Esce un gallo che muove il collo, con la scritta: «_Pathé Frères_»

Lord Pepe ha preso parte vivissima alle alternative di questo palpitante

dramma, spesso mormorando improperi contro l'operatore, il quale

cancellava dallo schermo con troppa fretta i lunghi titoli che

illustravano l'avvicendarsi delle scene.

Lord Pepe è un uomo di principî onesti; quando vide il pseudo-Rochette

farsi giustizia, non seppe trattenere il grido verace dell'anima sua e

proclamò ad alta voce:

--¡Que muera el ladron!

È singolare come gli uomini, che son quasi tutti nel lor intimo rubatori

e furfanti, amino a teatro e nei libri vedere il vizio punito e premiata

la virtù. La letteratura del buon fine manda sempre a casa convinti e

soddisfatti gli spettatori. Ciò proviene dal fatto che ogni ladro si

crede un altruista e quella che va in letto col primo venuto si

considera una donna quanto mai difficile a lasciarsi debellare. In fatto

di morale, questo ventesimo nostro secolo si avvia, nelle sue

rettoriche, ad incarnare il verbo della perfetta francescanità. Il

cinematografo, che per noi tien luogo delle commedie di Plauto e

Terenzio, già è sottomesso alle ferule di una illuminata censura. V'è

poi chi cincischia e gracchia perchè di uguali cilici si affliggano le

disoneste lettere. Per conto mio dubito assai delle persone che hanno in

tasca la morale stereotipata, come di quelle che ogni dieci parole vi

buttano lì un principio inconfutabile; diffido assai di chi arriccia il

naso tutte le volte che vede alcuno vivere in guisa diversa dalla

propria, e sospetto gravemente gli uomini integerrimi, le donne

incoricabili, tutti coloro che nulla vogliono perdonare al loro

prossimo;--per ultimo tengo in accigliata e particolare diffidenza

quelle persone davvero spudorate le quali si ascrivono a Leghe di

Pubblica Moralità.

Essere onesti è cosa tanto intima e tanto involontaria, che mi sembra

impostura il farne pubblico mestiere. Sarebbe, a mio giudizio,

altrettanto ridicola una Lega per la universale modestia, o per conoscer

bene la sintassi, o per mostrarsi gentili con le proprie mogli, o per

reprimere la maldicenza, il pettegolezzo e la bugìa.

Nondimeno, poichè una Lega per la Pubblica Moralità esiste in Italia, e

si occupa ogni giorno più di cose deliziosamente amene, vuol dire che io

m'inganno, e la moralità è cosa da raddrizzare con buoni opuscoli e con

avvisi ne' giornali, fra i prodigi del pneumatico Michelin ed i cachets

digestibili del miracoloso Tot.

Ma ecco dove può condurre un dramma veduto al cinematografo, l'odissea

del cassiere onesto e della dattilografa-premio-di-virtù!... Corrono

tempi ove tutto passa traverso gli apparecchi scientifici, dal siero che

guarisce l'avarìa fino a quel sentimento ancora in voga tra gli uomini,

che i nostri antenati avevano la dabbenaggine di chiamare amore.

Un guaio grave, questo cinematografo, che riproduce le cose dal vero e

minaccia di tramandarle ai più remoti secoli, come troppo fedeli

testimonianze della nostra fuggente vita. Esso purtroppo uccide la

leggenda, e la leggenda è poesia, che fa risplendere di eterna bellezza

l'irrevocabile passato. In verità noi ammiriamo gli antichi, per il

fatto che ad essi mancava il cinematografo, quindi non sappiamo com'essi

erano esattamente nè di quali realtà, forse umili, si componesse la lor

distante vita. Ma come potranno i posteri ammirare noi, ora che la

funesta pellicola eternerà davanti ai lor occhi la vicenda e la storia

delle gloriose nostre ridicolaggini?

Siamo noi ben certi che un operatore di cinematografo rintanato al passo

delle Termopili non potesse bastare a mettere in quarantena la immortale

gloria di Leonida? E chi dunque non sorriderebbe rivedendo il

macchinario quanto mai scricchiolante del coreografo che inscenò il

Cavallo di Troia? E cosa mai fu il secolo d'oro di Atene, retto insomma

da un demagogo e da una prostituta? Osereste voi rivedere Babilonia

quale in verità doveva essere: una immensa città di caravanserragli, con

un palazzo imperiale sontuoso e balordo, costrutto da ingegneri che

falsificavano il vecchio Egitto? E la gloriosa Tebe dalle Cento Porte, e

Menfi, e la figura di Ramsete II, che forse, come ideatore di

imperialismi, non superava in furfanteria il principe di Bismarck? E

ditemi, di grazia, che mai sarebbe avvenuto dei venti secoli di vita

cristiana, se un operatore della Casa Pathé avesse potuto assistere alla

scena della crocifissione di Cristo? Quale sarebbe la nostra opinione su

Roma signora delle genti, se ancora vedessimo in pieno Foro Cicerone

declamare le sue Catilinarie, o Cesare, il Lord Kitchener dell'Impero,

l'amante di Nicomede, cadere sotto il pugnale di Bruto?

Quando penso alla creazione dei futuri musei cinematografici e rifletto

che, magari fra duemil'anni, i figli lontanissimi dei nostri più remoti

figli andranno a teatro la sera per veder riesumati sul telone

commemorativo i calzoni a mantice dell'ex-Presidente Fallières, le cacce

affricane dell'intrepido Teodoro Roosewelt, le statue che diede a

Berlino il genio artistico di Guglielmo II, l'ossario dannunziano di Ida

Rubinstein e la faccia minossiana del parlamentare Filippo Turati,

quando penso ch'essi rivedranno due milioni di spettatori assistere al

match di boxe tra il pallido Geffries ed il negro Jack Johnson, e tutta

Parigi straripare nelle strade in tumulto la sera dell'arresto di Madame

Steinheil, e vedranno le Terme di Caracalla divenute il Palais de Glace

o le bighe del Circo Massimo tagliare il traguardo al Derby di Epsom, e

vedranno Aristotile tenere una prolusione sul Tango all'Accademia di

Francia e San Pietro dormire su lo strame nelle undicimila stanze del

Vaticano, quasi quasi temo che i figli remotissimi dei nostri più remoti

figli quella sera torneranno a casa dicendo con tutto il rispetto: «Che

buffoni, poveri noi, que' nostri venerabili antenati!...»

Pertanto eravate assai dolce questa sera, Madlen. Nella sala quasi

perfettamente buia, nell'angusto palco, mi stavate vicina con

morbidezza, come la vergine appena isposata si preme al fianco del suo

defloratore. Vi sentivo respirare contro la mia persona, come se il

vostro calmo respiro prendesse origine in me.

Avevate su le spalle una stola d'ermellino, ch'era fredda quasi come

l'ápice delle vostre dita. Nulla io potevo dirvi, nè voi a me. Quel

ronzìo del proiettore sembrava una musica la quale andasse frugando,

frugando, nell'oscurità, in cerca di un'anima dalla quale farsi

comprendere. Avevate, credo, un profumo diverso dal consueto, ed io mi

sentivo malato di voi sino alle radici dell'essere, ma così

deliziosamente malato, che non avrei fatto alcuno sforzo per guarirne;

anzi mi affondavo nel mio male come in uno stordimento bello e

voluttuoso. Eravate stata così vicino ad esser mia, che già mi pareva di

conoscere il suono, il profumo, la musica del vostro più perduto bacio;

eravate in me confusa, come s'io portassi qualcosa di voi nelle mie

tormentate vene. Sentivo che una piccola grande cosa era nata fra noi:

l'intimità, la complicità, la memoria d'essere stati proprio su l'orlo,

proprio al confine di quell'istante meraviglioso che scioglie fra due

vite ogni paura e le confonde in una.

Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un

solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè

tu divenivi la mia solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu.

Adesso mi si destava nell'anima una grande malinconia, quasi una bontà

nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un'anima nel

tuo corpo giovine come il sole; e stando così presso alla tua bocca

profumata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu.

Adesso, mentre scrivo e ti attendo, una chiara notte s'è alzata nel

cielo che non piove più. Dai giardini della Zurriola sale ad intervalli

un odore voluttuoso d'alberi stillanti. L'Urumea porta nel mare, con la

sua lenta ondata grigia, le foglie che l'autunno fa cadere giù...

----

Il Russo lungo lungo, amico del Belga piccino piccino, aveva una sorella

di media statura. Questa era una signorina ben fatta, poco seria, che

andava pazza per il ballo ed era dalla fronte alle caviglie cosparsa di

quella indefinibile seduzione che si chiama il fascino slavo. Sopra i

suoi fianchi molto ben disegnati già pericolava una minaccia di

pinguedine, come una vera spada di Damocle della quale un marito

romperebbe il filo.

Non so bene di quali cose in particolar modo si occupasse la signorina

Anastasia Mikailovna, figliuola d'un Boiardo ucráino; certo è che tutti

gli scapoli dell'albergo, di giorno e di sera, molto volontieri stavano

con lei. E la signorina Anastasia Mikailovna, per un senso d'altruismo

quanto mai lodabile, trovava il mezzo di regalare ad ognuno qualche

bríciola del suo fascino slavo.

Non rimase a mani vuote neanche Lord Pepe; il quale sapeva, beato lui,

comprendere il fascino slavo di tutte le nazioni.

Quando una signorina russa nata nella pingue Ucráina balla con un

giovine spagnuolo vestito a Picadilly, gli altri popoli della terra non

devono far altro che radunarsi all'intorno e tacitamente guardare. Io,

per l'appunto, seduto vicino a Madlen, contemplavo le perfette eleganze

tersicoree dell'hidalgo Lord Pepe, mentre vedevo dipingersi nella

fisionomia di Madlen quella sottile ironia tutta particolare del

carattere inglese.

Ciò accadeva pochi giorni or sono. Ma oggi la signorina Anastasia

Mikailovna, con la racchetta da tennis in mano, si era invece rifugiata

nel più intimo salottino dell'albergo e stava con molta lassitudine

appoggiata contro una scrivania; le sue trecce scure brillavano sopra un

golf color viola del pensiero, e, forse per pudore, forse per

indecisione, guardava con occhi bassi le sue belle scarpette di daino

molto fino. Lord Pepe, con una posa da seduttore altrettanto blasé

quanto irresistibile, dolcemente le andava parlando, non saprei dire se

con le mani oppure con le ginocchia. Le parlava, è probabile, di cose

attinenti al fascino slavo e delle pieghe certo involontarie che sul

corpo della signorina Anastasia Mikailovna, figlia di Boiardo, prendeva

il golf di lana color viola del pensiero.

Ciò avveniva in una piccola sala di lettura; luogo adatto, come ognun

vede, a leggere _I Fioretti di San Francesco_, od a scrivere lettere

alla propria famiglia su carta intestata con il regal stemma della Reina

Maria Cristina.

Quando entrai nella sala di lettura, fecero entrambi un movimento

repentino, poi Lord Pepe baciò la mano della signorina Anastasia

Mikailovna, e con il viso ancora compenetrato di fascino slavo venne a

prendermi allegramente sotto braccio.

Anzi mi propose--fatto molto singolare, data la sua naturale

pigrizia--di fare con lui una passeggiata.

--Volentieri, Lord Pepe--gli risposi.--Ma dove andremo? verso la Concha?

--Sì, verso la Concha, como quiere Usted. Allora, mentre camminavamo

sotto il pallido sole ancor soffuso di nebbia, Lord Pepe mi fece con

amabilità questo leggiadro discorso, che tenterò di riassumere in breve,

saltando, poichè prive d'importanza, le mie numerose interruzioni.

Disse Lord Pepe:

«Voi siete un molto simpatico ed amabile giovinotto, anzi vi confesso

che ho molta simpatia per Usted. Voi avete un carattere che va molto

bene con il mio, solo vi consiglio di non lavorare troppo la notte,

perchè avete spesso la faccia stanca, e non c'è bisogno di prendere la

letteratura tanto sul serio quando se ne può far a meno. Poi non

dimenticatevi che i libri, tanto quelli di scienza come quelli d'amore,

servono sopra tutto alle persone che non sanno trovare altro mezzo per

uccidere il tempo. Que sì, caballero!... La donna è poi come la

letteratura: più si legge e meno la si comprende.--Pausa--Io mi sono

accorto che a voi piace molto la mia piccola amica Madlen. Questo mi fa

piacere. Madlen è una donna molto elegante, muy fina, muy dispendiosa, e

che ha fatto apposta a lasciarsi fare la corte da Usted, perchè la donna

gode mezzo mondo se può vedere il suo amante consumarsi di gelosia. Ma

con me questo gioco non riesce, pauvre petite, por que soy un hombre qui

s'en fiche!--Pausa--La sola cosa davvero importante è questa: che in

otto mesi mi ha fatto spendere un mezzo patrimonio; ragione per la quale

mio padre, banchiere a Londra, mi ha telegrafato; «Mas nada.» Le due

parole irrevocabili che ogni tanto mi telegrafa in tutte le lingue,

secondo il paese dove mi trovo. «Rien plus.» «No more.» In Italia si

dice: «Niente più.» Mio padre, banchiere a Londra, quando scrive

telegrammi, ha una forza di carattere davvero inflessibile.

«Quando invece parla con suo figlio capisce sempre di aver torto. Dunque

bisogna ch'io vada a Londra. Ciò mi secca, per la traversata della

Manica, che in questi mesi non è del tutto conforteable, come

dovrebb'essere un canale degno del popolo Inglese.--Pausa--Mio padre,

banchiere a Londra, con un ordine di Borsa rifà in due giorni quello

ch'io sciupo in un anno; quindi potrei benissimo rimanere con Madlen

fino al principio dell'inverno, ed anche dopo, se ne avessi urgente

necessità. Ma questa mia risoluzione dispiacerebbe forse a Usted, e non

divertirebbe affatto il vostro amico don Josè de Higuera, che in amore

come in tutte le cose preferisce sempre all'abitudine la novità. È stato

un errore innamorarmi di Madlen, ed è la prima volta che ubbidisco per

otto mesi ai capricci di una sola donna. Ma il mio amore per fortuna è

fatto in modo che solo dura finchè non mi avvenga d'incontrare un'altra

donna la quale non sia peggiore della precedente. Ed io posso dire a

Usted che questo è il solo modo ragionevole d'innamorarsi. Claro? Dunque

volevo riferire a Usted che domani parto per Parigi, e dopodomani

traverserò la Manica. Fra otto giorni--poichè ci vuol sempre circa una

settimana prima che mio padre voglia riconoscere i suoi torti--sarò di

nuovo a Biarritz, con una deliziosa attrice del Vaudeville, ch'essendo

amica nel medesimo tempo di un deputato marsigliese e di un sarto

parigino, costerà lo stesso a mio padre, banchiere a Londra, ma forse a

me, in privato, permetterà di fare una certa economia.--Pausa--Ora penso

di aver fatto il mio dovere, informando voi per il primo di questo mio

viaggio a Londra. Viaggio che a voi farà piacere, ne sono certo, mentre

a me dispiace moltissimo di allontanarmi da un simpatico amico y

distinguido caballero como Usted.»

Sul mare sonnolento si adagiava una striscia di sole, vaporosa e calma;

lungo il Paseo de la Concha ferveva un corso animatissimo. E noi

tornammo indietro, allegri, senza la più piccola ombra di disagio, per

comperare dal primo tabaccaio che incontrammo quelle grosse ed aspre

_Elegantes emboquilladas_, delle quali entrambi eravamo sprovvisti.

Su la soglia della tabaccheria mi parve necessario dirgli, prendendolo a

braccetto:

--Cher ami... non ho purtroppo un padre, banchiere a Londra, nè una

Manica da passare con tanta facilità; ma se quello che il «trente et

quarante» finora non mi ha tolto può esservi utile per qualche

settimana, vi prego di trattare con me come fareste con un vecchio

amico...

Egli rifiutò indiscutibilmente, con un sorriso da Grande di Spagna.

----

Ella tese a Lord Pepe la sua lunga mano inguantata, con un saluto sobrio

e semplice, come se quella partenza definitiva non dovesse durare che lo

spazio di ventiquattr'ore. A piè del treno, presso il montatoio, ella

stava immobile vicino all'amante, lasciandogli nella mano la sua mano

aperta e guardandolo negli occhi senza il minimo segno di dolore.

--Good bye. Friend. Kiss for me London...

Non v'era in lei turbamento visibile, ma neanche la più piccola

simulazione. Otto mesi d'amore o di giornaliera intimità finivano per

lei senza una lacrima, invece con una stretta di mano, con un sorriso da

signorina, da miss inglese, limpido, illibato, sarcastico.

--Good bye, Friend. Kiss for me London...

Il marciapiedi bianco d'elettricità rifletteva la sua lunga ombra; il

cappellino frivolo e serio, l'abito a giacca, gli stivaletti luccicanti,

parevano stranamente adatti ad accrescere la sua impassibilità. In quel

momento era più che mai onesta, più che mai signora, e signora inglese

in tutta l'estensione del termine; tantochè ripensavo, quasi per amore

del contrasto, alla sua bella camicia di linon, fina come un ragnatelo.

L'express Paris-Madrid allungava sotto la tettoia della stazione

imbandierata le sue vetture luccicanti, collegate insieme da un

passaggio a mántice; nel mezzo del treno il salon-restaurant sfavillava

di luce come una sala da ballo. I pranzi ormai eran finiti, le tavole

sparecchiate; nel lunghissimo corridoio del treno molte cuccette chiuse

custodivano il sonno dei viaggiatori già coricati. Altre lasciavano

intravvedere dagli sportelli aperti i preparativi notturni d'una coppia

inglese che ammobigliava il proprio home, d'una parigina irrequieta che

trasformava il suo scompartimento in un profumato boudoir, con bagaglio

ad armacollo e piuma tirolese, infine d'un diplomatico turco in perpetua

vacanza, che avrebbe offerto molto volentieri alla sua vicina di parete

una bottiglia di Champagne...

Ormai, pare impossibile, non v'è treno di lusso che solchi l'Europa in

qualsiasi direzione senza contenere la Parigina e il diplomatico Turco,

questi due esponenti così caratteristici dell'umanità del ventesimo

secolo.

Gli eleganti controllori della Compagnie Internationale des Wagons Lits,

bei giovani, che talvolta, nel cuore della notte, una viaggiatrice

solitaria chiama con romantiche scampanellate, ora ciarlavano fumando a

piè de' montatoi; altri andavano preparando i lettini candidi, altri

esaminavano fasci di tessere o facevano saltare il tappo d'una bottiglia

di Pale Ale. Sopravvenne un Herr Doctor bavarese, viaggiatore di seconda

classe, con occhiali a stanghetta e fasce di lana verde ai polpacci, uno

di quelli che il Creatore stampò con la creta che gli rimase

dall'ippopotamo. Costui andava da una vettura all'altra agitando uno

scontrino dell'Agenzia Cook. Dopo aver seccata molta gente, alla quale

non spettava occuparsi di lui, trovò finalmente un capotreno che gli

diede retta, ed osservato il numero dello scontrino, gli disse in un

tedesco irreprensibile che la sua cabina era stata riservata per un

Ispettore Generale della Compagnia--sede di Bruxelles--qualcosa come il

vice-padrone di tutti i treni a dormitoio che ánsano e vólano traverso

l'Europa. Altro dunque non rimaneva per lui che rassegnarsi alla suprema

ragion di Stato.

Da ultimo il capotreno si volse ad un impiegato che passava, e gli disse

con l'aria più serena del mondo:

--Fous-moi que'que part ce sacré diable d'Alboche!

Un cuoco enorme, il quale sporgeva con tutta la pancia dalla

finestrucola della sua cucina, sfogliava un numero dell'_Assiette au

beurre_, fumando con regale voluttà un eccellente sigaro Avana.

Trofei di bandiere appese dappertutto ostentavano le sigle unite del

Regno Iberico e della Repubblica Francese;--tra pochi giorni il Primo

Cittadino di Francia, con i suoi Ministri, avrebbe traversato i selvaggi

Pirenei per volgere a profitto delle tariffe doganali e del

«Mediterraneo lago francese» quella simpatia che il giovine Re Alfonso,

nel frequentare le regate ed i five o' clock di Biarritz, aveva saputo

inspirare alle belle donne che governano la Francia.

La Compagnie Internationale des Wagons Lits mi sembra, nel ventesimo

secolo, un organismo sociale d'importanza e di significazione per lo

meno equivalenti a quelle ch'ebbe nei secoli trascorsi la benemerita

Compagnia di Gesù. Essa è davvero una forza, una ruota, un'ala della

vita moderna, come l'altra era una catena ed una potenza della vita

medioevale.

Quel treno lungo, sottile, snello, fatto d'acciaio terso e di legno

levigato, che trascinerebbe nel cuore delle montagne ciclopiche una

fantasmagorìa di specchi e d'elettricità, che brucerebbe la distanza

come il fuoco arde la miccia d'una mina, quel treno pressochè

ingioiellato, carico di belle donne, d'uomini ricchi e di bagagli

costosi, per cui le frontiere dei regni più non divengono che fermate

frettolose, quel treno dove corrono tutte le monete, dove si parla ogni

linguaggio, dove s'intrecciano avventure veloci, e che al mattino si

profuma nel suo tepido corridoio di soave cipria e d'Acqua di Lavanda,

era, per chi bene sapesse intendere, un segno dei tempi nostri, della

vita nostra, di quella nuova e transitoria bellezza verso la quale ora

cammina il mondo. Roma costruiva con la pietra millenaria, noi

costruiamo con la delebile velocità:--e questo mi pare più grande.

Per quanto gli spiriti amici del palinsesto, coltivatori instancabili

della polvere di museo, trovino che su la terra nulla di nuovo accade,

ma tutta la bellezza e tutto l'esempio a noi provenga dagli antichi,

pure io sono profondamente persuaso che nessuno fra quei sapienti

selvaggi che a noi diedero la seccatura di possedere una tradizione potè

mai concepire l'eleganza, o nulla d'equivalente all'eleganza d'una lady

inglese che saluta il proprio amante con un semplice shake hand sotto i

finestrini di un velocissimo express. Cleopatra e l'amica di Petronio mi

fanno sorridere quando penso a Madlen Green. Povere belle donne d'una

volta!... ormai servite al cinematografo, per sollazzare gli ozi

domenicali delle nostre ancelle, che al buio sopportano con brividi la

mano dell'innamorato contrabbandiere...

Lord Pepe indossava, per traversare la Manica, un soprabito da viaggio

così ampio e così adatto all'emigrazione, ch'era impossibile chiedere

alla fantasia d'un sarto qualcosa di più conforme alla fuliggine dei

treni ed alla inclemenza dell'acqua marina. Portava inoltre un berretto

scozzese, ben calzato fino ai sopraccigli, una camicia floscia, un

collettino di seta chiuso da una spilla doppia, che lasciava dondolare

con il voluto disordine la gala d'una cravatta ferroviaria.

Lord Pepe rappresentava in quel momento l'uomo che viaggia; perfino le

sue ghette sembravano fatte apposta per andare in treno; chiunque

l'avesse veduto in quel perfetto abito da grand-express, avrebbe detto

senz'altro:--Ecco un uomo che traverserà l'Europa.

Egli teneva tra le sue la mano di Madlen, senza dirle cosa alcuna, e

tuttavia sembrava turbato. In lui nulla esprimeva il turbamento, fuorchè

la sua bocca ben rasata, che si stringeva ogni tanto come per formulare

una impronunciabile parola.

Allontanarsi da una donna è sempre cosa triste, perchè ogni donna

possiede un poco della nostra gioventù. Quello che fu con una, certo non

sarà con altre; l'amore che finisce è un'illusione perduta, un gioiello

che non si ritroverà mai più. E lo sentono anche le anime semplici, se

pure non comprendono il senso di questa grave tristezza.

La cosa più amara che sia nell'amore non è forse l'abbandono in sè

stesso, quanto il suono indefinibile della parola: addio. Si può

talvolta essere giunti fino alla sazietà, fin quasi all'avversione, ma

nel momento in cui ci si dice addio, nel momento in cui la donna che fu

nostra ridiviene per noi la forestiera, e quando pensiamo che l'amore

d'un altro l'inseguirà, la gioia d'un altro la possiederà, ecco, ritorna

in mente un bacio, una parola, una musica del passato, e nasce

nell'anima di chi parte una desolata voglia di piangere.

Povera piccola Madlen!... s'era innamorata di lui per avergli veduto

ballare il tango argentino con una ragazza della Pampa, in una sala del

Rat Mort--e questa era senza dubbio una cosa molto gentile;--povera

piccola Madlen!... aveva cambiati al suo fianco centinaia d'abiti uno

più bello dell'altro, stritolate co' suoi dentini scintillanti un

infinito numero di «crevettes grises», sorseggiate con le sue rosse

labbra tante coppe di amaro Sciampagna, giocato vicino a lui, con una

storditaggine ammirevole, tanti e poi tanti fasci di que' larghi

biglietti da mille, che a lui mandava il suo ricco sfondato padre,

banchiere a Londra... povera piccola Madlen!... aveva inoltre fatto con

lui tanti gentili capricci, tante adorabili sciocchezze, tante piccole

civetterie... si era lasciata per così lunghe notti baciare, stancare da

lui... tutto questo non valeva dunque la pena ch'egli sentisse,

nell'abbandonarla, una piccola malinconia?...

Sì, certo; poichè queste cose per l'appunto sono l'amore; sono l'amore

di tutti gli uomini e di tutte le donne, anche se la forza del buon

senso cerca di reprimere in noi questa insoffocabile poesia. Forse Lord

Pepe se ne sarebbe dimenticato in poche ore, perchè il suo cuore non

aveva memoria, i suoi sensi non avevano fedeltà; ma in quel momento era

triste; io lo vedevo.

Ed infine le disse:

--Ecrivez-moi une lettre, Madlen, si vous n'avez rien de mieux à

faire...

--Yes, dear.

--Je serai votre ami tout de même...

Le dava del voi, con un rispetto sincero. Fece tuttavia un movimento,

come se volesse baciarla su la bocca; ma il braccio di lei, teso, lo

trattenne. Egli piegò il capo sovra la sua mano inguantata, vi pose

leggermente le labbra, e salì nel treno.

Ella disse ridendo:

--Ecco, il treno parte in ritardo.

E non so perchè ridesse, non so perchè ripetesse ancora due volte questa

osservazione, che non era nemmeno esatta:--Il treno parte in ritardo.

Lord Pepe, venuto al finestrino, si abbottonava i guanti. I suoi guanti

erano color fuliggine; gli stavano bene. Mentre le ruote cigolavano,

accese una sigaretta. Io vidi a poco a poco allontanarsi, biancheggiare

nell'ombra il cuoco del Salon-restaurant, che fumava con regale voluttà

un eccellente sigaro Avana. Poi non vidi altro, laggiù nella notte, che

un fanale rosso trascinato verso il mare di Francia; un fanale rosso, un

po' d'amore, nulla: un punto sottile come l'oblìo, pallido come la

distanza, che disperdeva la cenere d'un amore nella polvere della strada

infinita...

Rimanemmo lì, noi due, silenziosi, a guardare le bianche rotaie. E la

voce di Madlen ripeteva nel mio cuore un po' deserto:

--Good bye, Friend...

----

--Cosa facciamo alla stazione ora?

--Nulla; andiámocene.

--Sì, e dove?

--Ritorniamo a piedi, se volete.

--Ritorniamo.

--Che ore sono?

--Le undici.

Il vento agitava le stelle disseminate nel lontano spazio; un odore

forte d'ondata marina investiva la terra buia. Nel passare frammezzo a

due nuvole un filo di luna batteva su qualche fredda invetriata.

Le diedi il braccio; e camminammo.

Si muoveva con leggerezza, quasi con gioia, rovesciando un po' la fronte

all'indietro per immergere la bocca nel vento profumato. Era stranamente

simile a qualcosa che avevo già veduto, ad una sensazione che avevo già

provata. Non so dove, non so quando, forse ne' miei lontani anni, quando

credevo all'amore; all'amore come ad un miracolo che ogni giorno può

nascere per via, all'amore come ad un profumo che venga da fuori di noi.

E pensavo:--«Adesso è tardi; la fontana che in me cantava ora si è

spossata; il mio cuore non è più così giovine; per troppe strade ho

trascinata questa mia deserta anima di navigatore.»

La città era sepolta sotto un grande velario di stelle; nuvole azzurre,

trasparenti, vi correvano sopra, si urtavano, si sfasciavano, senza

riuscire a spegnerle. Gli alberi, gonfi di notte, carichi d'autunno,

facevano stridere sotto i nostri piedi qualche foglia gialla. Nei

giardini della terra di Guipuzcoa la vecchia estate si andava consumando

in nuvole di profumo.

E allora Madlen si fermò, chiuse gli occhi, mi tese la bocca. Un orlo di

leggera umidità bagnava la sua fina veletta. Mi disse:

--Non dovete credere che vi ami...

--Appunto non lo credo; ma che importa? C'è forse bisogno d'essere

innamorati per provare tutto quello che può essere nell'amore?

--Ecco, voi dite assai bene. Voi dite come si dice da noi: «to be in

Love--essere nell'amore.» Questo mi piace. Vivere con un poco d'ansietà,

fra il desiderio e l'immaginazione; stare con l'anima e coi sensi nel

pericolo di provare un grande brivido. In fondo è sempre l'immaginazione

quella che dà le gioie meno volgari e più sottili. Ma io non vi amo,

siate certo, non vi amo. Anzi voi siete qualche volta così lontano da

me...

--Questo è preferibile. Così non correremo il rischio di abbandonarci

alle ineleganze del vero amore. Due persone come voi e me, se per caso

provano un sentimento hanno anche il dovere di nasconderlo. È il dovere

della nostra buona educazione, il senso di quella giusta misura in tutte

le cose che deve a noi proibire l'uso del «sempre», del «mai»--le due

famose parole tanto ridicole, che fanno somigliare i dialoghi di tutti

gli innamorati alla prosa del Segretario Galante.

--Cos'è il Segretario Galante?

--Non lo sapete, Madlen? Oppure questo libro non si trova nelle

biblioteche d'Inghilterra? Può darsi. La vecchia Inghilterra è certo un

paese molto ragionevole. Ma l'Italia, penisola piena di fuoco, possiede

fra l'altre dovizie anche un amabile prontuario delle frasi d'amore.

Siccome in Italia il parlarsi d'amore è un'abitudine nazionale come

quella di giocare al Lotto, così cápita che la persona più eloquente

finisca una volta ogni tanto con rimanere senza parole. In questo caso

un tale che, per esempio, ha un'innamorata e non sa più cosa dirle, si

compera il suo bravo Segretario Galante, vi dà un'occhiata prima di

abboccarsi con lei, quindi le snócciola tutto il più dolce frasario, le

più infocate e pittoresche immagini che mai seppe mettere in carte

l'ardente fantasia de' poeti d'amore. Non solo; ma dovete per esempio

sedurre qualche bella recalcitrante con mandarle una epistola gonfia di

sospiri?--Ebbene, guardate l'índice:--a pagina tale, eccovi la lettera

conveniente al caso vostro, una lettera che struggerà il cuore della

donna più agghiacciata e produrrà un effetto altrettanto rapido quanto

infallibile.

--Oh!--disse Madlen--come dev'essere comodo far l'amore nel vostro

paese!

--Così è di fatti, amica mia. Non solo comodo, ma variato e pieno di

originalità. Le frasi d'amore che dicono le donne italiane, come del

resto quelle che si leggon ne' libri de' romanzieri d'Italia, son dolci

come la liquirizia, profumate come il muschio, ed hanno tal forza di

persuasione che, per resistere alla loro seduzione, bisogna proprio

possedere un cuore sette volte impermeabile. È per questo che noi

Italiani abbiamo all'estero la fama di far bene all'amore, come gli

Inglesi hanno quella di bene giocare al foot-ball.

--E, ditemi: voi pure vi considerate un «champion»?

--Non ancora, Madlen. Pur troppo non ho mai saputo far uso del

Segretario Galante. Questo è il mio difetto. E siccome non riesco a

farne uso neppure nei libri che scrivo, così da molti è vituperata la

leggerezza ed il mal costume della mia letteratura.

--Vi compiango, mio povero amico.

--Oh, non importa, Madlen! Chi ama le proprie idee, può anche far a meno

di vederle applaudite; come si può far a meno di tutte le cose davvero

superflue, tra cui l'amore.

--Dunque non datemi il braccio... preferisco.

Le case che dormono sembrano tutte uguali. Gli uomini che dormono

tengono i piedi verso le finestre, il capo al muro, per vedere in faccia

il sole non appena tornerà. Anche le umili case, nella notte, sembrano

solenni. Il loro colore invade lo spazio. Il respiro di chi dorme trema

nelle finestre. La notte confonde ogni fisonomia, distrugge i limiti,

che consistono sempre nei colori; cerca in tutte le cose il loro

profondo scheletro.

--Dove mi conducete, amico mio?

--Non so; perdiámoci.

Si fermò a guardare dentro un vicolo, dove la notte, la luna, il

silenzio, davano l'impressione che si dovesse d'un tratto vederne

sbucare l'ombra d'un assassino. Poi disse:

--Chissà quante persone fanno l'amore in questo momento su la faccia

della terra...

E disse queste parole senza un brivido, senza riso, ma con una specie

d'angustia involontaria, di tentazione opaca. Io risposi:

--È questo un vizio antichissimo della razza umana. Bisogna credere che

ciò diverta gli uomini, e, qualche volta, anche le donne.

--Diverte anche voi?

--Forse... ma non sempre. E voi?

--Non vi saprei dire con esattezza la mia opinione.

--Peccato! È la sola che oggi vorrei conoscere.

--Le opinioni cambiano...

--Beninteso, Madlen. Ed è ridicolo, in tutte le cose, avere un'opinione

costante. La bellezza del mondo è nella sua mutabilità. I desiderî hanno

un valore perchè sono provvisori. Ma dove andremo a finire camminando

così? Volete che torniamo?

--Sì, torniamo.

Il rumore dell'ondata rotolava su la Zurriola deserta; l'oceano scuro,

immobile, se ne andava sempre più in là, in là, e continuava dopo

l'ultima stella. Le nostre ombre camminavano sotto gli alberi, davanti a

noi. Pensavo al treno di Lord Pepe, sfavillante come un lungo proiettile

d'acciaio e di cristallo, che su bianche rotaie perpetue come la

distanza traversava le dune del litorale di Francia. Forse anch'ella

pensava con un po' di dolore, con un po' di sogno, al veloce treno di

Lord Pepe. Sentimmo entrambi ch'egli era necessario al nostro amore;

partendo aveva lasciata fra noi una grande solitudine. La sua scomparsa

uccideva un poco del nostro desiderio, ci abbandonava, liberi e soli,

davanti all'improvvisa cessazione di un divieto. Questo, in ogni cosa, è

delusione.

La Zurriola bianca si perdeva tra gli alberi distanti; la città di Maria

Cristina pareva uno scenario di cartapesta elevato contro il mare.

Questo solo era grande, vivo, eterno: si vedeva con esattezza la

disparità fra l'opera della natura e quella dell'uomo. Una ondata

conteneva più sogno che le infinite case bianche, i ponti dalle aquile

d'oro, i monumenti superbi e ridicoli degli uomini vittoriosi. Ed anche

noi, anche noi, eravamo due piccole figure tracciate su quel delebile

scenario, grotteschi eroi da melodramma, sui quali pesava l'artifizio,

l'intreccio, il dialogo di quel vecchio libretto d'opera che si chiama

l'amore. Oh, che noia dover ripetere, con qualche perifrasi più o meno

elegante, queste vecchie due parole, sciupate da tutte le bocche,

melense di tutti i sospiri, consumate come i sedili dei trams,

sfiducianti come le viole del pensiero, false come la cassa d'un

rémontoir di oro doublé, queste vecchie due parole che i parrucchieri

dicono, le commesse dicono, i fattorini del telegrafo le adultere i

dentisti e perfino le poetesse dicono:--«Ti amo!...»

«Ti amo...» Ah, che noia! Si apre un libro, e, dopo una ventina di

pagine, se non prima, éccoci arrivati a queste vecchie due parole: «Ti

amo...» Un povero diavolo carico di grattacapi vuole svagarsi, va a

teatro, dove si recita una commedia; egli ascolta un paio di scene: c'è

un uomo, c'è una donna, i lumi si spengono... éccoci arrivati a queste

vecchie due parole: «Ti amo...»

Altrove si scopre un delitto, un bel delitto, un tenebroso delitto; si

poteva sperare che l'uomo avesse ucciso per imbrattarsi di sangue fino

al gomito... No! Fruga e fruga, l'uomo ha di nuovo ucciso per queste

vecchie due parole: «Ti amo...»

Ah, basta per l'amor del cielo! Liberate noi, poveri uomini, da questa

eterna freddura! Salvate noi peccatori da questo malanno inestirpabile!

Basta, per l'amore del cielo!... non scrivete più, mai più, queste

vecchie due parole: «Ti amo...»

Ed allora la guardai. Non si vedeva, nel suo volto impenetrábile, che

una specie d'irritazione calma, di crudeltà sigillata e splendente.

Passammo davanti alle finestre del nostro albergo. La facciata

impallidiva di smorta e fredda luna; certi vetri parevano convessi come

globi d'elettricità. Di nuovo le presi un braccio, e camminammo nel

dedalo delle vecchie strade, verso l'altra spiaggia di San Sebastiano,

la bella Concha, ove pensai che fosse più vita.

Là il mare dormiva; dormiva nella custodia del golfo serenissimo, tra

beate ville, sotto i poggi calmi che tremolavano di nascosti lumi. Non

la più piccola frangia di spuma orlava il lento fruscìo dell'onda

notturna su l'arena di velluto. Laggiù, dietro gli alberi, un orologio

illuminato segnava un quarto alle due; sui terrazzi del Casino ancora si

muoveva gente; le sale da gioco sfavillavan nel mezzo dell'edificio,

come le bocche di una rossa fucina. I Baschi di Guipuzcoa traversavano

la Concha senza far rumore, con le lor scarpe di corda, bianche,

soffici, sotto i calzoni di velluto scuro. Il piccolo faro, annidato su

la torre dell'isola di Santa Clara, girava il suo fascio di elettricità

sul distante oceano, forse cercando le paranze dei contrabbandieri.

--Vi prego, non andiamo al Casino,--disse Madlen.

--No? E dove andremo?

--Non saprei. Ho sete.

Lungo la Calle de Alameda le terrazze dei caffè rigurgitavano ancora di

pubblico rumoroso. Là c'incontrammo con alcune persone, le quali

tornavano dal Casino ed erano dirette verso l'albergo Maria Cristina. Ci

unimmo a questa comitiva: quattro donne con un uomo.

Costui era un Francese, avvocato a Nimes, piccolo di statura, molto

largo di spalle, con la cravatta nera svolazzante, come usano i poeti

che fanno il bardo nazionale nei cabarets di Montmartre. Egli ora

tormentava la sua amante, incolpandola di aver giocato male.--«Vous avez

joué comme un pied, ma chère... oui, comme un pied!»

La sua amante, M.me de Lonard, si professava per una celebre cantatrice;

subiva le rimostranze dell'avvocato di Nimes solfeggiando qualche

leggera nota. Era molto alta, un po' matronale, non bellissima di

lineamenti, però con una stupenda capigliatura. Vicino a lei camminava

una piccola donna, dalla faccia viziosa ed artefatta, che certo era

passata senza volersene avvedere oltre l'età canonicale, anzi aveva

l'aria di credersi ancora molto vezzosa, molto appetibile. Non lo era. I

tacchi esagerati rialzavano la sua piccola statura; un busto ingegnoso

cercava di costringere all'obbedienza i suoi mal conservati centri di

gravità. Parlava un francese duro ed ingrato, nel quale ogni tanto

faceva capolino qualche residuo di un caparbio accento tedesco. Perciò

la contessa Fellner si diceva russa di nascita, come in genere si dicono

russe rumene o scandinave tutte le tedesche stabilite in Francia. Ma la

contessa Fellner era un'assidua delle case da giuoco; avrebbe saputo far

a meno del cibo, non delle carte. Pretendeva di avere a Parigi un amico

serio ed altolocato, un ricchissimo finanziere, innamorato di lei come

un pazzo...

La terza donna della comitiva era la sua cameriera, tanto bellina e

tanto giovine quanto la contessa invano pretendeva di essere ancora. Ho

detto contessa, poichè sopra il suo astuccio per le sigarette, legato al

polso, figurava una corona di diamanti con nove punte. Nelle case da

giuoco e negli alberghi eleganti è difficile incontrare personaggi che

non portino titoli di nobiltà. Certo è questa una nobiltà creata dagli

albergatori e che finirà lentamente con invadere l'Almanacco di Gotha. I

domestici, quando ricevono buone mance, non sanno far a meno di

rispondere:--«Merci, madame la Comtesse; à vos services, Monsieur le

Marquis!»--A furia di sentirsi attribuire questi lusinghieri appannaggi,

un tale finisce poi con iscoprire tra i suoi bisavoli un glorioso

Cavaliere delle Crociate. Il suo patriziato figura con eleganza

nell'albo de' forestieri, ed in fin dei conti anche la nobiltà è

un'opinione, come tutto il resto.

L'ultima era Odette Litzine, la quale aveva da qualche anno perduto il

suo illustre e munifico protettore; però di lui conservava, con i

vestigi della sua liberalità, l'ultime sillabe del suo nome: un principe

Galitzine.

Era una squisita giovine creatura, molto bionda, con la carnagione

trasparente come se fosse in porcellana di Sèvres. Aveva due magnifici

occhi, appassionati come gli occhi d'una educanda la quale si strugga di

solitario amore; il suo corpo era esile ma ben formato, voluttuoso più

de' suoi occhi, attraente come la sua pericolosa innocenza. Quel giorno

era venuta in automobile da Biarritz verso l'ora del tè; anch'ella, come

Socorrito fiore di Siviglia, sperava che si giocasse alla «roulette».

Aveva trovato invece quell'orribile «trente et quarante,--«où jamais je

n'ai été fichue de gagner une thune!...» Si era messa a giocare verso le

sei e terminava ora, senz'aver mangiato che qualche «sandwich», con un

bicchiere di Porto, nell'intervallo fra un mazzo e l'altro.

--Pense donc!--ella diceva a Madlen;--j'avais sur moi plus de huit mille

francs, et je les ai perdus en vingt minutes. Blanche m'a prêté mille

francs; Garigou, tu sais, Garigou le tenor, m'en a prêté encore mille...

J'ai voulu taper la Direction, mais le caissier, ce vilain chameau, m'a

dit qu'il n'y avait pas le Directeur. Penses-tu!... Pour me prêter

cinquante louis il fallait déranger le Roi d'Espagne! Alors Blanche a

été tout ce qu'il y a de plus gentil; n'ayant plus le sou elle-même,

elle a demandé vingt-cinq louis à un monsieur qu'elle connaît à peine.

Ça m'a fait encore vingt-cinq louis de dette, mais Blanche est tout de

même un noble coeur. En voyant ma déveine, elle a fini par taper de

quinze louis le maître-d'hôtel; puis elle m'a dit: «Fiche-les donc à

inverse! Il va y avoir une série.» La série vint en effet: douze

inverse! J'avais tout rattrapé, avec du bénéfice... mais, zut! pourquoi

n'ai-je pas écouté Blanche? Il fallait à ce moment quitter la table et

m'en aller dîner avec elle. Non: j'ai voulu faire sauter la banque, pour

voir la tête du caissier, ce mufle à lorgnon... et voilà! je sors à

présent sans une pièce dans mon sac. Regarde donc, Madlen: quarante sous

et ce guignard de fétiche.... c'est gai! Avec ça, le chauffeur qui

m'attend à l'hôtel, tandis que je me meurs de faim, n'ayant pas déjeuné

le matin ni dîné le soir... charmante journée!»

Per l'allegria si mise a ballare in mezzo alla strada, facendo risuonare

i quaranta soldi che le restavan nella borsetta vuota. Madlen le disse:

--Non penserai tuttavia di ritornare a Biarritz durante la notte,

Litzine?

--Ma certo lo penso!

--È una pazzia.

--Forse; ma cosa vuoi che faccia qui ora? Non ho portato neppure una

camicia da notte, e domani dovrei far colazione al Carlton con

Crisòpulo, il Greco e pranzare con Ned, l'Americano.

--Ma neanche per sogno, Litzine! Rimani qui a dormire. Ti darò io tutto

ciò che ti occorre, anche il denaro per rifarti domani, se vuoi. Quanto

a Ned, gli puoi telegrafare di venire a prenderti. È molto più semplice,

non ti pare?

--Credi?...--fece Litzine, dubitosa ed allettata.

--Ma certamente.

--Bene, facciamo così. È infatti più semplice. Ti rimanderò il denaro da

Biarritz per telegrafo,--et je te dis merci, chère...

--Mais, voyons, quelle blague!

La contessa Fellner fece una piccola smorfia, perchè forse aveva già

premeditato di chiedere un prestito a Madlen, e Litzine complicava le

cose. Allora, sotto un lampione, si mise a rivedere il cartoncino d'una

«taglia» di «trente et quarante» ove c'erano state quattordici

intermittenze.--«Voilà où je devais me faire une fortune, l'imbécile que

je suis!...»

Frattanto l'avvocato di Nimes continuava il suo bisticcio con la celebre

cantante, M.me de Lonard, la quale, dall'alto del suo bel portamento,

guardava con indulgenza il piccolo uomo testardo e cavilloso. La

leggiadra cameriera camminava qualche passo dietro la nostra comitiva,

seria seria, fissando il marciapiede. Credo ella stesse facendo il suo

tirocinio di futura bella donna; ormai non le mancava che d'incontrarsi

con il protettore di buona volontà.

Nel giardino dell'albergo il meccanico di Litzine aspettava

pazientemente, fumando.

--Oh, voilà Madame!--fece con tranquilla impazienza.--Je suis là depuis

10 h. du soir, ainsi que Madame m'avait dit.

--Vous avez bien raison de vous plaindre, mon pauvre ami!--disse

Litzine, con un tono commosso.--Voyez-vous, c'est la vie!... Allez à

présent garer votre voiture et vous coucher de suite, car je reste.

--Ah... très bien, Madame! Bonne nuit, Mesdames et Messieurs!--rispose

il meccanico, senza ombra di malumore.

Ciò mi fece pensare che vi son uomini fatti come il tassametro, come

l'ascensore, come i becchi dell'acqua potabile, come i cavalli di

piazza,--uomini che vanno e stanno, salgono e scendono, aspettano e

camminano, senza perdere mai la pazienza.

Non sono forse i più infelici. Hanno capito che il tempo ha una ragione

d'essere, ha un pregio, solo in quanto serve a far guadagnare il prezzo

che costa la vita. Perciò, guadagnarlo stando fermi, è certo il miglior

sistema.

Una camera fu trovata per Litzine, non lontana da quella di Madlen; ma

difficile fu commuovere il custode notturno spiegandogli che Litzine non

aveva pranzato, perciò moriva di fame; anzi avevamo fame in parecchi e

si desiderava cenare. Dopo avere sollevate mille difficoltà, il custode

rispose infine che sarebbe andato a frugare nella dispensa.

--Porterete in camera mia tutto quello che troverete,--gli disse Madlen,

mentre l'avvocato di Nimes protestava d'aver sonno e di volersene andare

a letto, non senza, beninteso, la compagnia della celebre cantante, M.me

de Lonard. Però venne anch'egli nella camera di Madlen; anzi tutti

vennero, fuorchè la giovine cameriera.

Questo avvocato si chiamava Claude; era spiritoso cattivo e maldicente

come un perfetto avvocato meridionale. Quello che fece per prima cosa fu

di sedersi familiarmente sul bellissimo copripiedi che occupava quasi

per intero la coltre di Madlen. Là si mise a contare con iracondia i

biglietti ch'erano rimasti nel suo portafogli. Litzine si era sdraiata

sul divano e canticchiando fumava; M.me de Lonard aveva chiesto il

permesso d'entrare un momento nella stanza da bagno, della quale serrò

l'uscio. La contessa Fellner, toltasi il cappello davanti allo specchio,

si dava un po' di cipria sul mento e si ricomponeva con civetteria la

capigliatura tinta.

--Dio mio!...--sospirava--cosa direbbe ora il mio amico di Parigi se mi

vedesse in uno stato simile?

--Poichè vi ama, egli direbbe innanzi tutto: «Quanto hai perduto

stasera, carina mia?»--rispose, chiudendo il portafogli, l'avvocato di

Nimes.

--E Pepe?--fece allora, improvvisamente, Litzine.

--Pepe...--volle rispondere Madlen, con un certo impaccio,--come, non

sai? È partito proprio questa notte, poche ore fa.

--Per dove?

--Per Londra. È andato a Londra ove dimora suo padre. Tornerà, credo,

fra una decina di giorni. Ma non più con me. Siamo divorziati. Era

deciso da un pezzo, come ti avevo già detto.

--Sì, mi ricordo... mi ricordo.--Litzine fece una pausa, poi

soggiunse:--Tanto meglio.

Allora si mise a guardarmi con curiosità, pensando probabilmente di

scoprire in me il successore. Io conoscevo pochissimo Litzine; a

Biarritz avevamo giocato alla medesima tavola qualche rara volta. Ed un

giorno, appunto al Casino di Biarritz, mentre stavo per prendere la mia

mano ella mi aveva detto, come spesso accade fra giocatori:--«Cinq louis

dans votre main, Monsieur?»--«Si vous voulez, Madame...»--Ed avevamo

perduto.

Questa era la nostra piccola storia. Breve, lieve, sfortunata. Ma non si

sa mai cosa possa accadere fra un uomo ed una donna i quali abbiano

perduto insieme un colpo di baccarà.

M.me de Lonard, tra un rumore d'acqua corrente, rientrava nella camera

con aria più soddisfatta. Si era tolta ella pure il cappello ed ora

sedeva in una poltrona con posa meditabonda. Accese una sigaretta, poi

disse:

--Dans un mois je serai en Amérique...

La cosa non fece colpo su alcuno. Ond'ella soggiunse con un sospiro:

--Ah, les concerts classiques!... je me sens née pour les concerts

classiques!...

Allora l'avvocato di Nimes, dopo qualche minuto di raccoglimento, espose

questa ferma convinzione:

--Les concerts classiques, c'est la chose la plus bête qu'il y ait au

monde.

--Vous croyez?...--rispose con benevolenza l'angelica M.me de Lonard.

Intanto sopraggiungeva il custode notturno, con un vassoio

pantagruélico. E nomenclò:--«Uova, carne fredda, formaggio, burro,

frutte, pasticceria. Pomméry Gréno, extra-sec.»

Fece verificare l'«extra-sec» sul collo delle bottiglie non ancora

sturate: al che l'avvocato di Nimes rispose con irritazione:

--Io dunque berrò l'acqua del rubinetto, perchè questa marca di

Sciampagna mi dà i crampi allo stomaco.

--Poverino, com'è delicato!--lo compianse Litzine. E presa una coscia di

pollo, si mise ad imprimervi con avidità la sua bella dentatura

luccicante. L'avvocato Claude neghittosamente si provvide d'un paio

d'uova sode e tornò sul letto.

--Ebbene,--disse Madlen,--non mangerete sovra la mia coperta? Venite, vi

prego, a sedervi con noi.

--E dove?

In verità non c'era posto; ma l'angelica M.me de Lonard lo invitò a

sedere sul bracciolo della sua poltrona. L'avvocato di Nimes era

piccolo; ci stava. Sbocconcellò sbadigliando le uova sode, poi ne prese

altre due. Avvenne questo: ch'egli solo mangiò per quattro e si bevve

quasi tutta una bottiglia di quel Pomméry extra-sec che gli dava i

crampi allo stomaco.

La contessa Fellner, dopo il gioco e la cena, si lasciava prendere da

non so quale desiderio di sensazioni ulteriori.

--Oh...--sospirava--quanto mi struggo e mi sciupo in questo maledetto

paese! Non solo perdo al giuoco tutto quello che possiedo, ma purtroppo

sono anche disperatamente casta fin dalla vigilia del mio arrivo: ecco a

momenti due settimane...

--Appunto lo s'indovina dai vostri occhi, povera contessa!--rispose con

malizia l'avvocato di Nimes.--Per una donna di temperamento la

solitudine costituisce un vero guaio... Ma infine, perchè

no?...--soggiunse, facendo segno alla mia persona.--Ecco un giovinotto

che certo aspetta solo una strizzatina d'occhi...

La contessa Fellner arricciò il naso.

---Prima di tutto, caro signor Claude, io non sono per vostra regola una

donna così facile!... Poi questo signore non è il mio tipo.

--Oh! oh!... illustráteci dunque il «vostro tipo»,--la incitò

l'avvocato, che ancora stava trincando.

--Io credo quasi di conoscerlo,--rispose Litzine.--Voi, contessa, amate

il tipo di Ned, il tipo Americano del Nord, non è vero?

--Oh, oui...--confessò, con un brivido artificiale ma prolungato, la

casta M.me Fellner.--Sì, è vero, è vero! Amo il tipo di Ned: biondo,

sbarbato, molto solido, molto energico...

--Molto ricco!--soggiunse l'implacabile Claude.

--Insolente!

--Che insolenza c'è nel dire che Ned è molto ricco? Ma infine, cara

contessa, poichè fra voi e Ned c'è una frontiera, mentre fra voi ed il

signore non vi sarà, suppongo, che un mezzo corridoio... spegnete i lumi

e pregatelo di parlare inglese.

--Andiamo, andiamo, caro avvocato...--lo ammonì la contessa Fellner con

una voce grave;--non sapete forse che a Parigi ho un amico il quale mi

adora e che io adoro?

--Noi sappiamo tutto questo!...--le accordò l'avvocato con enfasi

declamatoria.

--E quanto poi al signore,--aggiunse la contessa, guardandomi e

guardando Madlen,--egli è molto occupato altrove...

--Vous croyez, madame?--fece Madlen, con una voce tagliente.

--Ah... je ne crois rien, je suppose...

Litzine si mise a ridere. M.me de Lonard mi contemplava con occhi

svenevoli, forse perchè avevo ascoltato per un quarto d'ora le storie

de' suoi trionfi americani.

M.me Fellner si rovesciò contro la spalliera della seggiola, gonfiando

il suo seno vedovile, poi disse con il suo più profondo sospiro:

--Ah, mio Dio, che buona cosa è stringersi accanto ad una persona di

fiducia, la sera, quando ci si addormenta... Solamente, volete credere?

io sono ormai avvelenata... sì, proprio avvelenata! Nel momento più

decisivo dell'amore, quando si perde la testa, mi accade spesso di udir

la voce del mazziere, che annunzia d'un tratto:--Rouge perd et la

couleur...

--Alors, assurément, le coup est perdu!--fece, con diabolica prontezza,

l'avvocato di Nimes.

Pudica, M.me de Lonard si coverse gli occhi; ma Litzine, Madlen, la

contessa ed io ne ridemmo di gran cuore.

Frattanto il custode notturno era venuto a sparecchiare la tavola dai

magri avanzi della nostra cena. Litzine era distesa sul divano,

leggermente ebbra, e fumava. Fumava con gli occhi sperduti nei circoli

azzurri, nelle ondeggianti nuvole della sua profumata sigaretta. Poichè

teneva le ginocchia un po' sollevate, si vedevan nell'ombra della gonna

le sue belle caviglie delinearsi come lunghi fusi. Que' capelli così

biondi, così leggeri, davano al suo viso d'educanda un non so che di

celestiale. Madlen le sedeva presso; il capo d'entrambe affondava nel

medesimo cuscino. L'avvocato di Nimes, dal bracciolo della poltrona, era

sdrucciolato nel grembo di M.me de Lonard, che, sebbene fingesse di

respingerlo, pur si lasciava con benevolenza perquisire dalle sue mani

curialesche.

Allora, con un altro sospiro, M.me Fellner disse:

--Oh, com'è tardi, amici miei! Vi prego, lasciatemi andar via...

--Sì, avete ragione, contessa. Ora verremo noi pure. Vedo che Litzine e

Madlen hanno bisogno di raccoglimento. Questo giovine signore, che

purtroppo non è il vostro tipo, le aiuterà probabilmente a spogliarsi,

ed è opportuno che noi provinciali, noi, gente a modo, non assistiamo a

questi gravi disordini...

--Provinciale io?--brontolò M.me Fellner, gialla di stizza.--Per vostra

norma son vent'anni che ho il mio appartamento in Boulevard Hoche!

--Non dico di no, cara contessa. Ma le donne che al giorno d'oggi si

contentano ancora di andare a letto con un uomo--voglio dire

semplicemente con un uomo--voi, di grazia, come le chiamate? Per conto

mio le chiamo provinciali, mentre giudico addirittura prive di

educazione quelle che ancora si permettono di avere un figlio... Dopo

ciò, non mi rimane altro che augurare a tutti quanti la buona notte!

----

Restammo soli, Madlen, Litzine ed io. Apersi una finestra perchè si

diradasse il fumo, ed uscii sul balcone.

Un incerto chiarore d'alba scendeva dal promontorio verso il mare;

correva giù con impeto, a grandi folate, avvolto in voluminose bufere di

nebbia, che si sfasciavano contro l'ondata. Il molo della Zurriola si

perdeva nel buio colore del vento. Su lo zoccolo del suo monumento

l'Ammiraglio de Oquenda pareva un grand'uomo. Il lampione ad arco del

teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare con un lento ronzìo di corde

elettriche il suo globo spento.

Una d'esse mi chiamò:

--Eh bien, monsieur le poëte, que faites-vous là? Inspectez-vous les

airs à la découverte d'une nouvelle planète?

--Non, mesdames; cette vieille terre me suffit. J'observais l'Amiral de

Oquenda; il vient de s'enrhumer; la rosée matinale dégoutte de son nez

historique.

--Mais vous allez bientôt nous quitter, je suppose...

--Jamais de la vie!

--Vous dites?... Ah, par exemple! on appelle ça une violation de

domicile.

--Eh bien, soit! En fait de viol, quelle est, dites-moi, la femme qui

oserait s'en plaindre?

Risero. Vennero entrambe sul terrazzo, si affacciarono, una contro il

mio braccio destro, l'altra contro il mio braccio sinistro. E Litzine

disse:

--N'exagerez donc pas, cher poëte!... L'aube est froide, et vous allez

vous refroidir vous-même par ce brouillard couleur de taupe...

Madlen soggiunse:

--Dieu! que la nature devient banale... Même les brouillards se

choisissent désormais des couleurs à la mode!...

Volsi la bocca verso Madlen e le diedi un bacio; le diedi con

irritazione un bacio su la nuca, dove i capelli premuti sul cuscino

leggermente si arruffavano.

Madlen non si mosse; rimase a guardare con una specie di fissità nella

notte lontana.

--Embrasse-le donc...--la esortò Litzine, con la sua voce carezzevole,

premendosi contro la mia spalla.

--Les Anglaises ne savent pas embrasser. I do not. Embrasse-le toi

d'abord.

--Voyons! Je ne suis pas sa maîtresse.

--Ni moi non plus.

--Tu as peut-être tort...

--Peut-être.

Il vento mi avvolgeva nel loro indivisibile profumo. Una piccola

striscia di cielo divenne in quel momento azzurra. Ma era laggiù, sul

mare, al confine dello spazio, e pareva uno spiraglio di eternità nella

infinita ombra.

--Dis-lui qu'il s'en aille, Litzine; j'ai très sommeil... l'aube est

froide... fermons la fenêtre.

Tornammo nella camera, senza chiudere i vetri. Confidai a Litzine tutto

quello che accadeva tra noi da lunghe settimane. Litzine si mise a

difendermi.

--Tu es cruelle, Mad. Oui, tu es vainement cruelle. A quoi bon exaspérer

un homme? On cède toujours, à la fin des fins... Vois-tu? même la

comtesse Fellner, ce vieux perroquet, nous le disait tout à l'heure...

Car, ma petite Mad, si c'est vrai que la nature est banale, rien n'est

plus banal que de ne pas vouloir lui obéir. Et enfin, moi aussi, toi

aussi, nous tous, la nuit, vers quatre heures, quand on a bu du

Pomméry...

--Mais alors, puisque tu le défends si bien, couche donc avec

lui!--l'interruppe Madlen battendo il piede. Poi soggiunse:--Moi je vous

regarderai...

E rise.

Litzine aperse più che poteva i suoi chiari occhi d'educanda, mi guardò,

la guardò, poi disse:

--Mais... c'est de toi qu'il veut, ma petite Mad; sans ça... évidemment!

Madlen, con un atto repentino, buttò le braccia al collo di Litzine,

mise la bocca vicino alla sua bocca e ripetè, alterata nel viso e nella

voce:--Couche donc avec lui... veux-tu, Litzine?

Questa, con molta pulizia, con molta educazione, rispose:

--Je ne vois pas quel plaisir cela puisse te faire...

Poi, dopo una riflessione, osservò senza il minimo rancore:

--Si c'est pour te débarrasser de lui, je veux bien te rendre ce petit

service.

--Non, ma foi, non! C'était pour autre chose... Tu me connais, Litzine;

j'ai parfois des idées irréalisables...

--Rien n'est irréalisable dans ce sens, Mad. Et, d'ailleurs, Monsieur

Claude avait parfaitement raison: nous ne sommes pas des provinciales...

voilà tout! Mais enfin, mol, chers amis, je vous dis bonsoir.

--Bonsoir, Litzine...

Ma nonostante questo commiato Litzine non se n'andava. Mi domandò una

sigaretta, che io le diedi. Poi, nell'accenderla, toccai la sua mano. La

sua mano era morbida, calda, profumata; la sua mano era lieve come un

piumino per la cipria. Forse non ho mai veduti occhi di fanciulla più

limpidi e più calmi de' suoi. Era gentile come l'innocenza. Il suo

labbro superiore non le chiudeva bene la bocca; vi rimaneva sempre nel

mezzo uno spiraglio di sorriso. Non so perchè la guardavo, e Litzine

guardava me.

Suonarono le quattro di notte. Dal balcone aperto veniva il profumo del

mare. Mi ricordo ancora le sue braccia; mi ricordo con precisione la

forma delle sue nude braccia. Nel muoversi facevano pensare agli steli

dei narcisi, nelle praterie alte, quando il vento di primavera incurva

tutto il campo.

Madlen si era sciolta i capelli; ora si spogliava. La sua lunga treccia,

colore di vecchia tartaruga, nasceva oscura e diveniva intensamente

bionda. Il pettine vi cigolava, sollevando furiosi disordini tra quella

ricchezza buia ed incendiata.

Disse a Litzine:

--Dégrafe-moi ça...

Le si era impigliato un uncino dell'abito in un'ásola del copribusto.

Per far ciò, Litzine dovette sollevare il peso della sua lunga treccia,

che ad ogni mossa variava di colore, ingombrandole tutto il dorso.

Erano entrambe davanti alla grande specchiera, che le rifletteva con

fulgore, tra un nembo di elettricità.

Litzine raccolse quella stupenda capigliatura come si raccoglie un

grande fascio di fieno fragrante, e, prima di sciogliere l'uncino,

profondamente v'immerse la bocca.

Madlen rovesciò la gola, e rise.

Rise forte, rise con una voce sonora, quasi torbida, una voce che udivo

per la prima volta in lei.

--Tu es bien gentille de m'avoir aidée; je te remercie, Litzine...

L'abito era slacciato. Litzine si mise davanti a lei contro la

specchiera. Madlen ora si pettinava.

--Où est ta chambre, Litzine?

--Que sais-je? elle doit être par là...

Madlen teneva qualche forcina tra i denti; fece un piccolo giro per la

camera; poi disse:

--Couche donc ici, Litzine. J'ai un si grand lit et je suis toute

seule...

--Vrai?

--Oui, sans doute.

Mi guardarono. Entrambe risero. Ma io guardavo solamente il nastro di

fumo della mia profumata sigaretta.

Laggiù, sul mare, qualche stella cambiava onda. Il silenzio immenso che

precede l'alba era su l'infinito.

--Je veux bien coucher ici, Mad, puisque tu le désires,--le rispose

Litzine dopo una lunga riflessione,--car je n'aime pas être seule dans

des lits nouveaux.

Allora Madlen mi disse:

--Tâchez de vous rendre utile, mon ami! Allez vite chercher le sac de

Litzine.

Vi andai. E feci tutto questo con diligenza, con docilità, senza

produrre strepito, come un uomo desideroso di bene compiere quanto gli

si richiede.

La borsa d'automobile della bionda Litzine era molto grande, ma pesava

poco. Nel portarla vi si udiva un rumore di sottili boccette. Dalla sua

fodera si sprigionava un buon odore di cuoio fino e d'Acqua di Lavanda.

Ritornato nella camera di Madlen posai quella borsa nella poltrona di

M.me de Lonard, ove la gloriosa cantante aveva lasciata cadere una sua

piccola forcella.

--Oui... mais vous n'allez pas assister à notre toilette, j'espère...

--Pourquoi pas?

Anche Litzine si andava ora sbottonando la camicetta; il suo pudore non

le concedeva di lasciar cadere l'abito, perciò camminava nella stanza

con un visibile impaccio.

--Tout de même j'ai honte!--esclamò ridendo Litzine.--Les poëtes surtout

m'intimident, lorsque je me déshabille.

--Les poëtes?... Oui, je comprends ça. Quand vous leur montrez une

épaule très bianche, eux ils ne pensent qu'à l'orner d'une rime

décrépite. Oh, je les plains, ces idéalistes! Mais, quant à moi, chère

Litzine, je ne serai au pis aller qu'un poëte du vingtième siècle, pour

qui Orphée n'est plus qu'un mediocre tzigane, Mercure un employé du

téléphone, Apollon un chansonnier de Montmartre et la voluptueuse Vénus

une belle fille comme vous.

--Oh! mais alors il ne nous reste qu'à suivre l'exemple de cette Déesse,

qui dépensait très peu pour ses toilettes, préférant se promener toute

nue sur les plages que fréquentaient les Athéniens. Fermez donc les

volets, monsieur le poëte! Madlen est assez belle pour laisser tomber sa

chemise, et moi, si vous atténuez la lumière, je vous avouerai tout bas

que, pour mon compte, la Grèce n'a eu qu'un poëte: ce poëte était une

femme, son nom était Sapho...

Così parlando Litzine frugava nella borsa mezzo vuota; Madlen scioglieva

il suo leggero busto. Un profumo di nudità femminile riempiva la soave

stanza.

Chiusa la finestra, mitigato il fulgore delle numerose lampadine, or

novamente ci fasciava la notte scura e colpevole, ci avvolgeva il suo

torbido silenzio, che in sè custodisce ogni folle peccato.

Forse non ho mai vedute insieme due così belle creature. A poco a poco

mi dimenticarono. Solamente le donne timorose dei propri difetti si

rassegnano mal volentieri a lasciarsi veder discinte. Il pudore non è

per la donna che un dubbio di natura estetica, in contraddizione con la

sua fondamentale propensione ad essere impudica ed a giacere ignuda. La

forma femminile è ciò che deve aver suggerito ai primitivi artefici la

tentazione di esprimere un'idea con note musicali. Poichè la musica

viene dall'amore. Viene da quell'amor sensuale, da quella tendenza verso

l'amplesso, cui tutto l'universo ubbidisce.

Nulla nel mondo è così degno di religione come la bellezza del corpo

femminile. La voluttà è sublimazione d'intelletto, stupenda e grave,

poichè affaccia verso desiderî ulteriori, che non appartengono alla

umana vita. In verità la gioia dei sensi non è mai totale nè perfetta,

poichè s'inoltra verso l'ingaudibile.

Così pensavo, guardando lo splendore di nudità che sbocciava dalle tenui

biancherie delle due bellissime cortigiane. Que' trasparenti involucri

di fino batista si scioglievan dai loro dolci corpi come da un fiore

l'involucro; per qualche istante rimanevano pregni e gonfi del lor

profumato calore. Un po' assorto nel sogno e nella tentazione, avvolto

io pure nella ebbrezza musicale del vino biondo, sommerso in quel

profumo di capelli odorosi e di stoffe leggere, di fragranze carnali e

di ciprie imponderabili, non udivo che un rumor confuso d'acqua e di

braccialetti, un fruscìo di vestaglie, un ridere di parole sommesse, di

qua, di là, tra l'urto continuo de' pettini e de' cristalli; tutto ciò

nel caldo peso della notte, nel silenzio rumoroso delle mie battenti

vene, tra il fuoco delle rifrazioni minutissime che l'unica lampadina

ripercoteva nelle specchiere luccicanti.

Erano due perfette cortigiane, due creature gloriose di tutto lo sfarzo

che può essere nella bellezza umana, ed avevano dato sè stesse al

piacere altrui. Traverso i lor corpi formati con un raggio di sole era

passato il desiderio degli uomini come l'impeto lirico in una concitata

poesia. Eran forse due donne vendute, ma professavano la loro

sottomissione con una specie di stupenda regalità, esercitavano la

bellezza, dispensavano il perfetto piacere, come l'artefice d'un'opera

d'ingegno regala sè stesso nel suo felice capolavoro.

Il Codice di Diritto Civile, questo grottesco libro di satira sociale,

non possedeva un certo numero di articoli destinati a disciplinare la

lor vita insolente, come invece ne ha per incatenare la triste

obbedienza delle donne maritate. Nessuno le poteva costringere ad esser

madri, nessuno poteva imprimere su la loro nudità scintillante il

marchio dell'assoluta proprietà. Nel secolo di tutti i cataloghi e di

tutte le classificazioni esse vivevano, libere da ogni casta, franche da

ogni servitù splendenti come i loro gioielli, maravigliose come i loro

vizi, tuffando crudelmente nel denaro altrui la mano inanellata o

regalandosi al primo venuto, se questi era un uomo che poteva, per

qualche notte, impadronirsi del loro generoso piacere.

E nel guardarle pensavo all'infinito gregge perpetuo delle madri di

famiglia, le opache femmine d'un solo padrone, sovente a lui avverse,

umili e pazienti come bestie da lavoro, piegate al giogo domestico da

una fredda e necessaria fedeltà. Pensavo a tutta la gioia che si

disperde nella soffocante abitudine della coltre familiare, alla

distruzione d'ogni poesia che governa le astiose lussurie dei talami

coniugali, e mi pareva che qualcosa d'ingiusto fosse ancora nella sorte

della umana famiglia, dove un uomo ed una donna, condannati a patirsi

per l'intera vita, eran costretti a rifugiare nel silenzio di oscure

tentazioni l'insoffocabile amore della ubbriacante novità.

E pensavo al triste adulterio, alle buie camere pomeridiane ove si

consuma il tradimento; pensavo ai talami provvisori, dietro i subdoli

usci dei quartieri senza portineria, nei calmi vicoli crepuscolari, dove

l'infedeltà nasconde con paura i suoi mediocri paradisi.

Ma queste che invece io guardavo, non eran forse le cortigiane sacre

delle canzoni primordiali, quelle che le religioni d'Oriente custodiron

nei templi scintillanti, quelle che Atene illuminò di gloria nell'apogeo

del suo secolo d'oro ed Efeso fece brillare da lungi agli erranti

navigatori, ed Alessandria, folle di sapienza, inghirlandò negli

immortali conviti, quelle che Roma offerse alla genuflessione de' suoi

Cesari e l'Impero cadente circonfuse di più alto miracolo, quando, nella

fatale Bisanzio, già tutta pervasa di mollezza asiatica, gli eterni Dei

mediterranei cedevano le are fumanti ai pallidi violatori

dell'Ellesponto?

Sì, erano ancora le medesime, ed appartenevano a quella dinastia della

bellezza che diede le splendide imperatrici, le indimenticabili etere,

la rossa fiamma, il sogno delle eterne peccatrici. Da esse nasce la

bella poesia di cui vive il mondo, la sorgente piena di natività ove

ogni labbro si disseta, ove la febbre dionisiaca del creatore attinge la

sua divina inquietudine. Da esse venne la luce dei secoli; nel lor vizio

immortale tramontò lo splendore di tutte le dominazioni. Fecero

costruire i templi, cantare le più alate leggende, illuminaron de' lor

occhi dipinti la storia delle babeliche città; con leggere dita

piegarono gli scettri dei monarchi; una d'esse fu anche la più

innamorata fra tutte le donne, la più vera fra tutte le amanti,--e si

chiamava Maria Maddalena.

Si chiamava Maria Maddalena, ed era la cortigiana di Mágdala, splendente

in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei

fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei

centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove rideva il

buon vino delle vigne di Galaad, quella che diede il suo corpo al

delirio di tutte le contaminazioni, la femmina bionda, coperta di

gioielli abbaglianti come l'estate, la più soave di tutte le peccatrici,

la fontana della bianca rugiada, il fiore della terra di Galil.

E quando la portarono davanti al bel Dio, che predicava per gli umili

nella purità del battesimo, davanti al pallido viandante che appariva la

sera su le rive del lago di Genezareth, ella con amore gli disse:--«Ti

amo, forestiero che vieni dal paese d'oltre monte. Préndimi! la strada è

bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale

profumato...»

Poi andò con lui, perdutamente, una sera d'estate.

E camminaron per la dolce Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi,

ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera,

presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.

Ed un uomo era con essi, che amava la cortigiana di Mágdala e guardava

con occhi sinistri la luce de' suoi capelli così biondi; un ruvido

maschio di Giudea, taciturno come l'uomo che ha patito, rugginoso come

il pugnale che s'insanguinò; un uomo che non trovava parole se non fra

le sommosse dei suburbi, nelle tetre taverne, fra i vicoli clandestini,

dietro i banchi dei mercati forensi, e là tramava le sue congiure,

contro i centurioni, contro il Procuratore di Giudea, contro la moneta

imperiale che intascavano i venduti a Roma, contro il peso della forza

di Cesare, contro il vile Tetrarca.

Ed egli da tutto il suo cuore amava la cortigiana di Mágdala, quella che

i citaredi cantavano più bella fra le donne di Galil, quella che non

sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi

fulgenti braccialetti, quella che tentava di sè il vero liberatore degli

uomini, e lui guardava, ed a lui parlava con la sua voce profumata come

il vento, e sempre gli diceva con amore:--«Préndimi, báciami, forestiero

del paese d'oltre monte... Vieni; la strada è bella; e tu scioglierai la

mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Allora, nel popolo di Israele, stava per nascere oscuramente la

rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un mondo piegato sotto la forza

delle spade, l'eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il

rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe

creatrice d'ogni terribile idea. Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre

al cielo salivano le canzoni di Tiberiade e Roma lontana esercitava il

suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente

cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di

rosai, la etera che negli alti palazzi dalle sale di cedro aveva udito

parlare del pallido Nazzareno, scendeva per le strade maestre a

camminare coi sollevatori di plebe, con l'uomo che il folle Giovanni

aveva detto essere il liberatore da tutte le miserie della vita.

E i credenti nel battesimo erano già mille per tutte le strade, e Roma

lontana, quasi barbara, per questa gente che trascinava nella sua

paziente anima tanti secoli d'incatenata civiltà, Roma costruttrice

d'anfiteatri e di codici, di templi e di strade militari, non vedeva

sorgere questa immensa bufera di anime, che infine soverchiò la sua

medesima potenza. Ma col disprezzo che Roma aveva per il linguaggio, per

le tradizioni, per il terribile Dio semitico urlante dalle bibbie

decrepite, Roma ubbriaca di potenza, non si fermava nemmeno ad ascoltare

le innocenti parabole di fraternità, che la sera, camminando coi

discepoli, narrava il pallido Galileo.

Ma egli aveva con sè la bionda peccatrice di Mágdala e con sè

l'altr'uomo insonne, il ruvido maschio d'Israele quegli che fedelmente

lo seguiva dall'alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava,

ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere in fuori da

lui, e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra

riarse, e gli dava il suo mantello di lana quando le rugiade cadevano

dagli elevati picchi dell'Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il

fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva, l'uomo dal

tetro amore, il silenzioso che più tardi parlò:--Giuda Iscarioth...

. . . . . . . . . . .

E Litzine disse:

--Crois-tu, Mad, que je puisse laisser tomber ma chemise devant ce jeune

homme, dont les yeux m'inquiètent?

--Voilà un cas de conscience, ma chère Litzine! Moi, à ta place, je lui

dirais: «Monsieur, voulez-vous avoir l'obligeance de fermer pour un

instant vos yeux?»

--Ma foi, que tu as des idées intelligentes! Avoir l'esprit si éveillé,

à quatre heures de la nuit, voilà ce que j'appelle être une femme

supérieure!

Poi si volse a me, con le mani incrociate sul petto, più nuda che se

fosse nuda, nella camicia incredibilmente fina, e ripetè con la sua voce

piena di un adorabile pudore:

--Monsieur, voulez-vous avoir l'obligeance de fermer pour un instant vos

yeux?

Madlen era inginocchiata sul letto e stava per entrare sotto la coltre.

Le risposi:

--Mon précepteur m'a appris, lorsque j'avais douze ans, qu'il ne faut

jamais éviter de rendre service à une dame.

E chiusi gli occhi.

Mi pareva così di essere perfettamente in pace con la mia coscienza e di

poter continuare, fra me stesso, a trarre conclusioni su gli usi ed i

costumi del secolo. Pensai con fervore ai benemeriti Soci e Patronesse

della Lega per la Morale Pubblica, personaggi che, dovunque io vada, mai

si dipartiscono dalla castigata mia memoria. Pensai con vero conforto

alla timoratezza protocollare di questo secolo, nel quale non è lecito

scriver libri ove bruci l'ardore dei sensi e dove l'anima de' buoni

credenti non trovi pane per la propria elevazione, secolo d'innocenza e

di timore in Dio, del quale soltanto un feroce umorista potrà più tardi

essere il fedele dipintore.

Fatta questa lieve riflessione, pensai che soltanto la giustizia è

bendata, non il buon senso; per il che provvidi a riaprire gli occhi.

Litzine e Madlen eransi coricate; una dolcissima coltre nascondeva

l'eterna forma del peccato. Sui guanciali di pizzo, disciolte, si

arruffavano le lor dissimili capigliature. Una entrava nell'altra, come

il fieno scuro nella paglia bionda.

Spensero il lume. Nella camera, che parve per un attimo buia, vidi la

finestra divenire fortemente azzurra: mi levai e la chiusi.

Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare, con un

lento ronzìo di corde elettriche, il suo globo spento.

Lasciai cadere le tende. Fra l'alba e noi ridiscese pesante la notte.

Una lampadina, dietro l'uscio semichiuso dello spogliatoio, mandava

nella camera torbida il suo mitigato chiarore.

Sentivo in me salire a ondate, a folate, con una specie di voluttuosa

lievità, il fumo del vino biondo, la spuma dorata che brilla sul vertice

d'ogni pensiero della vita, quel tremore dell'anima e dei sensi che i

poveri di spirito non osano chiamare poesia.

Parlavano. Le lor braccia nude, libere dal peso dei braccialetti, si

muovevano con lentezza, con insidia, tuffandosi nel tepore della coltre.

Madlen era dalla mia parte; i suoi piedi congiunti sollevavano appena la

seta leggera del piumino. Il lenzuolo delineava la sua lunga forma, come

la tela umida si avvolge al rilievo d'una statua supina. Litzine, con

voce un po' sonnolenta, raccontava una storia veramente noiosa: la

storia d'un Commodoro Americano, ch'era giunto a Biarritz con il suo

yacht, e portava al guinzaglio un certo suo giovine leopardo, che

nell'atrio del Casino aveva morso non so chi...

La luce nella stanza era divenuta così morbida, così trasparente, ch'io

vedevo anche un piccolo neo, quasi fulgente, sul braccio sinistro di

Litzine. Vedevo bene il diverso colore de' lor capelli. Quelli di Madlen

eran pieni di riflessi torbidi, violastri, tessevano sul guanciale una

specie di gualdrappa disordinata, nella quale passavan guizzi di

oscurità, come nella foltezza di un pesante velluto; quelli di Litzine

brillavano compatti, lucidi, pieni di trasparenze, quasi per avvolgere

la sua perduta nudità in un colore d'innocenza.

I loro polsi, ugualmente fini, si allacciavano, per dormire in pace. Il

sonno le avvolgerebbe, così belle, così nude, sul medesimo guanciale.

Sovra i lor grandi occhi orlati di khôl scenderebber le palpebre scure.

La gioia che potrebbero dare a chiunque le vedesse rimarrebbe sepolta,

addormentata, in quella femminile promiscuità.

I loro polsi, ugualmente fini, si andavano sempre più allacciando, vena

contro vena, per dormire in pace. Così l'una sentirebbe dell'altra il

cuore delicato battere.

La bocca rossa di Madlen s'immergeva, con una specie di semiriso ebbro,

nel respiro di Litzine.

Dalle cortine alte filtrava una trepidazione d'alba incerta e lontana;

la stanza, fra quelle due luci, pareva sommersa, dispersa, in un fumo

d'irrealità, radunava ne' suoi confusi cristalli un pallido colore

d'infinito.

Vedevo, sotto le camice diafane, i loro seni dolcissimi gonfiarsi nei

calmi respiri. Qualche parola breve, non afferrabile, nasceva tra quel

caldo silenzio. Era forse la voce di una, o d'entrambe, che bisbigliava

nel tepore del sonno, tra il fumo del vino biondo, qualcosa di non

dicibile, di soffocato quasi con paura nelle trecce calde, voluminose.

Erano stanche d'aver portato gioielli splendenti, stoffe impalpabili,

fiori e piume;--questa, nel mondo, era la lor fatica;--stanche di aver

sollevato con mani trasparenti cálici troppo leggeri; stanche di musica

e di profumi, di lievi pericoli e di sottili tentazioni:--ora potevano

dormire.

Dormire nella gioia perfetta di sè medesime, quasi allacciate, forse

innamorate, sentendo il riposo incominciare con una specie di voluttuosa

ebbrietà.

Il desiderio d'amore, la tendenza naturale di tutte le cose belle,

muoveva con una specie d'insidia le lor mani profumate, istigava in

loro, con lenti lamenti, la gioia femminile del conoscersi con

esitazione. Gonfie di peccato carnale come il favo maturo è gonfio di

caldo miele, sentivano il riso della lor giovinezza nascere, tremare

profondamente, nei lor corpi formati con un raggio di sole...

. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . .

Vecchio Adamo, tu eri, col tuo serpente, un personaggio biblicamente

necessario nel primordiale giardino zoologico denominato il Paradiso

Terrestre. Quell'impudica signorina Eva, che ogni sera, quando, stanco

della caccia, ti stendevi sotto alberi fragranti e l'Eden calmo si

addormentava sotto il fuoco delle sue stelle primaverili, quella gentile

«midinette» preistorica, dai seni rotondi come grappoli d'alveari e dai

fianchi snodati come anche di leopardesse, che veniva presso te, odorosa

di giaciture selvatiche, risciacquata la sua pelle fulva nei rivoli

delle primitive sorgenti, e così tentava persuaderti a ricercare la

costola perduta, quella pettegola signorina Eva, che non stava mai zitta

da mattino a sera, e si cambiava pettinatura, e portava collane di

lapilli splendenti,--vecchio Adamo, non t'illudere!--nella storia del

genere umano quella fraschetta incorreggibile poteva benissimo fare a

meno di te.

A que' tempi tu eri, vecchio Adamo, un onesto cacciatore d'irsuti bufali

e di gazzelle innocenti; pago del grappolo che il sole maturava su le

vigne selvatiche, nemmeno pensavi ad inumidire i tuoi labbri nella polpa

del frutto proibito nè alcuna tentazione sentivi della compagna che

stava con te. Può darsi che già ti piacessero le sue ginocchia dorate

come ghiande, le sue braccia esili e deboli appresso alla forza de' tuoi

bicipiti; forse ti piaceva udire la sua voce garrula imitar nelle selve

il trillo delle capinere, e quando i suoi piedi leggeri camminavano su

le foglie cadute, nella tua sorda potenza di maschio forse pur tu

sentivi una specie di trepidazione oscura.

Ma ella si mise d'accordo col saggio ed astuto serpente, il quale, nel

Paradiso Terrestre, faceva un mestiere certamente poco onorevole.

Cosicchè, insieme ragionando, bentosto capirono che tu eri, vecchio

Adamo, un debole gigante, il quale, se ancor tutti governava col peso

della sua dura forza, indi a poco avrebbe sottomesso l'Eden ai capricci

della signorina Eva, ed avrebbe continuato più che mai a sudare grosse

gocciole di sudore, a divellere tronchi centenni, a smuovere macigni e

rivolger glebe, onde far lei camminare sovra l'erba fiorita.

--Come dovrò io comportarmi?--domandava, perplessa, la innocente

signorina Eva.

Ed il serpente, muovendo piano piano le sue belle spirali a squamme di

smeriglio, rispondeva con quella voce modulata che riesce tanto bene a

persuadere le donne:

--Fate com'io dico, signorina Eva. Questa sera, verso il tramonto,

quando il coraggioso Adamo tornerà con gli ómeri a sangue per le spine

dei rovi e carchi di bestie uccise, voi levatevi piano piano, facendo

muovere il vostro sottile corpo, ed abbiate, vi prego, nella treccia un

bel fiore scarlatto, e ditegli con la voce più soave della vostra

gentile favella:--«Signore mio, come siete questa sera pieno di polvere!

Venite presso me, inginocchiátevi, ch'io possa con un fascio d'erba

intrisa nel ruscello rinfrescarvi dalla fatica della caccia e spegnere

l'arsura che vi diede il sole.» Adamo s'inginocchierà. E gli farete

sentire, nel dargli questo buon refrigerio, leggermente, contro il petto

villoso, le cocche dure dei vostri seni, e passerete le dita,

leggermente, fra i suoi capelli ispidi, e vi attorciglierete a lui piano

piano, come il tralcio s'inerpica sul tronco, e di tutta voi gli darete,

leggermente, il peso e la fragranza da sentire, finchè vedrete i suoi

occhi ardere, la sua fronte accendersi di rossore; poi gli

direte:--«Signore mio, levatevi...» E andrete via, su l'erba, senza

volgervi, camminando piano.

La signorina Eva súbito corse in cerca del fiore scarlatto. Lo trovò,

tornò, e il saggio serpente le disse:

--Ora, signorina Eva, nei capelli avete messo un fiore. Questo fiore vi

sta molto bene. Vi rende più leggera e più alta. Siete bella ora come

non foste mai. E vi prego di ricordarvi che la donna deve sempre avere

su la sua nudità per lo meno un fiore. Ma io vi dirò, signorina Eva, che

dovrete poi attendere l'ora delle stelle. Nel colore azzurro della notte

meglio si prova il fuoco della tentazione.

--La tentazione?--mormorò la fanciulla.--Cosa è mai questa parola che io

non conosco?

--Ebbene,--le rispose il serpente,--io vi dirò ch'essa è la vostra forza

ed è come il profumo della primavera. Dunque, all'ora delle stelle, voi

dolcemente vi coricherete presso il grande uomo supino, metterete un

piede fra le sue ginocchia e farete in guisa di respirare, dolcemente,

vicino alla sua bocca. Poi gli direte:--«Signore mio, le foglie secche

stridono e la terra è dura; ponete, vi prego, un braccio sotto la mia

nuca, piegatelo, e fate ch'io m'addormenti appoggiata su di voi.» Se la

capigliatura v'ingombrasse, buttátela contro la sua bocca. E state

ferma; non parlate; chiudete gli occhi; lasciatevi così coprire dal

tremore delle stelle.

--Oh, signor serpente,--mormorò la signorina Eva,--io provo già il

bisogno di fare tutto quello che voi dite...

--Allora,--concluse il serpente--non importa ch'io vi dica di più.

E raccolte l'una su l'altra le sue belle spirali smerigliate, questo

vecchio libertino preistorico pensò al diletto ch'egli avrebbe, la notte

prossima, nello starli a vedere...

. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . .

Ma questa vecchia parabola--direbbe l'avvocato Claude,--appartiene alla

letteratura provinciale. Nei paradisi del ventesimo secolo le donne di

una certa sensibilità troverebbero mediocri ed inefficaci le astuzie del

vecchio serpente. Queste leggere cose io medesimo pensavo, presso la

coltre di Madlen, nella stanza ove ancora ondeggiavano i fumi del vino

biondo, pesava l'irritazione di quella vita artificiale, di quella vita

prestigiosa e logorante che si conduce presso le tavole da giuoco, negli

alberghi di tutte le frontiere, tra le orchestre che ridono e trillano,

mentre saltano i tappi delle bottiglie di Sciampagna, in quella vita ove

tutto brucia, urla, splende, si consuma, e non v'è più amore, non v'è

più dolore, ma solamente la gioia di vivere, che diventa ogni giorno più

inafferrabile, ove i piccoli pregiudizi, tanto gravi per l'anima dei

borghesi, fan sorridere come storielle per i bimbi, e soltanto rimane

ancor bello ciò che nasconde un più tremante brivido,--vita che lascerà

in noi, dopo tanta fiamma, null'altro che un pugno di cenere...

E voi che sentite ne' miei libri cantare questa irritata crudeltà,

fervere questo rogo micidiale, splendere questa povertà infinita, voi

direte forse di me che il mio cuore ha camminato per nulla, e per nulla

è passato fra gli uomini a ricercare il loro fuggente iddio, e per nulla

fu rosso come l'estate, per nulla consumò sè stesso nel rogo della sua

folle inquietudine.

Direte allora di me quel ch'io penso d'ogni cosa nel mondo, e troverete

il senso della vita in questo freddo e morto peso ch'è la fine di tutte

le vicende, la conclusione di tutti i pensieri, la storia di tutte le

anime, quel nulla, che ogni cosa riduce lentamente in un pugno di

cenere.

Ma or non sentite nell'alba cantare il pallido fiume Urumea?

Sì, canta, canta... E questa è la musica della giovinezza, il rumore

delle cose vive, la forza passeggera ed inestinguibile che ha per unica

sua meta quella di scendere un pendìo. Come ora canta, nelle origini

cantava. Di qui passava e passerà, nei secoli, una riviera lenta. In ciò

che da noi si allontana, uomini, è la musica della vita.

E tu, Madlen, se il tuo cuore di donna perduta vuol conoscere questa

femmina bionda, sii veracemente quello che sei, chiudi nel semiriso

dello sperdimento le tue palpebre scure, muovi su lei con lentezza le

tue braccia innamorate, fa che di te si strugga, e fa di te stessa,

Madlen, la perduta che sei...

Nel colore della notte, nel fumo della trasparente oscurità, mi pareva

che un suo piede si andasse allacciando, piano piano, alle caviglie di

Litzine...

Perchè?... Le voleva bene?... Si consideravano forse come due buone

sorelle?...

Nell'alba lontana--io pensavo--muoiono le bianche stelle. Qualcosa è

laggiù, nello spazio, che gli uomini ancora non hanno definito. Qualcosa

avvince tutte le creature all'eterna distruzione, all'eterna aurora. E

il mondo si piega, si torce, nel dolore della sua gioia troppo lieve:

nulla in sè trova pace; ogni desiderio cerca ulteriori possibilità; la

creatura e l'infinito, l'ombra e l'alba, tutto finirà, sparirà...

Muoiono le stelle.

E comporranno un giorno, Madlen, la tua treccia bionda e buia, per la

eterna supinità, nel grembo della terra santificata; gli anelli mortuari

opprimeranno le tue dita spente.

Nell'alba lontana--io pensavo--una vela è partita sul mare. Va per le

onde; quasi brilla; incontrerà, fra poco, un raggio di sole. E il mio

dolore se ne va con lei, per le distanze che ancora non vidi; ésula,

nella trepidazione dell'alba, da questa povera cosa che io sono, e porta

me stesso lontano da me, verso il cuore degli altri uomini, e navigando

fra stelle troverà, su le criniere delle onde, un raggio di sole,

Nell'alba grigia canta il pallido fiume Urumea. E suoneranno fra poco le

alte campane dorate, al dio mattutino che incendierà le splendenti

basiliche... Una vela è partita sul mare.

Madlen, inquieta, parlava con l'altra sottovoce, sottovoce...

Cosa diceva non so. La sua calda bocca, un po' crudele, un po' amara, le

sue narici sottili come le fenditure dei bóccioli, vellutate come

l'addome delle vespe, mobili ed ebbre, quasichè fiutassero un profumo

troppo forte, si andavano avvicinando, avvicinando alla bocca di

Litzine...

Fuori, laggiù, nell'alba, era la distanza infinita; nel mio cuore di

navigante saliva, brillava, scintillava la spuma del vino biondo,

cantava in me, non distinta, la folle musica dei bicchieri, la poesia

felice, ingannatrice, che trilla su gli archi dei violini e scuote via

dall'anima la polvere del buio dolore. In me, per ogni atomo, penetrava

la gioia della carne umana, lo spasimo del grembo che si contorce, la

viva e tremante furia della voluttà inesaudita.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole

veste la pannocchia del grano.

E le rondini--pensavo--della bianca terra di Guipuzcoa, si levano tutte

a stormo e trillano, questa mattina, per andare. Con l'ala tesa e ferma

traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche

di stelle, andranno per le vie dell'altomare. E canterà lo spazio, e i

turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell'alta musica, dove la

strada è bella. Rondini, e l'amore vi porterà verso la stella ultima; vi

ucciderà, nel vento, la distanza implacabile; forse vedrete splendere il

sole della terra più lontana.

Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell'esilio, e due

volte nell'anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla

in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...

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--Bilbao? preferite Bilbao?

--Sì, andiamo a Bilbao.

Questa risoluzione fu presa due giorni dopo. Litzine era tornata a

Biarritz; l'avvocato Claude, con la celebre cantante M.me de Lonard,

erano ripartiti per Nimes; la contessa Fellner aspettava di giorno in

giorno l'arrivo del suo amico parigino, ricco sfondato e pazzamente

innamorato di lei...

Quanto a Lord Pepe, egli non aveva nemmeno pensato a mandare un

telegramma; vera indelicatezza da parte d'un uomo al quale avevamo dato

entrambi tante prove d'amicizia.

Un caldo sole d'autunno dorava l'indolenza del glorioso Atlantico,

quando l'automobile mosse dal peristilio dell'albergo, svoltò e corse

quasi cantando lungo i dorati alberi della Zurriola. In breve la città

regale di Maria Cristina scomparve dietro il lontano Monte Urgull.

Addio, città radiosa dei Baschi di Guipuzcoa!... qualcosa di noi moriva

per sempre, là indietro, in quella bianca distanza... forse non udirò

mai più, nelle profumate albe, l'Urumea cantare...

Io mi sentivo profondamente male, quasi affascinato e sommerso nella

eccessiva luce di quella mattinata sfolgorante. In me, nelle mie stesse

vene, sentivo battere la pulsante furia del motore, godevo l'urto, la

potenza, di quella inebbriante velocità.

La miss-cameriera, seduta a fianco del meccanico, tutta seria, quasi

elegante, molto ben pettinata, portava con disinvoltura un cappellino

delle Galeries Lafayette. Madlen, col suo pechinese accovacciato nel

grembo, la testa un po' rovesciata sotto la forza ed il profumo del

vento, guardava la variata campagna sciorinarsi come una stoffa morbida

e scintillante.

In un largo anfiteatro di colline vedemmo ridere Zaraùz. La spiaggia

formicolava di bagnanti mattutini; l'onda era cosparsa d'imbarcazioni

leggere; le figlie superbe delle matrone cristianissime, gli snelli e

bruni adolescenti che più tardi porterebbero con sontuoso squallore i

blasoni dei Grandi di Spagna, le procaci ed incipriate dame d'onore

della Corte di Madrid, i magnifici dignitari di cappa e di spada, eran

là, discinti, nella chiara onda, e liberamente nuotavano.

Un soverchiante profumo di gaggìe vampava dai giardini di Zaraùz.

Pompon fece tre o quattro ridicoli starnuti, imperlando il velo che

doveva riparare dalla polvere i suoi occhi rotondi e lucenti come ágate

scurissime. Davanti al pericolo che il nobile cane prendesse una volgare

infreddatura, Madlen avvolse nel plaid il decadente Pompon ed inoltre lo

ricoverse con un lembo del suo proprio mantello.

Madlen, voi siete una bella donna davvero incomprensibile. Oggi mi

sembrate una superba miss, terribilmente inglese, che dietro la sua

gelida e splendente bellezza nasconda una specie di sorda ostilità

contro il genere umano,--me compreso, che sono con voi, e parto,

provvisoriamente, con voi.

Abbiamo dunque deciso di andare a Bilbao. Per quale scopo veramente non

saprei. Lasciato il numeroso nostro bagaglio all'hôtel de la Reina Maria

Cristina con poche valige andiamo a Bilbao. Ieri, nel pomeriggio,

camminando lungo la Zurriola, abbiamo scoperto entrambi che San

Sebastiano era divenuto un luogo estremamente noioso. Io vi dissi:

--Volete fare con me un piccolo viaggio?

Voi, senza nemmeno riflettere, mi rispondeste:

--Volentieri.

Avrei desiderato condurvi a Pamplona; invece preferiste Bilbao. Avrei

voluto rivarcare il Passo di Roncisvalle e riveder la muraglia ove cadde

ferito il giovine condottiero Iñigo Lopez de Recaldo, che fu più tardi

il monaco Sant'Ignazio da Loyola. E voi, Madlen, or che siamo giunti su

la piazza di Motrico, volete fermarvi a guardare con i vostri occhi

lionati come due belle ágate il monumento marmoreo del generale Cosme

Damian de Churruca, grande stratega d'oceano, che trovò l'abisso e la

gloria nella battaglia di Trafalgar. Lo avete guardato abbastanza,

Madlen? Sì? Ebbene ripartiamo. Ecco la funzione de' grandi uomini:

servir da pretesto a quegli orribili ornamenti architettonici che nelle

piazze pubbliche sorvegliano la circolazione degli affaccendati

borghesi.

Madlen, in questa bella mattina così gonfia di sole non mi ricordo più

se vi amo e nemmeno se vi desidero ancora.

Nella mia irritazione, profondamente esasperata, v'è qualcosa che non

trema più, non trepida più, quando la vostra bellezza mi guarda, lo sono

quasi un complice, ormai, del vostro tormentato vizio. Ma un complice

rimasto con le mani pure, su l'orlo e quasi nella perdizione della

vostra magnifica impurità. Litzine... Vi ricordate che bocca innocente

aveva la bionda Litzine? Ora io vedo sempre, dappertutto, le vostre

braccia così bianche, su la coltre, avviluppate; sento ancora in me la

gioia del nodo che vi strinse... Poi, la mattina dopo, voi eravate bella

come ogni giorno siete, calma come ogni giorno siete. Con un passo

agile, tra un rumore di gioielli, passavate nell'atrio dell'albergo,

senza nemmeno degnarvi di guardare quella povera piccola gente.

Litzine fece colazione con noi, tranquilla, come una signorina molto per

bene. Aveva gli occhi leggermente cerchiati, e di ogni cosa, mangiando,

rideva col suo bel riso d'adolescente. Più tardi comandò l'automobile,

discusse, pro forma, sul prezzo della camera; il segretario le portò un

gran mazzo di fiori, ed ella fece ritorno a Biarritz. Ecco la vera

innocenza: non ricordarsi nemmeno del peccato.

Ma voi, Madlen, voi, suppongo, ve ne ricordate. Voi, Madlen, non siete

una stordita fanciulla di vent'anni, che si abbandona o si regala, senza

nemmeno comprendere il piacere che dà.

Oh, vi prego, vi prego, lasciatemi dimenticare che vi amai...

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Bilbao, regina di Biscaglia, città fortissima e serenissima, tra verdi

montagne adagiata su le rive di un largo fiume. E voi, belle ragazze di

Biscaglia, che parlate un idioma incomprensibile, facendo splendere nel

riso i denti saldi e limpidi, voi, giovanissime figlie di una gente

senza origine, larghe di spalle, di seno e di bacino, con occhi

brillanti e fine caviglie, con treccie senza forcelle aggrovigliate su

la nuca rotonda, voi bianche di pelle come lini mondi nel bucato, voi,

senza goccia di sangue arabo stirpe antichissima del divino Atlantico,

il mio cuore di eterno viandante, in questo giorno di gran sole,

felicemente vi saluta.

Era passato mezzogiorno; su le due rive del Rio Nervión la città

insoggiogabile, che invano assediò per fame la dura pazienza dei

Carlisti, si adagiava intorno al suo calmo fiume, pressochè taciturna,

sotto una dorata nuvola di calore. Su la riva destra del Nervión un

groviglio di vicoli senza fondo si arrampicava tra case decrepite, ove i

panni sciorinati tra finestra e finestra pendevano in file innumerevoli

come arazzi di mille colori. Alte barche, stracariche di legnami e di

cereali, scendevano la pigra corrente muovendo su l'acqua liscia le

barre dei loro immensi timoni. Poi, d'un tratto, il fiume svoltava, come

se volesse invadere la città, e su la riva destra si apriva in tutta la

sua magnificenza l'indimenticabile Paseo del Arenal.

O Paseo del Arenal, fresco ed ombroso, che non potrò nelle mie sere

d'esilio, nell'errante mio sogno dimenticare!... La bellezza vera del

mondo è giungere dove ancora non si giunse, guardare alle finestre delle

case dove non si conosce chi abita, essere per la prima volta nei

giardini di una città sconosciuta, frammezzo ad una gente straniera,

com'ero fra i tuoi dorati alberi dolce Paseo del Arenal...

La miss cameriera prese in braccio Pompon e scomparve nell'ascensore del

Grand-hôtel de Vizcaya, dopo che il segretario dell'albergo ci ebbe

destinate due belle camere vicine, con _mosquiteros_ sui larghi letti,

_en el piso principal_, cioè al secondo piano.

Madlen aveva molta fame, io pure; le proposi un _almuerzo_ di color

locale in una _casa de comidas_, e cioè in un ristorante veramente

biscagliese.

Madlen, ch'era un'altra donna quando non aveva su le braccia l'orribile

Pompon, accolse di buon grado la mia proposta; ed insieme uscimmo

dall'albergo, avviandoci verso il Paseo del Arenal.

Le campane di Bilbao, nell'alto sole, battevano il tocco. Un dragone di

Alfonso XIII camminava davanti a noi, come se la sua terribile spada

governasse l'intero mondo. Tra gli alberi profumati alcuni monelli

scalzi fumavano con molta serietà. Una piccola zingara, bruna come le

olive mature, c'inseguiva con un paniere di ciclamini. Su l'argine del

fiume una lunga fila di scaricatori mangiavan radicchi e pesce salato,

mentre un venditore ambulante di bibite ghiacciate li dissetava con

_horchatas de chufas, agua de cebada e zarzaparilla_. Le commesse di

negozio, un po' larghe di fianchi nelle attillate gonne parigine, si

fermavan tratto tratto a cinguettare con qualche innamorato, snello,

asciutto e fresco di rasatura. Poi si vedevano andar oltre insieme,

tenendosi a braccetto, sotto un chiaro ombrellino. Qualche bella mula

bionda, con forti sonagliere, trascinava piccole vetture coperte da

larghi baldacchini. Le tramvie stridenti scampanellavano contro la folla

sbadata; certe maestose pingui matrone, per traversare la strada,

rialzavano fin sovra i polpacci la doppia e triplice gonnella nera.

Voi, Madlen, non so perchè, mi deste il braccio. Era la prima volta; e

questo atto mi parve una deliziosa intimità, un gentile timido

sentimento d'amore.

Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo · 第 9 / 17 题