Ed infatti, una volta, quando venne l'uomo ossessionato,--e tutta la
piazza era davanti--egli disse:--«Ma tu perchè farnetichi e ti fai male
con le tue stesse mani? Vieni a me, lascia che io ti tocchi, e sarai
libero da ogni dannazione.»
Così fece l'ossesso--e tutta la piazza vide il miracolo--e rimase
prosternata fin quando Egli sparì.
Un'altra volta venne a lui il paralitico, e la sua mano lo disciolse;
venne il mútolo, e questi parlò. Tutti quelli che pativano furon da lui
medicati. E già si parlava in ogni piazza del bianco taumaturgo, e tutti
venivano, e tutti, senza erba nè farmaco, venivano mandati alle lor
case, liberi dal morbo che li flagellava.
Poichè sopra tutto Egli diceva:--«Perdonate al vostro male, a chi vi
dona il male, a chi vuole che vi sia dato il male; poichè nel dolore
umile, nel dolore senza bestemmia è la via che conduce al bene ultimo.
Anzi voi dovete conoscere, uomini, che la felicità unica viene dal
dolore.»
E v'era tutto un popolo, e v'era tutto un mondo ancor nuovo a questo
verbo di martirio e di purificazione, che usciva dai foschi tuguri,
pronto anch'esso alla croce del Calvario, pur di credere nelle parole
del bianco taumaturgo:
«La felicità unica viene dal dolore.»
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Ed io sentivo il grande spirito del Cristo elevarsi dalle oscure
moltitudini di Lourdes, ove un giorno eravamo tornati, Madlen ed io,
nonostante le beffe del devoto e sardanapalico Lord Pepe.
Questi era sazio di pellegrinare ai luoghi sacri della cattolicità e
meditava di ascendere con la bionda Litzine al primo ghiacciaio del Pic
du Midi, per quindi presentarsi come un puntatore inaspettato nel Casino
di Pau e chiedere un banco di mille marenghi.
Dopo il suo ritorno d'Oltremanica, questo banco di mille marenghi era
divenuto la sua fissazione. Ormai non gli pareva cosa ragionevole
cimentarsi al gioco in alcun altro modo:--l'esperienza gli consigliava
di attendere pazientemente che un banchiere fortunato avesse davanti a
sè questa lucida somma, poi sorgere d'improvviso, chiedere il banco,
voltare possibilmente un nove di qua, un nove di là, dare la buona notte
a tutti e ritirarsi per otto giorni a vita privata.
Maniera in fondo rispettabilissima d'intendere il gioco d'azzardo e,
secondo la legge darwiniana della lotta per l'esistenza, tutto quel
trascendentale senso dell'uman vivere che il duro Schopenhauer
riassumeva nell'istinto di sopraffazione.
Senonchè l'amabile filosofo ispano-britannico (in ciò di gran lunga
superiore al tetro tedesco) ammetteva con molta lucidezza di spirito
che, in luogo di far nove a destra e nove a sinistra, si potesse anche
per disavventura fare baccarà e baccarà.
Ed appunto per premunirsi contro questa non improbabile jattura, il
saggio Lord Pepe aveva molta fede nell'allenamento fisico, nel giusto
equilibrio dei nervi e dei muscoli, bene temprati alle fatiche della
selvaggia montagna:--perciò Lord Pepe aveva immaginata, e predisponeva
ora ne' suoi minimi particolari, un'ascensione al Pic du Midi.
Egli riteneva--secondo una esperienza non meno scientifica di quella che
governa i miracoli di Lourdes--che la perfetta sanità e la pienezza
delle forze fisiche pongan l'umano spirito in uno stato di maravigliosa
antiveggenza, la qual consente perfino d'intuire i colpi favorevoli
nelle oscure fortune del giuoco di baccarà.
Questa geniale teoria, non meno seria di tutte le altre che sorgono,
brillano, e passano di moda, gli aveva date ormai conferme
indiscutibili, tantochè, se invece di sostare al primo ghiacciaio avesse
voluto arrampicarsi fino alla cima del Pic du Midi, non v'era ombra di
dubbio che il banco da chiedersi poteva essere magari di cinquemila
marenghi.
Ciò che importa, nelle cose terrestri, è credere ciecamente anche in
assurdità, volere con assoluta fede una cosa magari impossibile; chi
porta nel cuore la incontrastata certezza, già si trova per questo solo
fatto su la via del miracolo. Ed il miracolo forse non è che una suprema
ed oscura potenza della volontà umana.
In fin de' conti, se un pazzo era Lord Pepe, il qual credeva
nell'influsso dell'aria di montagna su le fortune imprevedibili del
baccarà, qual nome si meritava la demenza nostra, la fede o la curiosità
nostra, che non esclude a priori le virtù miracolose di una fontana
d'acqua sorgiva su la guarigione delle piaghe insanabili?
In verità eravamo pazzi entrambi, o saggi entrambi, secondochè si voglia
nominare folle o giusta quella tentazione che l'uomo prova di voler
guardare oltre i confini della stessa logica ed oltre l'esperienza della
umana possibilità.
Per quanto sia mediocre il fine che lo tenta, c'è sempre un po' di sogno
nell'uomo che insegue una chimera. E bisogna infine comprendere che
nessuna verità è perfetta quanto la verità sublime delle cose
impossibili.
Soltanto il meraviglioso è bello nella vita, nè importa voler conoscere
per qual modo esso avvenga.
Questo noi cercavamo tra le oscure folle di Lourdes, nella grande attesa
del miracolo che percoteva la cristianità infinita.
Quanti erano? Quante migliaia erano?
Impossibile a contarsi, quell'immenso numero di cristiani, del quale si
gremiva tutta quanta la vallata; uomini e donne, secolari e monaci,
cristiani di tutte le terre, facce sperdute in Cristo, nel fuoco della
penitenza, nella febbre del digiuno, tutti confessati con l'ostia, mondi
come il lino del battesimo, tutti assorti nel veggente amore che accese
l'anima della bianca pascolatrice.
Era già questa l'ora, dopo le campane del vespero, quando i
pellegrinaggi di Lourdes si adunano intorno alla Collina del Calvario
per formare la processione del Santissimo Sacramento. Dai lontani
Pirenei scendeva nella vallata un vento scuro, che pareva trascinasse
con sè, dai prati alti, un melodioso e grande stormir d'abeti. Il bianco
fiume di Bernadette quella sera cantava, come nel tempo quand'ella venne
al guado, e la compagna e la sorella passarono per l'altra riva, e
sparvero, cercando legna di buona scintilla. Nel vento era un odor
confuso di nevai e di violette, un odor soave di bosco lontano e di
fragranti resine.
Ora il Vescovo si mise davanti alle bandiere sacre delle varie comunità,
e la processione cominciò a salire l'erta del Calvario. Di là dal ponte,
sotto il Castello che tenne il vassallaggio delle otto vallate, Lourdes
la empia, Lourdes la città monastica dei rigattieri di religione, si
andava cancellando a poco a poco dietro un confuso velario di alberi e
d'ombra. D'un tratto, sui bianchi steli dei ceri votivi qualche pallida
e tremula fiammella s'accese; poi divennero cento, poi mille, poi
divennero decine di migliaia; e tutto, nella valle di Lourdes, era un
fantastico tremore di piccole stelle, un brillar stupendo che infiammava
i marmi della raggiante Basilica, un improvviso ed infinito incendio,
che vacillando pavimentava l'immensa Esplanade come una specie di
terrestre firmamento.
Si vedevano i cristiani salire per le duplici scalinate del Tempio,
dietro selve di arazzi e di bandiere che seguivano il baldacchino del
Vescovo; ed erano gli incisi di tutte le piaghe, i turiferari della
umana calamità, il vecchio popolo di Cristo, la sua carne, la sua
crocifissa anima, quel che restava in terra del sogno d'un Dio.
E là, nel fuoco della Basilica, l'altare incendiato folgorava come un
braciere splendidissimo.
Gli ori antichi, le gemme di tutti i regni della terra, le collane di
perle che cinsero il collo delle cattoliche imperatrici, gli anelli dei
Cavalieri di Cristo, conquistati nel tesoro di Bisanzio, i rubini rossi
come il sangue, gli smeraldi verdi come l'oltremare, le riviere di
brillanti che nessuna donna mai possedette:--questo possedeva la pallida
Signora di Lourdes, l'Apparsa con un manto azzurro nel sogno della
povera pascolatrice.
Ora, nella grande Basilica, si alzava il canto dei pellegrini, e questa
voce gonfia di patimento, accesa di folle religiosità, rintronava contro
i marmi tempestati di argenti votivi, traendone un fulgore così
abbacinante che la luce medesima pareva divenisse un rumore.
Chiese uscite dalle catacombe, nel barlume fumoso delle torce
sotterranee, con vescovi primordiali che battezzavano i condannati alle
ugne delle fiere, chiese della prima cristianità, considerata come
plebaglia da carneficina, ora voi siete palazzi d'argento, con vescovi
regali e scintillanti come tiranni asiatici, dai quali non si appressan
le labbra se non a cálici di ben cesellato oro massiccio e non si dona
il Paradiso a chi non dona, e solo è fatto il nome di Cristo per
suggellare opere ch'egli maledisse!...
Povere turbe fanátiche, voi forse eravate ancor le medesime che
s'inginocchiaron nelle buie catacombe, iloti perpetui, che opprime la
dura potenza delle città sataniche, vecchia famiglia dei carceri
mamertini, dei lazzaretti forensi, dei poderi lavorati al paro con le
bestie da giogo, poveri brandelli marci della splendente carne umana,
tristezza della dolce terra, dolore del mondo...
La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro, un
teatro follemente lussuoso della umana povertà, una sala mistica ove le
turbe inginocchiate aspettavano la consumazione d'un rito mirabile; un
rito nel quale vedrei qualcosa di superumano avvenire, forse il
trasmutamento di tutto me stesso in un altro spirito, quello che
potrebbe infine prosternare la mia dura fronte contro la fredda pietra e
sentire in me nascere la divina bellezza della possessione di Dio.
Forse di là uscirei, acceso io pure dalla demenza dei portatori di
fiaccole, servo io pure dell'idolo scintillante, e la mia voce sommessa
canterebbe nella grande conclamazione del miracolo, e sarei quel monaco
del quale talvolta sorge in me la squallida ombra, e me infine
condurrebbe la mia vita di profanatore alla sua perfezione definitiva.
Pensavo:--«Sarò un monaco. Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine
de' miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.
E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio
monástico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose
cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole
staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo dell'inverno,
serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba
castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio
volto notturno...»
Pensavo:--«E questa che viene con me, la bella fra tutte le belle, una
sperduta in mezzo alle perdute, un fiore lungo la mia strada, una donna
oscura che mi guarda con i suoi occhi pieni di nord, forse oggi diverrà
la sorella dell'altra peccatrice, quella che disse una sera al pallido
Uomo di Galil:--«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu
scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»
Pensavo:--«Siamo stati entrambi freddi e funesti come i gioielli che
brillan nelle vetrine diavolo; tutta la nostra vita fu spesa, là dove
l'anima perisce, negli ardenti pericoli delle sterili gioie; forse
patimmo senza piangere, forse in noi rise un dolore che ci costrinse a
vuotare il cálice, a rompere il bicchiere...»
E non udite voi, Madlen, come cantano i devoti pellegrini?
Essi cantano:--«Date a noi, Vergine Maria, la grazia, non di guarire, ma
di credere; non di possedere, ma di credere; non di essere felici, ma di
credere. Date a noi, Vergine Maria, l'altezza d'amore ch'è sopra il
dolore degli uomini; lontanáteci dalle cose del mondo, fate in noi
scendere quel che ogni spirito cerca: il vero Dio.»
Essi cantano:--«Il miracolo che noi cerchiamo è la testimonianza che voi
non siete unicamente una musica del nostro inginocchiato sogno, ma la
eterna luce dell'eterno infinito, la buona e verace ala che noi
raccoglierà dal peso della polvere.»
Essi cantano:--«Vergine Maria, dà ora un segno che tu sei, nella nostra
carne maledetta; solleva, se non me, il fratello mio che non ha
ginocchia, la sorella mia priva di labbra, che non può dire il tuo nome;
libera uno dei mille dal marchio dell'inguaribile infermità; muovi la
mano per toccare una sola fronte; fa che i nostri occhi vedano quel che
i nostri orecchi udirono; sii con noi, prega per noi, Signora di
Lourdes, Madre di Dio...»
La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro; i
ceri si moltiplicavan tremando nel fuoco del tesoro inaccessibile; da
ogni pietra saliva in Cristo l'anima del pellegrino inginocchiato.
Ed io pure sentivo qualcosa di me uscire da questa mia pesante materia,
che tutto soffrì e tutto volle, per alimentarsi di quell'anima grande
che la folla tramandava, come se il principio della liberazione stesse
per invadere la mia spiritualità non ancora trascendente. E questo senso
della purificazione mistica era in me tanto più vuluttuoso, quanto più
sentivo di essere vicino all'amore di una donna, e quanto più sentivo il
braccio di questa mia donna impaurita tremare leggermente sotto il mio,
quando, nella splendente Basilica, fra la turba infinita, ella era il
solo profumo, la sola presenza che ancora potesse ricordarmi della mia
vita lontana.
Eppure, mai come allora, mai con uguale carnalità, avevo sentita la
gioia della sua bellezza invadermi, l'ardore del suo desiderio
possedermi, essere mio, confondersi nel tremore d'anima che pareva mi
volesse dividere dalle gioie della vita.
Forse quest'amante, che non mi diedero le coppe lievi, ricolme di vini
biondi, or mi darebbe la Chiesa dove l'organo balenante cantava, e mia
diverrebbe davanti alla genuflessione di tutti i percossi, davanti alla
miseria di tutti i pentiti, tra quell'incenso pregno d'immaterialità,
che salendo in larghi vortici offuscava le gemme dell'idolo
scintillante.
In una specie di sogno meraviglioso io pensavo alla liberazione dai
sensi e pativo l'odore della sua carne, intravvedevo le altezze della
mistica fedeltà e mi accorgevo del suo corpo ignudo, sentivo giungere
insieme l'ora di partirmi da ogni desiderio e quella di godere il più
logorante peccato.
Forse in lei, più profonda che in me stesso, era questa medesima
duplicità, e le sue mani crudeli toccavano me, come un'amante cerca di
comunicarsi al piacere dell'amante. Ne' suoi occhi pieni di nord non
avevo mai veduta più ombra.
Non so perchè, in quel momento la immaginai qualora fosse morta--morta
nella sua gioventù--ed immaginai di vederla giacere sovra un letto pieno
di trine, seminuda, co' suoi capelli ancor segnati dall'ondulazione, con
tutti i suoi vizi ancora evidenti su la pelle incipriata, e pensai come
sarebbe stato lieve il peso di quel corpo da mettere nella bara...
Ma era viva, e diventerebbe vecchia,--una piccola vecchia gialla, col
mento aguzzo, lo scheletro accartocciato... Il giorno del suo funerale,
quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in
miseria, qualcuno direbbe ch'era stata una prostituta; le darebbero, per
marcire, due metri di terra santa...
E la sua bocca nuova come la primavera mi fece pensare alle notti del
pallido Uomo di Galil, quand'Egli dormiva sotto le stelle, vicino alla
cortigiana di Mágdala, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle
sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, bella come la
rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i
peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei
conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...
E fu il mio sogno così veracemente manifesto, che d'un tratto vidi, o mi
parve, un largo drappo d'oro sciorinarsi nel mezzo della Basilica, e
vidi la danzatrice di Mágdala, senza veli, più bella d'ogni altra che
mai portò nome di donna, sciolta fin sopra le anche i suoi capelli
biondi e bui, con braccialetti d'oro che si attorcevano a' suoi polsi
come fini serpenti, e filigrane di gemme sui vertici dei seni gonfi di
voluttuosa pubertà, uno specchio d'argento che brillava sul tappeto
scintillante, e per musica unica la bellezza della sua nudità, danzare
le sacre danze oscene dei pallidi semiti, quelle che in Giudea
svigorivano le dure milizie italiche, e per lei da ogni parte
ammucchiavano sul tappeto scintillante le più costose gemme della folle
Tiberiade, ove nessuna finestra mai si chiudeva prima dell'alba e
nessuna donna era mai posseduta da un uomo solo, anzi a quelli più
sfrenatamente si dava, che nello stesso furor dell'orgia la natura
vieta...
E questo, ch'io vedevo, era uno splendido abbaglio de' miei occhi, già
pieni di quella erroneità ch'è fuori dalle cose presenti, ma che il
forte calor dello spirito ágita e crea come un sogno non più
dimenticabile. Mai quella chiesa infiammata uscirà dalla mia memoria ed
il largo drappo d'oro sul quale mi apparve, nelle sembianze della donna
ch'era mia, la danzatrice di Mágdala.
I ceri ardevano, l'organo scintillante alzava il suo canto liturgico sul
fervore delle turbe inginocchiate; l'altare, circonfuso di fumo,
tramandava dagli ori de' suoi tabernacoli quel senso dell'eterno e
dell'immanente che il sogno di tutte le stirpi custodì nelle arche
millenarie.
Dietro quell'altare, come se ogni cosa di Dio fosse trasparente, mi
pareva di vedere il bianco Taumaturgo allontanarsi per la terra di
Galilea, fin là dove ancora splendevano le rosse finestre di Tiberiade;
là era steso, tra incensieri che fumavano, il largo drappo d'oro della
danzatrice di Mágdala, cosparso di gemme che cadevano intorno al suo
specchio d'argento...
Era il peccato del mondo che si trascinava sin davanti gli altari, la
gioia della umana carne che non voleva dar pace nemmeno al cuore d'un
Dio.
Or vedevo la donna splendente, inginocchiata nel mezzo della Basilica,
sul drappo d'oro, immergersi nuda nel fumo degli incensieri, mentre
saliva, tra il dolore della umana gente, la voce del grande organo
avvolto in una musica di fiamme, e l'alta chiesa bruciava come un
padiglione di sole--di fuoco e di sole--ov'erano tutti i peccati, le
gioie della carne, tutto il rossore della umana voluttà, il riso ebbro
della perdizione che vuota il cálice, spezza il bicchiere... più su, più
su, in un vortice di sole--di fuoco e di sole--ubbriaca, nei paradisi
terrestri, l'infernalità dionisiaca della vita...