della buia cugina Adelaida, il duro padrone del feudo di Zaraùz, quegli
che avrebbe raccolto dalle mani tremolanti e gialle della zia
cattolicissima l'eredità secolare degli Higuera. E il confessore della
sepolta doña Isabel, un macilento Gesuita impenetrábile, sarebbe
divenuto il braccio destro del giovine vizcomde don Josè; con questo
freddo monaco, nella scura biblioteca, d'inverno, sotto il fumo d'una
lampada a petrolio, avrebbe riveduti i contratti d'affittanza, i redditi
già esosi, quelli da imporre con nuova usura, poi gli sfratti ch'era
opportuno dare agli antichi inquilini delle case di Madrid, e gli
impieghi da scegliere in titoli esteri, secondo il fluttuare della
malcerta peseta...
E la buia cugina Adelaida, or divenuta con severa magnificenza la
viscontessa Fernandez de Higuera, lo avrebbe lentamente attratto nella
viscosità della sua carne romantica e provinciale, lo avrebbe avvezzo a
preferire, fra tutte le ciprie, quella che odora di natural gelsomino,
fra tutte le pettinature quella che manca di ferro e di complicazione,
fra tutte le gioie dell'amore quelle che approdano alla eterna e sacra
maternità...
Dunque sbizzarrítevi ancora un poco, giovine Lord Pepe! Ha ragione
vostro padre, banchiere a Londra: per far bene tutto ciò che da voi si
richiede, bisogna prima aver dormito nelle braccia folli di questa
bionda Litzine!...
Ed ora noi camminavamo per le vie di Lourdes, frammezzo a quella densa
folla che sempre vi conduce il tempo dei pellegrinaggi. Litzine
raccontava in qual modo Lord Pepe aveva saputo del nostro viaggio a
Lourdes, e come in séguito avevano entrambi deciso di venirci a
ritrovare nel mistico eremitaggio.
--La mia gita oltre Manica,--diceva Lord Pepe,--non durò che pochissimi
giorni. Trovai mio padre d'eccellente umore. Le azioni d'una certa
ferrovia paraguayana, carta straccia ne' forzieri della Banca, si eran
messe d'un tratto a rendere il cento per cento. Che allegro paese questo
Paraguay, il quale sembra inventato apposta per concedere un po' di buon
umore ai tetri banchieri della City! Quando confidai a mio padre che,
rimasto privo di ogni altro espediente, mi ero deciso ad imbarcarmi per
il Paraguay come rappresentante del suo gruppo d'azionisti, mio padre
disse:--«Tu es experto de chemin de fer, no de ferrocarriles, hijo
mio,»--e con la sua penna stilografica mi firmò seduta stante uno
chèque. Io non guardai nemmeno la cifra, e gli risposi:--«Siempre
respetuoso de los vuestros órdenes, señor padre.» Tornato súbito a
Biarritz, trovai Litzine, che regolarmente faceva colazione con
Crisópulo il Greco, pranzava con Ned l'Americano e prendeva il tè con il
marchese Sciogátsu, ovverossia il Marchese Capo d'Anno, plenipotenziario
del Mikado. Le dissi:--«Poichè vi rimane libera solamente l'ora di cena,
vi prego, bellissima Litzine, di accordarla finalmente ad un Europeo.»
--Mais les Grecs sont aussi des Européens,--osservò Litzine con profonda
persuasione.
Lord Pepe non era di questo parere. Un tentativo di studî classici,
interrotti a metà onde permettergli di coltivare forme d'erudizioni più
moderne, gli aveva lasciata un'invincibile animosità contro il paese di
Sofocle e di Platone. Per punire questi molteplici ed antichissimi
seccatori, egli addirittura li radiava dalla carta d'Europa.
--Del resto,--concluse,--i giocatori di vantaggio, che son nati molto
spesso a mille miglia dalle Termopili, on les appelle aussi «des Grecs».
Passò in quel momento un Arciprete, seguito da due chierici, e Lord Pepe
gli fece largo. Invece, con la sua larga sottana, l'Arciprete sfiorò
quella di Litzine, ch'era d'un taglio molto più elegante.
--Dunque,--riprese a dire Lord Pepe,--Litzine mi concesse dapprima una
cena;--molto cattiva, per dire la verità, poichè il rimbambito maître
d'hôtel del Pavillon Henry IV sbagliò di sana pianta tutta la mia
ordinazione. Quel povero Cyprien! Si gloria d'aver servite le cene
galanti di Edoardo VII, quand'era Principe di Galles, e non sa nemmeno
che il «caviar gris» dev'essere servito nelle sue originarie scatole di
latta, conficcate in una montagna di ghiaccio trito, e con fettine di
pane anch'esso grigio, appena rosolate--burro a parte--ed un bicchiere
di Vodka, marca Smirnoff, che ne perfeziona il sapore; mentre il caviale
nero si può benissimo servire su piattini da antipasto, perch'esso è
ormai divenuto una ghiottoneria da Bouillon Duval. Ci ha poi fatto
gustare, quel povero Cyprien, un suo certo «Soufflé à la Reine», del
quale mi ricorderò sino alla fine de' miei giorni, tante furono le
incongruenze della sua composizione. Ma nessuno può tutto avere su la
terra; mangiare deliziosamente, quando si è già con una deliziosa donna,
sarebbe come voler andare nel paradiso de' Cristiani passando per quello
di Maometto. Non vi pare?
Madlen gli rispose:
--Vous avez une âme gastronomique, cher Pepe, et votre appétit a
tellement de style, qu'on devine par là toute la finesse de votre
esprit.
--Oui, c'est ça. Quant à vous, lady Madlen, c'est bien le contraire:
vous avez toujours très faim, mais «les entrées» vous effrayent...
--Oh, what a horrible men!...--esclamò, arrossendo, questa bellissima
«lady Madlen», che un vero pedante avrebbe dovuto chiamare «Miss».
E Lord Pepe continuava, imperturbábile:
--Il giorno dopo Litzine invitò nella mia automobile Ned l'Americano,
Crisópulo il Greco, ed il marchese Sciogátsu, ovverossia il marchese
Capo d'Anno. La mia ottima cinquanta-cavalli, divenuta per tal modo una
piccola Babele, ci condusse tutti quanti a San Sebastiano, con la
duplice speranza di trovare ancor voi al Maria Cristina e di poter
finalmente giocare alla «roulette». Speranze ugualmente vane! L'amore vi
aveva già involati verso il dolce Paseo del Arenal, mentre il signor
Maura, quando sale al potere, fa chiudere, non dico tutte le roulettes
di Spagna, ma per lo meno quelle che usa invece tollerare il Conte di
Romanones. E viceversa. I Governi del giorno d'oggi si dividono in
Ministeri di roulette, Ministeri di baccarà, e Ministeri di roulette con
baccarà. L'uomo di stato che davvero tentasse di sopprimere ambedue
queste forme di governo, sarebbe rovesciato in un batter d'occhi e non
tornerebbe mai più al potere. Di voi dunque nessuna traccia, come de'
milioni di Thérèse Humbert. Senonchè, nel passeggiare davanti al
peristilio dell'albergo dopo la colazione, intravvidi, o così mi parve,
un antico ed intimo conoscente. Chi per primo lo scoverse fu appunto il
marchese Sciogátsu, ovverossia il marchese Capo d'Anno, che anzi volle
trattenersi a scambiare con lui qualche parola nell'idioma di Confucio.
Poichè appunto si trattava del vostro Pechinese, lady Madlen, il quale
mi fece una pessima accoglienza. Non si degnò nemmeno di muovere la
coda, e seguitò imperturbabile a beneficare di fresche rugiade le aiuole
polverose. Poco dopo vidi anche la vostra miss-cameriera, dalla quale
seppi ch'eravate a Bilbao, mentr'ella doveva partire quel giorno stesso
per le Bagnères de Bigorre, con i vostri bagagli, poichè avevate
deciso--nientemeno! che di fare a Lourdes un sacro pellegrinaggio.
E Lord Pepe soggiunse:
--Madlen e voi a Lourdes? La cosa parve a Litzine tanto fuori dal
comune, tanto nuova e straordinaria, che, tornati a Biarritz, ella mi
propose di venirvi a rintracciare. Anche mi parlò, in termini molto
confusi, d'una cena fatta con voi e con altri nella camera di Madlen,
dopo la qual cena vi sareste messi tutti e tre sul balcone a veder
nascere l'alba tra le nebbie del fiume Urumea. Dev'essere stata un'alba
molto interessante, perchè Litzine, dopo quel giorno così pieno di
nuvole, non fa che parlare di Madlen e di voi.
E disse ciò senza ombra di malizia; ma le due donne accelerarono il
passo. E Lord Pepe riprese:
--Quando poi giungemmo ieri alle Bagnères de Bigorre, la vostra
cameriera ci disse che di voi ancor nulla sapeva. Le Bagnères de Bigorre
non sono divertenti, e già Litzine esprimeva il dubbio che i Bassi
Pirenei fossero il Dipartimento più noioso della Repubblica. Per
toglierle questa falsa opinione, la condussi a fare un giro in
automobile. Strada facendo risolvemmo di fermarci a Lourdes, e il caso
volle ch'io vi riconoscessi, mentr'eravate fermi davanti alla vetrina
del mercante di paternostri. Ora concluse Lord Pepe,--anche Litzine
finirà con ammettere che la bellezza di un Dipartimento non dipende
quasi mai dalla sua carta geografica.
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E il pallido Galileo era entrato nel Tempio della dissoluta Gerusalemme,
ed aveva gridato:--Fuori i mercanti! Fuori i simoníaci! Siano distrutti
i banchi dei venditori di Dio!
E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso
rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le
borse degli attoniti Farisei.
Nel cerchio delle infinite sue mura Gerusalemme la pazza, Gerusalemme
l'ingorda, Gerusalemme la dipinta come una cortigiana, chiudeva tra i
suoi palazzi di cedro e di marmo il secolo di tutti i piaceri, la foia
di tutte le colpe, la dorata e venale decadenza della sua voluttuosa
civiltà.
E lungo le sue mura, il Battista, l'Iscariota e gli altri suoi fedeli
discepoli andavano ripetendo:--È venuto il Battezzatore che sciacquerà
le colpe d'Israele; è venuto il Messia vestito di bianco, il Redentore
dalla mano trasparente, l'Annunziato nelle visioni dei profeti, Quegli
che parla co' doganieri ed amano le belle cortigiane, il Salvatore
nostro, l'Uomo di tutte le penitenze, la Carne di Dio.
«Levátevi su dai tugurî e portate a Lui tutto quanto è dolore. Sul
labbro del Nazareno è avverata la predizione di Elia. Quelli che tutti
frustano, Egli chiama suoi fratelli prediletti; chi manca di un denaro,
Egli dice possieda la sublime ricchezza; chi non ode, in Lui ode; chi
più è stremato, Egli fortifica; dalla sua mano è medicata la piaga
insanabile; i ciechi hanno per Lui veggenza; i muti per Lui
dissuggellano la voce spenta, dov'è lacrima Egli fa nascere allegrezza;
la donna sterile per Lui concepisce; anche i morti, anche i morti, per
Lui, se dice:--«Lévati!--risorgono.»
E Gerusalemme la turpe, Gerusalemme l'ignava, Gerusalemme la carica
d'oro mal guadagnato, Gerusalemme offertasi mancipia de' centurioni
prepotenti, applauditrice di retori, innamorata dei mimi e degli efebi
imbellettati, co' suoi magazzini che straripavano di mercanzie
asiatiche, le sue mense che ingaudiavano di vini attici e del Metaponto,
le sue cortigiane maestre di lussurie crudeli, le sue case piene
d'adulterio, le sue caserme piene di viltà, la sua gente tutta venduta
all'amore dell'ozio e del lucro, Gerusalemme sapiente, paurosa, lasciva,
da un capo all'altro piena di splendori e di miseria, da un capo
all'altro rumorosa di urli e di canzoni, Gerusalemme che possedeva
l'Arca Intangibile, ascoltò con una specie di millenaria paura la voce
del pallido Viandante, ch'era venuto al suo tempio di marmo dal
selvatico paese di Galil, ed ora entrava nei cortili de' mercanti, e
rovesciava le tavole del mercimonio davanti agli occhi degli attoniti
Farisei.
. . . . . . . . . . .
Erano passati duemill'anni, e tutto ciò rinasceva; e questo era di nuovo
un sobborgo dell'antica, empia Gerusalemme; una turba immensa di
flagellati camminava per le sue strade anguste; una superba dinastia
sacerdotale raccoglieva óboli opimi; l'Arca Intangibile faceva scorrere
una Fontana Miracolosa; e là fuori, a centinaia di leghe, impazziva la
Capitale scintillante, brillava il secolo di tutte le perdizioni:
Babilonia e Tebe, Roma e Bisanzio; l'eterna caducità degli uomini e la
più eterna speranza in Dio.
Nelle botteghe dei rigattieri di religione, ora come allora, si vendeva
Cristo. Dagli ospedali rigurgitanti, dalle chiese gremite, dalle
sentine, dalle cloache, dai penitenziari della umana carne, ora come
allora, la speranza dei miserabili affluiva con tutte le sue piaghe
verso il mito intramontabile, cercava di medicare in un rivolo d'acqua
le maledizioni della vita.
Questa vergine che s'era inginocchiata presso il deserto guado,
raccogliendo nello scialle di lana fulva i suoi capelli pieni di vento,
era forse un'ultima sorella del pallido Galileo: da entrambi eran nate
basiliche, sogni e preghiere, persecuzioni e miracoli, scherni e
paradisi.
Vergine di Bartrès, tu hai veduta la Madonna del Rosario; e così pure il
Divino Folle udiva la voce de' Profeti nominarlo Figliuolo di Dio;
vedeva sul popolo d'Israele, sui popoli di tutte le frontiere, la sua
regalità coronata di spine; vedeva sè stesso vivere per sempre nella
immensa forza del dolore umano. Ed Egli parlò per uccidere ciò che nel
mondo è gioia terrestre, fuoco di amore che passa, urlo di voluttà che
si consuma.
Tu eri, Vergine di Bartrès, la sorella del più divino e del più dolce
uomo che mai abbia traversate le vie della terra; in entrambi voi era
l'innocenza dei grandi sollevatori d'uomini, quella forza di fedeltà nel
sogno che le razze attendono per secoli e per millenni; era la
semplicità universale di que' pensieri che riescono a divenir eterni, la
bellezza del dolore che s'inginocchia e sente in sè discendere
l'invisibile Dio.
Lévati, Vergine di Bartrès!... Dal monastero dove ti hanno sepolta,
lévati ancora una volta, co' tuoi capelli pieni di vento; vieni alle
rupe di Massabielle e guarda l'opera che hai compiuta.
Fuori dalla vallata selvaggia urlano le città satániche; il fragore
dell'oro maledetto piove sugli asfalti lampeggianti; la forza crudele
degli uomini curva metalli e pietre; il secolo è pieno di miscredenti;
si adora la nudità, si vende la gioia; si fornica senza pudore, si ruba
senza vergogna; i tálami son pieni d'adulterio; i preti mentono, i
tribunali mentono, i governatori mentono... Lévati, Vergine di Bartrès!
Non c'è nel mondo più luogo per il dolore; la sofferenza diviene ira,
diviene speranza di vendetta; quasi nessuno ha tempo di soffrire. Vivere
vogliono! urtarsi, calpestarsi vogliono! Le chiese brillano come teatri;
anch'esse divengono esibizioni di fasto e di potenza; non si prega nelle
chiese; nelle chiese prega soltanto chi ha tempo da perdere. L'umanità
sente il bisogno che venga innanzi un nuovo Dio. Forse il medesimo d'una
volta, ma che abbia sembianza e spirito d'un Dio del ventesimo secolo.
Gli uomini han troppo orgoglio; la potenza del loro ingegno, dei loro
eroismi e dei loro delitti, giustifica un tale orgoglio. Si aspetta la
nuova Incarnazione, che forse uscirà dal campo, dall'officina o dalla
catapecchia. Non senti, vergine di Bartrès, come urlano le città
infernali? Non vedi come tutte árdono d'incandescenti fornelli e di
bianca elettricità? Non odi come splendendo cantano i loro terribili
supplizi? Non vedi che una immensa marea di rivoltosi già viene da tutte
le strade, bestemmia da tutte le glebe, ha sete anch'ella dei rossi vini
che ubbriacano i pazzi conviti? È la infinita miseria che torna dal
fuoco e dalla vanga, dal dolore antico ed inestirpábile verso il
miraggio della eterna rinnovazione... Lévati, vergine di Bartrès!
Esce la plebe cristiana dalle nere catacombe. Dio cammina. La forza
delle moltitudini è immensa come la forza del mare. Hanno vessilli che
bruciano come fiamme. Sono i piccoli uomini di tutte le età, che
emigrano da un errore verso un altro errore. L'urlo è immenso. L'urto è
immenso. Finirà con creare nuove potenze, nuove miserie; forse, per la
speranza dei miserabili, un nuovo Dio.
Ma si troveranno ancora davanti a due strade: una che va incontro alla
gioia, l'altra verso il dolore. Son l'uniche due strade che siano
tracciate chiaramente nella polvere della vita: la via pagana,
dionisiaca, soleggiata, ilare, invereconda;--la via della rinunzia, del
pentimento, dell'attesa, del gelo, dell'estinzione.
Due strade, sempre due strade, che dividon gli uomini fra loro, e
nell'anima loro. Quella che dice: «Io debbo godere nel
tormento;»--quella che dice: «Io debbo umiliarmi nel piacere.»
Due strade, che cercano entrambe la bellezza ed il senso della vita,
senza forse intendere ch'entrambe conducono alla stessa finale
uguaglianza: il cimitero.
Due strade: l'ostensorio ed il bicchiere di Sciampagna; Petronio e San
Francesco; la Maddalena e Manon Lescaut...
Due strade.
In entrambe manca il senso definitivo.
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Erano gli ultimi giorni dei grandi pellegrinaggi che invadono la sacra
città nel mezzo dell'estate. Una folla immensa, forse di quaranta o
cinquantamila pellegrini, occupava ogni luogo abitabile, si accalcava
negli alberghi, negli ospedali, negli ospizi, nelle baracche
provvisorie, ne' corridoi de' conventi, nei dormitori delle
Confraternite: spesso accampava, di notte, per le strade.
Venivano a cercare il miracolo da ogni lontananza della terra cristiana;
camminavano in lunghi reggimenti, con abiti scuri, con facce devote, a
passi lenti, seguendo le insegne dell'Ordine al quale appartenevano. I
malati erano stesi nelle barelle, seduti nelle portantine, che a forza
d'omeri sorreggevano i penitenti lettighieri; ogni gruppo li custodiva
con gelosia, come preziose reliquie, nel compatto nucleo del
pellegrinaggio. Queste fanatiche schiere di credenti avevan con sè
talvolta il loro Vescovo, talvolta un umile parroco; poi tutto uno
stuolo di preti minori, dame della Misericordia, medici, suore di
carità, ed ubbidivano a comandanti laici. Solo per mantenere l'ordine
tra queste folle promiscue, albergarle, nutrirle, disciplinare la forza
dei validi e mitigare le pene degli infermi, occorreva un reale genio di
condottiero, sebbene Lourdes fosse tutta preparata a ricevere questi
immensi pellegrinaggi.
Confraternite possenti, ricche a milioni, vere dinastie sacerdotali che
tenevano il potere della sacra città, onnipresenti ma invisibili,
attente ma silenziose, governavan tutto quel mare di cristianità, quelle
turbe di mistici emigranti, quelle fiumane d'oro e di miseria, stando
fuori da esse, dietro le muraglie dei freddi claustri, ov'erano
incastellate.
Dalla universale povertà, l'avarizia degli Ordini traeva rapine
incalcolábili; un pazzo furore di lucro assillava gli abitatori della
nuova Gerusalemme; tutte le strade riboccavano di negozi religiosi; i
dintorni della grande spianata, ch'è di fronte alla collina del
Calvario, davano l'impressione di una terribile fiera. Ciò che si
vendeva era la grazia e la misericordia di Cristo; ad ognuno che passava
di là dovevasi, per forza o per amore, togliere qualcosa dal borsellino.
Lungo tutta la strada si ergevano baracche di legno e di tela, banchi,
edicole, cantine, ristori, capannette, friggitoi, tutte le specie di
mense adatte a sfamare o dissetare la moltitudine, tutte le specie di
malizie adatte a far denaro mungendo la pietà dei credenti. E il rumor
dell'argento, il nome delle varie monete, il prezzo de' mille oggetti
che si vendevan per onore della Madre di Dio, era ciò che più si udiva,
che unicamente si udiva, in quella immensa marea di cristiani scendenti
verso la Grotta del Miracolo. Nulla poteva scampare dal nugolo de'
venditori e delle venditrici ambulanti, che v'imprigionavan nel lor
numero, vi tiravan per l'abito, vi mettevano in braccio per forza la
loro mercanzia: ceri dipinti, medagliette, statuette, scapolari,
libercoli, fasci di fiori, ex-voti, sacre immagini, bottigliette ripiene
dell'acqua miracolosa di Lourdes... Mi pareva di ritrovarmi nei vicoli
tortuosi dei bazars coloniali, tra la folla degli Arabi, insolente e
variopinta, che vi copre di sorridenti ingiurie e di viscide carezze
quando passate in mezzo a loro con le tasche ripiene di buoni scellini,
e bisogna farsi largo alzando il bastone, se incominciano quelle
accanite zuffe, quelle eterne contrattazioni, che altrimenti non
finirebbero mai più. E socchiudendo gli occhi sopra una immensa fuga di
secoli, mi pareva d'essere, col mio presente spirito, nella vera,
nell'antica Gerusalemme, frammezzo alla turba dei mercanti che travolse
lo sdegno di Gesù, negli spaziosi cortili del Tempio indistruttibile, un
giorno di sagra, sotto l'imperio delle aquile di Roma splendente, quando
nella reggia di Erode stava prigioniero il Battista e il turpe amore del
Tetrarca perseguiva la figlia di Erodiade...
No: ero in una valle religiosa della pagana Repubblica di Francia, e
venivo dalle città infernali, ove splendono le vetrine del diavolo,
sorgono le case della vita perduta, e la musica dei pazzi violini esalta
la nuda voluttà, il folle sperpero, l'eterno piacere... Venivo dai roghi
ove arde la torbida fiamma dell'amor profano, ed ero io stesso pieno
d'infernalità, sazio d'ogni colpa, uso ad ubbriacare tutto me stesso nei
fumi e nelle musiche dei falsi paradisi.
Ed una di quelle donne diceva: «Comprate alla Vergine un cero», ed una
soggiungeva: «Portate alla Vergine un fiore»; altre vendevano statuette
per le quali si era salvi da tutte le epidemie, altre vi davano, con
mezzo franco d'acqua miracolosa, la certezza di ottenere una grazia
ineffabile, per voi stessi o per i vostri congiunti... E il mare della
moltitudine vi spingeva innanzi, vi sbatteva come un rottame, senza che
fosse possibile resistere ad essa; vi premeva in sè, dandovi
l'impresione, il terrore, d'essere divenuto uno de' suoi,
irremediabilmente uno de' suoi, una preda lieve della infinita sua
miseria, una povera cosa inerte nel potere immenso della cristianità.
Questa folla camminava recitando preghiere, vi opprimeva col lezzo de'
suoi corpi devoti e sudici, vi comunicava un poco della sua anima
disperatamente accesa di miracolo, e fra quel mare di umana gente che
tutta credeva in una sola follìa, voi stesso comprendevate che non era
niente affatto assurdo inginocchiarsi davanti ad un simulacro di legno,
credere che i morti possano risorgere, le piaghe insanabili sparire, i
ciechi riaprire gli occhi al sole perduto.
Erano vecchie donne, lente e curve, che non si comprendeva qual forza le
reggesse in piedi; uomini gagliardi e barbuti, che non si comprendeva
come potessero cincischiar rosari con tanta devozione; dame di carità,
giovini e belle, che lenivano con mani bianche i dolori della gente
povera; fanciulle di campagna, ristrette in quegli abiti lunghi, rigidi,
che taglia e ricuce con solidità la sartina di provincia; bifolchi
legnosi come vecchi tronchi d'alberi, adolescenti emaciati, con
quell'occhio spaurito e fisso della creatura giovine che sente sfuggirsi
la vita; gentiluomini cattolici, con la croce rossa cucita su l'abito
nero; povere donne con un bimbo in collo, e sciancati su le grucce, orbi
a mano d'un infermiere; qualche figlia scarna che reggeva il suo
genitore paralitico, qualche zitella asciutta che teneva per mano i
figli rachitici della tabe altrui; famiglie intere, comitive d'interi
villaggi, i sani e gli infermi, quelli che mandavano a frotte gli
ospedali monastici e le congregazioni di carità; poi, frammezzo a
robusti lettighieri, una fila di barelle coperte da lenzuoli o da
scialli; e grassi monaci con il parasole aperto, e signorine troppo
eleganti, che portavano il velo della penitenza per mettere in luce i
lor capelli ben pettinati; qualche devota marchesa paralitica, sotto un
ombrellino di raso nero, con grossi diamanti su le dita gibbose di
senilità, che faceva spingere la sua sedia a rotelle da un domestico in
livrea; cappuccini svelti e súbdoli, medici ch'erano lì come funzionari,
a tutela della salute pubblica; ed i Cavalieri di qualche Ordine
religioso, in guanti neri, con cravatte del vecchio regime, fedeli a
Cristo, alla politica del Vaticano, ai misteri delle congiure
monarchiche, destinate a finire nelle canzoni dei cabarets...
Ogni tanto passavano gonfaloni e stendardi, bandiere di Congregazioni,
emblemi dei vari gruppi d'un solo pellegrinaggio; e chi li portava era
l'alfiere d'un grande sogno, il condottiero d'invalidi ai perenni
tabernacoli della superstizione umana.
Scendevano verso l'immensa Esplanade, ov'era la Collina del Calvario,
ov'eran le tre Basiliche, la Grotta e la Fontana. Il sole infiammava le
alte finestre del Castello di Lourdes; i bianchi monasteri costellavano
le alture della sacra vallata; la città dei mercanti sciorinava i suoi
moderni edifici costrutti con gli óboli dei pellegrinaggi, ed il fiume
di Bernadette scorreva su le ghiaie bene arginate, non più come quando
vi scese in un ventoso giorno dell'inverno la pallida Vergine di
Bartrès. Ora ponti maestosi allacciavano il sacro terreno del Calvario
alla nuova città dei mercanti; giardini stupendi si aprivano di fronte
alle tre Basiliche; dalla visione leggendaria d'una povera figlia del
mugnaio Soubirous, laggiù, presso la rupe di Massabielle, era sorto il
miracolo del Tempio Universale. Da ogni terra distante veniva il popolo
dei Cristiani; l'acqua eterna della speranza fluiva dalla rupe
inesausta.
Ed io mi lasciavo portare come un freddo peso inerte in quel mare di
umiltà; scendevo insieme coi percossi, coi fervidi, con gli esclusi,
verso il fiume sacro dove nacque il sogno di Bernadette. Nel mio cuore
non cantava la musica della preghiera; ne' miei sensi era unicamente
l'odio contro il peso ed il lezzo della nera moltitudine, contro il
pensiero del tristo inganno che adunava tutto quel gregge alla fontana
medicatrice. Il mio senso scientifico della vita, il mio doloroso
raziocinio di uomo logico e diffidente, non mi permettevan di credere a
queste inspiegabili magìe d'un filo d'acqua sorgente, la qual valesse a
ripristinare i tessuti distrutti, le ossa disgiunte, le articolazioni
spezzate, le piaghe per sempre sanguinanti, le pupille spente.
Dal mio cuore di uomo del ventesimo secolo, freddo e beffardo, che
sapeva di poter ridurre a formule chimiche tutti i fenomeni della vita,
che intendeva l'universo come una specie d'immenso laboratorio chimico e
cercava di rinchiudere i confini dello spirito umano entro le serrature
anguste della possibilità scientifica, dal mio cuore dove non c'era
spazio per l'intendimento religioso dei miti, si alzava una specie di
addolorata pietà per questi orrendi e sublimi spettacoli di
fanatismo,--cieche rinunzie dell'uomo al coraggio d'intendere la vita
come un'avventura transitoria e distruttibile.
Ma più andavo, e più il fervor mistico della moltitudine lentamente
s'impossessava di me. Quella medesima demenza che portava migliaia di
miserabili a purificare la carne maledetta nella sorgente medicatrice,
ad esaltare i sogni dell'allucinato spirito nel fuoco della divina
comunione, quella medesima demenza entrava sottilmente nel mio cuor di
pagano, apriva le porte del miracolo davanti a' miei freddi e vigili
occhi di profanatore.
Io sentivo a poco a poco la mia limpida carne invecchiarsi, dolere di
tutte le infermità; ero, come quei diecimila, un percosso dai morbi
ereditari, un brandello della umana putredine; il dolore dell'antica mia
gente pesava nel mio cuore angusto; la moltitudine mi comunicava il
bruciore delle sue ferite insanabili, piegava le mie salde ginocchia
sotto il peso della immane sua miserabilità.
Volevo sottrarmi a quella prigionìa, sfuggire a quella contaminazione,
tornare indietro, verso la vita splendente, verso i liberi paradisi, là,
dove le donne giovini si profumano di ciprie scintillanti, ove i
bicchieri brillano, l'oro sfavilla, i pazzi violini cantano... volevo
essere ancora una volta l'uomo di piacere, l'ingaudiatore, l'artefice di
voluttà, il pallido e inghirlandato celebratore di tutti i conviti;
volevo tornare agli uomini:--e più non potevo.
Questa immensa folla di credenti mi stringeva nella sua forza disperata;
la preghiera di tutte quelle anime penetrava nel mio freddo spirito;
l'eterno dolore dei diseredati inginocchiava, dinanzi alla collina del
Calvario, la mia stanchezza di uomo felice.
Ad essa giungevo per lunghe strade; il rumore di tutte le onde cantava
nel mio cuore di navigante. Stelle senza numero avevano brillato nel
cerchio della mia anima infinita; i peccati gloriosi erano stati miei,
mia la bellezza d'ogni cosa fuggente, le ghirlande lievi che si colgon
dai giardini terrestri, mia l'esclusione di tutti i cilici e mia, con lo
splendore d'una gemma, la serena, dolce, inafferrabile vita che passa...
Ora entravo nel buio dolore di Cristo. C'era nel mondo un altro mondo,
che tu pure imparasti a conoscere, Maria Maddalena. Da tutte le case
usciva un grido; nell'anima di tutti gli esclusi era il bisbiglio della
insoffocabile preghiera.
E il pentimento eri tu, Maria Maddalena. Tu eri la fredda rinunzia, il
raggio di sole che diventa ombra; il cimbalo ed il sonaglio della danza
nell'orchestra del canto liturgico; eri la ghirlanda sfogliata, il mazzo
reciso, la semenza fuor dal granaio, il rosaio spezzato dal vento.
E l'ultimo rifugio eri tu, Maria Maddalena. In questa vita rossa e calda
come il succo delle rosse melagrane, tu eri la via dell'altra sponda, il
passaggio all'altra fedeltà; eri l'addormentata che apre gli occhi e
vede il sole nascere nel lontano infinito. Brillasti nei conviti ed
umiliasti nella polvere la tua treccia bionda. Su te furono ghirlande,
su te gli spini; la tua carne denudata urlò, e pianse di fredda
solitudine. Ne' tuoi capelli profumati si torsero le dita crudeli degli
amanti, e la treccia tua si sciolse per avvolgere il sonno del
Liberatore.
La tua treccia è gonfia di rugiada, le tue mani han l'odore dei
mandorli, Maria Maddalena...
E tu sei quella che tiene me prigioniero, in questa moltitudine che si
raduna davanti al Calvario; tu sei quella che risorgesti nel cuore della
pallida Bernadette, musica eterna dell'umano amore, peccatrice di
Mágdala, innamorata dell'Uomo di Galil...
Egli ti disse:--«Lévati; ora è l'alba. Se nel sonno hai peccato, scendi
alla fontana e detérgiti. Hai la veste orlata di brina: la tua treccia è
gonfia di rugiada; il sole sta per nascere dietro la neve dell'Hermòn.
Lévati; è già tempo di andare.»
E così, nella verde Galilea, fecero molta strada insieme. E camminando
ella era sempre con lui, spesso a fianco, talora nella sua ombra. E
l'amore della cortigiana di Mágdala fu l'amore che seppe andar più
lontano traverso la memoria degli uomini: pallido e voluttuoso amore
della rinunzia, eterna poesia del mito cristiano.
Ma ora tu risorgevi, cortigiana di Mágdala, dalle buie distanze dei
secoli; venivi tra quell'immenso gregge di umiltà, e novamente perduta
nell'amore di Cristo, me, davanti al Calvario, conducevi per mano.
Tu eri stata la povera figlia del mugnaio Soubirous, dai capelli pieni
di vento, che andava per vicoli umidi, rasente il muro, alta e pallida,
senza guardare alcuno. Tu splendevi, con la tua treccia bionda e buia,
nel sogno dei miserabili, e la carne tua che possedettero i centurioni
prepotenti, e l'amore tuo fedele che seguiva l'Uomo di Galil, era ciò
che nelle favole millenarie ti rendeva, o peccatrice, così umana.
Non la moglie vergine del falegname di Nazareth, ma tu sola eri, o
peccatrice, la divina bellezza del mito cristiano.
E il mare umano scendeva, con me prigioniero, verso il terreno sacro del
Calvario, alla Fontana dei Miracoli. Giunto in vicinanza del ponte che
varca il fiume di Bernadette, cominciai con veder allargarsi lo spazio
della dura vallata, e le montagne ovali scostarsi, chiudendo in sè una
specie di fantastico anfiteatro, dove nel fondo si alzava, nuda a
solenne, la Collina del Calvario. Pareva che la natura previdente avesse
voluto erigere uno scenario da leggenda intorno ai sacri misteri della
fede cristiana. E là poteva una gente senza numero trovare spazio per le
sue genuflessioni; tutto era costrutto con il senso dell'immensità,
quanto era travaglio de' secoli od opera prodigiosa della fatica umana.
Vedevo dall'estremo angolo della vallata scendere il fiume balenante,
che pareva urtasse in un rogo di sole contro il macigno della rupe di
Massabielle. Lontana, quasi cancellata nell'azzurrità, immersa in un
vapor di sole, brillava di guglie d'oro la catena de' Pirenei.
Su per la vallata, nelle alte praterie, nei boschi pieni di odorato
silenzio, erano i candidi monasteri delle pallide Carmelitane, gli
ospedali colmi di sofferenza inguaribile, gli oratorî delle
Confraternite, le piccole chiese bianche di umiltà, inginocchiate
anch'esse davanti allo splendore delle tre Basiliche.
Ed ecco vidi questo miracolo apparirmi, non appena fui giunto nella
immensa Esplanade, oltre il ponte che unisce Lourdes al terreno del
Calvario. La folla estatica si fermò davanti all'apparizione splendente.
Erano tre cattedrali, costrutte una sovra l'altra, con una immensa
duplice scalinata che le abbracciava insieme, salendo sino alla
Basilica, l'ultima, la più alta, ch'era sul vertice della collina e
pareva il raggiante culmine della potenza cristiana.
Percosso in pieno dalla veemenza del sole pomeridiano, il triplice
tempio avvampava ne' suoi marmi e nelle sue vetrate; pareva uno scenario
meraviglioso, composto di oro e di fiamma, che tutto rivestisse con la
sua pietra incendiata lo sprone della dura montagna. Ed erano tre
immense chiese, anzi tre santuari sovrapposti, che sorgevan dalla rupe
medesima ove nacque il sogno di Bernadette. Nel pieno sole, davanti a'
miei occhi abbagliati, brillava l'Arca del Divino Amore, splendeva il
Tempio verso il quale giunsero, a centinaia di migliaia, con Vescovi e
stendardi, con infermieri e parenti, gli storpi di tutta la terra, gli
inguaribili di tutte le infermità, i condannati al male perpetuo dalla
crudele sapienza delle cliniche infallibili, quei moribondi che prima di
spegnersi chiedevano il battesimo dell'acqua santificata, quei maledetti
che venivano a cercare in Dio l'ultima folle speranza della miserabilità
umana.
E il Tempio ardeva, splendeva, nel sole giovine come la vita, con le sue
gradinate di marmo spaziose al pari di strade maestre, costrutte nel
sasso della montagna, simili a terrazzi aerei d'una reggia incoricábile;
il Tempio adunava in sè tutte le ricchezze dei centomila pellegrinaggi,
tutto il dolore delle innumerabili agonie; aveva ingoiate la pietà e la
speranza degli umili, tramutandole in voti splendenti; era la collana
delle infinite miserie, la gemma della universale povertà.
Ad esso venivano i cristiani, laceri di piaghe, corrosi dai cancri,
gonfi di oscene idropisie, già fetidi e violastri di carni necrotiche,
pregni fin nelle midolle dalla tabe dei mali ereditari;--e lasciavano al
Tempio splendente il triste oro che i medici e le farmacie non vollero,
che la fatica di un parente raccolse, o fu risparmiato giorno per giorno
sul pane, su l'olio, sul fuoco:--Dio riceveva quell'oro dalle mani
povere de' suoi figli.
E il Tempio era là, davanti al mare della moltitudine, davanti ai
giardini dell'Esplanade, ove i mercanti assalivano a torme la folla dei
pellegrinaggi, scuotendo mazzi di medagliette miracolose, persuadendo
con raggiri e con minacce l'avarizia dei fanatici. E venivano le fioraie
co' lor pieni canestri, le venditrici d'acquasanta con le bottigliette
suggellate, i figurinai con le Madonne di cera, i mercanti di
paternostri, addobbati solo di scapolari e di rosari; venivano gli
smerciatori di sacre immagini, con ogni specie di stampe o di tavolette
ov'erano le sembianze della divina Bernadette, mentre alcuno, parlando
sottovoce, vi proponeva per un prezzo indecente l'ultima camera
mobiliata... Il merciaiuolo vi prendeva per un braccio, costringendovi
ad esaminare i suoi astucci pieni di minute gioiellerie, di penne
stilografiche, di catenelle d'oro «doublé», mentre v'inseguiva la turba
dei falsi miracolati, ossia di coloro che fingevano d'aver ottenuta in
passato una guarigione miracolosa, e vi dicevan con qual fervore
d'elemosine avevan potuto acquistarsi la benevolenza divina; o tenevan
per mano un fanciullino rachitico, del quale andavano mostrando qualche
membro cicatrizzato, e si udiva dappertutto, accidiosamente, senza
requie, senza un attimo d'interruzione, quella voce lamentosa e monotona
dei mercanti di religione, che si attorcigliava intorno ai vostri nervi
come la cantilena di una feroce litanìa, e non faceva che ripetere sui
vostri passi: «Monsieur, Madame, achetez-moi quelque chose! Monsieur,
Madame, ça vous portera bonheur...»
E il tempio era nato, pietra su pietra, da questi lamenti; aveva
trasportati, a forza di lacrime, i suoi bianchi alabastri, aveva, con il
rame dei poveri, comperato l'oro de' suoi frontoni splendenti, e man
mano era divenuto nell'ombra delle sue cripte una selva d'arazzi, un
cófano di gioielli, un favoloso corredo nuziale della Sposa Divina. Le
sue pareti, all'interno, non eran più che una tappezzeria d'argento; i
ricchi ed i poveri di tutte le terre cristiane avevano gareggiato
nell'abbellire la Casa del Miracolo. Ed era quella opaca voce dei
mercanti di religione, lenta e continua, dolorosa come uno stillicidio,
che si alzava da mattino a sera nel cielo di Lourdes nè lasciava partire
i pellegrinaggi prima di averli spremuti; era quella voce inesorabile,
sotto la quale si nascondeva l'altra, più sommessa, più súbdola, pei
monaci asseragliati nei freddi monasteri, l'unica fattrice di tutte le
opere, quella che alimentava l'insaziabile fame del Tempio, gremiva i
suoi forzieri, tempestava d'oro i suoi marmi, volgeva in tremenda
potenza il sogno dell'umile pascolatrice.
Così un giorno era entrato il pallido Galileo nel Tempio della dissoluta
Gerusalemme, ed aveva gridato:--Fuori i mercanti! Fuori i simoniáci!
Siano distrutti i banchi dei venditori di Dio!
E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso
rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le
borse degli attoniti Farisei.
Ma ora chi entrerebbe a disperdere i mercanti della nuova Gerusalemme?
Chi apparirebbe su la scena del teatro dove si rappresenta il dramma
dell'umano dolore, a dire, come diceva il Battista:--«Uscite fuori dai
tuguri, o percossi da tutte le sventure! Adesso è venuto il Messia
vestito di bianco, il Redentore dalla mano trasparente, l'Annunziato
nelle visioni dei Profeti, Quegli che parla coi doganieri ed amano le
belle cortigiane, il Salvatore nostro, l'Uomo di tutte le penitenze, la
Carne di Dio»?...
Ed ora giunsi vicino alla rupe di Massabielle, dov'era, nei giorni di
Bernadette, la caverna de' caprifogli e degli spini.
Lentamente si avvicinava il principio della sera; una fluente musica
d'acqua rupestre cadeva dai monti lontani. I bianchi monasteri, alti
nella vallata, parevano confondersi tra il color del cielo. Qualcosa di
eterno pioveva su quel sacro anfiteatro di monti: la vera luce
dell'ombra, la paurosa elevazione dell'anima verso il pensiero di Dio.
Qualche mandria invisibile faceva risuonare i suoi campani per i boschi
distanti e la folla sterminata pregava nella grande Esplanade; pregava
con una specie d'immobile fervore, curva davanti alla Basilica, nel
musicale silenzio del giorno che moriva.
E le Chiese di Lourdes cantarono. Questo rumore di bronzi e di anime
volò per l'infinito. Era la sofferenza eterna che si alzava dal cuore
degli uomini, usciva dalle piaghe della carne, dalle convulsioni dello
spirito, cercava il senso del dolore nella musica della eterna poesia.
Ciò che poteva parere assurdo, ecco diveniva una sublime possibilità. La
luce morente spegneva nelle fisionomie degli uomini la lor vana collera
d'incatenati al giogo terrestre; solo ed infinito rimaneva, sopra una
grande folla di anime, il senso del dolore.
Chiese di Lourdes!... povere chiese degli uomini, poveri templi d'oro e
d'alabastro, teatri della speranza, rifugi della umana paura... cantate,
o chiese di Lourdes!...
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Sarò un monaco.
Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de' miei giorni dionisiaci,
e porterò il capestro dei frati minori.
Un bel monastero, chiuso nella pace di alte solitudini, mi sarà l'ultimo
esilio dalle tentazioni del mondo, la tomba ove seppellirò il mio cuore
di navigante.
Lontano dal claustro, di là dal cancello sprangato nella bianca
muraglia, oltre il silenzio delle buie pinete, ancora sentirò con follìa
ridere il mondo, le orchestre cantare, le giovini donne urlare nelle
coltri sconvolte, ove uccideranno, sotto il bacio degli amanti, la
pallida loro verginità...
Ivi sarà la pace, la fredda pace, la perpetua lontananza dai paradisi
della vita, il finale oblìo.
Sarò un monaco.
Ne' miei timpani rumorosi di lontani tripudii batterà il fragore delle
città oceaniche, l'urto infinito, pericoloso, della umana gente, la
forza de' commerci terribili, delle imprese violente, il grido pazzo e
formidabile della umana volontà.
Nel mio cuore disamorato splenderà la rinunzia, brucerà il dolore della
solitudine, come sul giogo altissimo arde il nevaio scintillante.
E sarò il vero oltrepassato, il calmo, l'annoiato, il passato al di là,
quegli che non dovrà più ardere nei roghi e negli inferni della vita. O
donne belle come i vent'anni, profumate come il vizio, voluttuose come
l'odor del cínnamo ne' cálici gonfi d'estate, donne sepolte per sempre
nel mio cuore di navigante, la muraglia bianca del claustro mi dividerà
dai vostri caldi tálami, e il vento notturno porterà nella mia cella
disperata l'odore forte come l'assenzio della vostra nudità
perdutissima...
Passerò le mie giornate oziose guardando il filo d'acqua scaturire, il
seme dare germoglio, la formica diligente ordinare la sua città
laboriosa; e conoscerò le stelle, conoscerò le azzurre meditazioni delle
veglie davanti all'infinito; una vecchia biblioteca sarà l'universo del
mio spirito disumanato; ne' libri degli antichi solitari cercherà
l'esilio definitivo quest'anima fredda in cui pesa la cenere d'ogni
fiamma che mi arse.
Dopo essere stato lo squassatore di tutte le fiaccole, sarò il monaco
delle più nere discipline. Il sole dei rossi desiderii tramonterà nella
mia carne spenta. Io, diviso da ogni voluttà che brucia, non sentirò mai
più contorcersi nel serpaio di me stesso la gioia infernale di
crocifiggere alle infamate gogne del mondo l'anima del mio passante
iddio.
Sarò un monaco.
E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio
monastico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose
cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole
staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo del l'inverno,
serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba
castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio
volto notturno.
E la sera, talvolta, quando le stelle dei mesi d'estate invadon le celle
dei claustri, e trema di folle rinunzia nei monaci la deserta
solitudine, io, che discinta e nuda possedetti la folle giovinezza,
sentirò il peso di tutta la miseria umana affondar nella cenere del mio
cuore spento, e sarò con gli offesi, con gli umili, per sempre, in
comunione di dolore.
Povero monaco, frate minore, spegnerò la carne maledetta nel gelo della
vera estinzione.
E nell'inverno, e nei mesi del vento, e quando l'autunno trascinerà sui
mattoni della mia cella qualche ape morta, io, desolato come la
rassegnazione, arido come il ragionamento, povero come il mio capestro,
penserò a voi, beate ore che trascorsi nelle perdizioni della vita,
giorni luminosi e caldi come il peccato carnale, a voi, divine
ingannatrici, che al petto ignude strinsi come fasci di fiori
selvaggi...
Monaci, e nel mio cuore suonerà la campana del mio De Profundis...
Monaci, e se a me chiederete chi ero nel folle mondo, prima di portare
come voi la bianca tonsura e l'umile saio, dirò:--Monaci, uno straniero
in me stesso, che amava lo stupendo rumore. Un saggio, innamorato della
follìa. Un pazzo, un pazzo, che voleva trovare, chissà perchè, nelle
fogne della vita il colore delle stelle...
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«Signore mio Lord Pepe, non posso che darvi ragione. Lourdes è una
triste fiera dei miracoli, dove si vende Cristo e si esorcizzano le
piaghe de' cristiani; una bottega di atroce medievalità, ove governan
senza pudore il fanatismo e la superstizione. Questa insolente impresa
di alberghi e di monasteri, di ceramica sacra e di candele istoriate, ha
per sua fondatrice involontaria la figlia d'un povero mugnaio, che
disturbò notevolmente, con il rumore de' suoi miracoli, gli ozî parigini
del terzo Napoleone.
Signore mio Lord Pepe, voi siete--come io ben conosco--l'ultimo rampollo
di una vecchia gente cristianissima, e siete un gagliardo possessore di
femmine disoneste, un fino artefice del lieto vivere, un amabile
fanatico della religione di Vatel:--questa buia Lourdes, invasa di
storpi e di catecúmeni, certo non è il teatro che si conviene ad un
giovine hidalgo pari vostro. Sebbene imbevuto di ortodossìa fin dentro
le midolle degli ossi, pur, nel cattolico epicureismo del vostro felice
_ubi consistam_, non è luogo per l'umano dolore. Il senso del mondo per
voi si compendia--unica teologia--nel perfetto piacere.
Signore mio Lord Pepe, voi siete un vero credente.
Nel passare davanti ai tabernacoli non dimenticate il segno della croce;
per istrada lasciate il passo al maestoso clero cattolico; fors'anche
recitate il Pater e l'Ave, ogni sera, prima di coricarvi con Litzine.
Gesù Cristo vi serve inoltre a formulare qualche sonora e pittoresca
bestemmia; la vostra fede, altrettanto superficiale quanto
inestirpabile, vi aprirà la via del Paradiso, allorchè, al termine di
tutte le gioie della vita, voi pure dovrete comporre la vostra spoglia
elegante in un freddo cimitero.
I pellegrinaggi, la follìa mistica, il traffico delle mercanzìe
religiose, la Fontana dei Miracoli:--ecco, signore mio Lord Pepe, un
certo numero di cattoliche seccature, alle quali, voi credente,
preferite i miracoli dello scomunicato baccarà. Per avere il capriccio
di strofinarsi a que' mille contaminati, bisognava esser pazzi come la
folle Madlen, od essere--voi dicevate Lord Pepe--«un extraño caballero
como Usted.»
Orbene, in questo gran disordine della fiera umana, quali dovremo noi
scegliere, per disciplina dello spirito nostro, fra i sacri ed i profani
mercanti di paradisi? Chi è nel giusto? chi è più presso alla vena
d'oro, fra questi cercatori di felicità?
Gli uni e gli altri méntono; questi e quelli méntono. La vita è una
volgare sciocchezza. Mente il dolore, mente il piacere.
Lasciate gemere le campane, cantare le orchestre: tutto questo non è in
fondo che un po' di rumore...
Si passa, Lord Pepe. La strada è ciò che importa; la polvere della
strada è ciò che pesa; voi sarete un uomo giusto quando saprete
perdonare al mondo l'infinita sua vanità.
Perchè sorridete ora, vedendo migliaia di pellegrini che vanno ad
intinger le dita nella Fontana della rupe di Massabielle? Vanno ad
ubbriacarsi d'un sogno,--il sogno dell'umile pascolatrice--e tutti
camminando cantano:
--_Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix..._
Si passa, Lord Pepe!... Il sogno è ciò che importa; la delusione d'un
sogno è ciò che pesa.
Ed io vi dico:--Non ridete; se davanti a noi cammina un vecchio uomo,
scarno e gigantesco, tutto vestito di nero, col bracciale dei servi di
Gesù e nel pugno un cero enorme che sembra la clava di Ercole...
Questo gigante non fa che ripetere con profonda umiltà:
--_Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix..._
Porta un solino di celluloide, i guanti bianchi, di buio cotone; la sua
mascella scarna trema, tagliata nel mezzo dal colore falso de' suoi
lunghi baffi tinti.
Non è che un pellegrino fra mille, una vecchia bestia paurosa e docile,
un cristiano che regge col suo braccio stanco la pesante fiaccola bene
istoriata, e prega, umile, infaticabile, con la mascella scarna che
trema sotto i lunghi baffi tinti.
Ha forse una figlia inferma, un parente in agonìa, taluno de' suoi che
marcisce dentro una barella oscillante, sopra una gruccia complicata;
forse porta egli stesso un male giallo e nascosto che rode la sua
vecchia carne o gli scava l'incurabile anima; forse non è che un devoto,
un pio, l'uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con il solino di
celluloide, il bracciale dei servi di Gesù...
Signore mio Lord Pepe, siamo nel millenovecento dodici; la terra di
Francia è una repubblica dove si coltiva il libero pensiero; le sue
città infernali bruciano di fredda elettricità; l'oro d'ogni terra
fluisce dietro le sue vetrine scintillanti; è il secolo nuovo dello
Stato laico e della plebe tiranna; si muovono dalle catene infrante le
orgogliose democrazie; gli altari divengono teatri; la giustizia è
recitata con sfarzo da magnifici istrioni; è l'ora dei commerci
terribili, delle ricchezze brutali, delle cáttedre positive, delle
cliniche infallibili, dei laboratori onde forse uscirà, imprigionato nel
crogiuolo di un divino alchimista, l'elettrone della vita... e v'è
ancora un pellegrino di Cristo, che viene cantando alla Fontana di
Lourdes, l'uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con la mascella
scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti...
Sono centomila e centomila; vengono da tutte le chiese, affluiscono
dalle corsìe degli incurabili, dalle galere di tutte le infermità; nei
loro immobili occhi splende la follìa dei portatori di stígmate; nella
loro carne macerata s'incidono le piaghe del Calvario; un paralitico si
alza: e il popolo grida; i ciechi vedono, i muti parlano, i lebbrosi
guariscono:--e il popolo grida; entro la piscina fredda e letale il
cadavere assiderato riacquista il calore della vita... è il secolo di
tutte le irriverenze:--cantate, o chiese di Lourdes!...
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«Cara Litzine, confidate a me le vostre pene. Vedo che siete questa sera
tutta rannuvolata, e si direbbe che la gita a Lourdes vi abbia lasciato
sul cuore il peso d'una mistica malinconia. Continuerete ora per un
pezzo ad introdurre franchi d'argento nel ventre insaziabile di questa
macchina infernale? Persuadétevi, Litzine: è un passatempo disastroso,
che ingoierebbe franco per franco il tesoro delle miniere di Golconda.
L'ingegneria moderna costruisce con matematica inesorabilità questi
balocchi pericolosi che allietano le ore d'ozio nei vestiboli dei grandi
alberghi. Non dáteli a questa macchina ingorda; fate una pia elemosina
con i vostri lucidi franchi d'argento.
Eccoci tornati alle Bagnères de Bigorre; Madlen è ancor sopra che si
veste per l'ora di cena; Lord Pepe... dov'è Lord Pepe? Cos'è accaduto
fra voi e Lord Pepe? Una piccola scena?...
Sì, una piccola scena di gelosia. Nuvole d'estate nel cielo sereno
dell'amore; violente irritazioni che si risolvono in bufere di baci.
Ed io ne so la causa; Lord Pepe ha ragione. Quando si ama un uomo,
bisogna odiare tutti gli altri. La donna che appartiene ad un uomo deve
segregarsi dal genere umano. Invece voi siete rimasta non meno di un
quarto d'ora a discorrere, a sorridere, a fare insomma la civetta con
Joe Wallace.
Come dite, Litzine? Che voi conoscevate Joe Wallace prima di Lord
Pepe?--Sia pure; non è questa una buona ragione. Lo avete conosciuto
probabilmente quando Joe Wallace, il popolare Jo, era un jockey di
cartello, ed a Longchamps, per entrare nelle vostre grazie, vi
comunicava i suoi favoriti. Ma non è questa una buona ragione. Ora egli
ha sposata una donna molto ricca, si è lasciato crescere di peso e fa
l'antiquario. Questa è tutt'altro che una buona ragione. L'arte ha i
suoi conoscitori, lo sport le sue vere glorie, ma voi potevate
contentarvi di fargli un piccolo saluto, e camminare via con quell'aria
intangibile delle donne che appartengono ad un amante serio. Invece vi
siete fermata, gli avete sorriso, ed io, con l'udito fino che mi
distingue, ho benissimo inteso il principio della vostra conversazione.
Joe Wallace vi ha detto:--Buona sera, Litzine!--Gli avete
risposto:--Buona sera, Jo!--Vi ha domandato:--Siete sola, Litzine?--Gli
avete risposto:--Ho un amico, Jo.--Ha insistito:--Siete innamorata,
Litzine?--Avete risposto:--Niente affatto, Jo!... In quel momento
passava Lord Pepe.
Egli, da perfetto gentleman educato a Londra, finse di non dare alcun
peso a questo leggero inconveniente ma più tardi, quando fu nella vostra
camera, il sangue della Vecchia Castiglia ribollì nelle sue vene
britanniche.
Si capisce, mia cara Litzine! In quell'uomo c'era un jockey ed un
antiquario: due mestieri singolarmente pieni di attrattive, che
divengono irresistibili quando il caso li fa convergere in un uomo solo.
Io pure amo i fantini e prudentemente vénero gli antiquari; ma debbo
confessarvi, Litzine, che al simpatico Lord Pepe non saprei dar torto.
Per vedervi così leggermente farfalleggiare col popolare Jo, non valeva
la pena che il nobile hidalgo vi contendesse al fior fiore di due
continenti, quando a Biarritz dividevate il vostro giorno solare fra le
colazioni di Crisópulo il Greco, le cene di Ned l'Americano, e i tè
intimi del marchese Sciogatsu, ovverossia il marchese Capo d'Anno.
Adesso vi consiglio, cara Litzine, di abbandonare la macchina infernale,
perchè in tutto l'albergo non si trova più un solo franco d'argento.
Poi, la casella azzurra con la stella d'oro--quella che fa cadere la
pioggia di Dánae--uscirà forse una volta su mille, se pur non succede
nulla di ancor meno propizio nel regolare calcolo delle probabilità.
Il calcolo delle probabilità:--ecco invece, cara Litzine, la suprema e
filosofica legge della vita. Nella matematica universale degli
avvenimenti umani accade quel tanto che deve accadere: null'altro. Per
un uomo felice, mille devono patire; per uno che vince, mille devono
perdere.
Non è giusto?...
Che importa? È giusto matematicamente.
Il calcolo delle probabilità insegna che, fra i nostri tentativi, dieci
almeno debbono essere infruttuosi ed uno solo può riuscire; che, fra i
nostri pensieri, uno soltanto può non essere del tutto falso, fra i
nostri amori uno soltanto non del tutto inutile, fra le mille strade che
percorriamo una sola chiara ed inevitabile: quella del cimitero.
Il calcolo delle probabilità fa intendere che nell'accozzaglia delle
vicende umane il caso fortuito è quello che governa tutto quanto
avviene, mentre una sola disciplina conta nell'infinito, quella che si
riduce ad una espressione, o meglio ad una ipotesi numerica.
Noi siamo cifre, cara Litzine. Il tempo ci moltiplica, ci sottrae, fa di
noi un'algebra complicata ed apparentemente esatta, ci coinvolge in
sottili formule ove la nostra vana spiritualità cerca un senso
ulteriore, mentre una sola cifra è quella che in tutto e per tutti ha
ragione d'essere:--la cifra «zero».
E i biscazzieri, che sono grandi filosofi, come vedete l'hanno tenuta
per sè.
Non continuate a far cadere i vostri piccoli franchi d'argento nel
ventre metallico di questa fiera ingorda; essa, come tutte l'altre
soverchierie che dànno la ricchezza nel mondo, ha tenuta per sè la cifra
zero.
E poichè siamo stati oggi a Lourdes, cara Litzine, lasciátemi dire
un'ultima sciocchezza.
Il calcolo delle probabilità insegna che su mille condannati a morte ce
n'è sempre uno, il quale, come dicono anche i medici, guarisce
«miracolosamente»; insegna che uno fra gli aspetti clinici della pazzia
religiosa è precisamente quello di rendere il corpo atto a supplizi che
parrebbero mortali ed a rinnovazioni organiche tuttora ignote alla
scienza, ma dovute senza dubbio a straordinarie possibilità della forza
nervosa; ed insegna che l'uomo è un vecchio spettatore di miracoli, un
vecchio bimbo attonito, il quale ha sempre amato lasciarsi prendere
nelle trappole de' giocolieri...
Infine, cara Litzine, per togliere al prossimo i piccoli franchi
d'argento il miglior espediente non è già la costruzione di queste
macchine infernali, dove, premendo una leva, il disco gira con velocità
e si attende, ma sempre invano, il rumore della pioggia di Dánae...
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Lord Pepe non aveva sonno; io neppure. Madlen e Litzine erano salite
nelle rispettive camere, dove probabilmente, nello scambiarsi una lunga
visita prima di andare a letto, avrebbero incominciato a parlare di
noi,--come noi di loro.
La sala del bigliardo e quella del bar non erano divise che da
un'arcata. Lord Pepe--uomo calmo, preciso e logico, era un forte
giocatore di carambola. Io, sbadato, nervoso, illogico, perdetti con
disonore tre partite.
Il bigliardo è geometria; la geometria è logica.
Vedevamo il fantino-antiquario, l'illustre Joe Wallace, il popolare Jo,
sorbire con lentezza un quinto, poi un sesto, poi un settimo
gin-cock-tail.
Il gin-cock-tail è alcool a novanta gradi; l'alcool è poesia.
Quest'uomo, nato per la velocità e divenuto conoscitore di ruderi,
dimenticava nell'ebbrezza del bicchiere le compatte cosce d'una moglie
sposata per interesse. Forse vedeva un falso-Rembrandt brillare sul
disco del traguardo in un Gran Premio di Longchamps; forse una
fisionomia del Velasquez gli si confondeva con quella dello starter,
mentre i discepoli del Tiziano entravano a mutarsi la casacca nello
spogliatoio de' fantini...
L'alcool distrugge l'esattezza dei confini; per questo l'alcool è
superumanazione.
Povero Jo!... non era forse meglio guidare alla vittoria un buon
polledro di M.r Edmond Blanc, che studiare con la lente una ipotetica
Madonna del Beato Angelico? Non era meglio riscuotere gli applausi
deliranti o le minacciose bestemmie del pubblico di Longchamps, che
tastare con nocche attente la Vecchia Cina ed inventare il romanzo d'un
frammento attribuito a Fragonard?
Povero Jo!... non vi conosco, eppure mi siete simpatico. Mi siete
simpatico, perchè in voi c'è un uomo che deve amare il suo passato, i
suoi giorni di quando era povero, di quando la sua bellezza era nella
velocità...
Tre uomini ed una signora giuocavano al bridge. Prima di risolversi a
buttare una carta sul tappeto essi riflettevano con accigliate
fisionomie, quasi avessero ponderato un comma del proprio testamento. La
loro tetraggine mi faceva pensare ai conciliaboli segreti della Santa
Inquisizione, alle congiure notturne del fosco Medio-Evo, ad una fatale
partita fra quattro despoti, ove ognuno si giocasse il regno e la vita.
No: stavano solo giocando «un contre à sans atout»--avvenimento che,
dicono, sia di capitale importanza nel secolo ventesimo.
Una cocotte prendeva il tè. Adocchiava un giovinetto biondo. Questi
fissava con pudore la punta de' suoi scarpini da ballo.
Due Inglesi guardavano la loro bottiglia di Pale Ale, come si guarda la
propria moglie quand'è incinta: ossia con apprensione e con affetto. Il
barman discorreva con i clienti ch'erano seduti su alti sgabelli, contro
il suo banco; numerava l'incasso, verificando i sigari venduti.
Un'altra cocotte si congiunse alla prima. E questa comandò al barman
un'ala di pollo freddo. Era il tocco; la Francia dormiva; Lord Pepe fece
l'ultima carambola.
Basta, Lord Pepe. Ho perduto e basta.
L'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, che aveva osservato il nostro
gioco, allora si levò dal tavolino del settimo gin-cock-tail e venne a
presentarsi, poichè intendeva giocare una partita. Disse a Lord Pepe:
--«Vous êtes l'amant d'un très jolie femme, oh, yes! Litzine, très jolie
femme! Je suis Joe Wallace.»
Lord Pepe fu molto garbato, e il popolare Jo gli propose:
--«Voulez-vous, sir, douze points avec moi? oh, yes!»
Lord Pepe mise le biglie in acchito, e rispose al popolare Jo:
--It is your play, mister Jo.
Questi comandò un gin-cock-tail, fece il primo punto, poi ne fece altri
undici di séguito, depose la stecca, vuotò il bicchiere, disse a Lord
Pepe:
--Good night, sir,--e scomparve.
Tutto ciò in un baleno.
Lord Pepe, rimasto lì, con la stecca in mano, senz'aver potuto giocare
un solo colpo, impiegò due lunghi minuti a riaversi dallo stupore, poi
si fece rosso di collera e bestemmiò fra i denti:
--Palurdo ladron! Mañana yo te rompo la caveza! Ma in quel frattempo
l'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, era già salito al pian di sopra,
forse per addormentarsi un po' ebbro nel calmo tepor coniugale d'una
moglie sposata per interesse.
Io dovetti ricorrere a tutta la mia moderazione per placare lo sdegno di
Lord Pepe. Voleva sapere il numero dell'appartamento di Jo, salire,
violarne il domicilio, prenderlo per il collo, buttarlo giù dalle scale;
voleva scrivergli una lettera insolente, fargliela recapitare per mezzo
d'un «boy»; voleva mandare me come ambasciatore, per pregarlo di
scendere a pianterreno, anche se fosse già in pijama, onde aggiustare i
conti con lui, don Josè Fernandez vizconde de Higuera, con lui, signore
probabile del feudo di Zaraùz, che un volgare stalliere, un sudicio
gabellatore di vecchie croste, si era permesso di trattare a quel modo,
appioppandogli una dietro l'altra dodici perfette carambole, senza
offrirgli la rivincita e senza permettergli di tirare nemmeno un colpo
di stecca.
Ma, eruttata in un vulcano di bestemmie, sfumata in una serqua di
minacce omériche, la collera di Lord Pepe si ammansò come per incanto.
Mentr'io temevo di vederlo trascendere a qualche atto inconsulto,
quest'uomo ragionevole depose la stecca nella rastrelliera, si nettò una
falange impolverata di gesso azzurro, e come se al mondo non esistesse
nemmeno più un personaggio nominato Joe Wallace,--l'illustre e popolare
Jo--ecco il sereno Lord Pepe accorgersi di avere appetito, e zufolando
recarsi ad intervistare il barman per vedere qual genere di fredde
vettovaglie fosservi ancora da prescegliere nella sua notturna dispensa.
E poichè una solitaria pernice allietava quel rifugio di scarni
gallinácei e di volgari giamboni, Lord Pepe, tutto giulivo, mi costrinse
a dividere con lui quell'ultimo spuntino dell'ágape giornaliera.
Fra le varie marche di Champagne,--generose fontane di sogno e di
transumanazione,--quella che più induce alle intime, alle difficili
confidenze, è senza dubbio la marca della Veuve Cliquot. Questa era
l'opinione di Lord Pepe, ossia l'opinione d'un erudito in materia, che
sapeva sottilmente variare i toni dell'ubbriachezza come un sapiente
musicista varia le sue musiche preferite.
Questo vino che portava il leggero nome d'una vedova, ci condusse
naturalmente a parlar d'amore. Verso le due di notte, non prima,--(le
ore che precedono sono ancora eccessivamente borghesi)--verso le due di
notte l'uomo elegante, il saggio distributore della meridiana, esce da
tutti que' discorsi che intesero ad altre cure de' suoi travagli diurni
e leggermente si risolve a parlar d'amore. Queste ore prima dell'alba
sono per lui un viatico a Citera, un dolce avviamento al desiderio ed
alla critica dell'altro sesso, l'ora spirituale che rende il suo
scetticismo proclive a tutte le confidenze.
Infatti chi mai, se non un caporale di fanteria, potrebbe risolversi a
parlar d'amore la mattina presto, od anche nelle prime ore del
pomeriggio? L'amore, come lo spiritismo, ha bisogno di un'atmosfera
semibuia. Quelli che fanno ballare i tavolini sanno benissimo che gli
spiriti si prestano volontieri ad entrare sotto le gambe delle tavole,
magari a scendere dai lontani Empírei per suggerire tre numeri del
Lotto, purchè il silenzio ed il raccoglimento creino la necessaria
medianità, quella specie di attesa tremante che induce i buoni spiriti
ad entrare in comunione con gli uomini.
Così press'a poco avviene per quello spirito ben più diffidente che si
chiama l'Amore.
Lord Pepe, assaporando il petto e le cosce di quella rotonda pernice,
prese a narrarmi le intime storie de' suoi amori con Litzine. Litzine la
bionda, la pura come una educanda, l'azzurro-venata come un alabastro,
Litzine dalla gola di colomba, chiara e docile, distratta e sapiente...
Io mi ricordavo l'alba davanti ai mare della Zurriola, nella stanza
della peccatrice di Mágdala, ove saliva l'ultima canzone grigia del
lentissimo fiume Urumea....
E le rondini--pensavo--della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a
stormo, e trillano, questa mattina, per andare. Con l'ala tesa e ferma
traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche
di stelle, andranno per le vie dell'altomare. E canterà lo spazio, e i
turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell'alta nuvola, dove la
strada è bella. Rondini, e l'amore vi porterà verso la stella ultima; vi
ucciderà, nel vento, la distanza implacábile; forse vedrete splendere il
sole della terra più lontana.
Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell'esilio, e due
volte nell'anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla
in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...
Sì, Lord Pepe, con questa ottima pernice un cuore di lattuga tagliato a
metà, condito con olio, pepe, sugo d'uovo ed un pizzico di sénape,
dev'esser proprio quello che ci vuole.
E quando le mele renette, i fichi umidi, le nocciuole di bosco giunsero
in un piccolo paniere, che sembrava fosse asperso di rugiada, Lord Pepe
mise l'occhialetto--(cosa che non faceva quasi mai)--si rovesciò contro
la spalliera della seggiola e venne fuori con questa innocentissima
domanda:
--¿Y Usted, Caballero? como fué con Madlen el primero certámen de
nuptias?
«Signore del feudo di Zaraùz, alludete voi forse a quello che gli
antichi pedanti chiamavano «ius primae noctis»?... Io rimasi lì, con la
forchetta infissa nel tórsolo giallo della mela renetta, e guardai
sorridendo Lord Pepe, che sorridendo riguardava me. Infine risposi:
--Mi sono fatto scrupolo a mia volta, caro Lord Pepe, di non ledere
quella innegabile priorità che in ogni caso vi spetta...
Dopo la qual confidenza, entrambi togliemmo dal paniere, con l'umido suo
frutto, una foglia di fico.
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Madlen mi pose le sue braccia nude intorno al collo, e prese a
raccontarmi questa lunga storia...
«Se mio padre non si fosse occupato di politica, sarebbe stato, per lui
e per me, una gran bella cosa. Quella sua manìa di tenere discorsi alla
Camera dei Lordi assottigliò la sua ricchezza e gli fece perdere il
miglior tempo della sua vita.
Mia madre morì otto giorni dopo l'anniversario del mio settimo
compleanno; mi ricordo che poco tempo innanzi, tornando da una recita al
teatro di Corte, mi aveva regalata una bambola vestita con i ritagli
d'un suo abito di broccato. E questa bambola, che si chiamava Jade,
portò la sventura nella nostra casa; perchè, dopo la sua entrata, molte
gravi cose vi accaddero.
Non ho mai veduta una donna bella come fu mia madre. Là dove nacqui ne
parlano ancora; le avevano dato il soprannome di Contessa Fata. Anche
mio padre era un uomo bellissimo; però molto più vecchio di lei. Era
stato ufficiale nelle Colonie; poi si era messo a far l'agricoltore,
infine si era dato alla politica.
Avevamo un grande castello, nell'alta Scozia, presso un vecchio borgo,
dove tutti, come noi, eran cattolici.
Dopo la morte di mia madre fui messa in un educandato francese nei
dintorni di Parigi, e vi rimasi fin verso i quindici anni. Era una
specie di clausura, fredda e severa, dalla quale ogni giorno più sentivo
il bisogno di evadere. Quando feci ritorno al Castello, mio padre,
assorto nella politica, non poteva occuparsi della mia educazione. Lord
W., mio padre, apparteneva ad una famiglia di antichi immigrati; portava
il nome d'una vecchia gente normanna che passò il Canale non saprei dire
in qual secolo. Certo il nome che voi conoscete non è il mio. Per questa
sua fedeltà verso la terra de' nostri antichi egli desiderava che mi
fosse data una educazione in parte francese; a tal uopo fece venire da
Bourges una istitutrice che gli avevano raccomandata.
Questa fu Mademoiselle Odette. M'insegnava, oltre la letteratura
francese, anche il pianoforte, il ricamo, la cucina e la buona
educazione. Per mancanza d'altri maestri, il diácono Ralph, ch'era da
poco venuto nel borgo, m'insegnava la storia sacra e profana,
l'aritmetica, la botanica, il disegno, la letteratura, l'economia
politica... non so bene quante cose m'insegnasse, con la sua voce
dolorosa come la tentazione, il diácono Ralph! Così, verso i diciassette
anni, ebbi tutta l'erudizione che occorre ad una signorina patrizia per
trovar marito.
Il diácono Ralph non pareva niente affatto un prete; c'era nella sua
fisionomia qualcosa di malvagio e di splendente. Nessuno lo amava;
nessuno conosceva bene in qual modo fosse capitato lassù. Forse vi
scontava una punizione inflittagli dal clero, una specie di esilio che
poteva durare per anni. Era un uomo bello e temibile, ancor giovine, con
uno sguardo pieno di fredda inquietudine, la bocca luminosa ed impura.
Forse non aveva più di trentacinque anni; ma le rughe incise nella
immobilità della sua faccia pallida gli davano quel segno di forza che
si vede nella maschera dei criminali e degli asceti. Quand'egli, con una
voce equilibrata, un po' lenta, muovendo le palpebre de' suoi occhi
freddi come l'argento, mi spiegava perchè fu mandato al supplizio frate
Savonarola, io, senz'ascoltarlo, guardavo le sue piccole mani.
Avevo allora diciassette anni.
M.lle Odette era nata a Bourges, nel Barry, ed i suoi discorsi
cominciavano spesso con questa frase: «Chez nous, dans la maison de mon
père...» E parlava di questa «maison de son père» come se veramente si
trattasse della culla d'una dinastia. Quando venne al Castello aveva
quasi ventotto anni; era una creatura deliziosamente fina, piena di
seduzione, di freschezza e di leggiadria. Non già che fosse molto seria,
tutt'altro!... Ma i suoi dentini bianchi e le sue lunghe trecce bionde,
il suo camminare a piccoli passi, e non so qual grazia leggera contenuta
in ognuno de' suoi movimenti, attraevano la simpatia di chiunque la
guardasse, anzi portavan un soffio di vita giovine in quel nostro
vecchio Castello, dalle stanze per noi troppo solenni ed in parte anche
disabitate. M.lle Odette suonava il pianoforte con vera maestrìa;
cantava molto bene le sue vecchie canzoni di Francia; nei prati del
parco giocava con me al volano come se avesse ancora la spensieratezza
d'una fanciulla di vent'anni.
Una sera, verso l'ora del pranzo, mio padre fece chiamare M.lle Odette
nella grande biblioteca ov'egli teneva i registri della sua infelice
amministrazione, e la fece chiamare in forma dirò così ufficiale,
mandando il vecchio domestico James a dirle che Lord W. aspettava M.lle
Odette nella sua biblioteca.
Odette mi prese per mano, e scendemmo. Faceva quasi buio. Le tende si
gonfiavano. I due finestroni aperti verso il parco lasciavano entrare a
folate il vento serale, in cui pareva gocciolassero le resine dei pini.
Lord W., mio padre, stava seduto alla sua scrivania, con i due gomiti su
la cartella, e súbito m'accorsi che la mia presenza inattesa gli dava
una certa preoccupazione.
--Asseyez-vous, Mademoiselle Odette,--disse mio padre. Poi
soggiunse:--Madlen pouvait très bien ne pas descendre avec vous.
Poichè la sua osservazione rimase priva di risposta, Lord W., mio padre,
mise in ordine alcuni scartafacci ch'erano su la scrivania, poi
cominciò, con una voce monotona, questo grave discorso:
--Ma situation financière n'étant plus aussi brillante qu'elle était
autrefois, j'ai le devoir de réduire nos dépenses, afin de ne pas
entamer la fortune de ma fille...--Poi si confuse, arruffò le parole in
modo che non si comprendeva bene cosa volesse dire, e la conclusione fu
questa: che M.lle Odette dovesse cercarsi un altro servizio, poichè, per
mille ragioni non del tutto comprensibili, era opportuno che M.lle
Odette se ne andasse via da casa nostra.
Mi ricordo che M.lle Odette non rispose parola; solo si coverse la
faccia con un braccio, e pianse, io, su per le scale, vedendo piangere
Odette, cominciai a piangere anch'io.
Non so bene cos'accadde: certo è che M.lle Odette non andò via. Non fece
neanche i bauli; rimase triste qualche giorno, poi ricominciò a ridere.
Dopo quel giorno Lord W., mio padre, non parlò più di allontanarla da
casa nostra, ed anzi, quando vedeva M.lle Odette, la sua lunga faccia
scura si rasserenava come per incanto.
Il vecchio James, grigio, un po' curvo, ringhioso, testardo e fedele
come un cane da guardia, sempre agghindato nella sua decrepita livrea
filettata di giallo, non poteva soffrire «quella francesina», come la
chiamava lui, ch'era venuta a comandare in casa d'altri ed anzi era
stata ammessa, contro ogni regola della tradizione, alla nostra così
deserta mensa familiare. La sua antipatia per «la francesina» era tanto
acerba e così poco giustificata, che un bel giorno pensai di domandarne
a lui stesso la ragione. Ora, quel giorno, io dovevo costruire una certa
gabbietta per un grillo che mi avevano regalato; e, benchè mi fossi
tagliuzzate le dita nell'acuminare legnetti e piuoli, era tempo
sprecato, la mia gabbia mal connessa certo avrebbe lasciato scappare il
grillo. Così mi rivolsi all'esperienza del vecchio James, che in quel
pomeriggio un po' caldo si era seduto sotto il portico interno a
prendere il fresco.
--Ora vengo, miss Madlen,--rispose il vecchio James;--lasciátemi solo
togliere la marsina, perchè non si sciupi. Andremo nel parco e vi
costruirò la gabbia per il grillo. Ma il grillo dove l'avete?
--L'ho chiuso in un cassettone.
--E gli avete dato qualcosa da mangiare?
--Sì, gli ho dato da mangiare.
--Cosa gli avete dato?
--Sotto un vaso ho preso un verme; poi tre mosche.
--Ah, che sciocca! non sapete nemmeno cosa preferiscono i grilli!
Poi, quando fummo nel bosco, egli scelse con molta cura i ramoscelli che
gli occorrevano e cominciò piano piano a costruire la casa per il
grillo. Faceva le legature con piccoli vincigli di solide stoppie;
mentre lavorava, mi domandò:
--E «la signorina francesina» dov'è, che non la si vede?
--Ora è su in camera, e sta rinfrescando i miei pizzi.
Il vecchio James sogghignò, e mi fece vedere tutti i suoi grossi denti
gialli.--Ah! ah! se la passa bene in casa nostra, quella civetta che Dio
la maledica!
Io gli domandai:--James, perchè siete sempre così sgarbato con la povera
Odette?
--La povera Odette!... Ah! grazie! Per fortuna che voi siete innocente!
Ma quando lo sarete un po' meno, anche voi domanderete alla «francesina»
cosa fa la notte invece di dormire...--Poi si dette un gran colpo su la
bocca, onde punirsi dell'aver parlato, e finì la costruzione della casa
per il grillo.
Ma quelle sue parole mi fecero d'un tratto indovinare molte cose. Io
dunque mi proposi di scoprir da me sola cosa faceva «la francesina»
invece di dormire, e, venuta la notte, in punta di piedi uscii dalla mia
camera, mi recai dietro l'uscio della camera di Odette. Accostai
l'occhio alla serratura; tutto era spento, non udii che il suo respiro
addormentato.
Vi andai la notte seguente. Fra le connessure dell'uscio, per la toppa
della serratura, filtrava una luce che nell'oscurità pareva intensa.
Udivo parlare sottovoce. Io, non so perchè, mi sentii così male, così
male, che per un momento ebbi l'impressione di sentirmi piegare le
ginocchia. Stavo su le mattonelle co' piedi scalzi; avevo molto freddo,
i miei capelli sciolti mi cadevano su la faccia, su gli occhi. Poichè il
cuore mi batteva troppo forte, con ambedue le mani mi compressi il
petto, e forse allora per la prima volta, con una specie di paurosa
gioia mi accorsi de' miei seni nascenti.
Mi piegai, misi l'occhio alla serratura; ma per la disposizione dei
mobili nella stanza non potevo riuscire a vedere che una finestra
chiusa, il lavabo, una poltrona e solamente un pezzo del grande
copripiedi rosso. Vedevo però assai bene, sotto le coltri, la forma del
corpo di Odette, dalle ginocchia in giù, muoversi...
Non saprei dire perchè, rimasi avvinta, ferma, piena di un'angoscia mai
provata. Mi drizzai, volli fuggire; non potevo. Ancora dovetti piegarmi
e paurosamente guardare. Il copripiedi stava per scivolare dal letto;
era sconvolto, arruffato; la forma del corpo di Odette non si muoveva
più. Le sue ginocchia, i suoi piedi, sollevavano appena la coltre;
qualcun altro, che doveva essere più in là, si mosse, discese, camminò,
se ne andò per un uscio interno. Avesse aperto quello dietro il quale io
stavo, e non avrei nemmeno avuta la forza di muovermi, per fuggire.
Tornò il silenzio; il silenzio profondo, assoluto, nella stanza, nel
corridoio, nella casa addormentata. Passò un tempo del quale non ho
memoria, poi vidi Odette scendere dal letto, cercare le pantofole,
venire verso il mezzo della camera, fermarsi davanti al lavabo, versare
acqua nei catini.
Ora la vedevo splendidamente, nella cruda luce. Non aveva sopra di sè
che i suoi lunghissimi capelli sciolti, i suoi capelli arruffati,
stupendi, gonfi e lucidi, che le scendevano sino all'anca, impigliandosi
e gonfiandosi ad ogni movimento su le perfette forme del suo corpo. Io,
veramente, non avevo mai creduto che Odette fosse così bella, e poichè
non avevo ancor mai veduta una donna del tutto nuda, guardavo lei, come
se vedessi una cosa per me nuova nel mondo.
Si lavava con minuzia e con attenzione, respirando forte; la sua faccia
mi sembrò piena di stanchezza, di sofferenza, d'irritazione. S'incipriò,
si fece la treccia, mise una bella camicia di fino batista; prese uno
specchio, lo sollevò davanti ad un altro per guardarsi la nuca. Nella
camicia trasparente vedevo così delinearsi la profondità dell'ascella
oscura e nascere, come un forte bócciolo gonfio di gioventù, il seno
impetuoso, che produceva una bella ombra nella tela fina.
Volli andarmene; anzi pensai:--«Ora devo andarmene. È tardi; fa freddo;
anche Odette fra poco spegnerà il lume...»
Invece non potevo. Ero lì, sempre lì, curva, incatenata. Ed allora,
senza bene intendere quel che facevo, d'un tratto la mia mano si alzò
fino alla serratura, cercai di girare la maniglia, feci rumore.
Odette venne all'uscio; vedendomi, s'impaurì.--«Che hai, Madlen? che
fai?...»--Parlava sottovoce, turbata, con il suo respiro caldo. Io non
risposi. Mi toccò la fronte, i capelli. Io non risposi. «Che fai,
Madlen?...» Solamente i miei occhi piangevano, mentre non piangeva la
mia gola, non la mia bocca, non io. «Perchè sei venuta, Madlen? Stai
male?...»--«Sì...»
E con tutta la mia debole forza m'avvinsi a quel suo braccio nudo. La
trascinai. Venne con me, nella mia camera. Il mio letto era sconvolto.
Mi coricai. La feci sedere su la coltre. Tenevo le sue mani, le sue
braccia, le sue spalle. Avevo terribilmente voglia, non so perchè, di
baciare la sua bocca. Le misi un braccio intorno al collo, intorno alla
nuca, la sua bella nuca scintillante... Così la piegai, la costrinsi ad
affondare il capo nel mio guanciale...
Dormimmo.
. . . . . . . . . . .
In quella stanza era un trofeo d'armi; una immensa tavola nuda,
macchiata d'inchiostro, logora dai tarli; due vecchi armadii, qualche
sedia di velluto, un braciere pieno di cenere.
Lì studiavo. Le finestre davano su la corte. Un vecchissimo cavallo di
mio padre vi camminava tutta la mattinata. James lo teneva per la
briglia. Si chiamava Ramir. Aveva, credo, vent'anni. Era stato il
preferito hunter di mio padre, e gloriosamente aveva galoppato per tutta
la contea. Negli ultimi anni lo attaccava qualche volta il fattore al
suo barroccio, per farsi condurre ai mercati vicini; ma ora il barroccio
stava nella rimessa con le stanghe all'aria, carico di ragnateli.
Piuttosto che vendere Ramir, mio padre si sarebbe fatto amputare un
braccio. Benchè non l'adoperasse mai, James doveva tutte le settimane
lucidare la vecchia sella. Così, a furia di strofinarla, si era
spelacchiata. E Ramir, ben satollo di fieno maggengo e di avena soffice,
calpestava i ciottoli della corte, cacciandosi via le mosche. Io gli
portavo zucchero e pane; Ramir, col suo muso bianco, mi sporcava di
schiuma le camicette. Quando giungeva il diacono Ralph per impartirmi la
sua lezione, sempre udivo il vecchio James dirgli:
--Salga pure, signor diacono; la piccina è su che lo aspetta.
Mi chiamava «la piccina», sebbene già di mezza fronte superassi la sua.
Quando si è state piccole nelle braccia di un vecchio uomo, per
quest'uomo non si diventa grandi mai.
James, nella corte, faceva interminabili discorsi al furbo Ramir.
Questi, ogni tanto, gli metteva il muso contro la spalla. Stando sempre
insieme, seguitando a girare così, tutte le mattine, ormai da lunghi
anni, erano giunti a somigliarsi un poco, l'uomo ed il cavallo; avevano
qualche volta gli stessi movimenti. Tac... tac-tac-tac... e ogni tanto
un inciampo.
D'improvviso il diacono Ralph entrava. La sua faccia pallida e fredda
non sorrideva mai. Si toglieva il mantello; mi guardava. Anzi mi
guardava con attenzione, quasi volesse indovinare se avevo quella
mattina l'anima pura. La sua statura un po' troppo alta s'irrigidiva
qualche volta vicino alla mia; si fermava, come se in tutte le sue
membra, in ogni suo movimento, fosse una specie di pericolo. Poi, d'un
tratto, mi diceva quasi con ruvidità:--«Perchè vi siete lavata i
capelli?» Oppure:--«Cos'è questo profumo che ora portate?»
Io, con un singolare disagio, non gli rispondevo nemmeno. Però diventavo
rossa. Il diacono Ralph aveva due crudeli occhi, troppo virili, troppo
accesi di fiamma interiore. Spesso ero costretta, senza una ragione
palese, a chinare i miei. Quando mi guardava, io provavo con irritazione
la gioia d'esser bella. Fu il primo uomo davanti al quale m'accorsi del
peso che avevano i miei capelli splendenti, della forma che aveva il mio
corpo giovine.
Quando non sapevo una cosa, egli s'irritava straordinariamente.
Diceva:--«Non va! non va!--e si alzava, camminava per la stanza. Era
troppo alto; non portava i capelli abbastanza corti, per un prete. Poi
mi spiegava lentamente quello che non avevo compreso.
Ma queste sue lezioni diventavano di giorno in giorno più faticose; non
per quello che m'insegnava, ma per la sua presenza, per quel che v'era
d'innaturale, di assorto, quasi di temibile in lui.
Veniva la mattina, quand'ero da poco levata. I miei capelli brillavano;
io lo sentivo; le mie mani profumate, se per caso toccavano la sua
veste, vi lasciavano, come ali di farfalla, un po' di cipria.
Qualche volta mi pareva che i suoi occhi si avvincessero alle mie nude
caviglie. Di primavera le tre finestre aperte mandavano su a vampate,
nei raggi del sole, il profumo nuovo delle violette. Spesso un colpo di
vento scompigliava d'improvviso tutte le pagine de' miei libri. Ed io
ridevo. Egli no. Egli seguitava a parlare, impassibile, un po' curvato
su me. Qualche volta il suo respiro mi toccava le mani. Ciò mi dava
noia. Quasi di nascosto le ritraevo. Allora i suoi occhi diventavano
scuri. A poco a poco la sua voce mi girava intorno, come si gira intorno
ad una preda. Quest'uomo di trentacinque anni, questo mio educatore,
questo prete, aveva una faccia consumata, non saprei dire se dal vizio,
dall'astinenza o dal dolore; sembrava intelligente: forse non lo era;
sembrava un malato, un incatenato, un soggiogatore di uomini costretto a
servirli, un distruttore di obbedienze curvato a fatica sotto il giogo
dell'umiltà. Non mi parlava quasi mai di religione.
Io non ero più innocente. Avevo già peccato, da me stessa, e pensando
all'amore. Quando le mattine erano calde, o molto profumate, e i miei
capelli, scuri, biondi, pesavano più del consueto, qualche volta la sua
voce, così vicina al mio respiro, mi dava una specie di soffocazione;
sentivo la sua presenza pesare su me, come una forza la quale tentasse
di coricarmi, e v'eran momenti ne' quali mi toccava rovesciarmi
all'indietro, chiudere gli occhi, un po' sopraffatta...
Egli se ne avvedeva. Diventava pallido. Cessava d'improvviso dal
parlare. Io pure. Si taceva. Tra quel silenzio sentivo nascere in me
stessa il buon odore della mia nudità.
Una mattina--(era quasi l'estate, faceva caldo, le praterie si
muovevano, gonfie di profumo e di rumore)--una mattina io stavo
scrivendo su quella tavola nuda, ruvida; egli era presso me, contro lo
spigolo, e guardando la mia scrittura, con lentezza, con chiarezza mi
dettava.
Il sole entrò. A poco a poco invase la tavola. Giunse al mio gomito.
Avvolse il mio braccio. S'impadronì della mia spalla. Fasciò la mia
nuca. Toccò la mia guancia... Dovetti ritrarmi.
Così gli ero più vicina. E il sole camminava. Dopo qualche istante
illuminò di nuovo la mia mano, prese tutto il mio braccio, m'entrò nella
bocca, rise ne' miei occhi... Dovetti ancora muovere la seggiola,
sottrarmi a questo raggio che mi voleva, a questo fulgore che sempre più
mi sospingeva, lentamente, verso il diacono Ralph.
Quando fui di nuovo tutta nell'ombra, i miei occhi lo guardarono. Mi
pareva di essere quasi nuda; il riflesso del sole mi rendeva
trasparente. Le mie braccia calde, la mia gola viva, il mio seno gonfio
di respiro, aspettavano quasi con impudicizia la irritata gioia di
sentirsi offendere...
Mi piegai; strinsi i gomiti; mi raccolsi tra le mani la faccia. Ora non
vedevo più il sole. Ma lo sentivo a poco a poco salire, invadermi,
abbracciarmi, ubbriacarmi... era in me, ne' miei sensi, nel colore de'
miei vivi capelli, entrava, m'irradiava tutto l'essere, mi empiva di
estate l'anima...
E poichè i miei polsi erano congiunti, sentii che una mano li strinse,
li piegò, mi curvò, smemorata, nella fiamma del raggio di sole...
Quando capii che le mie vene troppo gonfie di primavera stavano per
inginocchiarmi, tutta viva, tutta ebbra, sotto il potere della sua
bocca, risi, risi, ancora ebbi la forza di ridere, nel sole, come una
pazza...
Non mi fece male. Se ne andò come un ubbriaco. Disse a mio padre che
avevo tutto imparato. Non lo vidi più.
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Odette era la mia compagna, la mia amica, la sola mia confidente. Nè io
potevo dimenticare quella notte già lontana.
Ho detto innanzi che, dopo essermi rifugiata con lei sotto la mia
coltre, dopo averla fatta giacere sul mio guanciale, chiusi gli occhi e
dormii.
Non è vero. Chiusi gli occhi e piansi.
Ma una sola coltre ci avvolgeva, ed era la prima volta che sentivo il
tepore di un altro essere prendere me. Non potevo nemmeno ricordarmi chi
era; stavo così bene vicino a lei; tutto il peso de' suoi capelli
soffici e caldi mi traboccava su la spalla ingombrata; le sue braccia
morbide, impure, avvinte alla mia persona mai da nessuno abbracciata,
oscuramente mi facevano sentire il bisogno di coricarmi supina.
Era tardi; faceva un po' freddo; su noi, su la nostra coltre, dormiva un
raggio di stelle. Nei vetri più alti, contro il cielo, qualche lontana
cima d'albero si muoveva. Nella vasta notte non si udiva neanche un
rumore.
Ma io sentivo perdutamente il desiderio di soffocare ne' suoi gonfi
capelli la mia bocca innamorata. Il suo respiro mi toccava, mi parlava;
era inebbriante come un forte profumo. Le parole sommesse, leggere,
pericolose come lenti baci, mi carezzavano la bocca, mi scendevano,
senza rumore, fin sull'anima...
--«... Se tu sapessi come non ho voluto, Madlen!... Era più d'un anno
che gli dicevo di no, di no... tutte le sere... Ma qualche volta l'ho
veduto piangere... E tu non sai com'è triste veder piangere un uomo.
Allora, per non partire, per non andarmene via da te, una sera ho chiuso
gli occhi, ed ho sentito la sua bocca fredda, la sua bocca pallida...
pesare, pesare terribilmente su la mia...»
Forse non l'ascoltavo nemmeno più. Ne' miei sensi traboccava la memoria
di altre cose infinite, cose da nulla, pressochè inafferrabili, che
nondimeno erano state fra lei e me.
Avevo perduto per sempre il mio cuore di fanciulla. Ed ora,
improvvisamente, mi rammentavo certe sue parole, certi suoi movimenti
súbito repressi, qualche sua maniera di guardarmi, di toccarmi, di
vigilare la mia bellezza nascente, qualche suo riso innaturale, buio,
quando scopriva ne' miei occhi di vergine la traccia notturna de' miei
primi peccati.
Già da lunghi mesi Odette aveva cominciato a parlarmi di cose d'amore
come soltanto si parla fra due vere donne. Talvolta mi fissava, mi
fissava lungamente, con le sue ciglia quasi d'oro abbassate su gli occhi
splendenti, e mi fissava mutando colore, con un leggero cerchio d'ombra
che le scendeva sino agli angoli della bocca.
Giorno e sera noi eravamo insieme; la nostra intimità era maggiore che
fra due sorelle. Io mi chiamavo Madlen, ella Odette: i nostri due nomi
così lievi erano la cosa più fresca, più ilare, in quella vecchia
provincia.
E troppo sovente noi parlavamo d'amore. Anzi, ella ne parlava; io no. Io
l'ascoltavo. L'ascoltavo senza batter ciglio, con un senso di profonda e
voluttuosa paura. Mi raccontava di avere appartenuto a qualche amante;
me lo diceva, le prime volte, con parole imprecise. Ma quella sua voce
calda, lenta, che somigliava un poco alla sua maniera di muoversi, mi
faceva immaginare le carezze, le complicate carezze ch'ella doveva saper
dare ad un amante.
Si vestiva sempre così bene; aveva di sè una cura infinita; i suoi
trent'anni parevan meno di venticinque; si vedeva ch'era impossibile,
per lei, far a meno dell'amore. Sapeva cucire, cantare; sapeva scegliere
i bei libri e tagliare le fine stoffe, dipingersi un po' troppo gli
occhi e suonare a memoria Bach; sapeva rendere piena di tentazione la
mia vita deserta.
A poco a poco, senza che io me ne avvedessi, ella incominciava con
divenire il mio vizio. Fra lei e me nessuna cosa era vietata; potevo
entrare nella sua camera, Odette nella mia, quando mi vestivo, quando mi
spogliavo, ad ogni momento. Ma io, per non essere indiscreta, prima di
entrare nella camera di Odette sempre battevo all'uscio, e non vi andavo
se non quando era necessario. Ella no; ella da me veniva senza ragione
alcuna, e sempre amava essere con me, nel bagno, nello spogliatoio, in
quelle ore d'intimità, quando anche gli occhi d'una sorella possono
divenire importuni.
Allora Odette, molto spesso, con l'aria di far quello che faceva
quand'ero una bimba, s'impadroniva di me, de' miei capelli, della mia
gola bianca e nuda, mi pettinava, m'incipriava tutta la persona, e sul
mio corpo nuovo come un fiore lentamente muoveva le sue dita pallide.
Alle volte, mentr'io mi nascondevo sotto i miei capelli, tutta paurosa
di me, voleva mi guardassi nello specchio per vedere quanto ero bella.
Sì, bella ero splendidamente, bella e matura per il peccato, così bella
che non potevo guardare l'oscurità del mio grembo innocente, il pallore
de' miei seni erti, senza pensare alla gioia infinita, che di notte, nel
buio, soffocando, ero costretta a prodigarmi...
Talvolta io stessa la trattenevo a sedere su l'orlo del mio letto,
finchè mi fossi addormentata. Ciò accadeva sopra tutto quando eravamo
sole nel Castello ed il silenzio mi pareva risuonasse di lontani
strepiti, fra quelle mura disabitate.
Quando sedeva su l'orlo della mia coltre, Odette, nelle sere
dell'inverno, ed i suoi braccialetti, brillando, si premevan nel mio
guanciale profumato, noi parlavamo a lungo, sottovoce, di cose veramente
colpevoli, o tremando, bocca su bocca, leggevamo qualche storia d'amore.
Presso il mio capezzale stava sempre un vecchio libro di preghiere.
Quando mi aveva raccontato qualcosa di troppo torbido, e sentiva nel
tepore della coltre leggermente il mio corpo tremare, allora prendeva
quel libro, lo apriva, sempre alla stessa pagina, e senza muoversi,
molto piano, con la voce alterata, leggeva una bella preghiera che, mi
ricordo, cominciava così:
«_Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé par mi
les pécheresses..._»
Ma una sera noi rimanemmo sole. In città si facevano le elezioni. Già da
un mese Lord W., mio padre, non faceva che aggirarsi per la biblioteca,
declamando con foga oratoria certi suoi lunghi discorsi molto rumorosi e
niente affatto eloquenti. Infine partì, ben sicuro d'esser l'uomo più
necessario alla politica dell'Impero Britannico.
Mi ricordo che faceva quella sera un terribile vento; il parco non era
che una fragorosa burrasca di foglie arruffate. Già doveva esser tardi,
forse le undici di notte, non so. Dietro le finestre, nell'aria
splendidamente limpida, si vedevano bruciare le stelle. Un non so che di
selvaggio penetrava tra muro e muro; io non potevo star ferma; quel
rumore, quello splendore, si propagavano in me, dandomi una specie di
febbre.
Tutti nel Castello erano già coricati. Noi due sole, in quella nitida
sera di Marzo, rimanevamo ancora vicino al fuoco spento. Sui nostri
telai formava un bianco ricamo il colore delle stelle. Nei vasi erano
fiori odorosissimi, raccolti a fascio. Il vento saliva, scendeva, nel
camino spento, muovendo la cenere.
Odette era sprofondata in una grande poltrona scura; vedevo le sue
braccia nude fino al gomito, vedevo le sue belle caviglie, del tutto
scoverte, nelle calze di filo nero, che parevan d'argento. E la macchia
de' suoi capelli biondi, sul velluto scuro, sembrava quasi un vortice di
fumo.
Allora una péndola suonò. Io mi levai; ella pure. Salimmo le scale
insieme, con lentezza, fermándoci ogni tratto. Siccome l'elettricità si
era interrotta, coprivamo con le nostre mani aperte le fiamme delle
candele.
Giunte sopra, Odette mi guardò. Era estremamente pallida; le sue ciglia
d'oro le facevano battere fin contro le narici un lungo riflesso quasi
livido. La sua bocca non sorrideva come sempre; anzi aveva un non so che
di sciupato, come la bocca di chi voglia reprimere un intenso piacere,
un dolore acuto. Per non guardare lei, guardavo la candela gocciolante;
cercavo di non pensare ad altro che agli scrosci fragorosi del vento. La
fiammella si piegava, sfuggiva, guizzava, in rapidissimi fiocchi neri.
Ma io stessa mi sentivo come lei: pallida e con la bocca sciupata.
In fondo al corridoio, con fragore, una porta si spalancò.
Era il vento. Le due candele si spensero.
Il vento c'investì con impeto, quasi volesse attorcigliarsi ai nostri
fianchi, strappare via le gonne dalle nostre cinture.
Odette mi pose una mano sul braccio; disse, tra il vento:--«Spógliati.
Verrò da te; leggeremo un libro.»
Dall'invetriata ch'era nel fondo le stelle macchiavano il corridoio
d'una luce fredda e verde. Non risposi. La vidi andar via rapidamente.
Io restai qualche attimo ferma; il cuore mi batteva. Poi, siccome
sentivo le mie trecce sciogliersi, andai, camminando su le stelle, a
chiudere quella porta spalancata.
Entrai nella mia camera senz'accendere il lume. Nello splendore delle
due finestre si vedeva il parco arruffare nel vento le sue mille
criniere. Gli abeti si piegavano tutti da una parte come grandi vele
buie. Mi appoggiai con la fronte ai vetri, dai quali filtrava una lama
di vento, sottile. Guardai l'erba dei prati, che scorreva, come se la
traversassero in furia cento ruscelli. Sentivo il peso delle mie trecce
pesarmi fin su l'anima. Non ero più io, non conoscevo più me stessa, mi
sembrava di attendere un'anima straniera che stesse per entrare in me.
Il campanile, dal borgo invisibile, suonò l'ora. Mi parve di vedere
questi larghi rintocchi andarsene per l'aria infuriata come pesanti
mantelli gonfi di sonorità. Pensavo alla pallida fronte del diácono
Ralph, a' suoi bellissimi occhi freddi come l'argento...
Non era più nel borgo il diácono Ralph. Dov'era il diácono Ralph?...
Mi slacciai la gonna, mi slacciai la camicetta, mi tolsi le forcelle
dalle trecce, ad una ad una. Così facendo pensavo alle ragazze che sono
tranquille, che non hanno bisogno d'amore, che vanno a letto con un po'
di civetteria, ma senza mai sentirsi così male...
Avrei voluto essere come loro; addormentarmi anch'io, tranquilla, con le
due mani in croce sul petto, finchè tornasse, la mattina dopo, il
sole...
Non mi pettinai; non misi profumo nè cipria; non andai nemmeno a
guardarmi nello specchio. Indossai una leggera vestaglia, e per togliere
le scarpe, le calze, mi sedetti su l'orlo del letto. Io non pensavo
all'amore; pensavo terribilmente a lei, a me...
In quel momento entrò Odette.
Chiusi gli occhi; mi feriva in tutta la carne la gioia più grande, più
paurosa, che provai nella vita.
Poi cessò. Mi parve di essere morta. Rimasi lì, ferma, con la mano che
più non sapeva togliere la calza; una gamba scoverta la gola nuda...
Ella mi disse:--«Non sei ancora svestita?» E venne lì vicino, rovesciò
del tutto la calza, me la tolse dal piede. Svestita?... Sì, lo ero. E
perchè me lo domandava? Troppo lo ero; quasi non avevo su me che la mia
bellezza e la paura di me stessa. Nel chinarsi, anche la sua vestaglia
s'aperse. Mi sentii venire contro la faccia, negli occhi, nella bocca,
nel respiro, un intenso buon odore di cipria calda e profumata.
Ella tornò a dire:--«Non sei ancora svestita?» Lo disse con una voce
opaca, una voce sorda, pesante, esasperata, una voce che dissipava
l'ultimo indugio. Vedeva bene la mia gola rovesciata; vedeva bene che mi
restava solo da entrare sotto le coltri.
E mormorò:--«Córicati...»--Mi tolse la vestaglia, sollevò il lenzuolo,
mi appoggiò la bocca su la fronte, per aiutarmi col suo peso a cader
supina.
Poi mi coverse; radunò sul guanciale i miei capelli disordinati;
ravvolse la coltre, piano piano, intorno alla mia gola.
Faceva tutto ciò naturalmente, come una buona sorella, con le sue mani
troppo calde, col suo respiro troppo intenso, lasciando sbocciare dalla
vestaglia i seni malnascosti, che tremavano. I suoi magnifici capelli
biondi formavano un semplice nodo, una specie di voluminosa matassa, che
da un lato, mal rattenuta, le ingombrava tutta una spalla.
Io chiusi gli occhi. Non la volevo nemmeno guardare. Ma pensavo agli
occhi freddi come l'argento, alla faccia devastata e bella del diácono
Ralph...
Allora ella sedette su l'orlo del letto, piegata su me, reggendosi ad un
gomito che affondava nel guanciale. Non ricordo bene cosa disse... molte
parole, delle quali sentivo sopra tutto il fiato; il fiato caldo,
vicino, insistente, gonfio d'una specie di grido represso, che mi
toccava come tocca una mano, come un labbro bacia, come un amante si
dà...
E quella voce mi penetrava nelle vene, spossandomi, ravvolgendo con
insidiosa lentezza il mio corpo inebbriato; anzi non l'ascoltavo nemmeno
più: era una voce piena di gioia carnale, che si confondeva quasi al
rumore del vento, al colore bianco delle stelle, a tutto il piacere
infinito che stava per nascere in me...
A poco a poco, le parole che mi diceva--parole che non ricordo e non so
quali fossero--divenivan più pesanti, più sorde, cadevano su le mie
palpebre chiuse, baciavano la mia bocca umida, mentr'io sentivo, ed ella
pure sentiva, il mio grembo tutto tremante sollevarsi, pieno di
felicità...
Nell'urto che ci avvinse, cadde il libro di preghiere.
E il vento pregava per noi, cantando, nella notte scintillante:
«_Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé parmi
les pécheresses..._»
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Ma Egli andava coi poveri, co' gli umili, coi veri derelitti, e vestiva
il lino tessuto su' telai delle più misere filatrici, e beveva l'acqua
di carità nelle ciotole degli arsi cammellieri, e dormiva ne' roseti,
ne' palmeti, su l'erba ove nascosta germina la fragrante viola di Galil,
sicchè la sua bianca tunica sempre mandava odore di rugiada mattutina e
di erba selvatica.
E quest'Uomo ch'era il più povero fra tutti i poveri di Palestina,
passava davanti ai cancelli dei patrizi, e non volgeva lo sguardo;
passava davanti ai palazzi dei plutócrati superbi e dissoluti, passava
davanti ai teatri senza statue, dai frontoni dipinti, ove i mimi
imbellettati come cortigiane satireggiavano con scaltre adulazioni la
Romanità goffa e prepotente; passava davanti alle bacheche dei cambisti,
ove rilucevano le monete auree di tutto il Mediterraneo, passava davanti
alle mostre dei venditori di toghe e di clámidi, con l'insegna dipinta
di fresco in lettere latine per allettare il centurione dispendioso ed
ignorante, passava per i vicoli ambigui ove le belle prostitute di Siria
cantavano con voce flautata per allettare il danaroso viandante, passava
davanti ai collegi della dura sapienza giudaica, davanti alle
gioiellerie piene di gemme, ai fabbricatori di vassoi d'argento, agli
empori di tappeti mesopotamici, alle fabbriche di ánfore, ai fini
cesellatori di spade, ai librai che ostentavano edizioni alluminate di
pergamene elleniche, passava nell'empio cuore della città satanica,
alto, muto, e mai non volgeva lo sguardo.
In estate i bagni si gremivano; le bellissime donne di Giuda
corrompevano con un'occhiata la giustizia dei governatori latini,
carichi d'anelli e di collane trafugate nei saccheggi. Ogni tanto veniva
la notizia d'una lontana vittoria di Cesare; i banchieri ed i
commercianti s'impensierivano, pensando all'imminenza di nuovi balzelli.
Nelle affollate gelaterie, su tavolini di giunco flessibile, si
consumavano chiacchierando sciroppi e sorbetti simili a neve profumata,
che gli schiavi apprestavano entro scorze di lucenti melagrane;
sottovoce si deridevan le pessime abbigliature, i movimenti scomposti,
ma sopra tutto le grosse mani ed i piedi plebei che avevan le mogli de'
funzionari cesárei; si parlava di Roma come d'una immensa città
coloniale, piena di borghesi arricchiti e di despoti altrettanto
provvisori quanto balordi; chi poi diceva di venir da Roma e parlava
della sua magnificenza barbarica, era da tutti ascoltato, interrogato,
con una specie di curiosità sospettosa ed incredula.
Ogni tanto, per le strade ben pavimentate, passava a cavallo un giovine
patrizio di Giuda, ufficiale nella guardia romana, pallido ed effeminato
sotto l'alto elmo, che mal nascondeva in quelle fisionomie di decadenti
l'intima vergogna della irredimibile servitù. Quel parlar grave della
gente di Palestina metteva nell'aria un non so che di musicale, una
specie di ronzìo calmo e vasto, che pareva la nenia voluttuosa di un
popolo semidormente, la voce senza convinzione di anime passate al di
là.
Una bella stoffa, un prodigioso anello, una pettinatura insolita e
complicata, un motto di spirito, la notizia d'un fidanzamento, la
straordinaria ladreria di qualche beduino crudele, gli spettacoli dei
nuovi anfiteatri che si stavano aprendo, la questione dei precettori
stranieri che pervertivano gli adolescenti e quella dei linguacciuti
liberti che spadroneggiavano in tutte le case, il pericolo delle spie,
quasi tutte greche o levantine, cui non sfuggiva il minimo pretesto per
fare una denunzia o per tentare un ricatto, le prolusioni sapientissime
che i Dottori tenevan ne' cortili del Tempio, dinanzi ad immensi
uditorii fra i quali nessuno si dava la pena di capire un'acca,
l'imbarazzo del Procuratore, il quale non mancava di perdere il filo e
di arruffare scempiaggini tutte le volte che aveva da parlare in
pubblico, ma sopra tutto il colorito sanguigno e le poppe indecenti che
aveva la moglie di costui, plebea ricca di bitorzoli e scarsa di virtù,
la quale faceva commettere un numero infinito di sciocchezze al
rappresentante di Cesare, le canzoni esotiche venute in Palestina coi
navigatori o con gli schiavi d'altre terre, le satire nelle quali si
tradiva il terribile spirito ironico della razza giudaica:--tutto ciò
formava l'argomento de' discorsi consueti e pareva occupasse l'anima
superficialmente lieve di questa incatenata metropoli, più che l'epopea
mondiale degli eserciti romani o la distruzione lenta che Giuda subiva
sotto il regno del vile Tetrarca.
Ma Egli andava coi poveri, co' gli umili, con i buoni derelitti, e
dappertutto era dove la fedeltà inestirpabile dalla razza batteva nelle
vene del popolo, e dappertutto era dove il sogno dei mistici antichi
rinasceva nella disperata nostalgia della gente semitica, e dappertutto
era dove i piegati, i flagellati, i curvi sotto le ingiustizie del
mondo, i preclusi al paradiso terrestre sognavano l'appressarsi del
regno di Dio; e dappertutto era dove la scintilla d'un sogno folle
poteva incendiare, come un granaio ricolmo di biade aride, la infinita
miseria del terribile mondo.
E la sera, davanti ai casolari, Egli passava, con il suo viso di uomo
che abbia tutto pensato, e carezzava la tonda fronte ispida, il ricciuto
vello ebraico dei fanciullini ch'egli amava; e stando vicino ai pozzi,
quando l'ora imbruniva, quando il cigolar delle secchie portava in su
l'acqua buia come se fosse piena di stelle, parlava dolcemente con le
vecchie femmine ancor onuste di tarda maternità, con le spose dalle
guance vellutate, con le adolescenti non ancor possedute, parlava coi
duri artieri, con la plebaglia senza moneta, con i gaglioffi e con gli
agguantatori che le guardie tenevano d'occhio, e parlava per tutti
ugualmente, nella maniera più dolce che mai s'era udita, lasciando un
lembo di sè stesso in chiunque parlava con lui.
Sicchè un giorno cominciarono con dire:--Questi è l'uomo che or venne da
poco annunziando il Battista; il re di tutti i miserabili, che avrà per
corona il serto di spini, per scettro il chiodo infitto nella mano.»