E la voce del mio spirito a lei gridava

--«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più bella fra tutte le

donne; il mio dolore è con te; il mio amore è con te; sciogli la

treccia, Maria Maddalena...»

La chiesa era bella; era un arazzo d'argento, un portico d'oro, una

vetrata gloriosa di eccelsi cristalli, ove ogni fiamma si rompeva nel

fuoco settemplice dell'arcobaleno.

E la voce del mio spirito a lei gridava:

--«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più soave di tutte le

peccatrici; dalla tua carne bianca si diffonde il profumo delle rose di

Galaad; nel giardino che tu sei nasce la fontana del terrestre amore;

esso è vivo, e trema nel tuo grembo di peccatrice, nel tuo grembo di

posseditrice... Sciogli la treccia, Maria Maddalena!...»

Dai sacri incensieri, appesi a doppie catene d'argento, dal suo drappo

d'oro steso nel mezzo della Basilica, quasi da lei, dalla inazzurrata

sua nudità, saliva lento e ricamato il fumo dell'incenso cristiano,

trasparente come l'elevazione dello spirito, casto come l'anima delle

creature comunicate, lieve come la speranza degli uomini, ascendente

come l'umano dolore.

Tra il fumo, che pareva le formasse una tenue veste azzurra, le sue

forcelle d'oro bruciavan nella capigliatura scintillante.

Ma d'un tratto le sue dita vive sciolsero il nodo che avvinceva quella

ricchezza disordinata, quel mantello biondo e buio, che pareva stellato

come sono i firmamenti nel mese d'Aprile.

Cadde.

Su lei cadde. Maravigliosamente la vestì. Nelle sue trecce disciolte

penetrò la nuvola degli incensieri. Vidi una striscia di vapore cingerla

come una clámide bianca. La musica, divenuta fumo, s'immerse ne' suoi

capelli scintillanti. Non era più nuda, non era più la danzatrice di

Mágdala, ma quella che disse una sera al pallido Uomo di

Galil:--«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la

mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

----

Or io vedevo, nel celestiale dirupo, quella che un tempo chiamavasi la

caverna de' caprifogli e degli spini.

Quando scese al guado Bernadette, la Gave de Pau scorreva sotto la rupe

di Massabielle, rasente il greto selvaggio. Ma ora la sagacia idraulica

dell'ingegneria canonicale aveva respinto il fiume nel mezzo della

vallata e spaziose murature circondavano l'accesso alla Grotta del

Miracolo. Questa non era paurosa nè profonda; nulla in sè aveva

dell'antro o della spelonca, nulla dei sinistri abitácoli di uomini

primordiali o di fiere scomparse; ma solo appariva per due fenditure

nella roccia, che ne formavan l'entrata e l'uscita; odor rancio di

candele consunte appestava l'aria sotto la volta affumicata; le labbra

dei fedeli avevano intaccato e reso liscio il sasso delle pareti; nel

fondo era una specie di strozzatura, dalla quale pullulava un filo

d'acqua, scarso, debole, che ogni tratto s'interrompeva.

Questo era il sublime rivolo, che dissuggellò dal macigno la mano lieve

della pascolatrice.

Davanti alla fiacca sorgente vacillava un triste tabernacolo ed infinite

migliaia di lettere si ammucchiavano dietro un cancelletto, in una

specie di natural paniere. Là in fondo erano appese ancora le grucce e

gli ordigni ortopedici dei primi che furon tocchi dal miracolo, e tutta

la rupe, intorno all'accesso della Grotta, se ne vestiva come d'una

tragica e squallida reliquia di martirio.

I fedeli si stipavano all'ingresso, ov'era, contro il palco del

predicatore, un rozzo ed enorme simulacro della Signora di Lourdes. I

cristiani entravan come sonnambuli, dopo avere compresse follemente le

labbra su la pietra luccicante; compivano il giro dell'angusto presepe,

che doveva sanarli da ogni patimento: alcuni stramazzavano al suolo,

tramortiti, nel vedere l'acqua celestiale. Venivan tolti su di peso; il

lezzo era insostenibile; il cancello impediva di attingere alla divina

Sorgente; le fisionomie, tra quel barlume di ceri e quella nebbia di

sacra fuliggine, assumevano un non so che di orribilmente spettrale; un

silenzio, non interrotto che dallo strisciar de' piedi, lasciava udire

il gorgoglio che l'acqua scarsa mandava nella sua fatica di gemere; e la

folla continua, pazza, pesante, muta, costringeva, dopo qualche attimo,

a procedere fra le pareti anguste, fino all'uscita.

Là, pareva che l'aria del mondo ancora fosse dolce a respirarsi, come

per chi esce d'improvviso da una galera sotterranea.

Ma quivi era la più turpe adunazione di carne moritura che mai si

accolse davanti allo stupore de' miei occhi, e questa orribil fiera di

atroci difformità circondava la Grotta del Miracolo. Come i sacri

lebbrosi dell'Oriente, questi eran fatti segno all'adorazione della

folla ed erano lasciati stare innanzi a tutti, proprio sul limitare

della Grotta, come una larga platea di contraffazioni umane sotto il

pergamo del predicatore, in attesa del miracolo.

Chi poteva reggersi era in piedi su le grucce, oppure a ginocchi; gli

altri eran deposti su lettighe, barelle, sedie scorrevoli, od eran quasi

murati vivi entro macchine d'ortopedìa. Quasi fossero gli attori

spaventosi d'un liturgico dramma da Gran Guignol, erano lasciati soli e

campeggiavano in mezzo alla folla, sinistramente percossi dal chiarore

delle torce, neri di tabe, monchi delle membra, con piaghe senza nome,

con viluppi di fasce onde gemeva la nera putredine, meno simili a

creature che a cadaveri dissepolti.

Era scesa la rapida oscurità che fa breve in autunno il crepuscolo tra i

monti; un po' di luna, fra nuvole, batteva sopra un angolo del Gave.

L'odore dei timi, l'odore dei boschi pieni di ciclamini, aleggiava su la

immensa folla che si andava perdendo nell'oscurità. Qualche lembo di

giardino appena intravvedibile, qualche fiore nato in mezzo ad un

cespuglio, facevano pensare alla vita con una specie di angoscia

inesprimibile, come se la muraglia degli storpi dividesse noi per sempre

dalle perdute primavere del mondo. Eravamo afferrati nel mezzo d'una

umanità che non era più la nostra; eravamo anche noi sotto il pergamo

del predicatore, sotto il rozzo enorme idolo dell'azzurra Signora di

Lourdes, e vedevamo, sopra uno sfondo buio, nel quale brulicavano

migliaia e migliaia di ceri, ardere gli occhi fanatici, le facce

spettrali dei percossi da tutte le maledizioni, quelli che i medici

abbandonarono ai supplizi delle tenaci agonie, quelli per cui la terra

più non produce balsamo, e tanto è l'orrore che fanno, da inibire a chi

li guarda il senso della pietà.

Ma essi avevano ancora la speranza di risorgere, sani e liberi, per il

tocco di una virtù ineffabile, che il crogiuolo dell'alchimista non ha

finora imprigionata. E questi reietti da ogni bene del mondo amavano

ancora la vita; queste povere cose già pregne della tentacolare

distruzione sotterranea, questi pervasi dall'amor di Cristo amavano

ancor la vita; questi laceri e difformi tronchi umani, atti a servir da

esperimento per i chirurghi nelle sale anatómiche, avevano ancora in

mente il sole delle mattine di primavera, la fresca voce delle donne che

cantano, il vino biondo che ride nei cálici colmi di stelle, tutto ciò

che porta gli uomini verso il terrestre paradiso, tutto ciò che non

vuole spegnersi:--e più terribilmente di noi questi uccisi amavano la

vita.

Io vedevo i lor occhi malvagi, spaventati, volgersi alla Grotta

fiammeggiante, cercare là dentro la salvezza, come l'avrebber cercata

forse nell'inferno; e que' bracci monchi, e que' labbri tumidi, e quelle

facce ove la speranza del miracolo dipingeva una specie di frenetica

irresponsabilità, si volgevano a cercare su la terra quel Dio che doveva

risuscitarli, quel Dio di tutte le basiliche, al quale volevano

estorcere un ultimo giorno di vita.

E quivi, come nelle Arene ove si vede sprizzare il sangue rosso del

combattimento, ove cadono le belle fiere inginocchiate sotto la spada

ferma del trucidatore, io sentivo sopra tutto fremere la bestialità

sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione di tutti

que' nervi, che amavano sentirsi atti alla crudele forza del godimento,

alla esasperata gioia della validità, mentre stavano così presso

all'inguaribile dolore.

E in questo violento contrasto, che par quasi raffiguri tutta quanta la

sintesi della vita, io scoprivo il senso voluttuoso della religione

cristiana, che inchinò i forti verso i deboli e costrinse ognuno a

guardare nel dolore altrui, come in uno specchio dove la propria

calamità grandemente si fortificava. Scoverta nella rinunzia la maggior

poesia della vita, essa giunse a concepire il patimento come la via del

gaudio superiore, l'umiltà come un segno di forza, la fede come un

elisire nel quale siano tutte le gioie dello spirito e dei sensi,

congiunte. Allorchè i più grandi rivelatori prima di Cristo non avevan

saputo giungere oltre il bene dell'annientamento, ecco levarsi dalle

vigne di Galil il bianco Taumaturgo e dire agli uomini di tutte le

terre, vestiti fosser di porpora o di rozza cánape, negli alti palazzi o

nelle fredde catapecchie:--«Bisogna saper giungere alla bontà: essa è

forse l'ultimo piacere della vita.»

Così parlava quest'Uomo; ed era un sensuale profondo, un vero intriso di

quella ricerca d'amore ch'è il fondamentale senso della vita, un

appassionato perdonatore, che in tutti vedeva la sorgente della propria

gioia nè poteva dividere sè stesso dalla comunione con l'amore altrui.

Egli era nel mondo come una radice che dappertutto vuol suggere, mentre

sapeva egli bene che la via più fraterna è quella del pianto. Nella sua

bontà infinita era la tentazione involontaria di trarre sollievo dal

male altrui, nel sentirsi meno afflitto del più afflitto, nel perdonare

alla vita le sue crudeltà indispensabili.

Ed egli non seppe, forse non volle, giungere all'isolamento. Questo

grande medico di sventure umane, questo divino inventore di fallaci

paradisi, ebbe la infantile innocenza di non sentire sè stesso infuori

«dagli altri», ed amò «gli altri», e quando lo derisero, e quando lo

percossero, egli seguitò a credere che il senso della vita fosse «negli

altri»; e quando, da tutti tradito, ebbe una croce da ergastolano come

ultimo soglio del suo regno terrestre, quando i suoi discepoli eran

fuggiti e lo scherano di fazione lo punzecchiava con la lancia nel

costato per affrettarne la tenace agonia, quest'uomo ch'era vissuto come

un fanciullo, chiamandosi re degli accattoni e messia del popolo

d'Israele, cercava in sè stesso un ultimo filo di voce per benedire i

suoi codardi assassini, che vicino a lui rappresentavano il vero simbolo

«degli altri.»

Eppure anch'egli aveva sentito il bisogno di veder camminare accanto a

sè la bionda femmina del terrestre amore, quella che non sapeva

liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti

braccialetti, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda

nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...

E questa musica d'amore,--forse la più bella che mai nascesse dai

giardini della terra fiorita--questa bianca storia della danzatrice di

Mádgala e dell'Uomo di Galil, è quella che oggi ancora sentiamo nascere

in noi stessi ogni volta che il nostro cuore trema, è il poema carnale

dello spirito, l'eterno peso della terra, che brucia e splende nei voli

della umana poesia.

Per ciò voi eravate, Madlen, così persa e posseduta di me, quella sera

che noi vedemmo gli storpi urlare nella febbre del miracolo, davanti

alla Grotta fiammeggiante. Com'eravate nella Basilica, davanti al mio

sogno di allucinato, così, ora e per sempre, in voi, Madlen, confonderò

l'immagine della vera Maddalena.

E tutto il cammino che noi compimmo traverso le perdizioni della vita,

forse più liberi ci condusse davanti a quest'ora definitiva. La terra

buona e dolce, voi e me chiamava dalla vostra carne profumata, mentre il

supplizio e la follìa di tutti i miserabili era davanti ai nostri occhi.

Le due maniere di vivere, qui per noi s'incontravano al bivio necessario

ed inevitabile.

Tutto il peccato nuovo e giovine della vostra carne splendente

m'innamorava in un modo così affascinante, che l'attesa della vostra

dedizione per me si confondeva in una specie di voluttà sacrilega. E voi

stessa non eravate più quella d'una volta, ma la donna forse della

vostra infanzia, una donna che si riaffacciava davanti all'inizio d'ogni

cosa della vita, e godeva d'esser stata impura, per meglio poter

conoscere alfine, la perfetta colpa.

Davanti a quel mare di folla cristiana così farneticante nel delirio del

miracolo, io, chiudendo gli occhi, ripensavo alle bianche albe del

lontano fiume Urumea, quando voi eravate ancora una donna bella come il

tormento, e la notte io v'attendevo, nella stanza piena di stelle,

sommerso nel vento che scendeva da Monte Igueldo pieno di rosai...

----

Urlavano; farneticavano; erano lì, proni e scomposti, nelle bende, su le

grucce, lividi, contagiosi, monchi, tronchi, senza mento, idrópici come

otri, consunti come cánapi, bacati, con la pelle impressa di lue,

scotennati, con mandibole torte, con labbri pendenti, argentati di

lebbra, con pustole del vaiolo; uno era perfino senza gola e si vedeva

l'attaccatura della lingua. I congegni ortopedici picchiavano su

l'asfalto; l'odore dello iodoformio stringeva la gola.

Erano lì, centinaia; formavano cerchio intorno al pergamo; strisciavano

innanzi, a poco a poco, simili ad un lento groviglio di rettili che

volessero avvolgere, stringere, l'enorme idolo della Signora di Lourdes.

Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben

conoscere il sesso nè l'età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.

Ed era salito sul pergamo un prete calmo, liscio, tutto adorno di bei

paramenti, simile ad un magistrato, a un giudice delle cose divine, a un

distributore delle amnistìe celesti, il quale predicava con una voce

burocratica, senza mai variar di tono, quasi avesse premura di giungere

alla fine. Ogni tanto alzava le braccia, tutt'e due le braccia, di

scatto, con un gesto d'automa, e gridava:

--Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...

La folla, tutta la immensa folla che si prolungava genuflessa

nell'oscurità, ripeteva, battendo la fronte sul terreno, il grido

fanatico:

--Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...»

E l'urlo entrava nel corridoio del Gave, si perdeva, si ripercoteva

nell'eco lontana dei monti; una sola parola correva più alta fra tutte:

«le miracle!... le miracle!...»

C'era una monaca:--un decrepito corpo sfasciato, un pacco di vestimenti

religiosi e di carni morte, seduta in una grande seggiola, dalla quale

non poteva muoversi. Quando tutti si prosternavano, ella sola rimaneva

come in trono sopra lo stuolo degli storpi, anchilosata come un fachiro,

immobile in tutte le sue giunture. Questa monaca aveva una schiena lunga

più del verisimile, che la innalzava spaventosamente; le due mani eran

entrambe torte indietro, sotto il polso, perfettamente distese, cosicchè

gli ápici dei medii quasi toccavano i gómiti. Questa monaca non aveva

occhi, o per meglio dire, al luogo degli occhi aveva due piaghe rosse

come carboni ardenti. E si vedevan anche da lungi le punte aguzze delle

sue mandibole cineree masticare con una specie di visibile scricchiolìo

le sillabe dell'invocazione al miracolo.

I bambini nati nei sifilicomi, i figli senza padre delle femmine che

partoriscono in galera, i concepiti nel delirio alcoolico, nei tremiti

forieri dell'epilessìa, i mostri delle gravidanze infantili, i

contaminati, che le ciurme da sbarco lasciano alle meretrici vagabonde,

parevano atroci caricature dello scheletro umano, appesi al collo delle

dame di carità; ed uno, perfino, sotto una faccia tonda, piena d'eczema,

aveva due dita di barba. All'altro, senz'orecchi, usciva di dietro il

cranio la gibbosità di un secondo cranio. Ve n'era un altro, dalla

statura d'uomo, con la fisionomia d'un infante, il quale agitava i suoi

bracci rattrappiti, che gli arrivavan poco più giù dell'anche, mentre le

sue gambe smisurate non gli permettevan di tenersi bene in equilibrio,

cosicchè dondolava tutto d'un pezzo, come una catasta di sedie che stia

per rovesciarsi.

--Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...

Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano

con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non

perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.

--Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...

Laggiù, sino in fondo, nel barlume dei ceri quasi consunti, si vedeva

qualche pallida mano brancolare sotto le frange dei lunghi scialli neri.

Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben

conoscere il sesso nè l'età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.

Poi v'erano i mostri dal muso di lepre, camuso, ottuso, con grosse

labbra sporgenti e fesse, che ciondolavano, pesanti, violastre, come le

pappagorge dei tacchini; v'erano i mostri dalla faccia di mops,

rincagnati, con tumidi occhi membranosi, piccole orecchie diritte, una

cotenna irsuta, ispida, senza fronte; i mostri dalle facce di

ermafrodito, con barbe nere intorno ai lineamenti femminili, piccoli

cerchi d'oro agli orecchi e la camicia da uomo gonfia d'un seno

flaccido; i mostri gozzuti e glabri come rospi, e quelli che andavano

ripetendo con espressioni percosse dall'imbecillità il grido di qualche

animale; ma contraffatto anch'esso, pregno di un opaco dolore, gonfio

d'una specie di fuggente umanità oppressa dal contagio ferino, atroce ad

ascoltarsi, come la voce dell'uomo che stia per diventare bestia.

Le malattie più rare, più sinistre, gli ultimi avanzi dei morbi spenti,

le infermità che hanno quasi apparenza di leggende, gli orrori che una

volta su mille s'incontran nelle vetrine de' musei anatomici, si erano

adunate spaventosamente in una specie di fiera macabra, non concepibile

da nessuna immaginazione. Uomini con denti inestirpabili, simili a

zanne, che si eran confitte nell'osso del mento; facce prive di ogni

sembianza, cineree, cicatrizzate, dove i lineamenti non parevan essere

che un incompiuto rilievo sottocutaneo; gobbezze del tutto dissimili da

quelle comuni, venute, per esempio, sotto un braccio, o di sopra una

spalla, in guisa da superare l'altezza del capo; facce voltate quasi

all'indietro; senili rachitismi di adolescenti; esseri che parevan

composti di due mezze persone del tutto dissimili una dall'altra;

catalessìe che duravan da anni ed avevan suggellato il corpo giacente in

una specie d'immobilità calcarea, di sonno pietroso, tantochè la faccia

del dormente pareva divenuta selce, anzi luccicava e si sfogliava come

la superficie di un elemento fóssile; barbe formate, anzichè di peli, di

lunghe e fini escrescenze carnose, verdastre come licheni, grumose come

la muffa, orribilmente vive come le ventose dei pólipi.

E la voce del predicatore non cessava dal recitare la sua vecchia

predica, toccandosi ogni tanto il velluto dei paramenti, come per

sorvegliare se vi entrasse la rugiada della sera. E sebbene riuscisse

quanto mai difficile intendere le sue parole, forse narrava dei prodigi

ch'erano mille volte accaduti, lì, dinanzi alla Grotta Miracolosa, per

intercessione dell'enorme idolo di legno dipinto, con forza di speranza

e per virtù di preghiere.

Poi, di scatto, inattesamente, alzava le braccia ed urlava:

--Sainte Vierge de Lourdes effacez nos blessures!...--Sainte Vierge de

Lourdes ressuscitez nos mourants!...--Jésus, fils de Marie, faites pour

nous le miracle!... le miracle!... le miracle...»

Lo spirito di Dio passava su le turbe inginocchiate. Un senso d'attesa

invadeva l'anima dei cristiani, come la possibilità meravigliosa di un

fatto assurdo; bruciava nelle piaghe dei trafitti, nella demenza degli

occlusi, volava, cantava, si moltiplicava in tutto lo spazio della

vallata notturna, come il sublime Verbo di una forza che ormai diveniva

necessaria ed inevitabile.

Cominciò l'ora del delirio. Quei pazzi in Cristo, laceri di tutta la

miserabilità umana, sentivano la potenza della follìa collettiva

pervadere la lor carne martoriata. Quel che non poteva lo specillo del

chirurgo, la genialità del laboratorio chimico, potrebbe ora

l'allucinazione di migliaia e migliaia d'anime purificate con il lievito

dell'Eucaristìa.

Nulla impediva ormai che l'impossibile avvenisse.

Cominciò il delirio. I malati si agitavano; il cerchio terribile si

stringeva intorno all'idolo di legno dipinto; si vedevan dalle barelle

alzarsi facce sparute, come se uscissero dal sepolcro; mani contorte

lacerare le bende, spaventosi mutilati erigersi, maschere della

contraffazione, spettrali agonìe ritrovare la forza di drizzarsi ancora

sui ginocchi.

Il predicatore se ne andò; sul pergamo apparve la figura di un monaco,

tetra e smorta, con occhi freddi come l'argento, in una devastata faccia

terribilmente incisa di drammaticità, che mi fece pensare agli occhi

fermi, alla bocca perversa, alle piccole mani crudeli del diácono

Ralph...

E quel frate guardò, la folla dei deliranti, come s'egli solo avesse la

forza di poterli tutti risanare. Li guardò con una specie di sinistra

potenza, mentre i tentácoli di quell'unica idra dei flagelli umani

parevano avventarsi a lui, quasi per strappargli di dosso la sua pallida

gioventù e costringerlo a potere per tutti quel che potè nella terra di

Giuda il crocifisso Taumaturgo.

Ma egli rise; e bene si vide la sua dentatura bianca scintillare sotto

il fuoco delle torce. Rise anch'egli, forse, per la gioia di sentirsi

immune davanti a quel mare di contaminazione, o rise per una specie di

demente ilarità, che gli dava la sua medianica forza d'intercessore del

miracolo; rise alzando il Crocifisso, perchè tutto il popolo de'

Cristiani vedesse l'immagine dell'Inchiodato sul Gólgota.

Tra il fumo delle torce, un non so che di soprannaturale, una specie di

atmosfera magnetica si andava condensando su quella orrenda fiera di

carne lacerata, su quella convulsa demenza di anime allucinate, che

potevan per sè stesse generare il miracolo.

Mai vidi un'attesa più grande, più certa, più irremediabile, davanti al

compiersi di avvenimenti umani. Le più rosse memorie de' crudeli

fanatismi arabi, de' religiosi deliri musulmani, qui trascoloravano

davanti al potere comunicativo della follia cristiana, davanti alla

violenza d'amore di quelle infinite anime che si alzavano a Dio, perchè

un segno del cielo apparisse. Nulla ormai poteva impedire l'avverarsi di

un fatto superiore alla possibilità, ed io stesso me ne accorgevo nel

mio cuore di miscredente. Là doveva per forza compiersi quello che

altrove mai avverrebbe; là Dio era inevitabile, Dio stava per giungere,

Dio mi toccherebbe con la sua mano invisibile.

Il senso dell'estorsione, il contagio d'una formidabile volontà, il

potere di una immensa forza, che non era di alcuno ma di tutti, uno

spaventoso e fatale delirio si alzava come un bruciante soffio di

materia dalla diuturna macerazione di quelle anime cristiane, formava

con la immateriale sua visibilità l'atmosfera della presenza di Dio,

chiudeva nella folla infinita il potere stesso che appartenne ai divini

taumaturghi.

Ed io mi sentivo impallidire come il monaco dai freddi occhi d'argento,

e come lui sentivo il bisogno di adergermi davanti a quel cerchio di

disperazione, per estorcere dalle potenze oscure il miracolo folgorante,

per gridare anch'io, con la sua stessa voce cupa ed inesorabile:

--Les aveugles verront; les paralytiques jetteront leurs béquilles; le

cadavre surgira...

Da un capo all'altro, fin dove l'ombra li cancellava, le migliaia di

cristiani s'inginocchiavano, cadevano bocconi su la terra, pregavano

come non ho mai udito pregare altrove, nè da una creatura nè da mille.

--Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades...

Tutta la valle cantava. Per il bianco rumor del fiume verrebbe il segno

di Dio; su la folla inginocchiata si alzerebbe, da una lettiga, da una

gruccia, da un fascio di bende rosse, il tocco dalla mano di Dio.

«Diácono Ralph--(se voi siete il diácono Ralph)--rammentate ancora la

mattina piena di sole, quando il raggio camminava, camminava, sul

braccio, su la spalla, su la nuca di questa mia donna impaurita, e ne'

vostri occhi freddi come l'argento tremò la fiamma dell'amore umano, e

su lei vi chinaste con la bocca pallida come la voluttà, nell'odore

delle violette, nel raggio di sole, monaco di Lourdes, se voi siete il

diácono Ralph?...»

Cosa udivo?--Erano i tisici che tossivano, i febbricitanti che battevano

i denti, erano i cancerosi che si sentivan trafiggere dalle pugnalate

interne, gli artritici che non sapevano dove tenere le membra gonfie, i

tifosi che balbettavano sudando freddo, i pazzi che ridevano, con un

riso gutturale, aspro e corto; erano le donne sterili che domandavan un

figlio, i percossi dal ballo di San Vito che accompagnavano la propria

danza con un ronzìo de' labbri simile ad un rumor di cicale, i gozzuti

che facevano gorgogliare la propria melopea nella vescica enorme che

pendeva dal loro mento; erano le fanciulle contaminate, che pregando

mettevano a nudo i loro seni rôsi e bucherellati come alveari, ed i

fetidi che trasudavano di umori viscidi, luccicanti come lumacature

delle biscie, gli epilettici che incominciavano a tremar di convulsione,

i ciechi che piangevano, lasciando colare dalle caverne degli occhi

lagrime di nero sangue raggrumato:--era la voce di tutta la umana

infermità che saliva nella invocazione del cantico:

--_Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes..._

Un pazzo, dai capelli rossi, con due buchi nelle guance, con due grossi

orecchini d'oro, faceva e disfaceva continuamente la sua floscia

cravatta nera.

Due nani gemelli, congiunti per un braccio, vestiti come due pretini,

senza la manica interna, s'inginocchiavano, s'alzavano insieme.

La monaca senza occhi, rigida come un fachiro, con le mani torte fin

sotto i gomiti, cercava di pregare anch'ella battendo insieme i

moncherini.

--_Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes..._

Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben

conoscere il sesso nè l'età, villosa, marocefálica, abbaiava, abbaiava.

--_.... tu, in nomine Dei, parce nobis, mater..._

Diácono Ralph--(se voi siete il diácono Ralph)--rammentate ancora il

profumo nuovo delle violette che ringiovanivano i prati della grigia

contea, quella mattina piena di sole, quando voi pure sentiste il potere

oscuro della felicità umana, la febbre della imposseduta carne che

scintillava sotto i vostri occhi freddi come l'argento, monaco di

Lourdes, se voi siete il diácono Ralph?...

--_.... parce, Virgo, nobis, Mater intacta Dei..._

La litania cresceva, saliva da ogni parte, più alta, nella notte buia.

Tremavano migliaia di ceri; la Grotta pareva un braciere; la sua vampa

investiva il pergamo, magicamente illuminava la figura del monaco. Tutto

pareva oscillasse in un chiarore di miracolo. Qualche stella ritersa dal

vento si accendeva, si spegneva, tra il correre delle nubi voluminose.

Il fiume passava, bianco, leggero, portando con sè, nel suo rumore

d'acqua eterna, le follìe degli uomini; limpida neve caduta su le cime

degli azzurri Pirenei, che andrebbe a morire nel divino Atlantico...

Quando la voce del monaco lanciava l'urlo dell'invocazione, si vedevano

i mille storpi contorcersi con una specie di frenesìa convulsa, quasi

volessero aiutare nella propria carne spenta il principio del miracolo.

Ed allora, sui materassi chiazzati, sui cuscini sordidi, nei sinistri

apparecchi di ortopedìa, nelle barelle ove tremavano i moribondi, sui

banchi ov'erano a frotte i ciechi, i sordi, i mútoli, cominciava una

specie di rabbioso dimenìo, con un brancolare di mani pallide e

squallide, quasi un tentativo di rissa, come accadrebbe in una turba di

affamati quando vi si gettasse ad intervalli qualche tozzo di pane. Ma

quel pane che ognuno voleva carpire per sè, togliere al suo fratello,

era il privilegio della grazia divina, la improvvisa luce del miracolo

che toccherebbe ad uno su mille, mentre tutti volevano con feroce

invidia riavere per sè tutta la vita.

Si erano aspersi con l'acqua della Fontana Miracolosa; da giorni e

giorni pregavano di continuo, senza quasi nutrirsi, per meglio cibare

l'Ostia della purificazione; da giorni e giorni solo ascoltavan cantici

e narrazioni di miracoli: eran venuti per lunghi treni gremiti di febbre

e d'agonìe come lazzaretti emigranti; vivevan nelle celle de' monasteri,

nelle corsìe promiscue degli ospedali straboccanti; si lasciavano

trasportare di chiesa in chiesa, di barella in barella; vedevano morire,

toccavano piaghe immonde, ascoltavano urli strazianti, pativano lezzi

nauseabondi, soffrivano tutto quanto può soffrire la pazienza umana, e

poichè su la terra nessun medico più li salverebbe, credevano

disperatamente nel potere della grazia celeste, denudavano le proprie

infermità perchè meglio Iddio le vedesse, incrudelivano le piaghe

roventi sotto i rivoli dell'Acqua risanatrice; di giorno, di notte,

null'altro facevano che inveire a Dio con disperate preghiere.

Portati come spaventose reliquie dietro le bandiere dei pellegrinaggi,

serviti per carità, non dalle mani rozze dell'infermiere, ma da quelle

talvolta paurose della patrizia e del cavaliere di Cristo, si

accorgevano a poco a poco d'essere divenuti come brandelli sacri ed

intangibili della calamità umana. Quanto più erano difformi, tanto più

sentivano crescere il senso di questa venerazione, tanto più speravano

che il cielo volesse designarli per dare l'esempio del miracolo. Alcuni

forse giungevano sino ad amare la propria infermità, come un tramite per

essere più vicini a Dio. Tutto, in quel mondo soprannaturale della fiera

di Lourdes, era predisposto per condurre i sani e gli infermi a vedere

ogni cosa traverso il colore dell'allucinazione: dovesse pure non

accadere il miracolo, molti erano così pregni di miracolosità, che

giurerebbero d'averlo veduto. Quella carne così spietatamente incisa dai

crudelissimi artigli della malattia sentiva di esser esposta, come i

sacri ciborii, su l'altare della pietà cristiana; que' mutilati

s'accorgevano d'essere gli attori precipui dello spaventoso dramma, la

torturata creta ove s'imprimerebbe, davanti alle turbe della gente

cristiana, il póllice della divinità.

Riarsi di sete, avevano bevuto con avidità, sotto i becchi delle

fontanelle canoniche, il filo d'acqua espresso dal tocco della divina

Bernadette. La scarsa e debole sorgente ora dava migliaia di litri al

giorno; scorreva giù, piana, liscia, innocente, come una qualsiasi vena

prigioniera in condotti sotterranei: si apriva un rubinetto di zinco, e

la possibilità del miracolo fluiva. Nudi, paonazzi di febbre, lividi per

gelo, morsi dalle trafitture di flemoni e di piaghe atroci, coi polmoni

fessi dai tarli dell'etisìa, le ossa frantumate dalle corrosioni dei

morbi céltici, si erano lasciati immergere nelle piscine immonde,

plumbee, simili a tombe di cemento nella melma verdastra d'uno stagno; e

le immersioni talora duravano sino allo svenimento, non di rado fino

all'agonìa.

Dentro quelle vasche, ove pareva si conservasse l'immondizia e la tabe

di tutta la cancerosità umana, l'acqua veniva solo mutata un paio di

volte al giorno, e quelli che chiedevan d'essere immersi erano talvolta

parecchie centinaia. Sul fiore di quell'acqua buia, chiusa da un sipario

di tende, si coagulavano fili di sangue, pezzi di croste orribilmente

infette, batúffoli d'ovatta o sfilacciature di bende, staccatesi dalle

úlcere in piena decomposizione; talora vi si agitavano piccoli brandelli

di carne morta. Su quell'acqua micidiale, nefasta, fredda, scura,

galleggiava una specie di oleosità, iridata come le ali delle libellule,

che formava chiazze d'ogni forma, rossastre, violacee, simili un poco a

vasti e folti ragnateli che si fossero adagiati su quegli orrendi

serbatoi della putredine.

Là dentro s'immergevan gli eczemi, le pustole, i contagiati dalla

malaria, dal tifo, dal mal sottile, dalla dissenteria; vi scendevan le

femmine sterili a rendere il lor grembo fecondo, gli ulcerati dello

stomaco a far chiudere la piaga vorace, le fanciulle possedute dalla

follìa del mal d'amore a cercarvi la innocente castità: vi entravano

ancora i fanatici del secolo ventesimo, quelli che in altri tempi di

superstizione chiesero ai divino Cagliostro la fontana dell'acqua di

gioventù.

Ed ora, dopo notti e giorni d'abluzioni, d'insonnia, d'inedia, di

preghiere, storditi dagli organi della fulgente Basilica, ebbri di

contagio mistico, saturi di comunione con Dio, prima di tornare alle

case distanti, o morir per istrada, o riprendere il gramo giaciglio in

fondo alle corsìe degli incurabili, erano là, forse mille, dinanzi alla

Grotta fiammeggiante, arringati dal monaco tragico, nell'attesa d'un

segno di Dio.

Ed il miracolo si fece.

D'un tratto, nel mezzo di quel recinto macabro che pareva il cortile

d'un antico spedale di lebbrosi, un uomo che stava carponi si levò

furiosamente. Gettò via le coperte macchiate di sangue, si strappò gli

abiti apparve seminudo; urlava.

Urlava con una specie di esaltazione furibonda, scagliando in ogni senso

le sue braccia villose, nere, possenti come quelle di un quadrumane.

Aveva nel fianco sopra la cintola, una piaga orrenda. I suoi capelli

grigi gli cadevano su la faccia imbestialita dal lungo patire Ma un riso

convulso torceva la sua bocca dai labbri smorti. Alcuni si precipitaron

su lui; ma egli tutti respinse. Metteva i piedi su le barelle dei più

vicini questi si rizzavan sui gomiti, per guardarlo. Ed egli, a torso

nudo, ancor atletico nella sua magrezza, disciolse tutte le bende, ne

fece un pacco rosso, che buttò lontano, sopra lo stuolo degli storpi. Si

vide orribilmente la piaga nuda. Ma egli chiuse il pugno, e ve lo

immerse. Quasi vi entrava; lo trasse fuori tutto insanguinato, lo agitò

in alto, sopra il mare dei percossi, e l'uomo dalla piaga urlava.

Urlava con una specie d'ilarità selvaggia, mostrando le cinque dita

insanguinate. Poi strinse il pugno, lo conficcò nella sua piaga viva,

una, due, tre, numerose volte. Ma la piaga non grondava più sangue. La

piaga si cicatrizzava a poco a poco, visibilmente, non del tutto, quasi

per metà...

Egli muoveva il busto, si agitava, rideva, urlava, rasciugandosi ne'

calzoni le cinque dita insanguinate; chiamava tutti a guardare la sua

piaga; e la sua piaga diveniva più piccola, più asciutta, più sana, più

rossa di nascente vita...

Poich'egli svitava il dosso e muoveva le cóstole per provare in ogni

modo se ciò gli desse dolore, pareva che il suo costato magrissimo

stesse per bucare la pelle. Non provava dolore. No: era tocco dal

miracolo, era libero, stava per guarire, camminerebbe, andrebbe da solo

per i vicoli del suo villaggio, dentro e fuori la soglia della sua casa,

porterebbe un grosso cárico di legno su le spalle, si lascerebbe urtare

da tutti, era libero, libero!...

Intorno a lui si formava una siepe umana; chi strisciava, chi si

arrampicava su gli altri, chi metteva le dita nel suo sangue; facce

sparute si volgevano a lui perfino dai guanciali dei moribondi; preti e

medici correvano; gli infermieri, presi nel mezzo della calca, non

riuscivano più a proteggere gli storpi dal pericolo del travolgimento;

la Grotta fiammeggiava; l'enorme idolo di legno dipinto era là,

sorridente; si udiva passare la musica dell'acqua eterna; il monaco

scomparve.

--_Gloria, Regina Coeli, Mater purissima Dei..._

Quello che accadde, nessuna parola può descrivere.

Tutta la gente cristiana, decine e decine di migliaia, caddero bocconi

contro la terra, baciarono la terra benedetta, si picchiarono la fronte

contro il suolo dov'era suggellata la Fonte risanatrice. S'intravvedeva

nella distanza, fin dove l'occhio poteva scernere, uno stuolo di gente

buia e di ceri vacillanti agitarsi come un mare in tempesta. La notizia

del miracolo si era propagata in pochi istanti fino alle ultime case di

Lourdes; da ogni luogo sbucava gente; una triplice fila d'infermieri, di

monaci e di guidatori de' pellegrinaggi, male impediva che la folla

crescente si rovesciasse oltre le barriere di corda che limitavano lo

spazio destinato agli infermi. Tutti urlavano; la frenesia de' malati,

per ottenere a lor volta il miracolo, diveniva una specie di parossismo;

sul pergamo salì un vescovo; si mise cantare:

--_Exultat domus mea, mea lucet benignitas..._

D'improvviso, dal suo congegno d'ortopedica ferraglia, un paralitico

sorse. Dapprima stette in bílico sui ginocchi, aprendo le braccia: indi

si levò.

Si levò barcollante, nuovo a quell'equilibrio verticale come un

fanciullo che discioglie i primi passi; e rideva di un riso ebete,

puntellandosi nel vuoto contro la minaccia di ricadere.

Camminò. Fece alcuni passi obliqui, vacillanti come quelli d'un

ubbriaco, e si volgeva per riguardare la ferraglia del suo supplizio,

l'apparecchio di metallo e di cuoio che aveva contenuta la sua lunga

immobilità. Poi si mise a guardare le sue gambe, a tastare le sue

ginocchia, le anche, tutto il basso del suo corpo che si raddrizzava,

che miracolosamente riacquistava l'elasticità nelle giunture

anchilosate, negli ossi fuorviati, nelle caviglie rigonfie, nei piedi

morti. E quando fu ben sicuro che il fuoco della vita rifluisse nella

sua carne spenta, quand'egli, come un sonnambulo, pur si accorse di

camminare, di camminare... una frenetica risata gli eruppe dalla gola

singhiozzante, le sue braccia batterono l'aria come le ali d'un

uccellaccio colpito a morte, urlò così forte che i più distanti

l'udirono, e cadde all'indietro, senza flettersi, con le braccia aperte

come un Crocifisso nella catalessi del miracolo, e rimase là irrigidito.

--Notre-Dame de Lourdes!... sauvez nos fils malades!...

Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano

con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non

perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.

E squassavano i párgoli rachitici, dalla enorme testa calva, con il

collo segnato dalla scrófola, con le orrende macchie indelébili del vino

e della pallida lue. Su questi visi di bámboli, átoni di senile

imbecillità, batteva il fuoco delle torce illuminando le tragiche

devastazioni dei crimini procreativi, sul braccio di quelle madri

spettinate, scarne anch'esse, logore dal contagio che inflissero al

figlio d'un contaminato.

E su la folla dei cristiani terribilmente passava la sensazione di Dio.

Una straordinaria demenza invadeva le turbe dei pellegrini. Davanti

all'enorme idolo di legno dipinto, sul limitare della Grotta piena di

fiamme, sotto il pergamo di pietra dove il pallido Vescovo alzava un

buio Crocifisso, era su tutti, meravigliosamente, l'immensa ala della

potenza d'un Redentore.

Adesso i ciechi vedevano, i sordi credevan udire, dalle labbra dei

mútoli sgorgava qualche sillaba confusa; il delirio mistico assumeva le

forme più assurde, contraddiceva, talora per qualche attimo, talora per

sempre, la scientifica impossibilità.

Ciò che i medici ed i chirurghi avevan escluso dalle lor cliniche atee

come la verità positiva, qui sgorgava da una polla scarsa d'acqua

innocente, brillava nello splendore della Grotta fiammeggiante, ardeva

nella divina poesia della fede cristiana. Ciò che il medico non poteva

ne' suoi laboratori consci di tutto il sapere d'una secolare

investigazione, poteva, su le sventure dei battezzati, il buio

Crocifisso nella mano del Vescovo pallido. Ed il miracolo sempre

consisteva nella potenza taumaturgica della fede assoluta, nella

certezza di dover guarire, ch'è la forza incomprensibile di tutte le

guarigioni. La volontà miracolosa passava dall'uno all'altro, si

centuplicava nella forza medianica di una gente infinita, poichè nessuna

prova esclude che da uno sforzo titanico della volontà si possa ricreare

perfino la materia.

E più non eravamo nel secolo di tutti i sarcasmi, di tutte le eresie.

C'era un angolo del mondo--questa buia Lourdes--ove ancora un Cristo

poteva sorgere dalle folle inginocchiate per condurre gli uomini lontano

da quella che sarà in eterno la via del dolore. Qui si comprendeva

com'era nato, presso le soglie della pazza Gerusalemme, il grande mito

che fu sino ad oggi la più divina musica della vita, e qui si rivedeva

l'Uomo di Galil salire coronato di spine alla croce dei ladri, sul

Calvario.

Da tutte le terre dei cristiani venivano a Lui come una volta i percossi

dalle afflizioni del mondo. Quelli che avevano picchiato invano a tutte

le porte, ora venivano a Lui. Quelli che la natura crudele foggiava per

ischerno con il più guasto rimasuglio della sua creta, quelli che udivan

ridere senza mai poter ridere, cantare senza mai cantare,--da tutte le

terre dei cristiani ora venivano a lui. Se la pietà umana li aveva dati

per uccisi e la sapienza delle umane medicine li escludeva da ogni

speranza d'incolumità, quelli che udivano intorno a sè cantare le

vendemmie, ridere le primavere,--da tutte le galere del mondo fedelmente

venivano a lui.

E questi uomini sciancati, e queste femmine sterili, e questi bimbi

senza gioventù, allucinati ancor più di chi beve le droghe dei paradisi

artificiali, saturi di una fede spaventosa e mirabile, non si accorgevan

ch'erano venuti a lui, solo per carpire dalla sua divinità il piacere

della vita, il fuoco gioioso e pagano del terrestre amore, la gioia dei

sensi liberi, la felicità della carne. Volevano buttare a Dio le loro

piaghe immonde, le lor grucce dolorose, il fetore delle lor bende

mádide, il peso dei tumori soffocanti, la bruttezza delle membra

contorte, il freddo respiro delle imminenti agonìe;--volevano vivere,

splendere, ardere, tornare nei giardini della vita, spegnere nei rivi

della felicità la lor sete carnale, poichè, per tutte le creature che

nacquero, la transitoria bellezza del mondo è la più limpida forma di

Dio.

E quivi ancora, dove al bivio parevano disgiungersi «le due

strade»--quella del terrestre amore si nascondeva nel sogno dei pentiti,

bruciava di sole infuriato sotto la polvere dell'ascensione spirituale.

Al Cristo che morì per gli uomini, l'uomo eternamente chiedeva il

miracolo d'un raggio di sole.

----

La trascinai lontano.

Era mia.

Sentivo terribilmente il bisogno d'immergere la mia viva bocca nella sua

carne bella. Non potevo più tollerare quell'odor di ceri e di umanità

maledetta; sentivo il bisogno folle di lei, de' suoi profumi, della sua

fina cipria, della sua bocca giovine, della sua purezza non infranta.

Quella che a me non diedero le canzoni dei pazzi violini, la

scintillante spuma de' bicchieri colmi, diveniva or mia presso la

Fontana di Lourdes, nel ribrezzo dell'infinito umano dolore.

Fuggimmo.

I boschi erano verdi, erano fragranti; qualche rosa nasceva, chissà da

qual giardino claustrale; il buon odore dell'ultima estate scendeva

dagli orti chiusi dei bianchi monasteri.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole

veste la pannocchia del grano...

Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un

solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè

tu divenivi la mia solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu.

Adesso mi si destava nell'anima una grande malinconia, quasi una bontà

nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un'anima nel

tuo corpo giovine come il sole, e stando così presso alla tua bocca

desiderata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu...

Vieni; la notte è quasi profumata come la tua gola che intravvedo. E noi

passeremo allacciati sotto i portici di questa vecchia Lourdes, cercando

una camera scura, un letto angusto, con due guanciali di freddo cotone,

sotto un Crocifisso di legno tarlato. Pregni ancora d'incenso, noi

discioglieremo in un tetro albergo di pellegrini questi abiti che

portano il segno della nostra insolente paganità. Vieni; così ti amo,

così ti voglio, contaminata come sei dal respiro di tutti i patimenti,

nuda, come fosti nel Tempio, quando eri la danzatrice di Mágdala...

E sul guanciale ove discioglierai la tua treccia bionda e buia, dove

annoderai le tue braccia nel contorto grido irreprimibile, sentirò

salire da me stesso e da te la gioia viva del mondo in mezzo alle piaghe

di tutto l'uman genere; mi bacerai con la tua bocca rossa, mi toccherai

con l'erto ápice de' tuoi seni lussuriosi come la sterilità, mi farai

sentire, nel dolore gioioso del tuo grembo non ancor dissuggellato,

battere quell'unico senso della vita che non può disgiungersi da ogni

cosa viva, ma traversa come una eterna divinità la bellezza

universale...

Vieni; ancora ho voglia d'immergermi sino alla gola nella gioia del

mondo, e ridere in mezzo a questo pianto, e vivere in mezzo a questa

morte, ove ti condussi per intendere quale musica debba essere la mia.

I mistici organi delle basiliche hanno cantata l'apotéosi del divino

amore; vieni; ora forse riudiremo trillare da lungi le canzoni

vertiginose dei pazzi violini... E questo avverrà per le scale buie d'un

locandiere da pellegrinaggi, in una stanza rimasta vuota, forse perchè

aveva qualche vassoio di puro cristallo e qualche drappo di bianca

trina.

Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; un fiume

bianco di spuma entra nella sera infinita; per il cielo eterno si alza

il respiro di una immensa fatica; un fiume passa; il tuo braccio mi

stringe; tutto questo è il rumore di una giornata umana, un po' di

giovinezza finita, un po' d'amore disperso, Madlen... e la tua bocca è

giovine, la tua mano è calda, il fiume passa, passa...

Vieni; su noi piove il pagano amore del vivere; in questo immenso

tentativo dell'andare più in là, una sola cosa è necessaria:

impadronirci della barbara vita.

Vieni; troveremo una porta quasi conventuale, con sopra un lume

vacillante; se la porta sarà chiusa, noi picchieremo col battente.

Scenderà mezzo addormentato una specie di furbo scaccino sessantenne,

per vedere chi mai siano, a sì tarda ora, nella buia Lourdes, questi due

rumorosi importuni. E guarderà le tue mani accese di brillanti, le tue

dita quasi azzurre, con una specie di sdegno avido e scandolezzato,

mentr'io gli dirò che siamo due pellegrini del Sacro Cuore di Gesù,

rimasti senza tetto e senza giaciglio in questa città così deserta, ove

si comprime a stento una immigrazione formidabile. Nella sua casa, ove

par che ogni uscio vi chieda il favore di pronunziare un «Amen»,

troveremo tutto ciò che delicatamente occorre a bene dormire dentro lini

di bucato; le mura d'antica pietra, le porte di vecchio noce, le cortine

di spesso drappo, ci seppelliranno vivi fra il sonno di questa guelfa

città de' conventi, e lontano, chissà dove, nei profondi nostri occhi

pieni di febbre ancora vedremo ardere la Grotta Fiammeggiante sul

piazzale dei Miracoli, ridere d'un riso immoto l'enorme idolo di legno

dipinto e gli ultimi guizzi della vampa lambire il pergamo dove apparve,

con i suoi occhi freddi come l'argento, la tragica ombra del diácono

Ralph...

Tu ed io guarderemo tacendo il pallore dell'uomo che ti abbandonò.

Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nostra è

ancora la gioia del mondo; in noi sale scintillante la spuma del vino

biondo; ridono, tremano, cantano gli archi dei pazzi violini...

Non tutto è rinunzia e buia preghiera; se due sono le strade, forse la

nostra è quella che passa nel cuore della vita.

Vieni; ora ti spoglierai; la tua pelle nuda mi ricorderà che il mondo è

pieno di sole...

In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, ove pesa l'ombra della

tragica Lourdes, penserò la sera di Settembre, su la bella Concha,

quando la strada scintillante correva sotto i gonfi giardini del reale

Castello di Miramar...

Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte

Igueldo!...

In un vasetto d'argento, fra l'orologio e il portacenere, due lunghi

rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini. Avrei voluto dirti

una parola d'amore, qualche bella parola che non trovai. E tacendo

guardavo le tue mani. Pensavo a quelli che ti avevano baciata, alle

labbra che si erano immerse nel respiro della tua viva bocca.

Tra il sole morente le tue trecce divenivan color di fumo. La tua pelle

prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le tue forcelle di

brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli scuri.

Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo · 第 13 / 17 题