Dopo lungo andare, mi accorsi che avevamo sbagliato strada. Un signore

molto grasso, molto amabile, in cappello panama, con un grande ombrello

di cotone grezzo, interrogato da noi, ci spiegò cortesemente che il

ristorante _Antiguo_ si trovava in tutt'altra _calle_, poco lontano

dall'albergo de Vizcaya. Per maggior chiarezza, questo eccellente uomo

chiuse l'enorme ombrello di cotone grezzo e tracciò il disegno

dell'itinerario nella sabbia del viale.

--Muchas gratias, caballero!

--Obligado, señor!

Questa volta infatti non sbagliammo. Il ristorante _Antiguo_ puzzava

d'olio fritto e di _puros peninsulares_, micidiali sigari del Regio

Monopolio. Nondimeno ci furon serviti ottimi _ordubres_, con

_langostinos y jamón en dulce_; poi, per terrore della _manteca_ di

Biscaglia, comandammo _huevos pasados por agua_, nome complicatissimo

delle semplici uova à la coque, ed un rosso _biftec á la parilla_, che

fece onore all'onesto animale dal quale proveniva.

I clienti del ristorante _Antiguo_ stavan ora giocando a carte con mazzi

assolutamente lerci, oppure intrecciavano da un tavolino all'altro

conversazioni politiche molto rumorose. Vecchi scapoli, dalla fisionomia

di pretori urbani, pensionati governativi, ex-ufficiali od

amministratori di qualche Lotteria, lasciando cadere nel piattino della

chicchera di caffè la bianca cenere d'un magro Habano, leggevano con

accigliata e scrupolosa pazienza i loro grandi _periodicos_, trovando

chissà mai quali sbalorditive notizie nella prosa declamatoria di quei

giornali di provincia.

Una matrona forse cinquantenne, rotonda e prepotente come una tinozza,

era seduta quasi dirimpetto alla nostra tavola, e, non saprei per quali

meriti singolari, tanto la clientela come il proprietario del ristorante

_Antiguo_ le andavano prodigando continui segni di rispetto.

Con la sua mole rubiconda ella opprimeva un minuscolo marito, grigio e

piatto come una vecchia sardella, il quale, certo naufragando nella sua

pinguedine, le aveva pur dato il legittimo orgoglio di tre orribili

maschi e d'una bella bambina. Questa era seduta vicino a lei, e per

mancanza d'un seggiolone riusciva di ben poco a superare l'altezza della

tovaglia. Invece i tre maschi le stavano di fronte, mentre il generatore

di tanta fecondità, seduto a capotavola, ogni tanto sogguardava con

occhi timidi la sua gloriosa e tremenda metà, che in questo caso avrebbe

dovuto chiamarsi per lo meno il suo doppio. Doña Elvira--(questo era il

nome che udivo da tutti pronunziare con ossequio)--si lamentava delle

pietanze, delle saliere, delle oliere, del pane, del vino, della senape,

della tovaglia, del servizio, del marito, de' figli, del Regno di Spagna

e della città di Bilbao. I camerieri, un po' altezzosi con tutti, per

lei sgambettavano pieni di premura, visibilmente felici di poterla

servire. Supposi perfino che fosse la moglie del serenissimo Alcalde, e

lui, quell'omiciattolo angusto, con le sue fedine grige, l'Alcalde in

persona. Ecco le vere curiosità, cui si ripensa magari dieci anni dopo.

Chi era mai quella terribile Doña Elvira, con il suo vecchio abito di

raso nero, la sua triplice collana di corallo ed i suoi larghi anelli

d'ametista?... Mi ricordo che fece anche abbassare le tende, perchè il

riverbero del selciato le dava noia.

I suoi occhi porcini, rigonfi e maliziosi, ogni tanto sbirciavano

Madlen, e la sua bocca un po' simile ad un guscio di lumaca non sapeva

nascondere un sorriso di riprovazione. Fosse la moglie dell'Alcalde, o

la padrona di cinquanta zattere sul fiume, certo era la vecchia Spagna

cattolicissima, che guardava con diffidenza e con rancore la forestiera

che si dipinge gli occhi e non porta l'abito di raso nero. Dopo essersi

empita la bocca d'un copioso boccone, apriva il suo ventaglio d'ebano e

ruminava con lenta ingordigia, rinfrescandosi le gote.

Doña Elvira, quando penso che anche voi, nelle vostre lontane primavere,

vi sentiste battere il cuore all'uscir di messa, con la mantiglia in

capo, sotto la profumata ombra, nel Paseo del Arenal!...

Madlen voleva ora che andassimo ad una corrida. Per soddisfarla

consultai un _periodico_; ma purtroppo in quel mese a Bilbao non si

toreava.

--Alors donnez-moi une cigarette,--disse Madlen.

Avevo una certa paura della potentissima Doña Elvira; nondimeno gliela

diedi, e per meglio irritare la forse-moglie dell'Alcalde, l'accesi fra

le mie stesse labbra, onde risparmiare a Madlen una oziosa fatica.

Doña Elvira guatò la bella forestiera, che stringeva tra le sue labbra

dipinte il sottile bocchino d'oro, e vidi gonfiarsi per lo sdegno la sua

faccia vendicativa. Non so cosa disse, ma qualcosa tuttavia che fece di

colpo volgere i tre maschiacci, figli dell'Alcalde. Osservarono Madlen

con insolenza ed anzi le risero in faccia come tre veri babbei.

Madlen, impassibile, mandò fuori una larga boccata di fumo, poi disse,

con voce molto calma.

--Oh, les chameaux!...

Essi, purtroppo, non compresero; però si rivolsero alla possente

genitrice, per assaporare le delizie di una larga torta istoriata con

arabeschi d'amarene.

In quel frattempo scoversi nel _periodico_ l'annunzio d'un _Circo de

gallos_, titolo stampato in carattere minuto sotto i resoconti ed il

programma d'un _Fronton de pelota_.

Ne feci parte a Madlen, che súbito arse dal desiderio di veder

combattere i galli. Io le spiegai ch'era questo un laido e barbaro

spettacolo, nè valeva la pena di perdere una così bella giornata per

veder due poveri animali spennarsi ed uccidersi a colpi di sperone. Ma

non fu possibile toglierle dal capo questa idea, benchè l'onesto

_camarero_ ci avvertisse che il così detto _Circo de Gallos_ era un

pessimo luogo e mal frequentato, indegno a parer suo di _tam

distinguidos huespetes_. Ed inoltre lo spettacolo non cominciava che

verso le quattro.

«Buon uomo, per la tua cortesia posso darti una mancia ragguardevole; ma

non sperare di convincere con buone ragioni questa curiosa e capricciosa

donna, che verso le quattro dovrò condurre in ogni modo a veder

combattere i galli.»

Nel frattempo feci venire un _coche_ e scarrozzammo traverso Bilbao.

Passato il Nervión sul ponte Isabella, scendemmo per il lunghissimo

rettilineo della Grande via Lopez de Haro, dove ammirammo anche la

statua di questo eccellente Signore della Biscaglia, il quale, non

saprei con esattezza quanti secoli fa, si prese la briga di mettere al

mondo Bilbao.

Qualche palazzo e qualche chiesa; chiari negozi aperti su marciapiedi

affollati; altre piazze; altre statue--infine un bel giardino.

«E voi, Madlen, non guardate la splendente Bilbao?»

No, ella guardava in alto, per l'aria colore d'autunno, verso le

grondaie che brillavano come fosser d'oro; guardava alle serene finestre

delle case più antiche, ove, ogni tanto, qualche treccia nerissima

balenava in un raggio di sole. Il suo sguardo sarcastico e freddo radeva

con una specie di antipatia que' marciapiedi popolosi, quella gente

verbosa e pigra, che forse non arriverebbe mai a concepire la strada

come un semplice luogo di transito, bensì come un ciarliero ed ozioso

ritrovo, al quale si affacciano, e ridono dietro vasi di erba cedrina,

le fanciulle nascoste nell'ombra del _mirador_, e dove sboccano i

pettegolezzi del _patio_, dove si guardano le belle donne, dove si

fumano le migliori sigarette, sparlando a voce bassa della gente che

s'incontra per via.

Ma forse a quell'ora Madlen sentiva la profonda nostalgia d'un mazzo di

«trente et quarante». Le aiuole del Jardin Publico, gli alberi

dell'Alameda de Mazarredo, non valevano per lei certamente la voce

nasale del mazziere, che annunziava brandendo il restello: _Incarnado

gaña y la color..._»

Tornammo a passare il Nervión, e, salendo al passo per vie scoscese, il

vetturino ci condusse all'alta basilica di Begoña, costrutta sovra un

poggio dal quale si scopre in tutta la sua vastità Bilbao, divisa nel

mezzo dal largo nastro della sua riviera.

Immensi e pesanti barconi opprimevano il fiume lampeggiante; qualche

officina scagliava nel cielo i suoi cirri di fumo voluminoso; la città

ricca e superba diveniva da quell'altura un paziente gioco di

rettangoli, una ingloriosa costruzione dell'ingegneria moderna, con

dedali di rotaie ne' pavimenti d'asfalto levigato e piazze elittiche o

rettangolari tra uniformi case di cemento armato. Aveva ragione

Madlen:--la cosa più bella, più nuova, era tuttavia quel lentissimo

fiume.

Per contemplare lo spettacolo di Bilbao, Madlen si era poggiata sul

muricciuolo del recinto e guardava nel grande spazio come da un balcone

soleggiato.

Allora d'un tratto io le diedi un bacio, un leggero bacio su la tempia,

tra il velluto fulvo de' suoi capelli nascenti. Non avevamo parlato

d'amore, non eravamo forse più nell'amore; questo bacio improvviso ci

avvinse.

«Madlen, quel che può esser musica nella storia d'un uomo e d'una donna,

certo non è amarsi, non è possedersi, non è quel fatto volgarissimo che

perfino i geometri e le dattilografe osano chiamar l'amore. No, in

questi nostri linguaggi mediterranei, dove si sente la violenza ed il

colore della terra calda, le parole che definiscono questa passione

sembrano per noi troppo accese di plebea concupiscenza, e non ora,

Madlen, nè mai--come diceste una sera--potranno convenire al caso

nostro. Invece voi lo definite così bene, così dolcemente, nel vostro

idioma nordico: «_To be in love_, essere nell'amore.»

Nell'amore come in un profumo: così ero io con voi; nell'amore come in

una musica, nell'amore come nel miracolo di un torbido paradiso

artificiale: così ero io con voi.

Nel mio paese, Madlen, questa piccola grande cosa porta il nome di un

verbo riflessivo, che involontariamente fa pensare al triste lezzo

dell'amore democratico: «Innamorarsi.» Oh, non sentite voi come questo

verbo sentimentale e proletario somigli terribilmente a quelle cartoline

illustrate ove sono dipinte viole del pensiero?

Ma noi, Madlen,--voi ed io, Madlen,--certo non possiamo abbandonarci a

questa grave ineleganza. In verità siamo troppo scettici, troppo

raffinati, per rassegnarci a far naufragio in questo melodrammatico

luogo comune, che dalle Canzoni del Petrarca fino al libretto del

Trovatore ingombra tutta la storia della sentimentalità universale.

Quella passione che si trova per solito ne' romanzi--e particolarmente

ne' romanzi d'autore italiano--è peccato, ma non fa per noi. Se

dovessimo intrecciare un dialogo a parolette sospirose, con frasi

dolciastre come il rosolio ed appassite come lo zibibbo, chiamandoci ad

esempio: «Anima mia... unica mia... tutto mio bene... vita della mia

vita...» credo che voi ed io, Madlen, avremmo financo paura delle nostre

ben educate ombre.

E cosa ne dite voi di quella mezzana insopportabile che i letterati

moderni usano chiamar Psicologia? Vi siete mai accorta, Madlen, di

possedere, fra l'altre seccature, anche una Psicologia? Come ben sapete,

non v'è libro moderno di qualche levatura il quale non ne sia, fin ne'

punti e nelle virgole, tutto pieno e zeppo. Anzi--dicono i sapienti--non

v'è letteratura senza Psicologia. Per ben rappresentare l'anima,

poniamo, d'un callista, bisogna saper essere, al giorno d'oggi, profondi

psicologi. Dunque vuol dire che, dell'universale malanno, anche noi,

figli del secolo, dobbiamo posseder quella parte ch'è di ragione; ma il

buon senso ed il natural pudore ci vietano di farne, come il secolo

vorrebbe, ad ogni piè sospinto esibizione. Anzi è la sola nudità vostra,

Madlen, che io non brami conoscere, fra tutte l'altre che invece mi

tentano.

E con voi non sento affatto il bisogno di adoperare que' due avverbi

terribili e sfiducianti, che nell'amore adempiono all'ufficio dei

gendarmi di Offenbach; poichè l'amore dei borghesi, voi sapete, è tutto

quanto un rosario di «sempre» e di «mai».

No, Madlen, io non desidero affatto ingommarmi su la vostra libera vita

come un pezzo di antisettico taffetà, e guai se mi diceste ad esempio

che provate il mostruoso bisogno di appartenermi per tutta la vita...

No; io sono con voi nell'amore, voi siete con me nell'amore: questa è la

cosa più gentile che possa nascere fra due persone di buoni costumi, di

elevati sensi e di fina educazione.

La storia che noi cominciamo, non si chiuderà tragicamente con due colpi

di rivoltella; eviteremo nel modo più risoluto il dramma classico del

vetriolo, e per quanto la fisiologia moderna vada scoprendo in ogni

segno del carattere qualche prova dell'atavismo, non c'è in noi, questo

è ben certo, alcuna tendenza al suicidio ereditario. Siamo due caratteri

calmi, due persone prive di ogni drammaticità, che non amano mischiare

nelle proprie vicende amorose i ferri del chirurgo nè gli articoli del

Codice Penale. Non siete anche voi del mio parere, Madlen?

Questi lacrimevoli eccessi plebei appartengono al verbo «innamorarsi»;

mentre non tentano affatto chi semplicemente vuol «essere nell'amore».

Taluno dirà che non siamo personaggi da romanzo; ed è vero,

innegabilmente vero. A noi mancano tutte quelle passioni che dànno da

vivere all'armaiolo ed al farmacista. Noi, grazie al cielo, non abbiamo

istinti sanguinari. Se per caso vi prendesse la tentazione di essermi,

ancor prima del possesso, infedele, certo mi guarderei bene

dall'immergere le mie dure dita nella vostra dolcissima gola, bollandovi

con il letterario epiteto di «sgualdrina», come si usa nei romanzi

eleganti e nelle commedie che appassionano i teatri della buona società.

Ma invece vi manderei all'albergo un grande mazzo di fiori da vetrina,

magari di bianche violette oppure di costose orchidee, poi, come fece

l'amico vostro Lord Pepe, anch'io salirei leggermente su l'ultimo treno

della sera, benchè--ve lo confesso, Madlen--con l'anima tutta ravvolta

in un velo di sottile malinconia.

Poichè--vi ho detto--non sono innamorato di voi come un ricevitore delle

imposte, ma sono invece con voi deliziosamente nell'amore.

Sì, deliziosamente. Ora che tutti son lontani, ed una città sconosciuta

stringe il nostro amore solitario, mi sembra che sia per cominciare la

musica di una vera poesia. Senza davvero amarvi, sono con voi

nell'amore. Provo con voi quella sensazione che sta intorno all'amore

come il paralume sta intorno alla lampada. Con voi cammino su l'orlo di

un pericolo che può da un momento all'altro cessare, di una gioia che

può da un momento all'altro spegnersi; anzi, tutto questo è più

complicato ancora: sto con voi su l'orlo di una voluttà che non desidera

continuare nè finire.

I romanzi... oh, i romanzi!... che noia dover leggerli sino alla fine!

Per uno veramente bello, ve ne son diecimila scritti, ahimè, da uomini

che non sono stati mai nell'amore.

Noi certo nulla faremo, nulla diremo, di quello che si legge nei romanzi

d'amore. È tardi per poter credere a queste piccole vecchie storie,

davvero noiosissime. Nel ventesimo secolo, è di gran lunga troppo tardi.

Per solito, quando una verità entra nei libri, vuol dire che esce dalla

vita. Quel melodrammatico amore, del quale con poca varietà e con molti

errori di buon senso, talora di stile, ci intrattengono i romanzatori

moderni, se mai ebbe luogo tra l'uomo e la donna, certo al giorno d'oggi

è passato di moda. Non c'è più nessuno che prenda sul serio Paolo e

Francesca, Paolo e Virginia, Renzo e Lucia. Non saprei dire quando mai

gli egregi letterati provvederanno a riformare la lor arte; ma, grazie

al cielo, gli uomini e le donne dei tempi nostri hanno già provveduto,

per quanto li concerne, ad intendere l'amore con una certa modernità.

Madlen Green, ellenica etera del ventesimo secolo, io non so bene come

finirà la nostra piccola storia; nondimeno voi m'avete insegnato a

comprendere quanta soavità racchiude, nel vostro idioma nordico, la

dolce frase indimenticabile:--«_to be in love_, essere nell'amore...»

----

Il luogo dove andammo per assistere al combattimento dei galli era in

tutto simile ad una malvagia baracca da fiera. Tra la gente che

assiepava il piccolo recinto si vedevano facce veramente patibolari.

Durammo grande fatica a scoprire un angolo dove il contatto plebeo fosse

meno stringente. Credetti opportuno mettere in una mia tasca la pesante

borsetta d'oro che Madlen portava. Non scorderò così presto il ceffo

d'un venditore di dolciumi, tutto butterato dal vaiuolo e rôso da un

principio di lupus, il quale alzava davanti a noi un suo largo piatto di

zinco, dov'erano pezzi di torrone, frutti canditi e semi di zucca

salati. Gli gettai qualche moneta perchè se n'andasse.

Qua e là, per l'emiciclo, soffocati tra la folla, gli scommettitori

agitavano i cappelli gridando parole inafferrabili. Una pedana

circolare, chiusa intorno da una rete di fil di ferro, stava nel mezzo

del Circo, ed un vecchio la scopava, rasciugando chiazze di sangue,

raccogliendo ciuffi di penne. Un banditore, presso l'entrata della

gabbia, urlava come un indemoniato. Alcune ragazze del popolo, insieme

con giovinastri dal viso bello e temibile, pareva lo dileggiassero.

Ciascuna portava nei capelli un nastro di colore. Le aride lor braccia

scure, nude fino al gomito, avevano ai polsi braccialetti d'argento.

Sotto la stoffa tenue delle camicette variopinte si vedevano i lor seni

erti oscillare come robusti grappoli.

Qua e là una mantiglia nera. Gli «aficionados», in calzoni di tela

bianca e giacca d'alpagà, contavano e scommettevano danaro, tra il fumo

delle aspre sigarette. Si giuocava su la vittoria dell'uno o dell'altro

competitore, sul numero degli attacchi portati o respinti, su le offese

di becco, sui colpi di sprone, su le ferite mortali e su la durata

cronometrica delle agonìe.

V'era una bilancia, su la quale pesarono dapprima uno stupendo gallo,

irsuto e ricciuto, che si dibatteva urlando, nell'impazienza di

combattere. Il suo pennaggio era nero e luccicante, con riflessi verdi;

aveva una piccola cresta, ritta, scarlatta; una sottilissima lingua

scura tra il becco ricurvo e crudelissimo. Lo sprone d'acciaio luccicava

come un terribile pugnaletto.

Indi pesarono il suo competitore. Più snello, più alto, irto e

scarmigliato, con occhi rossastri nel pennaggio fulvo, qua e là

spiumato, con il ventaglio della coda mozza per metà, si scuoteva

sbattendo il bargiglio, gonfiando le ali, arrotando il becco sul piatto

della bilancia, mentre, nel suo pelo tutto a brandelli, ancor

rosseggiavano le cicatrici di numerosi combattimenti.

Quest'ultimo era, per quanto potei comprendere, il favorito del

pubblico; da ogni parte udivo gridare:

--Blas! Blas! Blas!

E questo grido si ripeteva continuamente, intorno alla gabbia, sui

gradini e fra le scranne della baracca, mentre gli scommettitori

agitavano i cappelli ripieni di monete. Blas era il nome di questo

glorioso gallo; Inglés il nome del suo competitore,--come poi seppi da

un vicino compiacente.

Infine il banditore diede un lungo ed acutissimo fischio, dopo di che i

due furiosi avversari furono scagliati nella gabbia, ove piombarono

quasi di volo. Per un istante, abbassate le ali, spazzarono il

pavimento; poi s'azzuffarono. Si presero per il becco, ed incominciarono

a roteare come intorno ad un perno. D'improvviso Blas dette all'altro

una beccata che gli spennò il cranio; Inglés rispose con una speronata

che fece volare in aria qualche penna. Un filo di sangue fresco rigò

l'assito; gli scommettitori ed i puntatori si misero a fare un baccano

indiavolato, a urtarsi, a dimenarsi, cosicchè pareva di assistere al

principio d'una rissa della malavita.

Blas era ferito leggermente; lasciava pendere un'ala e si piegava su le

zampe, tuffando nel filo di sangue il ventaglio della sua coda mozza.

Allora tosto Inglés gli balzò addosso, e cominciò a beccare, a

speronare, ad infierire su l'avversario con tanto accanimento, che già

credevo di veder Blas soccombere. Ma egli si proteggeva aprendo le ali,

torcendo il collo, sicchè, d'un tratto, vidi una zampa d'Inglés presa

nel becco del suo fulvo avversario, che dovette abbandonarlo e

retrocedere per liberarsi da quella crudele morsura.

Vi riuscì. Tutti i partigiani di Inglés proruppero in alti clamori; gli

altri a lor volta rispondevano con fiere invettive, con lazzi e gesti

osceni. Più accanite fra tutti parevano quelle ragazze del popolo, in

trecce, con sottanelle nere, che si mettevan braccio sotto braccio e

scuotevano con irritata celerità i loro piccoli ventagli variopinti, su

le camicette procaci, adorne d'un fiore di camelia. Pareva che da un

istante all'altro qualche lama di pugnale dovesse brillare tra quelle

facce sinistre. Ma il peggio era quando alcuno tra il pubblico si alzava

diritto, in guisa da impedire la vista a chi gli stava dietro le spalle.

Allora tutto un gergo vituperevole di orrende contumelie scoppiava tra i

mucchi di scranne accatastate sui ripiani della baracca; facce pallide

si voltavano per rispondere all'ingiuria ed il vociferìo continuava, sin

quando gli altri pure s'alzavano, e tutto il pubblico era in piedi, su

l'assito scricchiolante.

Era in piedi, e si curvava con frenesìa verso la gabbia circolare,

sparsa di penne, di sangue, di polvere.

Nulla è paragonabile, fra uomo ed uomo, fra bestia e bestia, al

coraggio, al furore, all'implacabilità di due galli che stanno di fronte

per togliersi la vita. Nè i circhi di pugilismo nè quelli di tauromachìa

nè alcun altro spettacolo di umana barbarie, di umana sanguinarietà,

nemmeno le partite di coltello cui usan cimentarsi alcune consorterìe

negre del Nord-America, può dare una visione di efferatezza e di odio

che superi questi mortali assalti fra due galli da combattimento. È una

vita che vuol prendere il cuore d'un'altra vita, e resisterà combattendo

fino all'ultimo respiro, pur d'infliggere all'avversario la beccata che

lo soffochi, la speronata che l'uccida. Son due formidabili organismi

fatti nascere per dare la morte; non sentono il dolore, non le ferite,

nessuno strazio, nessuna mutilazione. Pare che il sangue li acciechi, li

renda inaccessibili al dolore, sia l'unico ed ultimo senso di tutto ciò

che per essi vuol dire il mondo. Seguiterebbero a colpire anche dopo

aver data la morte, così profonda è la voluttà che provan nello spegnere

un cuore, nel tormentare un'agonìa. Il coraggio de' nostri eroi più

sanguinari è cosa ridicola davanti a questo furore implacabile.

Ne ho veduti ch'erano già trafitti, e combattevano, già dilaniati, e

combattevano, già percossi a morte più volte, acciecati, sgozzati, con

il cranio aperto, i tendini mozzi, orribili fasci di spasimo e d'agonìa,

ma che nel freddo sperone d'acciaio radunavano con insania l'ultimo

calore della vita, e ferocemente combattevano.

Questo è ciò che davvero si chiama uccidere; il resto, in confronto, può

sembrare una parodia.

Da secoli, coltivando la loro generazione come quella di perfetti

assassini, questi animali furono educati ad odiare il proprio simile,

anzi a volerlo spegnere; il loro corpo non conta, il proprio dolore non

c'è: nel becco robusto, nel sottile sprone d'acciaio, è tutta l'anima

sanguinaria di questi animali da combattimento. Son nati per immergersi

nel rantolo d'un'altra vita; ciò che amano è trafiggere:--sono crudeli

quasi più dell'uomo.

Ed ora tutta la gente urlava di nuovo:--Blas! Blas! Blas!... Questo

vecchio e prodigioso omicida pareva che intendesse il proprio nome,

s'inebbriasse di quegli urli selvaggi. Aveva confitto lo sprone due

volte nel corpo d'Inglés; questi perdeva sangue a flotti e combattendo

inciampava in un'ala stroncata. Ma vedendo gli occhi rossastri di quei

due piccoli animali, noi, robusti uomini, si aveva paura. Paura di

vederli com'erano: chiazzati, scarlatti, quasi fosforescenti, aizzati

ancor più dal proprio dolore, dal proprio sangue, dalla gioia feroce di

quel mortale combattimento. Le lor penne lacere, contorte,

impiastricciate di sangue, nascondevan brandelli di carne ed orrende

ferite. Ormai non era più possibile, almeno per un profano, intendere

quel che accadeva, ossia valutare le fasi del combattimento: era un

viluppo mostruoso di due bestie mutilate, che inciampavano, cadevano, si

scavalcavano, la prima soggiacente, poi l'altra vittoriosa, poi questa e

quella di nuovo sopraffatta; due becchi rossi di sangue, un turbinìo di

penne, le creste a brandelli, e tutto ciò frammezzo ad una cloaca di

gente che urlava, ridendo, battendo le mani, scagliando improperi,

contando monete, premendosi, eccitandosi, nell'infuriata gioia di veder

scorrere il sangue.

Poi, d'improvviso--e non so bene come ciò accadde,--io vidi lo sprone

d'Inglés, vidi chiaramente lo sprone d'Inglés, immergersi nel collo di

Blas, rimanervi confitto, anzi per qualche passo trascinare l'animale

sgozzato, che cadde, sbattendo furiosamente il capo su la pedana, mentre

invano cercava di liberarsi dallo sperone dell'avversario che lo teneva

prigioniero.

Inglés gli fu sopra con l'altra zampa, e cominciò a beccarlo con tanta

furia che gli tolse completamente gli occhi, gli rosicchiò fino all'osso

il rimasuglio di cresta, mentre lo sperone dilaniava la ferita e l'altra

zampa teneva la strozza di Blas come un ferocissimo artiglio.

Tuttavia Blas, cieco d'entrambi gli occhi, de' quali non v'era più

traccia, riuscì a liberarsi da quella stretta ed a rizzarsi ancora,

spaventosamente.

Mai, per quanto io viva, potrò dimenticare quella insanguinata sembianza

d'animale, che brancolava cercando la luce, non per vivere, ma tuttavia

per uccidere. Dalla sgozzatura gli pendeva una specie di borsa flaccida,

gonfia di sangue, che a poco a poco diveniva più voluminosa, più

pesante, più irremediabile. Ad ogni passo egli cadeva giù, incespicando,

come un uomo cui manchino i ginocchi, e doveva mordere il pavimento per

riuscire a sollevarsi.

--Blas es hecho! Blas è ucciso!--gridava, con orrende bestemmie o con

forsennati applausi tutto il pubblico della baracca infernale,

secondochè avevan scommesso per la sua vittoria o per la sua morte in

combattimento.

Anche l'altro gallo era quasi cieco, a metà spennato, e saltava su le

zampe trafitte, che sembravan due moncherini sanguinolenti. Ora, per

incontrarsi e mordersi tra quel velo di sangue, dovevano entrambi

cercarsi lungamente, cosicchè andavano alla cieca, brancolavano,

starnazzavano qua e là, come anitre su le ali infrante. Ma non appena

s'accorgevan d'essere a contatto, la furia d'entrambi e quella dei loro

partigiani così fortemente aizzavan la lor vita esausta, che l'uno

all'altro s'avvinghiavano, si tenevan disperatamente, quasi tentassero

con una presa d'artigli di supplire alla vista perduta.

Ma ora Blas moriva. Blas il vittorioso, Blas l'omicida, il gallo fulvo,

pieno di cicatrici, Blas l'intrepido, Blas l'incoricabile, ormai cadeva,

rantolava, non poteva più reggersi... ancora un passo, due passi,

l'ultima beccata, l'ultima speronata nel vuoto, e la vescica di sangue

si gonfiava, pesava troppo, lo trascinava giù... Blas moriva.

E cadde. Aperse le ali monche, si piegò da un lato, giacque. Inglés lo

andava cercando. S'intese un fischio. Le popolane ridevano. I loro

ventagli, i loro braccialetti, le belle camelie che avevan nella

cintura, le lor trecce così ben pettinate, i lor occhi neri, pieni di

limpida crudeltà, tutto si muoveva, si agitava, sollevava una specie di

sanguinario palpito intorno a quella formidabile agonìa.

Inglés cercava l'avversario morente. Torcendo il collo implume per

vedere ancora un po' di luce, lo andava dappertutto cercando a piccoli

salti, qua e là, frammezzo alle penne recise, alle pozze di sangue,

perdendo la direzione, come un ubbriaco. Finalmente lo trovò. Blas

agonizzava sul pavimento. La vescica di sangue era divenuta enorme; la

zampa armata di sprone ogni tanto sferrava un colpo nel vuoto. L'ala

infranta gli si era piegata sotto, come un tabarro lacero. E c'eran

uomini tutt'intorno alla gabbia, con l'orologio alla mano, che contavan

gli attimi della sua agonìa. Ciò voleva dire denaro, molto denaro...

Si udiva contare:--Venti seis... trenta y dos... quarenta y ocho...

Le popolane ridevano. Il venditore di dolciumi, con il suo ceffo

butterato dal vaiolo, rôso da un principio di lupus, ricominciò a

camminare tra la gente, alzando il suo largo piatto di zinco dov'erano

pezzi di torrone, frutti canditi, semi di zucca salati.

Ogni tanto si fermava, per numerare anch'egli, ad alta voce, i minuti ed

i secondi dell'agonìa:--Uno y tres... uno y medio... uno y trenta

seis...

Blas era morto.

Ciò voleva dire denaro, molto denaro...

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Una notte all'Hôtel de Vizcaya.

Doveva essere la nostra notte d'amore. Finalmente nulla più ci divideva

dal necessario epilogo d'ogni storia d'amore. Un uscio. Un uscio chiuso

con la sola maniglia, fra due camere quasi uguali. Pompon dormiva nella

sua cuccia di raso celeste. La miss-cameriera, dopo avere lungamente

preparata Madlen a questo rito nuziale, indugiava ora nella stanza,

riordinando le biancherie, vuotando l'acqua dai catini, e parlava, e

camminava con leggerezza;--finalmente uscì.

La finestra della mia camera dava sopra un balcone; m'ero affacciato

verso la Plaza Nueva. Nel chiaro di luna poche ombre si dileguavano per

le vie deserte; la vettura dell'albergo arrivò, carica di bagagli. Scese

un pastore anglicano, con sua moglie, con sua figlia, con l'istitutrice

di sua figlia, col cane dell'istitutrice di sua figlia; scese un

vecchio; scese un ufficiale.

Nessun vento muoveva il nastro di fumo della mia sigaretta. Pensavo a me

stesso con un poco di commiserazione. Madlen?... Chi era Madlen?... Una

donna che fra poco sarebbe mia. Seppellirei tra le sue braccia bianche

la stanchezza di un desiderio troppo a lungo inesaudito; soffocherei

nelle sue trecce calde, nel profumo della sua carne fino allora vietata,

il sogno che le dava bellezza e mi dava tormento; conoscerei quel

piccolo grido che i poeti chiamano amore.

Io non sono un poeta; ecco, non sono un poeta. La poesia, quando sta per

avvenire, mi esaspera e mi stanca. Di ogni desiderio bisogna

impadronirsi repentinamente; bisogna godere, possedere, quando il cuore

batte. Se un uomo ragiona, si accorge che ogni ragionamento conduce alla

fine di esso, alla inevitabile sua distruzione. Guai ad esaminare da

presso ciò che desideriamo. Quel che più ci tormenta è sempre una povera

cosa, una bellezza vuota e monotona, leggera e dimenticabile.

Solo i poveri di spirito hanno desiderî tenaci, apprezzano la durabilità

e si appendono al proprio cuore come ad una forca. Ma chi possiede

immaginazione, chi può e vuole rinnovare sè stesso, ha sempre il logico

timore che un sogno si disperda in cenere quand'esso diviene realtà.

Il bello nella vita è giungere al limitare di tutte le gioie; non

varcarle, non possederle, non immergere in esse la nostra fugace anima.

C'è una parola che mi sembra definisca tutte le bellezze; questa parola

è: «altrove». Sì, la vera bellezza--il vero sogno--è sempre altrove.

Questa notte all'hôtel de Vizcaya chiuderà la storia mediocre d'un uomo

e d'una donna, ravvolgerà sotto una leggera coltre il peso d'infinite

illusioni.

Guardo le case di Bilbao. Splendono. Dormono. Son case mediocri, ove

regna l'abitudine. Anche in esse, come dappertutto, un uomo ha sposata

una donna; dalla consuetudine de' loro amplessi è nato, com'era

prevedibile, un figlio. Questo figlio è capriccioso, ingrato, ingordo.

Il triste odore della cucina pesa nei loro grevi appartamenti; ogni

sera, prima di addormentarsi, contano il denaro guadagnato; lo

porteranno alla Cassa di Risparmio; diventeranno vecchi e devoti; per

entrare nella grazia di Gesù inviteranno a cena, la domenica sera, il

prevosto che maledissero...

Buona gente, perchè siete venuti al mondo? Cos'è per voi la fiamma di

questa meravigliosa vita?... Qui, come altrove, il terreno vale un

prezzo. Vi cresceva l'erba; ora vi sorgono case. Da una, divenner

diecimila e formarono questo grande alveare umano che si chiama città.

Fra muro e muro avvengono cose le quali sembrano importanti; ma nessuno

si accorge che tutta questa fatica, tutto questo rumore, finisce

miserabilmente in un piccolo immondezzaio sotterraneo:--il cimitero.

Sono passato per mille strade, ho veduto le piazze di mille città, ho

inteso parlare tutti i linguaggi, sono entrato nelle case umili, nelle

case lucenti, ho mangiato il pane che si cuoce con tutte le farine, sono

andato in cerca di qualcosa che potesse dare veramente un senso alla

vita... ma tuttavia dovrò cercare più lontano, camminare più

lontano:--il senso della vita è altrove.

Queste sono le case di Bilbao. Brillano. Dormono. È tardi. Una bella

notte passa. Ma io chi sono? Io che faccio? Dove mai sarà la piccola

fossa definitiva, il metro quadrato sotterraneo, che fra pochi anni

racchiuderà me stesso, il mio cuore spento, il mantello di carne che

porto, e con me, per me, l'infinito cerchio dell'universo nella

irrevocabile ombra?...

Credete voi davvero nelle favole dei taumaturgi che vi promettono il

paradiso?

Davvero voi credete ne' paradisi?

Cominciamo a parlare seriamente, uomini! Tutte queste favole sono

vecchie, vecchie, decrepite...

Sì, Madlen, voi avete una bella vestaglia, e siete veramente profumata

come il calore di questa notte d'autunno. Le vostre calme braccia sono

quasi nude. Guardando voi, penso che vi sono due maniere d'intendere la

vita. Sempre due maniere. L'uomo non dovrebbe chiedere alla vita più di

quanto essa gli offre. Dovrebbe godere la gioia senza esaminarla, e nel

dolore medesimo cercare un poco di poesia. L'uomo, al suo cervello, deve

dire:--«Non tormentarmi.» A' suoi sensi deve dire: «Ubbriacátemi!» Ed

all'anima, se pure c'è un'anima, deve dire:--« Sii tranquilla; un giorno

riposerai.»

Per quanto pensiate, uomini, per quanto voi facciate calcoli assurdi e

meravigliosi con la geometrìa de' vostri alfabeti, l'universo è una

prigione della quale non riuscirete mai ad evadere su le ali del vostro

pensiero.

Ebbene, che importa? I vostri capelli, Madlen, hanno il colore degli

abeti quando la sera li veste; mi sembrano--eppure non sono--scuri come

le violette. Mandano il profumo dei prati quando è caduta, nelle sere

d'estate, la rugiada. Voi siete bella: ecco una limpida verità. Come le

prime volte, ora che mi siete presso, desidero il vostro corpo. L'odore

che manda il vostro seno così bianco pénetra nelle mie vene, sopraffà il

torpore del mio desiderio esausto. Da voi si comunica in me una specie

di maravigliosa inquietudine. Penso a quelli che vi ebbero, e vorrei

quasi potervi possedere con la fatica di un altro, per custodire in me

all'infinito l'ebbrezza che non vorrei disperdere. Più non siete come le

altre donne:--ora siete per me la donna che possiede il mio piacere.

Sciogliétevi, svestítevi; coricate su molti guanciali, morbidi e alti,

le vostre spalle così bianche. Togliete ora da voi tutto ciò che non è

vostro; basteranno a vestirvi, nella penombra del paralume, i vostri

capelli dolcissimi. Perchè non volete?

Oh, che stranissima cosa!... una donna bella come voi, una donna che

appartenne a molti uomini, e fu talvolta quasi mia, e parlò con me di

tutto quanto il pudore vieta, e mi disse all'orecchio parole torbide,

parole che sorpassano la voluttà... una donna come voi, Madlen, la quale

ora si confonde, si turba, quasi mi dimostra una specie d'invincibile

pudore...

Cosa vi trattiene, Madlen? Forse ancora troppe lampade sono accese?

Avete paura che la vostra gola bianca sia, tra questa mitigata luce,

troppo nuda e troppo giovine?... Parlate! parlate! Non è questa la

ragione? Allora dítemi qual'è. Siate sincera. Vi ascolto. Dítemi... Ma

perchè piangete? Cos'è mai questa improvvisa commozione? A chi pensate?

Cosa debbo fare? Nulla?... Sedere vicino a voi? Sì? volete?...

Bene; mi siedo, vi ascolto. Anzi, vi prenderò su le mie ginocchia, vi

terrò fra le mie braccia; saremo così più intimi, voi mi parlerete

sottovoce...

Dátemi la vostra bocca, Mad, e parlate in modo che ogni parola, ogni

respiro entri, scenda, nel mio respiro.

Ma no!... ma no!... voi dite una cosa che non posso credere! No, Madlen,

questo no!... è assurdo! è infinitamente assurdo! Raccontátemi quello

che volete; io potrò ascoltarvi, potrò sorriderne... ma non questo! non

questo! È davvero una cosa impossibile... non credo, non credo!...

via... non credo!

Lo giurate?--Sia pure. Non voglio contraddirvi... non voglio essere un

uomo scortese ed irritante, sebbene dovrei supporre che vogliate

burlarvi di me.

Oh, allora, se questa mia supposizione vi offende, non so proprio cosa

pensare... Uno scherzo, una pazzia... come devo chiamarla? un caso

davvero inimmaginabile, davanti al quale dovrò, per cortesia, rispondere

che vi presto fede. Ma, scusatemi... e Lord Pepe? cosa faceva di voi

Lord Pepe in questo caso?...

Nulla?... Come nulla?...

--Questa è la pura verità,--voi rispondete.--Nè Lord Pepe nè altri.

--No, vi prego, parliamo seriamente! Questa è una cosa che non può

essere, una cosa che voi dite per tormentarmi ancora un poco, per

divertirvi ancora un poco di me. Lord Pepe non è uomo da tenersi per

otto mesi un'amante, la quale sia stata per lui solamente una sorella...

via!...

--Non ho detto questo. Vi ho detto che non gli appartenni. È un'altra

cosa.

--È una cosa peggiore.

--Forse. Ma non gli appartenni.

--Allora spiegatemi la ragione, Madlen.

--Io non amavo Lord Pepe. Questo è molto semplice.

--Ma essere fra le braccia d'un uomo, ravviluppata con lui nella

medesima coltre, od essere del tutto sua, non vi pare, Madlen, la stessa

cosa?

--No, affatto; non mi pare la stessa cosa. Ed è un'altra; infinitamente

un'altra. Essere nelle braccia d'un uomo vuol dire permettergli

d'intingere le labbra nel nostro medesimo bicchiere, quand'egli suppone

di aver sete, o magari ha sete... Voleva dire, per me, scegliermi un

compagno di cena, un coraggioso guidatore d'automobili, un ragazzo calmo

ed elegante che sapeva ballare molto bene il tango argentino, e pregarlo

di lasciar credere al mondo ch'io fossi davvero, come invece non fui, la

sua amante. Voleva dire abbandonargli qualche volta, per curiosità, o

magari per indifferenza, non me stessa, ma la fredda superficie di me

stessa, e retribuire, con una specie di odio silenzioso, il denaro che

spendeva per me, la pazienza che aveva nel sopportare i miei capricci...

voleva dire insomma, che per quanto avessi provato a concedergli tutta

me stessa, in me c'era un'altra donna che terribilmente non voleva...

Anzi non dovete maravigliarvi: sono già quattro anni che vivo a questo

modo, fra donne che vendono e regalano l'amore; appartenni di nome a

cinque o sei amanti, ma il mio corpo non si concesse ad alcuno, perchè

la gioia, la vera e più forte voluttà, per me consiste nel non

appartenere a chi sta per prendermi. Questo vi sembra incomprensibile?

Può darsi. Ma è tuttavia molto semplice. Volete sapere perchè piangevo?

Volete proprio saperlo? Ebbene piangevo perchè ho sentito per un

momento, anzi per la prima volta nella mia vita, il pericolo, quasi la

tentazione, di rovesciare indietro la testa, e chiudere gli occhi, e

dimenticare tutta me sotto il pallore della vostra faccia che mi

guardava, la vostra faccia cattiva ed ironica, sì, come ora, come ora,

sotto le vostre dure mani, che mi piegano... così... così... Nella

stanza entrava la notte, calda, pesante, a continue folate. In me, in

lei, si propagava l'irritazione di queste parole, serpeggiava l'odore

della sua bellezza; io sentivo con una specie d'inerte coscienza fisica,

sentivo con una tentazione opaca e tormentata, che questa incredibile

cosa era esattamente vera, e mille particolari quasi dimenticati

risalivano d'improvviso nella mia memoria; sentivo che una creatura non

posseduta era nelle mie braccia, si premeva contro il mio desiderio, mi

faceva intravvedere una forma nuova dell'amore, una forma inattesa del

vizio, quella di passare immacolata su l'orlo d'ogni voluttà e negare ai

propri sensi la naturale pacificazione.

Pensavo:--«Ecco una donna che può sembrare inammissibile, quando invece

mi confessa la sua storia più vera; una donna che io chiamerei, se

dovessi darle un nome, l'esasperazione.»

La guardai, e mi pareva così lontana dalla purezza, ma nel medesimo

tempo così diversa dalle altre peccatrici, ch'io dissi, quasi per

deridere il senso delle mie parole:

--Dunque voi siete ancora imposseduta, e siete anzi, per me,

impossedibile?...

--Sì, la parola è questa: io sono veramente impossedibile. Tutto il mio

corpo non vuole, forse non può. Mi sono educata al piacere imparando a

rinunziarvi. Sano pazza di questo desiderio continuo, che i miei sensi

non vogliono esaudire. Ho atteso terribilmente questa grande cosa nuova,

che forse è nulla. Voi dovete sapere ch'io lasciai la mia casa molti

anni or sono, perchè volevo andare in cerca di un amore che non c'è, di

un godimento che non si trova; e sin da quando ero fanciulla sentivo

l'attrazione di questa vita notturna, che forse m'invecchierà in pochi

anni e mi lascerà il dolore di ricordarmi che sono stata bella, che ho

avuta un'anima limpida, e che forse amai questa vita perchè appunto non

doveva essere la mia. Infine, benchè la cosa mi sia indifferente, non

dovete nemmeno credere ch'io viva con il denaro altrui. Io sono ancora

molto ricca, forse più ricca di tutti i miei amanti.

Le sue mani, allacciate alle mie spalle, si muovevano con una specie di

dolore; ne' suoi occhi era una luce innaturale, perversa, un'espressione

la quale mi faceva pensare alle orribili forme che assume talvolta la

sensualità nelle donne mal possedute.

Tutto ciò--pensavo--era colpa del primo che non la seppe genuflettere,

che male desiderò e male conobbe la sua bellezza tormentata. In fondo

era una povera donna, forse una donna malata, che cercava con

esasperazione d'immergere i suoi vivi sensi nella gioia della vita. E

gli uomini, più ciechi di lei, erano passati accanto alla sua complicata

innocenza, nè si erano mai dati la pena di guardare se in lei fosse

nascosta un'anima, forse un'anima profondamente offesa da quella fredda

e brutale realtà che per ogni fanciulla rappresenta il principio

dell'amore.

Adesso, in lei, questa parola suonava come il rumore di una moneta

falsa; era divenuta, non la beatitudine, ma l'angoscia de' suoi sensi.

Forse il grembo inesaudibile di questa vergine perduta cercava

nell'amore una gioia che l'amore per sè stesso non può dare.

Una tentazione lenta, calma, piena di novità, gonfia di sperdimento,

saliva nel mio turbato spirito, innamorava il mio cuore trepido, mi

faceva sentire, confusi nella tentazione delle sue pesanti colpe, il

singolare pregio della donna che non fu di nessuno.

E volevo domandarle mille cose, che mi parevano anche inutili...

Pensavo alla prima sera quando la vidi, quando eravamo seduti presso,

nel Casino di San Sebastiano; e ricordavo la fisionomia di Lord Pepe,

là, dirimpetto, che apriva e chiudeva con nervosità il suo bellissimo

astuccio d'oro scintillante, mentre si pavoneggiava con serietà, con

eleganza, davanti agli occhi di tutta la Spagna, orgoglioso di mostrarsi

con una donna tanto ammirata, benchè non sapesse nascondere la sua

palese inquietudine davanti allo sciupìo di quel denaro che le crudeli

mani dell'amante, quasi azzurre come le perle, raddoppiavano sul

tavoliere ad ogni messa perduta.

Di lei mi ricordavo con esattezza, quasi con dolore.

Il suo braccio nudo impolverava leggermente la mia manica nera; una gran

folla si muoveva; il denaro pesava sul tappeto, esagitava le convulse

anime dei giocatori; dai lampadari d'ottone oscillanti sopra i tavolieri

cadeva su noi, su tutti, una opprimente fiamma un alone caldo, una

specie di rossa eccitabilità, che alterava le cose, i lineamenti,

perfino i pensieri. Dalle finestre aperte verso il terrazzo entravano i

densi profumi, la pesante serenità della sera d'autunno; io mi sentivo a

disagio, sentivo quasi la tentazione di piegare la bocca sovra la sua

spalla così nuda... Perchè mai? Altre donne, forse belle come questa,

passavano davanti a' miei occhi, vicino a' miei sensi; ed io le guardavo

come si guarda un bel quadro, una bella vetrina, un gioiello che abbia

valore, ma nel medesimo tempo sia profondamente inutile...

Invece sentivo che c'era in lei qualcosa di non afferrabile, una specie

di novità funesta, un'attraenza contagiosa e perversa, che mi dava,

quasi ubbriacandomi, un senso di confuso dolore.

Pensavo a' suoi movimenti, ch'erano così diversi da quelli delle altre

donne, alla sua voce, che rimaneva nei sensi come una ondata di musica,

e pensavo alle parole che mi aveva dette con la sua bocca rossa, quella

prima sera, mentre stava con i gomiti nudi appoggiati sul tavolino della

cena:--«... voi che avete scritto qualche libro, forse qualche libro

d'amore, perchè venite così lontano, in questa città piena di

perdizione, ad avvelenare nelle case da gioco il vostro cuore che ama

l'Atlantico?...»

Infinite altre cose pensavo; e la voluttà, l'attesa di possederla,

svaniva in un desiderio mille volte più profondo, più dolce, più intimo,

si alterava in una specie di riconoscenza fisica per questa donna così

piena di colpa ed ancor nuova all'amplesso; diveniva una specie di soave

dolore, di lenta musica, un'aspettazione vasta e grande, nella quale io

stesso riuscivo quasi a nascondere un senso indefinibile di purità.

E la notte cadeva su noi, ci avvolgeva nel suo musicale silenzio, ci

faceva godere la gioia d'esser tranquilli, d'essere vicini, d'essere

veramente giunti su l'orlo dell'amore, nella poesia di questa bella

favola eterna e lieve che si chiama l'amore, nella infinita, beata

ilarità che prova l'anima quand'essa può svegliarsi, può ridere, può

splendere, giovine ancora come una volta e piena di sole, di sole...

Nè io volevo essere per lei quello che altri furono. Custodisse ancora

il suo vizio indocile, la gelosia dell'ultimo suo peccato; fosse ancora

per altri, e non per me, una dispensatrice di tormenti, una perfetta e

ingaudibile amante; portasse ancora, illeso dal mio desiderio, quella

oscura febbre del suo grembo, quel tesoro di ebbrezza non goduta, dopo

il quale, forse, non diverrebbe che una povera donna di piacere,

irritata e ingrata, come altre mille che si piegano con la bocca fredda,

con gli occhi serrati, sotto la forza nemica di un possessore che le

opprime.

Sì, è tardi... è tardi... Ora posate il capo su la mia spalla, Madlen;

chiudete gli occhi, dormite... L'ora del sonno è bella quando la

finestra impallidisce.

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Ora cominciava il pericolo. Il pericolo di prendere sul serio questa

leggera, fragile, inutile cosa, che tutte le donne possiedono, almeno

per brevissimo tempo:--una verginità.

Pare nulla, ed è quasi la storia del mondo. I popoli sono divisi dalla

maniera d'intendere questa fondamentale origine delle famiglie. In

Europa, e sopra tutto ne' paesi latini, si dà un valore certo esagerato

a questo velo di purezza, che per la sua tenuità è facilmente soggetto

agli strappi. Ma il focolare non arde come dovrebbe ardere, là dove il

suo custode non fu quegli che accese la prima vampa. È una sciocchezza

voi dite?... Sì, forse. Un pregiudizio medievale, un residuo di barbarie

che la letteratura coltiva prodigiosamente?... Sì, forse. A bene

pensarvi, la cosa manca di serietà. Ma in ogni caso è un pregiudizio

importante, una inciviltà caparbia, un difetto per ora non superabile

dalla natura umana. Può darsi venga un giorno in cui le vergini non

saranno più di moda e spariranno queste imprecise distinzioni fra donna

e donna, tessute molto spesso dalla sola impostura. Io penso che un tal

giorno verrà; anzi lo credo e spero fermamente. Oggi nondimeno bisogna

riconoscere che la famiglia del ventesimo secolo è tuttora fondata su

questi due pregiudizi gravi:--l'obbligo della originaria purezza e della

conseguente fedeltà.

Quando s'incontra un uomo, il quale dice che può far a meno di entrambe

queste cose, noi riteniamo che sia un disonesto. In fondo lo è. Talvolta

può essere un semplice millantatore. L'ombra di un altro, che fu prima

di noi, è sempre funesta nella donna che si ama, e persino in quella che

solamente si desidera.

Dunque può darsi che ciò non sia un pregiudizio degli uomini, ma

veramente un pregiudizio della natura. Forse, quand'ella stava lavorando

a quell'invenzione pratica e geniale che poi nel mondo finì con

chiamarsi amore, si accorse che per renderla eterna bisognava

coinvolgere in essa il pensiero ed il segno del divieto. La natura fu

provvida, e sarebbe davvero peccato se la malizia degli uomini riuscisse

a mettere in quarantena questo leggero e dolce inconveniente.

Il secolo ventesimo è il secolo dei paradossi; piace a tutti confondere

in speciose negazioni le antiche verità. Ma questa è letteratura;

provvisoria ed acrobatica letteratura. Quando poi si viene al caso

pratico, ognuno di noi s'accorge d'essere nuovo e moderno su per giù

come un uomo preistorico.

Le teorie passano, i concetti puri sono miraggi che svaporano; l'uomo

rivolgerà, sovvertirà in ogni modo possibile i principî della vita;--ma

se v'è cosa che mai gli uomini riusciranno ad intendere con altri sensi

e con altra immaginazione, questa è certamente l'amore.

I seduttori di mestiere, i Don Giovanni da strapazzo, tutti coloro che

dispensano la propria irresistibilità come un sovrano munifico dispensa

le croci da cavaliere, poi gli annoiati, gli scettici, quelli che vi

parlano della donna come se conoscessero prodigiosamente i più

solleticabili cantucci della sua dolce anatomìa, tutti costoro

appartengono spesso a quel numero d'ingenui che un bel giorno finiscono

poi con riabilitare una prostituta o condurre al talamo la propria

cameriera.

Un solo uomo può non temere il pericolo della donna: ed è quegli cui

mancano le tentazioni della virilità. Ma gli altri dovrebbero guardarsi

bene dall'esprimere giudizi o teorìe, poichè nell'amore c'è sempre il

caso imprevedibile. Questo caso imprevedibile turba l'immaginazione,

piace più di tutti gli altri, è insomma il natural fuoco e la buia

tristezza dell'amore. Al mondo c'è una sola cosa veramente nuova: ed è

la donna della quale ci s'innamora. Ma quando non troverete più, fra

mille, una sola che vi piaccia, una che sia per voi bella come la

primavera e di sè infiammi con splendore tutto il cerchio del vostro

infinito, allora sarete per sempre una fredda cosa inaridita, un fuoco

morto sotto la cenere, una fontana esausta, un giardino distrutto, un

campo senza fiore, una sorgente senza vita.

Ora per me cominciava il pericolo. C'era in lei qualcosa d'innocente,

una purità insospettabile, una gioia non ancora posseduta. Questa

maravigliosa cortigiana aveva saputo custodire intatto il suo grembo di

fanciulla; si era data senza lasciarsi prendere, aveva tormentato senza

esaudire. Per quanto ciò paresse incredibile, io sentivo con esattezza

che ciò era vero. In questa femmina di piacere, perversa e complicata,

c'era un senso di verginità insoffocabile, che le impediva d'essere

un'amante. Quelli ch'erano stati vicini a possederla, di lei conoscevano

soltanto il vizio, non l'amore. Aveva lasciata la sua famiglia troppo

severa, per immergersi nel rumore delle orchestre, per vivere nella

soffocante atmosfera delle case da giuoco, per alzare col polso un po'

tremante i cálici che traboccano di vini biondi; aveva cercato nei balli

notturni, fra le donne perdute, come una libera cortigiana, l'amore

divino ed introvabile che ogni vergine sogna d'incontrare nell'amante al

quale si dà. Ma invece il suo freddo cuore dormiva nei sensi

terribilmente innamorati; ella si avvolgeva nel vizio con una specie di

opaca ira, voleva essere una dura e splendida cortigiana, per avvicinare

il suo corpo al fuoco di tutte le tentazioni e salvarlo dal pericolo di

gioie troppo lievi.

Io compresi perfettamente che una donna potesse custodire la sua purità

come un supremo vizio, e non per renderla ad altri, ma solamente a sè

stessa, più lenta e più pericolosa.

Ella mi raccontava queste cose, io l'ascoltavo; anzi, per meglio dire,

indovinavo tra le sue parole confuse una verità complessa e difficile,

assurda e verisimile, che solamente in lei, vicino a lei, nel guardare

la forma del suo corpo, il colore de' suoi occhi, trovava una

spiegazione del tutto ammissibile.

Era--io pensavo--una donna che amava patire, una folle che andava

cercando su la terra l'introvabile paradiso, nell'amore una gioia così

forte che potesse ucciderla, mentre in lei si nascondeva, forse

organicamente, una specie di divieto ad esser femmina, quasi un oscuro

ed incancellabile segno di sterilità.

Per quanto si usi dire che ogni vera madre è una vera amante, forse un

medico potrebbe dimostrare il contrario. Nella vera amante c'è' spesso

il desiderio, più ancora l'intenzione della sterilità. Il suo grembo non

vuol sottomettersi al peso, alla deturpazione della fertilità materna.

La infinita bellezza ch'ella prova e regala con i suoi sensi non vuole

giungere ad assorbire la vita, ma preferisce soffocarla, deluderla,

poichè le sembra sia questo un bene superiore alla vita medesima. La

perfetta voluttà esclude ogni altro fine; c'è in essa una tendenza verso

l'uccisione.

Le dispensatrici d'amore, quelle che posero ingegno ed anima nel

raffinare la tepida gioia della procreazione, quelle che fecero de'

propri nervi uno strumento complicato e mirabile, quelle che superarono

il loro natural destino e patirono la bellezza dell'amore come la

bellezza di un'opera d'arte, non sentirono mai, anzi rifiutarono, il

bisogno di perdere sè stesse in un'altra vita. Essere madre vuol dire

impoverirsi, vuol dire sommergere la propria vita in quella che nasce;

la vera madre sopporta il procreatore, non cerca l'amante.

Io pensavo:--«E questa non potrà guarire, se non trova chi le dia

l'amore inatteso, involontario, per una creatura sua. Forse la fatica

materna potrebbe ricondurre alla pace il suo grembo esasperato. Chi fu

il primo a baciare la sua bocca, doveva impadronirsi di lei, o con la

violenza o con l'amore. Sarebbe divenuta un'altra. Ma quel primo le

permise di non abbandonarsi; ed ella da lui si levò come una fanciulla

che avesse provato invano ad essere un'amante.»

Pensavo:--«Un giorno, dopo tante immaginazioni sterili e dolorose, forse

troverà, nel fumo d'una sigaretta oppiata, nella spuma d'un bicchiere

troppo colmo, nella fuggitiva illusione d'una parola d'amore, l'uomo che

saprà d'un tratto farle terribilmente male, contorcere fino allo spasimo

la sua perduta e bianca nudità. Allora sarà di lei quello che doveva

essere il primo giorno. Ma troppo tardi. Quando non potrà più

incamminarsi per la via naturale, fredda, calma dell'amore; quando i

suoi sensi avranno imparato a cercare la gioia sempre più oltre, dove

l'esaudimento non può essere, dove non è. Questa bella creatura, che in

sè nasconde forse un ideale, andrà cercando fra mille uomini chi le dia

l'amore, quell'amore che non è nei sensi, ma è nell'anima, e che l'anima

di una creatura così delusa non può nè dare nè conoscere. Invecchierà

presso le tavole da giuoco, strofinando i suoi gomiti nudi sui tavolini

delle cene, appressando le sue labbra tinte all'orlo dei bicchieri

ubbriacanti, riderà, splenderà, come una creatura che per vivere senta

il bisogno delle droghe artificiali. Qualche uomo prepotente sarà il suo

padrone, di qualche altro sopporterà la lascivia indelebile; e gli anni

passeranno, e la vita notturna incaverà i suoi occhi splendenti, e dalla

sua carne luminosa uscirà, più cruda, la forma dello scheletro, e sarà

vecchia, e sarà povera, e i denti falsi brilleranno di una luce opaca

nelle gengive pallide, e la sottile tosse dei tisici tormenterà i suoi

polmoni arsi dalle sigarette oppiate; un giorno avrà un deliquio, morrà

sopra un divano, la porteranno al cimitero... È triste.

Sì, Madlen, questa luccicante Bilbao diventa in breve una città

noiosissima; i suoi teatri sono teatri di provincia, le sue strade fanno

troppo rumore, i suoi campanili mancano di spiritualità, i suoi

abitatori, a ben guardarli, hanno facce plebee, rapaci ed insolenti...

La sola bellezza che riposa l'anima del forestiero è questo lento e

calmo Rio Nervion, che trascina fra i moli sfavillanti, su ampie

zattere, i tronchi delle sue foreste originarie. Ma camminiamo ancora un

poco, Madlen; è dolce camminare con voi, mentre l'afa del pomeriggio

svanisce tra gli alberi che profumano il verde Paseo del Arenal. Più

tardi, quando saremo lontani, voi da me, io da voi, Madlen, e la

distanza ed il passato--le due vere musiche del mondo--avvolgeranno le

nostre anime di camminanti, questa bella e profumata sera in noi

risalirà, come il sogno d'una bellezza perduta, sarà il tormento

sottile, divino, di un amore che perdemmo, il fuoco e la tremante

memoria di un lontano amore che passò. Camminiamo ancora un poco,

Madlen; cerchiamo di essere attenti: le città sono come le anime, non si

lasciano indovinare a prima vista. Bisogna guardarle, ascoltarle,

trovare in esse la via della lor confidenza.

Bilbao non vi piace?... Perchè non vi piace? Probabilmente senza una

ragione ben definita. Essa vi annoia. Vi sembra una città ricca e

malvestita, avara e sfacciata. Sia pure; andiamo altrove. Scegliete una

direzione; l'automobile può esser pronta fra un'ora; si partirà. Voi

siete un poco stanca? preferite riposarvi, dormire tranquilla una lunga

notte?... Va bene; sia come volete; io non ho preferenze; partiremo

domattina.

Tuttavia debbo dirvi una cosa, Madlen. Bilbao può essere una città

ingrata, come può essere la più felice della terra: i luoghi prendono il

colore dell'illusione che noi sappiamo trarre da essi. Chi vuol cercare

il paradiso fuor di sè stesso deve rassegnarsi a camminare eternamente.

A me qualche volta parve che la felicità ridesse da una piccola

finestra, sopra un cortile pieno d'erba, fra i due muri d'una strada

nascosta, ove non passava quasi nessuno; e talvolta mi sentii sperduto

nel rumore d'una città immensa, ove la febbre della gioia umana pareva

salisse a vortici dal cuore della moltitudine, come un riso perpetuo e

micidiale.

Non importa. Camminiamo ancora un poco, Madlen. Gli uomini vi guardano;

le donne osservano maravigliate le vostre calzature fine; si fermano con

sorpresa, e di voi parlano lungamente.

Ora dítemi una cosa:--Dove andremo? Volete girare in automobile, senza

una meta prefissa, tutta la Vecchia Castiglia? Passeremo un giorno a

Valladolid, un altro a Salamanca. O preferite invece telegrafare a

Litzine,--vi ricordate la bionda Litzine?--perchè ci fissi un

bell'appartamento, con le finestre verso la Grande Plage, all'Hôtel du

Palais? Rimarremo a Biarritz una settimana, due se vorrete; faremo una

cura di nervi alle tavole di _chemin de fer_, poi forse rivedremo Lord

Pepe--vi ricordate, ancora, Madlen, quel vostro elegantissimo Lord Pepe?

No?... Ed allora non rimane che una cura d'aria negli Alti Bassi

Pirenei: Cauterets, Pau, le Bagnères de Luchon o de Bigorre...

Aspettate!... volete fare una cosa davvero assurda, però molto

cristiana? Volete visitare Lourdes?

Lourdes?...--Madlen sorrise; mi guardò; poi disse:--Andiamo.

Camminando eravamo giunti sotto gli alberi del Campo de Volantin; il

fiume carico di zattere passava con la sua calma onda, che pareva

confondersi, perdersi, nelle distanze della sera. Qualche marinaio

scamiciato, bruno come il legname della sua zattera, fumava, immobile,

seduto su cumuli di mercanzie. Scendeva incontro al mare; portava i

tesori della sua città ricchissima verso l'infinita onda. Più lontana,

quasi cancellata nel rossore del tramonto, brillava l'attrezzatura di

qualche alto naviglio; il Rio Nervion sentiva cantare nella sua

terrestre anima, fremere nella sua lentezza dorata, nella sua docile

vasta navigabilità, il divino Atlantico.

--Ecco veramente una bella idea!--mi disse ancora Madlen.--Io non sono

mai stata a Lourdes. E voi?

--Sì, una volta; ma tornerei volontieri.

--Ebbene, volete credermi? Non so quante volte ho pensato che amerei

bagnare le mie dita in quella fontana miracolosa. Ma insieme ho sentito

che ne avrei paura, una paura forse invincibile... Non però con voi; mi

sembra che andando con voi non avrò alcuna paura. C'è in voi un uomo il

quale riesce a deridere ogni cosa, ed io vi amo perchè siete così forte.

--Non è una forza, Madlen; è una maniera dolorosa ed amara di

abbandonare agli altri la bellezza che non può esser mia. Veramente

forti sono gli uomini che credono ciecamente in cose non vere. Essi

cominciano con una conclusione; il dubbio non li tormenta; sono

tranquilli perchè racchiudono in sè una certezza definitiva. Ma io,

quando penso ad una cosa, vedo sempre mille strade, ugualmente vere,

ugualmente false, per le quali ci si perde. La sola verità è

questa:--«Chi pensa non può concludere; chi pensa non può credere. Il

mondo, per l'uomo, è privo di conclusione. Allora non rimane che una

tranquillità: sorridere.»

Mi ascoltava, con i suoi occhi dorati, ove pareva salisse dal fiore

dell'anima una luce spirituale; mi guardava come se io possedessi di lei

quasi l'amore. Sul mio braccio la sua mano pesava; una docilità, una

stanchezza d'innamorata entrava in lei; nell'anima di questa giovine

donna oppressa da molte colpe vedevo quasi nascere un senso di

purificazione. Ed io mi domandavo se la più perfetta bellezza d'una

donna può anche non essere che un vano errore nostro, o se invece questa

bellezza è qualcosa di reale, di assoluto, nell'armonia totale della

natura, un segno di vita superiore, una forma divenuta musica, una vera

elevazione. Solo in tal caso amare una donna può essere una maniera

legittima e spirituale d'intendere la vita.

Ma io ripetevo a me stesso:--«Chi pensa non può concludere; chi pensa

non può credere...»

Un fiume passa; una città entra nella sera; l'esausta fatica delle

officine si alza nell'aria in pesanti nuvole di fumo; la strada è bella,

è nuova, confonde in sè mille anime; i giardini ancor pieni d'estate

mandano un profumo di maturità; le case diventano azzurre; qualche voce

canta, le vetrine brillano; chi è stanco dormirà; chi ama una donna la

stringerà nelle sue braccia violente; il fiume passa; ogni uomo trascina

con sè la forma della propria ombra, e questa ombra pesa; nel cielo

eterno si alza il respiro di una immensa fatica; il fiume passa; una

donna mi guarda; un povero, nella sua diseredata libertà, mi sembra

quasi felice;--tutto questo è il rumore d'una giornata umana, un po' di

giovinezza finita, un po' d'amore disperso... Madlen, e la tua bocca è

giovine, la tua mano è calda; il fiume passa, passa...

----

Da Bilbao avevamo rimandata a San Sebastiano la cameriera di Madlen,

perchè s'incaricasse de' nostri bagagli e quindi ci attendesse, con

Pompon, alle Bagnères de Bigorre. Colà preferivamo alloggiare, anzichè

nei pericolosi alberghi di Lourdes, infestati ormai dalle cancrene di

tutti i pellegrinaggi. Noi, con l'automobile, (che un esperto ma non

economico guidatore avventava su le ripide strade maestre, assicurandoci

che il suo robusto motore non avrebbe fallato un battito neanche nel

valicare i selvaggi Pirenei), bene incappucciati, ben serrati l'uno

presso l'altra, ilari e curiosi come due giovini amanti, ci recammo da

Bilbao a Pamplona, la dura capitale dell'antica Navarra, ove il

condottiero Ignazio da Loyola prima conobbe la spada che il saio

d'umiltà. Poi da Pamplona salimmo a Roncisvalle, e traversammo il Passo

dove Rolando morì. Morì nella battaglia perduta, che fece cantare i

poemi di tanti secoli, morì tra le orde fuggiasche di Carlo Imperatore,

morì nell'immaginazione dei poeti, nella musica delle canzoni, primo

cavaliere della sua gente, usbergo e fiore dei Paladini di Francia.

E rivedevo il suo cavallo di guerra, senza cavaliere, sbrigliato e

formidabile, con la gualdrappa e le insegne di Rolando, galoppare dietro

bandiere fuggiasche, nella sera della disfatta...

Leggende, leggende... come siete belle!... come siete necessarie agli

uomini!...

La valle per dove passò tanto fiume di popoli, e dove tanta forza

d'invasori contese la bella terra di Francia, era quel giorno tutta

scapigliata, le sue foreste eterne si arruffavano, i suoi freddi

ruscelli balenavano tra l'erba delle alte praterie. Valicato un ponte

presso il villaggio di Arnéguy, fummo su terra francese. Di là rimaneva

la superba e squallida Spagna, il paese delle chitarre e dell'acqua

santa, la terra un po' romantica, un po' addormentata, ove il secolo

ventesimo, pieno di fumo e d'elettricità, pénetra con una certa fatica.

Spade rosse nella cervice dei tori da combattimento, alberghi nuovi,

costrutti da ingegneri svizzeri, giardini di mimose e d'aranci, chiese

decrepite, strade malagevoli, campi senza fertilità, ove ogni tanto

s'incontra qualche mandria errante, di lana scura, che va, che va,

dietro il suo pastore senza focolare, lenta e squallida... Addio,

vecchia Navarra, e tu, più lontana, più luminosa, bianca terra di

Guipuzcoa!...

Da Roncisvalle scendemmo a Saint-Jean-Pied-de-Port, la capitale degli

antichi Baschi di Navarra, cittadella incastellata e fierissima, per

dove scende, ancor bianco di montagna, un leggero fiume: la Nive de

Béhérobie.

Una locanda basca, linda e luminosa, con fiori di ciclamini su la

tovaglia finemente lavorata, soddisfece alla nostra fame gagliarda e per

qualche ora diede ristoro alla fatica della nostra lunga strada. Un

ceppo enorme ardeva su la cenere del vecchio focolare, spargeva, col suo

rumore di fiamma umida, nella stanza piena di sole un colore d'autunno.

Qualche ospite silenzioso rompeva con le sue mani bianche il pane

infarinato. Nessuno parlava; i bicchieri, le stoviglie facevano poco

rumore; radi passanti traversavano la strada silenziosa; la grande

piazza di «pelota» era quasi deserta. Larghi pezzi di montone, cotti con

salvia e rosmarino, venivan dai fornelli rossi dell'antica locanda,

fumavano su le tovaglie immacolate. Chi le portava era una bella

montanara, svelta e forte come una cavalcatrice della Camargue, pallida,

senza ombre nel viso, con gli occhi duri, le trecce ravvolte al capo, le

anche magre, il seno piccolo, che tremava leggermente sotto il grembiule

di fino merletto. Era difficile farla parlare; non rispondeva che pochi

vocaboli, con una pronunzia francese dura e cadenzata. C'era in lei

qualcosa di primordiale, una specie di lontananza da noi, quasi

un'antichità giovanissima sigillata nella sua razza splendente.

Camminava su le scarpe di corda; era attenta, veloce; i suoi occhi

immobili sorvegliavano la nostra mensa con una specie di vigilante

severità.

Poi, di nuovo, la strada; la strada bianca e lampeggiante, stesa fra

immense praterie, che scendevano dagli alti Pirenei come larghi tappeti

scossi dal vento, cosparsi di fiori, chiusi da foreste che brulicavano

di ciclamini; la strada chiara e violenta, bella come una creatura viva,

che batteva nei cancelli delle case, cantando, e lontano spariva, tra

gli alberi, in un vortice di azzurrità...

Arrivammo a Lourdes un pomeriggio del mese d'Ottobre, nella più alta ora

del sole. Avevamo percorsa in pochi giorni la più bella e felice strada

che forse ricordino i miei occhi di viandante.

Ora entravamo in Cristo. L'ala di Dio ricopriva noi, reduci dai luoghi

di perdizione. Dove la carne pentita si mondava dalle sue piaghe

insanabili, noi entravamo con la nostra infernale anima di peccatori,

noi, co' nostri abiti e co' nostri gioielli comperati alle vetrine del

diavolo, noi, che andavamo al Santuario come ad un mistico teatro di

fanatismo e di esasperazione.

Portavo ad immergere nella sacra Fontana le dita bianche di una vergine

offesa da tutto l'amore. Vedrei le sue luminose trecce, bionde e buie,

risplendere nella Grotta dei Miracoli. Udrei, nel silenzio della

Basilica ove si eterna il sogno di Bernadette, ove a migliaia brillano i

voti appesi dagli umili e dai potenti udrei, fra il bisbiglio delle

preci, suonare il mazzo de' suoi braccialetti, la sottile musica degli

ori e delle sete, che fin presso l'altare scintillante confonderebber

nella voce grave degli organi l'eco delle canzoni di Montmartre...

C'era, in un tale contrasto, qualcosa di profondamente iniquo: la gioia

perversa dell'incredulo che vuol immergersi nel mistico dolore,

intingere le sue dita eretiche nella fontana dell'acqua miracolosa,

fissare con i suoi occhi pieni d'infernalità il simulacro della Vergine

che fa camminare gli storpi, urlare i mutoli, sorgere i paralitici,

tremare in Cristo i lontani da Dio.

Nella terribile città del dolore, ove giungono gli inguaribili di tutta

la terra, noi entravamo sopra una macchina di lunga strada, gagliarda e

sottile, avvolti nel rombo del suo motore possente, noi, che venivamo

dall'aver danzato su le musiche dei pazzi violini, noi, reduci

dall'altra vita, quella che alza la coppa, rompe il bicchiere...

Dissi al meccanico:--Férmati.

E scendemmo.

Davanti a noi, sopra un viluppo di strade anguste, che parevan scendere

verso una profondità, si alzava la collina di Lourdes, con la bruna

macchia del suo Castello, che aveva ceduto a sovrane Confraternite il

vassallaggio della guelfa Contea.

Guardavo quel forte castello, pensavo ai signori che lo tennero, secoli

fa, custodi acerrimi di otto vallate, e su cavalli armati salirono la

ripida erta, e furono assediati, e di fame patirono, e di buon sangue

tinsero l'onda sonnolenta del fiume di Pau, al quale un giorno discese,

nel rigore dell'inverno, e camminò solitaria la Vergine Bernadette.

Camminò; ed era una fanciulla di quattordici anni, pallida, un poco

emaciata, con grandi occhi scuri, troppo fissi, ove la giovinezza era

già spenta; gli occhi terribilmente lascivi e dolorosi delle pazze in

Cristo, gli occhi senza umanità ch'ebbero tutte le allucinate, le

portatrici di stigmate, le recluse nei monasteri pieni di supplizi,

Maria di Magdala e Santa Teresa, Lutgarde e Juana Rodriguez, Maria

Villani e Jeanne Boisseau, Bertine Bouquillon e Bernadette Soubirous...

Questa era una pascolatrice d'agnelli, nata nella casa di poverissima

gente; nulla sapeva, tranne che recitare il Rosario. Camminando per

l'alta erba davanti alla sua mandria bianca, faceva passare i granelli

della Corona fra le sue dita scure come ghiande. A quel tempo Lourdes

era una borgata selvaggia, un angolo di superstizioso e devoto Medio

Evo, sepolto in una dura valle dei Bassi Pirenei, col suo Castello in

rovina e la sua chiesa decrepita, con tetre case di sasso in fondo a

vicoli bui. Da queste case non si usciva, se non la Domenica, in

processione, per cantare a Dio. Le fanciulle andavano spose a chi le

guardava per primo. Erano alte, un po' rozze di lineamenti, con lisci

capelli neri, e si vestivano di percalli variopinti. La più desiderata

era quella che meglio cantava nei cori, quella che a dottrina il parroco

designava come la più zelante nel fervore di Dio.

Nessuna bellezza del mondo, nessun rumore del secolo entrava in quella

pia solitudine; nulla fuorchè il vasto cantare del vento, che scendeva

dalle azzurre cime de' Pirenei; le Gave de Pau, che faceva un gomito

burrascoso a piè della collina, ove più tardi sorgerebbero le tre

Basiliche; e boschi e silenzio; una religiosa povertà; i prati e le

stelle.

Qualche mercante girovago, al passo di vecchie mule grevi di sonagliere,

vi giungeva da lontani mercati. Sotto i lunghi portici, nei giorni di

festa, l'arcidiacono passava benedicendo le donne inginocchiate. Ogni

tre porte una nicchia: su qualche finestra un fiore.

Null'altro.

Ecco i luoghi dove nascon i perpetui miti, le atroci e maravigliose

follìe dello spirito umano, ciò che per sempre è vero e per sempre è

inammissibile:--Nazaret e Lourdes.

Un miglio più su nella vallata è Bartrès, il villaggio di quaranta

catapecchie, ove Bernadette visse i primi anni dell'infanzia, raccolta

in una cuna deserta dalla povera donna Lagûes, per alleviare la miseria

del mugnaio Soubirous. Là, divenuta grandicella, Bernadette pascolava

gli agnelli della povera donna di Bartrès e recitava la corona del

Rosario camminando per oscure pinete. D'inverno, d'estate, mai udiva

rumore alcuno, fuorchè il rumore delle foglie, la musica primitiva della

foresta e del fiume; nulla sapeva della vita; non c'era strada.

Verso la fine d'Aprile tutto si profumava di mughetti; nel Settembre la

foresta diventava un prato di ciclamini.

Poi, verso i dodici anni, Bernadette fece ritorno alla sua casa. Dormì

sovra un pagliericcio umido, nell'unica stanza del mugnaio Soubirous. I

vicini di casa, là, nella contrada buia des Petits Fossés, poco amavano

quell'uomo scontroso e miserabile, rintanato nel fosco tugurio, con la

sua donna ossuta, con le sue quattro creature mal nutrite, cui ora

s'aggiungeva la fame della sua primogenita, la taciturna Bernadette.

Questa oramai era nel suo tredicesimo anno; diveniva sempre più alta,

più pallida; i bei capelli neri le scendevano fin sotto gli ómeri.

Spesso era scalza; la succinta gonnella rossa, di un vecchio percallo

stinto, sfilacciato, con macchie d'erba e di ruggine, le scopriva i

nodelli asciutti, esili, delle ginocchia scure. Sui duri ciottoli della

contrada camminava con un passo di gatta, lungo il muro, trasognata,

senza guardare alcuno. Se una voce la chiamava, ella si fermava di

scatto, senza rispondere. Se un uomo la fissava, se una voce d'uomo

cadeva su lei, se un riso d'uomo passava nella strada silenziosa, le sue

magre spalle trasalivano impercettibilmente, si piegavano quasi con

dolore, sotto quella forza temibile. Poi andava, per lungo il porticato,

con gli occhi fissi ed il Rosario fra le mani, sperduta.

Di sera, quando tutto il borgo era nella chiesa, ella pure vi entrava,

per l'ultima, non tra le fanciulle, non tra gli uomini, sola, in

disparte; s'inginocchiava.

Era fredda; i suoi lisci capelli neri le cadevan su gli occhi luminosi;

usciva di sè; un colore di paradiso entrava nell'anima di questa

pascolatrice.

Qualche volta Marie Soubirous, la sorella minore, veniva presso lei per

dirle:--«Ora lévati Bernadette; hai molto pregato; vieni con noi.» Ma

ella non si muoveva. Era curva sotto la voce del lettore di parabole,

sperduta in Cristo, già presa nella febbre del suo divino amore.

Il cantore del Vangelo, il giovine diacono Ader, aveva notato quella sua

devozione; spesso, nel predicare, guardava le sue lunghe braccia nude,

allacciate ai polsi dalla Corona del Rosario.

Ed anzi, una sera, il diacono Ader disse davanti a tutto il

borgo:--«Bernadette Soubirous è nella grazia del Signore.»

E tutti si volsero, e tutti guardarono la vergine dai lisci capelli

neri, che sorrise, umile, nella sua bianchezza di fanciulla malata.

Sì, era malata in Cristo, e negli uomini, e nel dolore della sua fredda

verginità; malata nella sua adolescenza bella e fragile, malata nel suo

respiro, nelle sue dita scarne, tutta pallore, tutta amore, silenzio ed

allucinazione.

Ora, quando cadde l'inverno, Bernadette Soubirous, la figlia del

mugnaio, la pascolatrice di Bartrès, quella che dormiva sul pagliericcio

umido nel vicolo des Petits Fossés, la perduta in Cristo, compiva i

quattordici anni.

Il mugnaio era così povero che non potè farle alcun dono. Però sua madre

le pose intorno al collo un suo logoro scialle di lana

fulva,--«perchè--disse--il vento del Pic du Midi soffia con troppa forza

nella cenere del nostro focolare.»

Fin dentro il tugurio saliva il rumore d'acqua e di ciottoli che dal

basso della vallata mandava le Gave de Pau; nessun'altra voce di cose

vive; il borgo era sepolto nell'inverno; la dura vallata sbarrava ogni

accesso alla vita.

Ed allora, su l'umido pagliericcio, nel tugurio del mugnaio Soubirous,

ogni notte Bernadette cominciò a sognare. Vedeva nel suo delirio le

bellezze del regno di Dio, vedeva paradisi ed altari, fumi d'incensi ed

apparizioni di creature celesti; poi sempre udiva quella voce calda e

calma del giovine diacono Ader ripetere davanti a tutto il borgo:

--«Bernadette Soubirous è nella grazia del Signore.»

E la innamorata in Cristo cominciò ad uscire dal mondo. L'anima sua,

pura da ogni contaminazione, scorreva nel suo corpo inguaribile come il

fiume tra i dirupi della montagna inaccessibile. In lei era Dio; nella

sua pallida carne malata era la sorgente inestinguibile del divino

amore. Pativa il sogno come una fiamma carnale; si perdeva nel miracolo

come tra le braccia di un divino amante. Da lei doveva nascere una

grande leggenda; forse la più maravigliosa e terribile dopo il delirio

di Cristo; quella che a lei trascinerebbe una emigrazione infinita di

sciagure umane, tutto il dolore, tutte le piaghe, tutta l'ignoranza,

tutta l'umiltà del secolo che portò nella sua dura effigie il sogghigno

sarcastico di Voltaire.

Da lei, da questa pascolatrice di mandrie nelle praterie selvagge di

Bartrès, dall'allucinata che mal respirava in fondo al vicolo des Petits

Fossés, da lei, povera come un giglio, profumata come la preghiera,

semplice come la demenza, innocente come la felicità, da lei che dormiva

con sei altri miserabili nel tugurio del mugnaio Soubirous, doveva

nascere il sogno più spaventoso che mai abbia fatto splendere i secoli

di Cristo; e i disperati di tutta la terra, e i maledetti di tutta la

terra, vennero ad intingere le lor piaghe nella fontana della Vergine di

Bartrès.

Già una volta questo era accaduto, là sul Giordano.

Già una volta l'Allucinato sorse, e disse ai piagati di tutte le

infermità: «Venite a guarire in questo fiume, per il quale sarà

cancellata ogni colpa nel lavacro del battesimo.»

E disse ai dolenti, e disse agli inguaribili:--«Io vengo a voi, per voi,

da quello che non può essere nella vita.»

E disse ai laceri, e disse ai diseredati:--«Il mio regno non è di questo

mondo; la mia speranza non è di questa vita».

Già una volta il Battezzatore medicò di acqua innocente la piaga

insanabile, e veggenti fece gli orbi di Dio, e sollevò i tramortiti, e

camminare fece i contorti, e vivere nella speranza i percossi da ogni

miserabilità.

Allora quel Divino Folle usciva dalle vigne di Galilea, saliva contro la

terra di Roma, contro il giogo di Roma, ed entrava, bianco di rusticità,

nella insolente Gerusalemme, nei cortili del Tempio, dissoluti e

sfarzosi come anfiteatri, e diceva d'esser venuto agli uomini per

benedire gli umili di spirito, i soli che vedrebbero in Dio.

Oggi era una vergine inquieta, che scendeva dai pascoli di Bartrès,

laggiù, sul limitare della terra di Francia, dove cantava il secolo di

tutte le eresìe, dove i miracoli della potenza umana brillavano sui

vértici della vita. E nella valle ond'era sgorgata, quasi dalla sua

verginità, una leggera fontana, battezzava nella speranza e nel miracolo

quelli che il potere degli uomini aveva ormai abbandonati alle ombre

sotterranee, squallido pasto per la fame delle cancrene, putredine da

raccogliere ne' cimiteri.

Così, dalle buie catapecchie, nascono le eterne religioni; così la

sapienza degli uomini cade a ginocchi e tace davanti al sogno

d'un'adolescente.

Ora, quel giorno, il fuoco stava per morire nel tugurio del mugnaio

Soubirous. Era inverno; inverno freddo e squallido, nel borgo esposto

alle bufere de' selvaggi Pirenei. Louise Soubirous, la madre di

Bernadette, portò sotto il camino la pentola ove usava ogni giorno

cuocere il riso della cena. Ma guardò il focolare, e viste mancar le

fascine, disse a Maria, la sua figlia minore:--«Esci, Maria; va giù per

lungo il fiume, passa il ponte, portami un grembiule ripieno di legna da

ardere.»

Ed anche Bernadette allora si alzò, per scendere con la sua minore al

fiume. Però la madre disse:--«Rimani con noi, Bernadette. Non senti come

il vento fischia dal Pic du Midi?»

La udiva sempre tossire; vedeva i suoi larghi occhi divenir sempre più

immobili nel viso emaciato. Poi si era nel mezzo del Febbraio; l'11

Febbraio dell'anno 1858.

Ma Bernadette si avvolse le spalle nel suo logoro scialle di lana fulva

e silenziosa camminò dietro la sorella. Fuor del borgo s'incontrarono

con Jeanne Abadie, la figlia d'un vicino, che andò con loro.

Scesero. Le Gave de Pau traversava con impetuose onde la dura vallata.

Si udiva il rumor del fiume cantare fino al cielo, gonfiarsi, perdersi

nell'inverno scintillante. La bianca erba si accendeva di arcobaleni

sotto il gelo della brina. I sentieri lungo il fiume, di là, nei boschi,

erano deserti.

Non un rumore d'animali o d'uomini; dappertutto, a perdita d'occhio, lo

squallore silenzioso e fertile dell'inverno. Le tre fanciulle

camminavano; giunsero al guado; le prime due passarono; Bernadette

restò.

Restò presso il fiume, paurosa di mettersi nel guado, e co' suoi grandi

occhi d'allucinata guardava la rupe di Massabielle.

Un senso di freddo sgomento l'assalse; non vedeva nemmeno più la

sorella, nè Jeanne Abadie, che si erano allontanate per la boscaglia

dell'altra riva.

Ella sola, con i suoi capelli pieni di vento, con le sue spalle

intirizzite sotto lo scialle di lana fulva, era in mezzo a quel grande

inverno; il fiume pareva l'assalisse con il suo fragore di ciottoli e di

spuma; lontano brillava le Pic du Midi.

E Bernadette guardava la rupe di Massabielle. Rossastra, tutta macigno e

ruggine, con ciuffi di rovi, essa entrava nel cuore della vallata,

costringendo le Gave de Pau a formare un gomito. A piè della rupe, tra

le sue forre, quasi dirimpetto al guado, era una vecchia spelonca, una

semplice fenditura nel macigno, non profonda, ma obliqua e buia. I

caprifogli selvatici l'ostruivano, e gli spini. V'entravan d'inverno le

bestie selvatiche; d'estate, qualche volta, i pastori.

E Bernadette guardava i nudi spini, fioriti per il gelo dell'inverno,

simili ad un cespuglio di trina. Forse, nell'anima sua di pascolatrice,

tra quel fragore immenso della solitudine, ripensava le praterie di

Bartrès, quando, in sul finire d'Aprile, tutto si profumava di mughetti,

quando, nel dolce Settembre, la foresta diventava un prato di ciclamini.

Ed anche allora quel fiume leggero correva sotto la catapecchia della

povera donna di Bartrès; talvolta pareva l'assalisse con il suo fragore

di ciottoli e di spuma. Lontano brillava le Pic du Midi.

E mentre guardava, e mentre quella bianca velocità passava, non fuori di

lei, ma in lei, dentro il suo cuore di pascolatrice, le pareva d'esser

presa nel guado, sollevata nella forza dell'ondata, percossa dai

ciottoli, travolta, come i rami neri che scendevano dalle pinete di

Bartrès.

Voleva chiamare la sorella, chiamare Jeanne Labadie; ma erano lontane,

andate su per il monte a raccogliere fuscelli secchi e sterpi di buona

scintilla, per far bollire l'acqua della cena, lassù, nel tugurio del

mugnaio Soubirous.

E le pareva ora d'esser lontana da tutti gli uomini, di sentirsi a poco

a poco sollevare come da un raggio di sole nell'inverno infinito, e che

una voce distante, simile forse a quella del diacono Ader, simile forse

alla musica del fiume, andasse cantando per tutta la montagna le parole

pronunziate nella basilica dal cantore del Vangelo:--«Bernadette

Soubirous è nella grazia del Signore.»

Cadde a ginocchi sul greto selvaggio; in lei passava uno straordinario

soffio di amor divino. Era la benedetta, la iniziata, la prescelta; era

la sposa del Sublime Possessore; vedeva in Dio, sentiva nel perfetto

Bene, aveva il raggio del miracolo ne' suoi capelli pieni di vento.

E questo raggio, davanti a' suoi ginocchi, formava una macchia di sole;

e questo sole, traverso il guado, brillava come una spada miracolosa; e

questa folgore assaliva la spelonca de' caprifogli, de' nudi spini,

bruciava tutta la rupe di Massabielle, era un fiocco luminoso, un alone

biondo, la fiamma terrestre del Divino amore, la presenza di Dio...

Lontano brillava le Pic du Midi.

Tornarono le due fanciulle, con i grembiuli ricolmi di fuscelli secchi e

sterpi di buona scintilla. Mentre ancor stavano su l'altra sponda e

s'appressavano al guado, videro Bernadette inginocchiata, con i due

polsi in croce su lo scialle di lana fulva, e le gridarono:--

«Bernadette, che fai? Lévati! lévati! ora veniamo.»

Posero il piede ignudo sul primo sasso del guado.

Ma la Santa di Bartrès non si muoveva.

E passarono su l'acqua, tra le frange di spuma, nel pericolo della

bianca velocità, con i grembiuli riversi e gonfi, attente ove mettere il

piede.

Ora vennero, e le posero la mano su la spalla, e toccarono i suoi

capelli pieni di vento, e dissero:--«Lévati! lévati, Bernadette!»

Allora, dal suo povero scialle di lana fulva, Bernadette sollevò, come

da un sogno estatico, gli occhi pervasi di un divino sgomento. E le

parlavano, ed ella non rispondeva; e le dicevano di levarsi, ed ella

stava prosternata.

Poi gridò:--«Inginocchiatevi! pregate con me! Ho veduta la Vergine

Maria! Mi apparve da quegli spini, camminando sopra una nuvola bianca.

Di là dal fiume, davanti alla rupe di Massabielle, come vedete voi me,

così vidi l'Immacolata Concezione.»

E quelle, dopo aver pregato, s'incamminarono. E tremando parlavano del

miracolo. E giunsero alle case del borgo. Ed ai primi che incontrarono,

dissero che davanti alla rupe di Massabielle, mentre stava Bernadette

presso il guado, si era formata una grande nuvola bianca ed erale

apparsa, in sembianza di umanità, la Vergine Maria...

Lontano brillava le Pic du Midi.

La perduta in Cristo fu derisa ed imprecata, come quelle che dànno per

vere cose vedute nel delirio.

Ma dal borgo il rumore saliva.

Sotto i portici bui, ne' casolari dispersi, ognuno parlava della Vergine

di Massabielle, comparsa davanti la caverna degli spini alla segnata nel

divino amore, che fu pascolatrice di agnelli nelle praterie di Bartrès,

alla pallida figlia del mugnaio Soubirous, a quella che sui duri

ciottoli della contrada camminava con un passo di gatta, lungo il muro,

trasognata, senza guardare alcuno.

Il rumore ogni giorno saliva.

Quel mugnaio, adirato, parlava di scacciare la figlia. Anzi disse

ch'ella aveva nel corpo il dimonio del fuoco degli uomini, e perciò

vedeva con doppi occhi, ed era meglio la buttasse per la campagna, con

la sua treccia spettinata ed i suoi occhi da trovar fortuna.

Ma dal borgo il rumore saliva.

E tutti volevano che Bernadette ancora tornasse alla rupe di

Massabielle, davanti la caverna degli spini, poichè, se apparsa era una

volta, certo poteva la Vergine riapparire. E tutti al mugnaio dicevano

che non bestemmiasse quelle sante cose, poichè, se la figlia del suo

sangue poteva essere il tramite fra loro e Dio, questo era il miracolo

più grande nella terra dei cristiani, e già tutta la valle ne parlava, e

già da ogni parte si scendeva dinanzi alla rupe di Massabielle, e

nessuno più ardiva di passar per il guado alla caverna degli spini, e

già un altro pastore, di là camminando, aveva udita una voce arcana

ripetere il nome di Bernadette, come il nome di colei ch'era in grazia

del Signore.

Dunque la condussero al guado, e Bernadette rivide l'Apparizione.

Anzi, quando ne tornò, il borgo era fermo sul limitare dei campi, e

tutti le chiedevan mille cose, toccando la sua veste lacera, i suoi

capelli pieni di vento.

Ma ella camminava come un'allucinata, senza guardare alcuno, alta e

pallida, con gli occhi visibilmente rapiti nella celeste immagine,

sicchè alcune donne si buttaron a ginocchi e baciaron l'orme de' suoi

piedi, e il borgo si mosse dietro lei per seguirla, e tutti riconobbero

i segni dell'elezione.

Ma ella entrò nella Chiesa, camminò verso l'altare, si pose a ginocchi

sul marmo, e stette fino all'alba senza levare la fronte.

L'abate Peyramale, il nuovo parroco di Lourdes, fra così grande rumor di

popolo, non osava mettere il suo verbo a servizio dei fanatici ed ancor

meno bollare di empietà gli scherni dei diffidenti. Pur sapendo che la

visione di Bernadette avrebbe data potenza e gloria all'umile sua

chiesa, nondimeno egli era in gravi angustie fra la saggezza de' vescovi

e la follìa del suo gregge. Andò per consiglio all'alto episcopato, e

venne di ritorno ad annunziare dal pergamo che l'apparizione delle

divine sembianze in ogni tempo e luogo è mirabil segno dell'elezione

celeste; non però tale da nominarsi miracolo, «ove non sia congiunta con

parole atti e fatti che abbiano per sè stessi la specie del miracoloso.»

Ma ora ogni giorno Bernadette andava presso il guado, alla caverna degli

spini, e rimaneva lunghe ore in solitudine di preghiera, tra il grande

canto delle acque primaverili e la musica del vento nell'alta erba dei

selvaggi pascoli d'alta montagna.

Comunicata in questa purezza, ella sentiva il prodigio compiersi e

rivedeva l'apparizione della Madre di Dio.

Ed una volta che apparì, questa le disse:--«Bernadette, il Signore ti

ama; tu sei chiamata per guarire le piaghe degli infermi, le miserie

degli addolorati. Va, Bernadette, e di' ai Vescovi che di questa umile

pietra sarà costrutta una grande basilica.»

Già era venuto l'arioso tempo della primavera; per il guado scintillava

in bianchezza di spume la neve degli azzurri Pirenei: l'odor nuovo della

messe nascente si alzava da tutta la montagna, cosparsa di bianche

fioriture.

Ora il caprifoglio selvatico e gli spini della caverna di Massabielle,

pur sotto l'ombra della rupe sentivano il nascere delle foglie;

incendiato nell'alta lontananza, puro come l'eterna aridità, culmine di

tutte le altezze, brillava le Pic du Midi.

Ed un giorno il miracolo si fece.

Or che il Vescovo, e tutto il clero, e tutto il popolo sapevan del

messaggio divino, che per il labbro della pascolatrice di Bartrès

prediceva la costruzione della Basilica, un numero immenso di fedeli era

sempre davanti la grotta, e le visioni de' credenti si moltiplicavano e

la speranza del miracolo era in tutte le anime. Quando appariva di

lontano la vergine Bernadette, co' suoi capelli pieni di vento ed il suo

povero scialle di lana fulva, un immenso grido si alzava da quelle turbe

inginocchiate; la Santa passava tra loro, alta, pallida, senza guardare

alcuno.

Un giorno camminò fino al limitare della grotta, poi si volse e

disse:--«Ora vedrete l'acqua del miracolo.»

Entrò nella grotta, senza ferirsi traverso gli spini. E i più vicini

videro la sua mano bianca toccare la rupe arida, ov'era una fontana

suggellata.

D'improvviso un rivolo brillò. Dagli interstizi della roccia si vide

scaturire il filo argenteo, la polla gorgogliante, il nastro tortuoso,

che scivolò per il pendio della caverna e si mise a gemere sotto il

cespuglio de' caprifogli e degli spini.

La vergine riapparve sul limitare della caverna, con la pallida mano

intinta nell'acqua miracolosa.

E le migliaia di fedeli, ch'erano adunati lungo il fiume per attendere

il segno di Dio, veduto il miracolo, si buttarono a terra carponi, ed

urlarono, e benedissero la Santa, ed asciugaron con la bocca tremante il

rivolo d'acqua della rupe di Massabielle; poi si vide un popolo intero

correre per la pianura, per il monte, gridando il miracolo della Vergine

di Bartrès.

E dicevano:--«La Santa! la Santa!... Nel casolare del mugnaio Soubirous

vive la Santa che può risanarci da ogni dolore. Con le sue dita pure ha

fatto scaturire dalla rupe di Massabielle la Fontana Incantata. Correte

a vedere il prodigio, uomini e donne di tutte le vallate! Quella che

ogni giorno parla con la Vergine dal Manto Azzurro, può, se vuole,

risanarci da ogni dolore. Portate alla Fontana i vostri infermi.

Conducete i mútoli e parleranno; i ciechi e vedranno. Intingete

nell'Acqua Incantata le piaghe antiche, le membra contorte, la carne

livida, gli ossi disgiunti; commettete alla Santa di pregare per voi,

uomini e donne di tutte le vallate.»

Ma ella non era che una pascolatrice d'agnelli, nutrita con poco pane e

qualche ciótola di latte nel tugurio del mugnaio Soubirous; la sera

tornava dal rumore delle moltitudini, con la sua treccia piena di vento,

alta e pallida, senza guardare alcuno.

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«Sì, Madlen, le leggende sono belle come la storia o, per lo meno, la

storia non è altro che una continua leggenda. Ed io vi consiglio,

Madlen, di non avere inutili curiosità; vi consiglio di non indagare mai

cosa è vero e cosa non è vero nei documenti memorabili che di età in età

si tramandano gli uomini. Se non ci fosse qualche poeta in mezzo a

questa eterna gazzarra di giocolieri e di mercanti che per nove decimi

compongono la fiera umana, se non nascesse in ogni età qualche divino

illusionista, il quale riesce a colorire di sogno la volgare giunterìa

dell'esistenza, oh, cosa mai sarebbe, Madlen, questa buia terra nostra,

piena di templi ove si vende Cristo e di postriboli ove si vende

l'amore?

Sì, Madlen, lasciate cantare le leggende!... Sono ancora ciò che di più

bello noi udremo, in mezzo alle indecenti verità della vita, in mezzo ai

cenci ed agli orpelli degli istrioni che recitano la giornaliera

commedia umana. Lasciate cantare le leggende, sorgere dai pascoli e

dalle catapecchie gli inventori di paradisi!... Questo è ciò che

importa. Madlen:--ascoltare una bella favola e credere, come assorti

fanciulli, nella divina impossibilità.

Lasciamo ai geometri l'esattezza; per noi basti un poco d'ideale. Vadano

gli archeologi ed i conservatori di musei a disturbare le mummie o

compulsare i palinsesti:--noi continueremo a credere nei miti. La

critica storica non potrà che farci sorridere, come un triste giocattolo

di vecchi bambini. La «Weltanschauung» de' filosofi tedeschi e le

inestirpabili «Categorie» di quel loico atroce che fu il signor Emanuele

Kant, noi le terremo nella tasca del soprabito, come un goffo e

pretenzioso Baedecker ad uso dei provinciali moderni che amano viaggiare

nell'infinito. Ma su la dolce nostra terra fiorita, noi sempre andremo

in cerca di provare qualche brivido,--e questo è ciò che importa.

Perchè noi veniamo dalle città piene di baccanali, dai teatri furiosi di

luce, dai transatlantici che portano con sè campi da golf e sale da

ballo; veniamo dalle inesorabili esperienze di quella vita senza catene

che non può tutta contenersi nel puzzo di rinchiuso d'un'aula

universitaria nè sul panno macchiato d'inchiostro d'una tarlata

scrivania; noi siamo i profani di tutte le cose, ma insieme i perfetti

nel vivere, cui nessuno può nulla insegnare; noi veramente sappiamo

conoscere quali fiori mandano profumo nei giardini della vita, e di

questi, non d'altri, per noi tesseremo la nostra conviviale ghirlanda.

Voi che vestirono le divine abbigliatrici di Francia, con tutto il sogno

che può comporre la trama del più sottile telaio, con tutta la lievità

che può essere nella morbidezza della pelliccia e dalla piuma, voi che

tempestarono di prodigiose fiamme i pazzi gioiellieri, e sovra ogni cosa

che toccò la vostra mano lasciaste un poco di profumo, voi ora entrerete

con me nella valle de' cancerosi e degli sciancati, vedrete l'immenso

dolore della carne umana, offenderete i vostri occhi pieni di lucente

impurità con lo spettacolo di tutte le contaminazioni.

E gli anelli vostri, che brillarono sui tavolieri ambigui delle tavole

da giuoco, tremeranno per un attimo dentro la polla dell'Acqua

Incantata, e curverete sotto i portici di questa vecchia buia Lourdes la

fronte vostra di cortigiana che non si diede, la bocca vostra di vergine

che amò patire ogni offesa, e forse conoscerete ancora una ebbrezza

ultima:--quella di sentirvi crudelmente gaudiosa in mezzo a questa pena

infinita.

E forse voi comprenderete, Madlen--ed io pure sentirò con voi--che due

sono le maniere di vivere; due strade conducono ugualmente verso la

tomba: il piacere, da un lato; dall'altro la genuflessione.

Or io vi conduco ad intendere la ricchezza di chi non possiede, la gioia

di chi solo può essere incatenato al patimento, la voluttà meravigliosa

dell'astinenza, il sogno dei traditi.

Voi mi diceste una sera,--la sera che io vi conobbi, tra il rumor

dell'oro e le musiche dei pazzi violini:--«Ma voi che avete scritto

qualche libro, forse qualche libro d'amore, perchè venite così lontano,

in questa città piena di perdizione, ad avvelenare nelle case da giuoco

il vostro cuore che ama l'Atlantico?...»

Ecco, ed ora vi rispondo:

«Io vado, traverso il piacere, Madlen, in cerca della genuflessione.»

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--¡Hombre! Usted no conoce mas los amigos!...

Ero fermo con Madlen davanti alla vetrina d'un mercante di paternostri,

sul Boulevard de la Grotte, quando mi sentii battere con vivacità un

colpo su la spalla ed intesi una voce nota prorompere in quell'allegra

esclamazione: «¡Hombre! Usted no conoce mas los amigos!...»

Rivolsi gli occhi dalla vetrina, e mi trovai di fronte il giovine

hidalgo Lord Pepe. Appunto egli era venuto su la soglia di quel medesimo

negozio e teneva infilato sul braccio un gran mazzo di scapolari.

La mia confusione fu così grande, che guardai Madlen, e per un attimo

non seppi cosa rispondere. Ma il delizioso Lord Pepe, tutto vestito quel

giorno di uno smorto colore kaki, non concesse gran tempo alla mia

confusione.

--¡Deo gratias, caballero! Usted parece en excelente sanidad! Yo llego

expresamente de Biarritz para encontrarme con Ustedes!

«Con noi?... veniva egli appositamente da Biarritz per incontrarsi con

noi?...» Gli strinsi forte la mano, sebbene cadessi di sorpresa in

sorpresa.

Ma Lord Pepe, sempre col suo mazzo di paternostri sul braccio, scese dal

gradino del negozio, fece un profondo inchino, e sollevata per l'ápice

delle dita la mano destra di Madlen vi depose con impeccabilità il più

perfetto bacio che si fosse mai veduto nella cavalleria di tutta la

Spagna.

Madlen, ch'era tuttavia rimasta più ferma ed impassibile delle Madonne

di cera esposte nella vetrina, gli domandò con molta calma:

--Well? Are you already back, dear Lord Pepe?

E nulla potrebbe mai esprimere la sottile ironia di quella voce

tranquilla, con cui gli aveva detto senza turbarsi: «Dunque, siete già

di ritorno, caro Lord Pepe?»

--Ma certo! ma certo!...--rispose questi con precipitazione. E poichè la

fibbia d'una delle sue ghette si permetteva di lasciar saltare in su il

lacciuolo che la stringeva, Lord Pepe si chinò leggermente e rimise in

ordine quella fibbia che osava prendersi tanta libertà. Poi disse:

--Cari amici...--anzi aggiunse:--miei cari ed eccellenti amici,--come

vedete, sto scegliendo un paio di corone del Rosario. Però mi secca

moltissimo di non trovarne almeno due che non sembrino incise dentro

gusci di castagne secche. Il gusto francese, in materia di religione, è

peggiore del gusto americano in fatto di cappelli a cilindro. Ma questo

non è l'essenziale. Tanto più che i rosari di Lourdes saranno certo il

monopolio di qualche industria ebraica «Made in Germany». La cosa per me

importante è una sola, ed è questa: che finalmente vi ho ritrovati.

Pativo la nostalgia di voi. Sì, perdonatemi, cari amici... veramente

pativo la nostalgia di voi!

E Lord Pepe, così parlando, esaminava i rosari ad uno ad uno. Li

palleggiava tra le sue dita scure, tastandoli e pesandoli, con quel

gesto particolare che hanno gli esperti sceglitori di sigari Avana.

Ed egli era più bello che mai, accurato, ben pettinato, fresco di

rasatura, senza cappello in testa, come usar deve nel ventesimo secolo

un elegante giovine signore, il quale abbia due dita di saper vivere,

due granelli di buon senso e di fina educazione.

--L'interno del negozio è tanto scuro,--continuò Lord Pepe,--che non vi

si può conoscere la madreperla dalla noce di cocco. Vorreste aiutarmi

nella scelta, lady Madlen?...

E disse «lady Madlen» con quel tono protocollare e declamatorio che

userebbe, ne' suoi complimenti ufficiali, a Buckingham Palace, il Gran

Maestro cerimoniere.

Lady Madlen scelse nel mazzo un degli scapolari più grossolani, e disse

ridendo:

--Questo va per voi.

--Grazie,--rispose Lord Pepe;--voi siete sempre stata una donna piena di

buon gusto. Però me ne occorron due.

--Due?

--Perchè no? Vi sembra forse che la spesa ecceda il buon senso? Dovete

sapere, lady Madlen, che i miei peccati sono molti, e maggiori sono

quelli della mia nuova compagna.

--Dunque avete una compagna?... Che fortuna per lei, caro Lord Pepe!

--Non ne dubito.

--E sarà probabilmente quella famosa attrice del Vaudeville...

--Neanche per sogno, lady Madlen. Purtroppo, quando io giunsi a

Biarritz, l'attrice del Vaudeville stava già recitando la commedia

dell'Europa Innamorata con un certo Commodoro Americano, il quale aveva

la pretesa di entrare nelle sale del baccarà conducendovi seco il suo

giovine leopardo. Era questo un mezzo radicale per difendersi dai

banchieri troppo fortunati. Ma l'Amministrazione del Casino, pedante

all'eccesso, lo ha pregato di lasciare il leopardo in guardaroba.

«Déposez vos léopards au vestiaire!»--dovrebbe avvertire un cartello

affisso nell'anticamera.

--Oh, mio caro Lord Pepe, come diventano insopportabili quei signori di

Biarritz!

--È quello ch'io dicevo appunto al Commodoro Americano. Pagare una

«cagnotte» disastrosa e non poter nemmeno condur seco il proprio

leopardo: ecco una restrizione che deve sembrare davvero insopportabile

ad un cittadino della libera America!

--Ma dunque, se non è l'attrice del Vaudeville, diteci chi è mai la

vostra nuova compagna,--domandammo a Lord Pepe.

--¡Un misterio, caballero! el mas grande misterio!

E, mentre così diceva, Lord Pepe ci sospinse ad entrare nella bottega

del mercante di paternostri. Quale non fu la nostra sorpresa, allorchè,

rincantucciata nel fondo, nascosta dietro la siepe de' numerosi

avventori, appunto riconoscemmo la bionda Litzine.

Ecco finalmente un matrimonio che poteva dirsi ben combinato!

Le facemmo un'accoglienza festosa e Madlen cominciò ad abbracciarla con

effusione. Quel nostro parlar così forte, que' baci, e l'incompostezza

delle nostre maniere, disturbavano la pace del religioso negozio; il suo

proprietario ci squadrava di sopra gli occhiali a stanghetta,

brontolando non so quali parole, tra la barba irsuta e malvagia come

quella d'un Fariseo.

Io pensavo intensamente al neo biondo ch'era sul braccio destro di

Litzine... Fra quelle medagliette, quelle Madonnine di cera, di stucco,

di legno, di bronzo, fra que' rosari variopinti, d'ogni foggia e d'ogni

dimensione, fra i ceri grandi e piccini, che davano a quel rinchiuso un

puzzo di sego religioso, tra quelle devote in velo nero, tra que' vecchi

baciapile dai borsellini enormi e semivuoti, io pensavo intensamente al

neo biondo ch'era sul braccio destro di Litzine.

E mi ricordavo l'alba senza stelle, davanti al lampione ad arco del

Teatro Eugenia Vittoria, che faceva dondolare, con un lento ronzìo di

corde elettriche, il suo globo spento.

Frattanto Lord Pepe, in un pessimo francese, tutto cosparso di vocaboli

spagnoli, discuteva da uomo competente sul prezzo de' rosari. Aveva

deciso di comperarne almeno quattro; e li scelse con infinita cura, e li

fece ravvolgere in carta velina, trattandoli, adesso ch'eran suoi, con

particolare devozione.

Chissà?... Fors'egli li destinava ad essere una pia testimonianza della

sua devozione presso la zia paralitica e milionaria che governava il

feudo di Zaraùz, inchiodata nella vecchia poltrona, con un rosario per

braccio, la Bibbia sott'occhi, e il testamento olografo sigillato nel

libro dell'amministrazione.

Che malinconia, povero Lord Pepe!... Essere stato elegante come un

baronetto inglese, per finire con sposarsi Adelaida, la cugina

provinciale, che certo portava con severa cattolicità le opache mutande

di cotone! Aver dormito a fianco di Madlen ed immersa la bocca ne'

biondi riccioli di Litzine, per slacciare poi, la sera delle nozze, in

una camera fredda, presso un fuoco semispento, le dure balene di un

busto quasi verticale... Avere quaranta soprabiti, trecento cravatte

così bene assortite, saper ballare il tango argentino con le ragazze

della Pampa, nella sala del Rat Mort, per seppellire sè stesso all'ombra

d'una buia moglie romantica, sul labbro della quale, col volgere

dell'età, comincerebbero a spuntare i baffi!... Che malinconia, povero

Lord Pepe, que' profumati giardini di Zaraùz!...

Nondimeno, questo figlio d'un banchiere della City, dal quale i Circoli

di Regent Street e le sartorie di Piccadilly, gli alberghi del

continente ed i balli di Montmartre, le case da giuoco internazionali ed

i boudoirs delle cortigiane di Francia andavano man mano cancellando

ogni traccia della dura provincia, questo meticoloso buongustaio ed

intrepido guidatore di macchine da lunga strada, aveva indelebilmente in

sè qualcosa di quella sua razza cattolica ed avara, superba e

superstiziosa, che stava ormai tramontando nella poltrona di doña

Isabel.

Questo era ben visibile, quand'egli palleggiava come un esperto

intenditore i piccoli rosari di Lourdes, o comperava le cartoline

illustrate della Grotta Miracolosa, e quando, involontariamente, nelle

botteghe di oggetti religiosi, per le vie della sacra Lourdes, non

poteva trattenersi dal riverire gli alti prelati ed inchinarsi alle

insegne del potere ecclesiastico. L'amabile ironia con la quale parlava

di cose della religione, anzichè nascondere, illuminava in lui, ne' suoi

occhi di schernitore, l'anima del credente.

Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo · 第 10 / 17 题