I tuoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.

E nel guardarti pensavo:--Questo è forse l'amore.

La distanza è l'amore. Ciò che per noi fu tale in un'ora di bellezza e

finì. La donna che passa è l'amore; la donna senza storia, senza nome,

senza il peso inevitabile de' suoi mediocri peccati. Quelle che andarono

via, scomparvero, travolte nella musica d'un treno. Quelle che a noi

diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle,

quando canta il maestrale.

Con noi passarono, risero, nel turbine d'una città sconosciuta. Forse un

teatro le portò, un albergo, una strada buia.

Erano molte; fra molte rimase una.

Aveva negli occhi e nell'anima il colore della terra d'esilio; portava

in sè la primavera, e come la primavera passò.

Parlava con un po' di fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di

gente che voi non conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non

vedrete mai; parlava con una voce piana, senza ombra di timore, come una

buona sorella...

E fu la vostra amante in una camera d'albergo, dopo una sera troppo

calma od un bicchiere troppo colmo...

Chi era?

Forse nessuno; la donna più bella che vedeste, il colore della terra

d'esilio, l'unica forse che v'innamorò...

Sul vostro guanciale disciolse, per qualche notte, la sua treccia

profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che

saranno fors'anche vere...

La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta

di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua bella vestaglia di seta.

E troverete forse di lei, nella coltre, una forcella dimenticata...

In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, penserò a quel giorno

di pioggia sul finire del mese di Settembre, quando entrai la prima

volta, Madlen, nella tua stanza quasi buia. Dal bagno filtrava un po' di

luce; l'argenterie cesellate, l'avorio de' tuoi molteplici pettini,

scintillavano sul vetro della pettiniera. Si udiva la pioggia battere

sul terrazzo, con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità;

nella voluminosa nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro

Eugenia Vittoria.

E dicevi:--«Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo

divenire. Se volete che sia vostra, tormentátemi un poco, fátemi un poco

male, persuadendomi sottovoce, parlandomi sottovoce... poichè amo, amo,

amo la lussuria delle parole... Ora tacete. Io sola parlerò con voi. Ho

molte cose a dirvi, e quasi non me ne ricordo più. Sì, me ne ricordo...

Ascoltate. La prima sera, quando eravamo seduti presso, alla tavola di

giuoco, e vi domandai un fiammifero per accendere la sigaretta, ho

capito súbito che qualcosa poteva nascere fra voi e me; provavo una

irritazione singolare nel sentirvi così vicino, e fu allora, non dopo,

ch'ebbi di voi la tentazione più forte. Quella sera voi eravate

veramente un uomo senza cuore, gelido e sciupato, al quale restava negli

occhi, forse nell'anima, qualcosa di terribilmente lontano, che altre

portarono via, qualcosa di amaro, di aspro, d'insensibile... Mi

piacevate allora, e dopo di allora non più...»

Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel

vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto

si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.

Sì, avevi ragione, Madlen:--«only as long as we are strangers can love

be a sweet spleen...»

Non so perchè, in quel momento t'immaginai qualora tu fossi morta, morta

nella tua giovinezza, ed immaginai di vederti giacere sovra un letto

pieno di trine, seminuda, con i tuoi capelli ancor segnati

dall'ondulazione, con tutti i tuoi vizi ancor evidenti su la pelle

incipriata, e pensai come sarebbe lieve il peso del tuo corpo da mettere

nella bara...

E dicevi:--«Non vi muovete, non parlate... voglio darvi un bacio

tutt'intorno alla bocca... no, vi prego, vi prego, non toccate i miei

capelli... essi mi fanno così male!... Chiudete gli occhi, vi prego, e

non guardátemi, tanto più che sono quasi nuda... vedete bene che sono

quasi nuda... Oh, lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia,

non li toccate, ho freddo... V'impólvero con la mia cipria?... Sì,

v'impólvero. Però amo arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non

carezzate i miei seni... essi mi fanno più male ancora... E poi, v'ho

detto: mi occorre lungo tempo, lungo tempo, innanzi d'essere

innamorata... Se vi dicessi «tu» sarebbe assai più dolce, anche per una

Inglese. Ma non posso ancora dirvi «tu». È molto più facile darvi un

bacio su la bocca, e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli

uomini, «voi...»

E la pioggia cadeva, cadeva, con un piccolo ridere con un sottile

stridere; batteva, cantava, sui vetri opachi, la buona e profumata

pioggia del mese di Settembre.

In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, nel profumo del tuo

grembo disciolto, nel calore delle tue braccia innamorate, penserò

all'altra peccatrice, quella che in te confusi quando eri la danzatrice

di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come

la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti

i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei

conviti ove spremuto rideva il gráppolo delle vigne di Galaad, la

femmina bionda, coperta di gioielli abbaglianti come l'estate, quella

che disse una sera al pallido Uomo di Galil:--«Préndimi! báciami!... la

strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo

guanciale profumato...»

Poi andò con lui, perdutamente, una sera d'estate.

E camminaron per la verde Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi,

ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera,

presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.

Allora, nel popolo di Giuda, stava per nascere oscuramente la

rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un mondo piegato sotto la forza

delle spade, l'eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il

rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe

creatrice d'ogni terribile idea.

Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre al cielo salivano le canzoni di

Tiberiade, e Roma lontana esercitava il suo tirannico potere su tutto il

mondo conosciuto, la più splendente cortigiana del Tetrarcato di Giudea,

la figlia di Mágdala piena di rosai, si abbigliava come le portatrici

d'ánfore per camminare al fianco del pallido Galileo.

Poich'Egli aveva con sè la teoria di tutti i miserabili e con sè

l'altr'uomo insonne, il ruvido maschio d'Israele quegli che fedelmente

lo seguiva dall'alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava,

ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere infuori da

Lui; e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra

riarse, e gli dava il suo mantello di lana quando le rugiade cadevano

dai lontani picchi dell'Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il

fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva l'uomo dal

tetro amore, il violento che d'un tratto impallidiva nel guardare la

danzatrice di Mágdala:--Giuda Iscarioth...

In quella camera vecchia, fra quelle mura stinte, mi pareva riudir

lontane le canzoni di Tiberiade, e più lungi, con sordi strepiti,

rumoreggiare in un mondo piegato sotto la forza delle spade l'eterna

rivolta dei miserabili...

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole

veste la pannocchia del grano...

Pensavo:

--«E domani--forse domani--come venisti partirai da me. Una stazione

fredda, ravvolta in un nembo di elettricità, chissà dove, chissà quando,

forse in un villaggio di frontiera, vedrà partire lentamente il treno

tutto acceso di cristalli, che disperderà per sempre il mio sogno nella

musica delle infinite rotaie.

Domani--forse domani--ridiverrai per me la forestiera, quella che ha

smarrito un fiore nella polvere del mio cuore di viandante.

Non so dove, non so quando, una sera, mentre, affollato, rumoroso, il

treno del nord cigolerà, suoneranno fra noi le parole che diceste al

signore Lord Pepe, calme, su la bocca impassibile, con l'anima forse

ravvolta in un velo di grigia malinconia:--Good bye, Friend...

Ed io vedrò--tu vedrai--la tua ombra--la mia ombra--sparire.

Un fanale rosso, un punto, una striscia di fumo, nulla, diverrà il

nostro amore sparente nella notte infinita...

Quel treno lungo, sottile, fatto d'acciaio terso e di legno levigato,

che trascinerà nel cuore delle montagne ciclopiche una fantasmagorìa di

specchi e d'elettricità, quel treno pressochè ingioiellato, carico di

belle donne, d'uomini ricchi e di bagagli costosi, trascinerà per sempre

nello spazio il suono pesante, indefinibile, della parola: addio...

Tornerai nei balli scintillanti, nelle dorate case delle avventure d'una

sera; invecchierai presso le tavole da giuoco, strofinando i tuoi gomiti

nudi sui tavolini delle cene, appressando le tue labbra tinte all'orlo

dei bicchieri che avvelenano; riderai, splenderai, come una creatura che

per vivere senta il bisogno dell'eccitazione artificiale; qualche uomo

prepotente sarà il tuo padrone, di qualche altro sopporterai la lascivia

indelebile; e gli anni passeranno, e la vita notturna incaverà i tuoi

occhi splendenti, e nella dolce tua carne coltivata come un fiore da

vetrina trasalirà più cruda la forma dello scheletro, e sarai vecchia, e

sarai povera, i denti falsi brilleranno d'una luce opaca nelle gengive

pallide, la sottile tosse dei tisici tormenterà i tuoi polmoni arsi dal

fumo delle sigarette oppiate; un giorno avrai un deliquio, morrai sopra

un divano, ti porteranno al cimitero... È triste.

Sì, è triste, come il pensiero d'ogni cosa che tramonta, nella fredda

vita. Eppure le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nei

sepolcri vegetali della terra il seme di domani sta per nascere; solo

una cosa è bella nel mondo, solo una cosa è giovine

intramontabilmente:--la poesia di ciò che va oltre.

Nell'alba lontana--io pensavo--anche le stelle muoiono. Qualcosa è

laggiù, nello spazio, che gli uomini ancora non hanno definito. Qualcosa

avvince tutte le creature all'eterna distruzione, all'eterna aurora... e

il mondo si piega, si torce, nel dolore della sua gioia troppo lieve;

nulla in sè trova pace; ogni desiderio cerca ulteriori possibilità; la

creatura e l'infinito, l'ombra e l'alba, tutto finirà, sparirà...

Muoiono le stelle.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole

veste la pannocchia del grano...

Nell'alba lontana--io pensavo--una vela è partita sul mare. Va per le

onde; quasi brilla; incontrerà, fra poco, un raggio di sole. E il mio

dolore se ne va con lei, per le distanze che ancora non vidi, ésula,

nella trepidazione dell'alba, da questa povera cosa ch'io sono e porta

me stesso lontano da me, verso il cuore degli altri uomini; e navigando

fra stelle troverà, su le criniere delle onde, un raggio di sole.

Nell'alba grigia canta il fiume della divina Bernadette, e suoneranno

fra poco le belle campane dorate al Dio mattutino che incendia le

splendenti basiliche... Una vela è partita sul mare.

Forse un giorno, quando saremo lontani, tu da me, io da te, Madlen, e la

distanza ed il passato--le due vere musiche del mondo--avvolgeranno le

nostre anime di camminanti, questa lenta e voluttuosa notte in noi

risalirà come il sogno d'una bellezza distrutta, sarà il tormento

sottile, divino, d'una illusione che perdemmo, il fuoco e la tremante

memoria di un lontano amore che finì.

Forse, talvolta, la sera, quando i treni si addormentano, quando i

bastimenti escono dal porto, quando le città straniere, come lontane

isole, diventano buie, tu ridiverrai per me, io per te, Madlen, il

colore del sogno che fu nostro; e la distanza ed il passato--le due vere

musiche del mondo--avvolgeranno le nostre anime di camminanti nel

triste, perduto incantesimo della bellezza d'un amore che finì.

Forse, talvolta, la sera, quando la strada passa traverso l'anima di chi

va via, quando, nel cuore degli erranti, lontane, brillando si alzano le

foglie gialle del passato, qualcosa di noi riudirà, fra le musiche dei

pazzi violini, trillare sotto l'archetto dello zingaro le strofe della

_Chanson du Missouri_:

Et j'eus souvent

d'autres romans,

j'ai connu d'autres baisers,

trop vite épuisés...

A quel tempo il signore Lord Pepe sarà il monarca del feudo di Zarauz;

la buia cugina Adelaida, or divenuta con severa cattolicità la

viscontessa Fernandez de Higuera, lo avrà lentamente attratto nella

viscosità della sua carne romantica e provinciale; a governo di tutto il

latifondo siederà il Gesuita macilento ed impenetrábile che fu il

ministro-confessore della sepolta doña Isabel.

E Litzine, la bionda come il sole, con i suoi voluttuosi occhi da

educanda, seguiterà nondimeno a far cadere nei tranelli di Dánae i suoi

piccoli franchi d'argento; in estate a Deauville, d'autunno a Biarritz,

d'inverno a Cannes, di primavera sotto le acacie di Armenonville,

seguiterà nondimeno a dividere le sue laboriose giornate fra le

colazioni di Crisópulo il Greco, i pranzi di Ned l'Americano e le cene

del Marchese Sciogatsu, ovverossia il Marchese Capo d'Anno...

E mentre tutti noi consumerà la pesante polvere della strada, ogni anno

torneran le rondini su la bianca terra di Guipuzcoa, dove gonfie di

maturo pólline le tue rose ubbriacheranno l'estate, o felice Monte

Igueldo...

E torneranno alle Fontane del Miracolo i greggi degli eterni miserabili,

a dimenticare nel sogno d'un'umile pascolatrice il sogghigno freddo e

sarcastico dell'uomo che si chiamò Voltaire.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole

veste la pannocchia del grano...

Eppure le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nostra è

ancora la gioia del mondo; in noi sale scintillante la spuma del vino

biondo, ridono, tremano, cantano gli archi dei pazzi violini...

Domani--forse domani--ridiverrai la peccatrice di Mágdala, quella che ha

smarrito un fiore nella polvere del mio cuore di viandante.

E le rondini--pensavo--della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a

stormo, e trillano, questa mattina, per andare...

Álzati ancora ignuda, com'eri sul drappo d'oro nel mezzo della Basilica

scintillante, mentre saliva, tra il dolore della umana gente, la voce

del grande organo avvolto in una musica di fiamme, e l'alta chiesa

bruciava come un padiglione di sole--di fuoco e di sole--ov'erano tutti

i peccati, le gioie della carne, tutto il rossore della umana voluttà,

il riso ebbro della perdizione che vuota il cálice, spezza il

bicchiere... più su, più su, in un vórtice di sole--di fuoco e di

sole--ubbriaca, nei paradisi terrestri, l'infernalità dionisíaca della

vita...

Álzati ancora e danza, ignuda, sul cuore del mondo, peccatrice di

Magdala!...

Nell'alba lontana--io pensavo--una vela è partita sul mare.

Álzati ancora e danza, ignuda, sul cuore del mondo, e sii la cortigiana

di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come

la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti

i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, quella che disse una sera

al pallido Uomo di Galil:--«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e

tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Forse, talvolta, la sera, quando i treni si addormentano, quando la

strada passa traverso l'anima di chi va via--tu per me, io per te,

Madlen--chissà dove, chissà quando, riudiremo sottovoce cantare la

musica dei pazzi violini; e dell'amore che ci portò e del dolore che ci

strinse non rimarrà che una striscia di fumo, nulla, un po' di sogno,

l'azzurra ombra d'una sera d'estate, su la bella Concha, davanti al sole

che moriva nel divino Atlantico... e sarà una striscia di fumo, nulla,

un poco d'anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo

lieve, di troppo azzurro, la memoria d'una sera d'estate, una striscia

di fumo, nulla...

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Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo · 第 14 / 17 题