto e Gesù, l'ultimo de' quali era il meno glorioso.

Queste accuse, che oggidì ci paiono ridicole e sconvenienti, erano

a quell'epoca capitali e formidabili. Esse fecero, infatti, fremere

l'assemblea e impallidire tutti i volti--meno due, quello d'Innocenzo

IV e quello di Taddeo da Sessa.

Pier Delle Vigne, cancelliere di Federico, uomo di grande dottrina ed

eloquenza, che doveva prendere la parola, non fiatò. Taddeo capì che il

papa l'aveva guadagnato, lo chiamò traditore, e si alzò per parlare.

Ed egli fu meravigliosamente splendido, dice Matteo Paris. Nondimeno

non fece che narrare la vita e gli atti del suo signore, il principe

più grande del medio-evo.

L'assemblea pareva scossa.

Taddeo domandò la pace in nome di Federico, facendo magnifiche promesse

per il bene della cristianità, ed offrendo come garanti di tali

promesse i re di Francia e d'Inghilterra, i principi di Germania e le

città ghibelline d'Italia.

Alle parole di Taddeo, l'assemblea fu côlta da profonda costernazione.

Ma Innocenzo ricusò.

Taddeo allora esclamò: «Io m'avveggo, finalmente, che la condanna del

mio nobile signore è decisa. Il mondo intero lo saprà. Lo spirito di

Dio non è in questo Concilio, ove non si trovano che de' servi, e da

cui è assente la maggior parte de' vescovi della cristianità. Noi ce ne

appelliamo ad un altro Concilio, più completo e più giusto, ad un altro

pontefice meno appassionato; e in nome del mio signore, della giustizia

eterna, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, io protesto. Voi

condannerete, ma la vostra sentenza non sarà registrata in cielo».

Innocenzo non lasciò all'emozione il tempo di manifestarsi. Si alzò,

e soffocando colla voce tutti i suoi rimorsi, pronunciò la sentenza,

«_alla presenza del Concilio_», e non «_con l'approvazione del

Concilio_», secondo la formula. Egli scomunicò l'imperatore, e lo

dichiarò decaduto e spogliato di tutti i suoi Stati. Dopo di che, i

Padri spensero i ceri, che avevano tenuto accesi finchè il papa leggeva

l'anatema, e li gettarono in mezzo alla sala.

Allora, mentre Innocenzo intonava il _Dies irae_, Taddeo da Sessa, con

voce terribile (dice Matteo Paris), esclamò: Sventura! Sventura! Questo

è il giorno della collera, delle calamità e delle miserie!

Allorchè la notizia del decreto del Concilio giunse a Federico, egli

sorrise, e ponendosi in capo la corona, disse: «Essa non è perduta!»

Innocenzo cercò di farlo avvelenare da Pier Delle Vigne; ma ciò essendo

stato scoperto, Piero si suicidò per isfuggire al castigo,

Credendo col morir fuggir disdegno.

Dante la collocò nell'_Inferno_.

XV.

Finora il Concilio è stato lo strumento del papa contro l'imperatore;

ora entriamo nella fase della reazione del Concilio contro il papa. Ma

prima ricordiamo, di passaggio, che il Concilio di Lione ebbe un'eco

caratteristica in Danimarca.

Nel 1256, il vescovo Jacob radunò un Concilio a Vedel, nel Jutland,

il quale dichiarò «che i vescovi erano inviolabili, quand'anche

fossero convinti del delitto d'alto tradimento, sotto pena, in caso

che il re ordinasse di punirli, di porre il regno sotto l'interdetto».

L'infallibile Alessandro IV approvò i decreti di questo Concilio;

ma l'infallibile Urbano IV depose il vescovo Jacob. Egli è vero che

Jacob, oltre la sua ribellione al re, s'era permesso di correggere

l'orazione domenicale; ma è evidente che questa orazione contiene buon

numero di eresie, in modo che, se Gesù avesse vissuto al tempo di S.

Domenico, questo santo e i suoi successori lo avrebbero fatto bruciar

vivo. Il Concilio ecumenico di Lione (1274), per lo contrario, non meno

infallibile dei due papi, condannò il re di Danimarca, e decretò una

retribuzione al vescovo Jacob.

Gregorio X presiedette questo Concilio di Lione, in cui fu decretata

l'istituzione del Conclave per la elezione del papa.

Il cardinale di Theya disse che i papi sono come i pasticci: per

esserne contenti, bisogna non vederli fare.

E fu di questo processo di cucina che il Concilio si preoccupò, e

stabili: che i cardinali rimarrebbero sotto chiave, sequestrati dalle

influenze mondane, e discuterebbero tra loro la scelta del papa. Se nel

terzo giorno non si fossero accordati, si limiterebbe il loro pranzo ad

un solo piatto; e, passato il quinto giorno, sarebbero posti a pane,

acqua e vino, sino al momento dell'elezione.

Adriano V sospese l'esecuzione di questo canone. Giovanni XXI lo

abrogò, trovandolo troppo rigoroso è pernicioso. Infatti, dei cardinali

ridotti a pane e vino! Eresia! enormità!

Il canone nondimeno rimase, e Benedetto XII lo raddolcì.

XVI.

La controversia tra Bonifazio VIII e Filippo il Bello fu anch'essa

feconda di Concilii. Quello di Roma (1302) stabilì, con la bolla _Unam

sanctam_, i diritti della Santa Sede sul potere laico, e scomunicò il

re. Filippo il Bello ribattè l'oltracotanza del Concilio di Roma con

un'assemblea riunita al Louvre, in cui Guglielmo di Plasian provò che

Bonifazio era uno strano pontefice; che aveva una concubina, chiamata

donna Cola, poi la figlia di donna Cola, poi le cameriere della madre e

della figlia, delle quali usava _non tamquam muliere sed tamquam puero

inter crura_; che tra le altre cose diceva: «Che i peccati carnali non

sono peccati; che desiderava che Dio gli facesse del bene in questa

vita, poichè egli non si curava punto dell'altra; che l'anima degli

uomini è simile a quella degli animali; che è ridicolo il credere

che Dio possa essere uno e trino nel medesimo tempo; che il santo

sacramento è una ciurmeria; che aver commercio con una fanciulla e con

_mulieribus et viris_ è un atto indifferente, come lo stropicciarsi una

mano con l'altra; ch'egli non credeva in Maria più che in un'asina, e

nel figlio più che in un asinello.... _Virgo Maria non fuit plus virgo

quam mater mea; non credo in Mariola, Mariola, Mariola...._[16]»

Nel Concilio di Vienna, Clemente V purgò la memoria di Bonifazio da

queste assurde abbominazioni, abrogò la bolla _Clericis laicos_,

scomunicante i sovrani che tassavano il clero; assolse Filippo il

Bello, soppresse l'Ordine dei Templari, fece ardere 56 cavalieri,

e ordinò di bruciare altresì le beghine e i beghini, a' quali

s'imputavano tutti i delitti di cui erano un tempo accusati i primi

cristiani.

Il Concilio di Marciac (1326) dichiarò nullo il giuramento prestato

contro la Chiesa, sola competente in materia di giuramenti. In quello

d'Avignone (1327), Giovanni XXII condannò il suo rivale, Pietro di

Corbière, eletto canonicamente, ma che sosteneva che nè Gesù nè i suoi

discepoli avevano nulla posseduto, nè in particolare, nè in comune.

Quello di Londra (1381) condannò le dottrine protestanti di Viclef. Ma

più notevole fu il Concilio di Pisa (1409).

V'erano due papi nello stesso tempo: Gregorio XII e Benedetto XIII.

Ventiquattro cardinali si riunirono a Pisa, e poscia un migliaio di

Padri e parecchi ambasciatori, poichè alcuni de' sovrani europei

riconoscevano Gregorio, altri Benedetto. Alla prima seduta, il

Concilio si dichiarò ecumenico; alla quattordicesima, condannò,

depose, scomunicò i due papi, e ne elesse un terzo, Alessandro V,

dinanzi al quale si bruciarono delle stoppe, cantando: _Sic transit

gloria mundi!_ Diluvio di scomuniche da ogni parte! Tutti ne furono

colpiti, e specialmente il povero Alessandro V--il quale non ebbe altro

difetto che la gola, e segnalò il suo passaggio nella Chiesa con la

preziosa invenzione dei manicaretti di perniciotti e delle salse alla

marinaresca.

Baldassare Cossa lo avvelenò, si fece nominar papa in sua vece, e fu

quel gaio Giovanni XXIII, che vedremo al Concilio di Costanza.

XVII.

Questo Concilio fu indetto dall'imperatore Sigismondo; il _Santissimo

Signore Giovanni_, come questi lo chiamava, lo subì. Ne seguì

l'apertura nel 1414. Più di centomila forestieri accorsero a Costanza;

ed inoltre parecchi principi, un migliaio di Padri, quattrocento

cortigiane pel servizio del Concilio, e, secondo il P. Nider,

domenicano, una piccola schiera di demoni o fantasmi notturni si

mescolò tra loro.

Gregorio XII e Benedetto XIII si guardarono bene dal mostrarvisi. E

furono destituiti.

Giovanni XXII ebbe a pentirsi di aver acettato l'invito. I Padri

italiani presentarono una lista di settanta capi d'accusa contro

di lui, de' quali i Padri ultramontani, più pudichi, ne cassarono

cinquanta. Teodorico di Niem ci dà la lista quasi intera. Come saggio

di tali infamie, io mi limito a citar questa: «_Multos juvenes

destruxit in posterioribus, quorum unus in fluxu sanguinis decessit;

violavit très virgines sorores et cognovit matrem et filium, et pater

vix evasit_». Giovanni confessò una parte di questi delitti, ma si

vantava con orgoglio che nessuno d'essi era eresia! Egli tentò allora

di comperare i Padri italiani. E il Concilio s'aprì.

Eransi innalzati nella chiesa tre troni. Sigismondo, dopo aver cantato

il vangelo alla messa, vestito da diacono, si assise sul trono di

mezzo, avendo a destra il papa ed a sinistra l'imperatrice. Il Concilio

decise che si voterebbe per nazione e non per individuo, e fu accordato

il voto deliberativo ai dottori laici. L'assemblea si dichiarò

costituente, costituita, Concilio ecumenico, indipendente, superiore al

papa, e con autorità ricevuta da Gesù Cristo.

Giovanni tremò.

Litigò quindi con Sigismondo, che dominava il Concilio; e, vedendosi

perduto, promise d'abdicare; poi si allontanò, travestito da

palafreniere. Il Concilio gli mandò l'intimazione di ritornare. Ma

Giovanni ricevette i legati de' Padri, stando a letto e grattandosi

_inferius inverecunde_, dice Teodorico di Niem; e pose condizioni

stravaganti, tra l'altre l'impunità de' falli che potesse commettere

per l'avvenire.

Il duca d'Austria lo consegnò; il Concilio lo depose; e tutto fu finito.

Un laico sarebbe stato appiccato cento volte.... Ma un uomo che lega e

scioglie nel cielo quello che lega e scioglie sulla terra.... Bah! Ei

fu rinchiuso a Gotleben, presso Costanza--nella stessa prigione in cui,

oppresso e torturato, marciva Giovanni Huss.

Ma due anni appresso, l'ex-papa se ne fuggì, e si recò a Firenze,

presso quel Martino V, sotto le cui finestre i monelli fiorentini

dovevano poi cantare:

Papa Martino

Non vale un quattrino!

Martino V nominò di nuovo Giovanni cardinale e decano del Collegio.

Allora Giovanni domandò i suoi tesori, deposti presso il suo banchiere

Cosimo de' Medici, il quale rispose: che ei non poteva restituire al

cardinale Cossa quello che aveva ricevuto dal papa Giovanni XXIII! E fu

questo il primo fondamento della ricchezza dei Medici.

Il Concilio di Costanza formulò un piano radicale di riforme della

Chiesa e del papato, che rimase però ineseguito. Elesse Martino V,

e condannò ad essere arsi vivi Giovanni Huss e Girolamo da Praga,

quantunque provveduti d'un salvo-condotto.

È noto con quale coraggio morirono questi martiri.

«È cosa strana, osserva Voltaire, che in questo Concilio un uomo

accusato di tutti i delitti, Giovanni XXIII, non perdesse che

alcuni onori, e che due uomini, accusati di aver fatto delle false

argomentazioni, venissero dannati alle fiamme».

Roma disapprovò i canoni del Concilio di Costanza; ma l'assemblea

raccoltasi a Parigi nel 1682 li adottò.

Il Concilio di Vienna (1423) condannò gli Hussiti.

XVIII.

La lotta tra i papi e i Concilii non doveva limitarsi a questo, anche

dopo aver distrutto lo scisma. Il Concilio di Basilea sancì i decreti

di quello di Costanza.

Il Concilio di Basilea si raccolse nel 1431, sotto la presidenza del

carnefice della Boemia e degli Hussiti, il cardinale Cesarini, legato

di Eugenio IV.

Eugenio fu spaventato dello spirito democratico dei Padri--i quali

combattevano le rendite, i beneficii, le tasse e tutte le simonie di

Roma, riformavano i costumi, ristabilivano l'eguaglianza dei prelati

e del basso clero nei sinodi, dichiaravano che i suffragi riuniti

esprimono la volontà dello Spirito Santo, e domandavano un Concilio

per ogni sette anni, secondo il canone del Concilio di Pisa, al quale

Concilio si doveva tutto riferire, sottomettendo la Chiesa alla volontà

di queste assemblee.... Eugenio, cui non andavano a grado siffatte

teorie repubblicane, sostenuto da Sigismondo, ordinò di trasferire la

sede del Concilio a Bologna. Ma non fu obbedito. E nell'anno appresso,

nella seconda riunione, appoggiandosi ai decreti della quarta e quinta

sessione del Concilio di Costanza, i Padri di Basilea decretarono che

il Concilio è superiore al papa, e minacciarono Eugenio IV delle pene

canoniche, s'egli pensava a sciogliere, o soltanto a trasferire altrove

l'assemblea. Poi si obbligarono a presentarsi al Concilio, e fecero dei

decreti, che restringevano essenzialmente l'autorità pontificia.

Eugenio barcheggiò. Indisse un altro Concilio in Basilea stessa. I

Padri si dichiararono costituenti e in permanenza.

Sigismondo, ch'erasi fatto incoronare a Roma, s'interpose come

conciliatore. Il papa finse di sottomettersi, e pubblicò anzi una bolla

dettata dai Padri del Concilio; poichè lo Sforza gli aveva tolto una

parte degli Stati della Chiesa, e il popolo romano lo costringeva a

fuggire da Roma in una barca, travestito da monaco, ed inseguito a

colpi di freccie.

Quel popolo aveva già ucciso a colpi di pietre Lucio II e parecchi

altri papi. Del resto, sopra 262, furono 64 quelli che perirono di

morte violenta[17].

Il Concilio continuò la sua opera di riforma. Eugenio non si contenne

più. I Padri lo citarono a comparire in persona dinanzi a loro per

render conto della sua condotta e sottomettersi alle riforme della

Chiesa. I legati del papa si ritirarono; ed Eugenio IV, sciolto il

Concilio, lo riconvocò a Ferrara, invitandovi i Greci scismatici.

Alcuni Padri obbedirono agli ordini del papa, quelli tra'prelati

italiani che opinavano la Chiesa non dover essere una democrazia

governata dal voto universale, ma una clerocrazia rappresentativa,

dipendente da un capo assoluto ed infallibile. I Padri di Basilea

condannarono questo _conciliabolo di scismatici_, e spogliarono il papa

d'ogni autorità.

Eugenio si recò a Ferrara, preceduto dal santo sacramento, secondo

l'uso de' papi in viaggio. Poi, con nuova audacia, scomunicò il

Concilio di Basilea, e trasferì quello di Ferrara a Firenze (1439).

Il Concilio di Basilea raccolse la sfida; depose Eugenio, ed elesse

un laico, Amedeo VIII, duca di Savoia, ritirato nell'eremitaggio di

Ripaglia, e che prese il nome di Felice V. Amedeo riunì la Savoia

al Piemonte. «Fu questo il ventesimo settimo ed ultimo scisma

considerevole, eccitato dalla cattedra di S. Pietro», dice Voltaire. Ed

aggiunge: «che il trono di nessun regno è stato così sovente disputato».

Eugenio scomunicò naturalmente Felice, i cardinali nominati da questo

papa, e i Padri del Concilio. La Francia e la Germania ricevettero

nondimeno come canonici i decreti di Basilea--specialmente nel celebre

Concilio di Bourges (1438), che formulò la Prammatica Sanzione, e

nella Dieta di Magonza (1437). Eugenio, «l'ultimo papa espulso dalla

ribellione del popolo romano», osserva Gibbon, morì respingendo

l'arcivescovo di Firenze, che si recava ad amministrargli l'estrema

unzione.

Alfonso d'Aragona, ricevuta tale notizia, esclamò: «È forse da

meravigliarsi che quest'uomo abbia voluto combattere contro Francesco

Sforza, contro i Colonna, contro la Germania, contro di me, contro

l'Italia, contro la cristianità intera, se ha osato combattere la morte

stessa, e se appena potè esser vinto da lei!» Il cardinale Vitelleschi,

il quale per ordine di Eugenio prometteva cento giorni d'indulgenza a'

suoi soldati per ogni pianta d'olivo che strappassero dal territorio

del re d'Aragona, fu poi assassinato per ordine dello stesso Eugenio,

divenuto suo nemico. Luca Pitti gl'infisse una sonda nel cervello,

mentre il medico scandagliava la ferita che il cardinale aveva ricevuto

combattendo.

Nicolò V gli succedette. Protetto dall'imperatore Federico

III--l'ultimo imperatore incoronato a Roma re d'Italia--, Nicolò riescì

a domare lo spirito democratico dei Padri di Basilea. La rimanente

parte di questo Concilio, riunita a quello di Losanna (1449), riconobbe

e _rielesse_ Nicolò, e abbandonò Felice V--che fece la pace col più

forte.

Nicolò V firmò, nell'ebbrezza, il decreto di morte dei rivoluzionarii,

a cui aveva venduto un salvo-condotto, e li ridomandò all'indomani al

guardiano del castel Sant-Angelo.

Il tentativo di riunione della Chiesa greca colla latina non riescì

punto, malgrado il decreto emanato nella decima sessione. I Padri greci

abbandonarono il Concilio, senz'accettare il famoso _Filioque_, nè il

celibato, malcontenti d'essere stati ingannati, e più che mai sicuri

della superiorità del loro _Credo_.

Il Concilio di Firenze continuò a sedere; ma, secondo i Padri francesi,

cessò d'essere ecumenico.

Non bisogna dimenticarlo: i vescovi stranieri di quest'epoca

erano quasi tutti cadetti di grandi famiglie, e perciò superbi e

indipendenti; non già figli di contadini, come la maggior parte de'

vescovi dei giorni nostri, avvezzi sin dalla prima età all'obbedienza.

I delegati degli Hussiti furono ascoltati nel Concilio di Basilea.

Essi domandarono, tra le altre cose, che la proprietà e il potere

civile fossero per diritto divino interdetti al clero, e che la

predicazione della parola di Dio fosse libera per tutti. Essi ottennero

alcune concessioni; ma l'accordo non durò molto, e nuovi eccidii

insanguinarono la Boemia. Il grande cieco Giovanni Ziska, della cui

pelle i Boemi avevano fatto un tamburo, continuò a battere la raccolta

per la libertà di coscienza.

XIX.

Citiamo ora di passaggio il Concilio di Tours (1510); quello di Pisa,

convocato da Luigi XII contro Giulio II; il Concilio di Laterano

(1817), XIX ecumenico, convocato da Giulio II e continuato da Leone

X. Giulio II scomunicò solennemente il re, scagliò l'interdetto alla

Francia, citò il Parlamento a comparire dinanzi a lui, anatemizzò i

filosofi che avevano preso il partito di Luigi XII. Non aveva egli

detto a Michelangiolo, che modellava la sua statua, di mettergli una

spada e non un libro tra le mani, poichè egli non era letterato--_non

sapeva leggere?_ Non aveva anche detto: Fuori i barbari, e col trattato

di Cambrai aveva convocato tutta l'Europa in Italia?--«Nondimeno,

osserva Voltaire, questo Concilio non ha il titolo di _brigantaggio_,

come quello di Efeso e quello di Embrun».

La Prammatica Sanzione fu condannata.

Poichè v'ha un fatto strano da segnalare nella storia della Chiesa:

cioè che nessuna nazione ha fatto tanto male all'Italia, nessuna

nazione ha reso tanti servigi ai papi, quanto la Francia; e nessuna

nazione è stata tanto odiata e maltrattata dai papi, quanto la _figlia

primogenita della Chiesa_.

Se ne fosse, almeno, fatta l'emenda!

Il clero francese non riconobbe il Concilio lateranense.

Ed eccoci finalmente al Concilio di Trento, l'ultimo ecumenico, il

ventesimo, secondo la Chiesa di Roma, e l'ultimo che noi abbozziamo.

I Concilii di Basilea e di Costanza non erano stati che assemblee,

quello di Trento fu un Corpo legislativo. Esso non inaugurò, ma

legalizzò e organizzò il poter _temporale_, che è il poter _personale_

del Napoleone III dei cattolici.

Quando Luigi XIV disse: «_L'État c'est moi_», il papa aveva già detto e

decretato a Trento: «_L'Eglise c'est moi!_»

XX.

«Egli è in mezzo a tante guerre di religione e tanti disastri, che si

convocava il Concilio di Trento, dice Voltaire. Esso fu il più lungo

che siasi mai tenuto, e nondimeno il men burrascoso. Esso non produsse

alcuno scisma, come il Concilio di Basilea; non accese punto i roghi,

come quello di Costanza; non pretese di deporre degl'imperatori,

come quello di Lione; si guardò dall'imitare il Lateranense, che

spogliò il conte di Tolosa del retaggio de'padri suoi, e meno ancora

quello di Roma, in cui Gregorio VII destò l'incendio dell'Europa,

osando spodestare l'imperatore Enrico IV. Il terzo e quarto Concilio

di Costantinopoli, il primo e il secondo di Nicea erano stati campi

di discordia; il Concilio di Trento fu pacifico, od almeno le sue

quistioni non levarono rumore nè ebbero conseguenze».

La grande breccia aperta nella Chiesa dalla Riforma aveva reso

necessario il Concilio; Carlo V lo desiderava per meglio padroneggiare

il partito cattolico in Germania, padroneggiando il papa in Italia.

Ma Clemente VII, che aveva avuto dei bastardi da una negra, e non era

stato eletto canonicamente, ne aveva sempre eluso la proposta, temendo

d'esser deposto dai Padri. Paolo III, quantunque non avesse meno a

temere per cagione de'suoi bastardi, aveva dovuto cedere; e nel 1538

aveva indetto il Concilio a Vicenza. Ma i Veneziani vi si opposero,

dicendo che il Sultano poteva prender ombra di codesta assemblea

di cristiani sul territorio della repubblica. Paolo designò allora

Mantova; ma il duca declinò quell'onore, non volendo nel tempo stesso

ricevere una guarnigione straniera, la quale avrebbe potuto, alla

fine del Concilio, trovarsi troppo bene in casa di lui. Paolo scelse,

in fine, Trento per far piacere all'imperatore, il quale gli faceva

intravedere il ducato di Milano pel suo bastardo Pier-Luigi Farnese.

I protestanti, riuniti a Spira, respinsero ad un tempo il Concilio e la

scelta di Trento per la riunione.

Carlo V si raffreddò; tanto più che il papa non voleva che il Concilio

trattasse della riforma della Chiesa, ed ordinò si tirasse in lungo la

discussione dei dogmi.

I legati recavano una bolla, che dava loro autorità assoluta sul

Concilio, in luogo di procedere in ogni cosa col suo consenso.

Paolo regolava da Roma i più minuti particolari delle conferenze,

per mezzo di lettere a'suoi tre legati insieme ed a ciascuno d'essi

personalmente, lettere pubbliche, private e in cifra col cardinal

Monti--forma di dispacci che molto si usavano in tale circostanza.

Paolo III aveva invitato al Concilio l'imperatore, il re di Francia

e gli altri principi. Carlo V si adontò, vedendosi così ridotto al

livello di Francesco I, alleato de'Musulmani[18]. Ma Paolo aveva

bisogno di Francesco, il quale prometteva l'investitura del ducato di

Parma e Piacenza a Pier-Luigi Farnese.

L'apertura del Concilio fu dunque solennemente fissata al 13 dicembre

1545.

I protestanti, riuniti alla Dieta di Worms, ricusarono di recarvisi. E

la guerra contro di loro fu risolta tra il papa e l'imperatore.

XXI.

Il Concilio · 第 2 / 7 段