I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.

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Sì, Madlen, ho capito. L'amore... uno scherzo elegante! Un abito nero ed

una veste molto scollata. Una cravatta bianca ed un filo di perle.

Quattro scarpine da ballo, minuscole, fine come guanti, che sottilmente

calzano il piede. Il mio sparato che brilla d'immacolato ámido, e le

vostre leggere piume di colibrì. Due sartorie, due figurini di moda; Old

Bond Street e Rue de la Paix:--questo è l'amore.

Va bene. Tutto ciò richiede un'occasione, vuole un complice; bisogna

trovare il mezzo, il luogo, la congiuntura, per abbandonarsi a questa

folle poesia. Oh, l'amore del ventesimo secolo, come diventa una cosa

complicata, e, se vogliamo, anche un po' sconclusionata! Non vi pare,

Madlen? No? A voi non pare?... Meglio così.

È l'alba. Le trasparenti nuvole cominciano ad orlarsi di chiarore; fra

poco il giorno si alzerà nel tremante infinito. Solamente i provinciali

credono che la notte sia fatta per dormire. Di notte si gioca, si balla,

si cena, si ama,--nei casi disperati, si medita. Non vi pare, Madlen?

C'è fra noi tutta l'altezza d'un piano, finestra su finestra, verso la

Zurriola. Un po' di vento agita le irrequiete stelle. Questo immenso

casolare d'uomini, l'uno per l'altro forestieri, adesso dorme. L'Urumea

bianco di spume passa, canta, si disperde nel mare. Che fate voi ora?

Vedo splendere sotto il mio balcone due finestre illuminate. Certo voi

state ora nel lucente spogliatoio, che divide la camera vostra da quella

ove tra poco si addormenterà il consorte vostro e signore. Ma io, sovra

un tavolino malfermo, a piè del mio letto solitario, coi vetri aperti al

buon odore dei cantàbrici venti, per voi, bella Inglese che vi

spogliate, queste malinconiche riflessioni scrivo.

Sì, ho capito, Madlen; l'occasione è quella che a noi manca. Ma nella

vita è sempre un'occasione, piccola e fortuita, quella che divide gli

uomini dall'avverarsi di tutto quanto è sogno. Centinaia di volte sono

passato accanto alla fortuna, ed essa mi toccò, mi avvolse con la sua

treccia odorosa e lieve, come quella che voi ora pettinate con un bel

pettine di tartaruga... L'occasione mi trattenne il braccio, nè volle

che io la ghermissi. È la nemica degli uomini, questa megera che si

chiama Occasione!

Sono passato rasente i pericoli, rasente le tragedie; amai provarne il

brivido, eppure non vi caddi. Sono passato nell'amore senza un grande

amore, nella felicità senza una vera gioia, nella sventura senza troppe

lacrime; ho avuta la sensazione di tutto ciò, confusa ed inscindibile,

ma veramente non provai che stupore. Sono passato su l'orlo del bene, su

l'orlo del male; ho amata la giustizia con un cuore ingiusto, la

semplicità con artifizio, e con animo pigro la vittoria, e con

intelletto gelido la voluttà; ma d'importante in fondo v'è una sola

cosa: la gioia di ricordarmi che «sono passato».

Madlen, su gli alti scanni del Bar, mentre sorbivamo que' buoni

cock-tails, generosi e raggelati, che somiglian un poco ai desiderî

delle persone eleganti, noi eravamo così presso l'uno all'altra, che le

nostre ginocchia leggermente si toccavano. Era già tardi, quasi le tre

di notte; a pianterreno vegliavano ancora i più inveterati nottambuli

dell'albergo; nella sala da ballo un pianoforte assonnato, un cattivo

cembalo in sordina, faceva ballare non so chi. Dietro il banco, sotto il

quadruplice ordine delle sue variopinte bottiglie, il barman andava

preparando con celerità, nei bicchieri senza piede, i suoi complicati

miscugli; li dosava, li affatturava, con una pazienza, con un ingegno da

perfetto avvelenatore.

L'Addetto Americano dormiva beatamente in una larga poltrona di cuoio.

Teneva le sue gambe lunghissime appoggiate ad una sedia lontana. Ma in

quella posizione acrobatica un de' suoi piedi, come quello di

Cenerentola, aveva nel sonno smarrita la sua leggera pianella. Essa gli

era scivolata fuor dal piede; nel fulgore del pavimento brillava

solitaria. La paglia che voi usavate per sorbire l'aspro cock-tail vi

lasciò cadere una fredda goccia su la scollatura incipriata. Doveva

essere così fredda, su quel seno maravigliosamente caldo, ch'io pure ne

rabbrividii.

Tornavamo allora dal Casino; voi avevate perduto, io no. Tenevate il

gomito su la sbarra d'ottone che circondava in alto la ságoma del banco;

fra noi era una ciótola ripiena di mandorle toste, che brillavano di

sale cristallizzato. Al cerchio più basso del mio sgabello si

appendevano i vostri piedi sottili, che parevano due gioielli finissimi

in un astuccio di raso d'oro. Ed anche di splendente oro, ma con sovra

un tulle di color viola-piombo, era la stoffa del vostro abito glorioso,

il quale, invece di vestirvi, dovrei dire che vi spogliava. Ed eravate

così avviluppata nei drappi di quel velo pieno di fiamme, così bella

eravate, con le braccia quasi nude, l'ascelle trasparenti, le trecce, le

dita, i polsi, carichi di gioielli scintillanti, che la vostra infernale

paganità mi faceva pensare alle nicchie ove si custodiscono i tesori

delle Madonne bizantine.

Avete fatto male a non sparire con me nell'ascensore, mentre Lord Pepe

si era lasciato invogliare alla danza dagli assonnati ballabili di quel

pianoforte in sordina.

Sì, avete fatto male, Madlen; perchè mai come in quel momento avrei

saputo prendervi con violenza e con immaginazione; così, d'un tratto,

senza svestirvi, sciupando il vostro bell'abito di tulle color

viola-piombo e di raso d'oro; così, ritrovando su la vostra bocca umida

il forte sapore del cock-tail, premendo su voi, tra i seni malnascosti,

la fredda perla della mia camicia, impolverando con la vostra cipria

tenace il mio rigoroso abito nero.

È quello appunto che io vi dicevo, Madlen. E voi mi rispondeste con una

voce molto serena:--Oh... questo vi è poi talmente necessario, my poor

dear friend?...

In quel beato sonno l'anima semplice dell'Addetto Americano spaziava nei

paradisi artificiali dell'Old Scotch Whisky, paradisi certo superiori a

quelli del divino Baudelaire. Lo si udiva russare con dolcezza, mentre

appoggiava sul cuoio della spalliera la guancia perfettamente sbarbata.

Quelle sue gambe interminabili stendevan un ponte rettilineo fra la

poltrona e la sedia lontana. Lo scarpino lucido e piatto pareva che

avesse camminato da sè; ora brillava, sempre più solitario, nel mezzo

del pavimento. Il pianoforte, nella sala da ballo, ricominciava per la

decima volta l'eterna canzone di Mayol:

Tout le long, le long du Missouri

sous les grands mimosas fleuris,

chaque soir à la brune,

quand au ciel monte la lune...

Ed il barman usciva dalla sala reggendo sopra un vassoio molti bicchieri

colmi, appannati, che tremando si urtavano. Allora sentii le vostre mani

crudelissime toccare leggermente la mia spalla, ove rimase un po' di

cipria. E con un riso che orlava d'un bacio non dato la vostra bocca

inafferrabile, voi dicevate a me, ch'ero di voi tutto perduto e pallido:

--Ebbene sì, vi dico sottovoce di sì... molto piano... molto forte... Ma

non so quando, forse d'improvviso, una sera... non domandatemi più

nulla... ho detto di sì...

E il ritornello della canzone ripeteva:

Caprice fou!

J'oubliais tout...

Mes parents et mon pays,

tous mes amis...

Quando Lord Pepe fu di ritorno dalle sue danze, ci trovò intenti a

lanciare mandorle toste nello scarpino solitario dell'Addetto Americano.

--Allô! allô! mister Hotkniss!--gridò egli con la sua voce risvegliante.

Il povero mister Hotkniss si destò di soprassalto e balzò in piedi come

un pagliaccio meccanico. Vide Madlen che rideva, e le disse:

--Well! I beg your pardon...

Poi, trovata nella scarpina una mezza mandorla tosta, ch'era l'unica

entrata nel segno a comprovare la destrezza di Madlen, per farsi da lei

perdonare quel sonno poco diplomatico, il rappresentante in Ispagna del

signor Teodoro Roosewelt ebbe con molto garbo la galanteria di

mangiarla.

Ora è venuta l'alba.

L'Urumea tace. I castani di Monte Ulìa scuotono tra una luce vaporosa le

foglie orlate di brina. Entra col rumor delle foglie un senso di freddo

sottile. È l'alba; è l'alba su Monte Ulìa...

Desiderare, non possedere, addormentarsi...--questa è la storia di una

notte, anzi è la storia di tutta la vita.

Così pure diceva, sul pianoforte in sordina, l'eterna Canzone del

Missouri:

Et j'eus souvent

d'autres romans;

j'ai connu d'autres baisers,

trop vite epuisés...

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Una commedia spagnuola, fatta di chiaccherii, di sussurri, di trilli, di

frizzi, di baci, con molte ragazze da marito, maldicenti e ben

pettinate, che aprivano e chiudevano con volubilità i loro ventagli

vendicativi; molte matrone, stile cattolicissimo, un chierico balordo,

una zitella sorda, che dal principio alla fine della commedia non

cessava un attimo dal rotolare tra le sue lunghe dita gialle, su la

scrivania del fratello parroco, un infinito numero di sigarette. Poi

v'era un primo attor giovine, il quale, per fare l'irresistibile e

sedurre la figlia d'una cugina della cognata del parroco don Vincente,

si era messi perfino gli stivali da cavallerizzo...

Non vi piace, Madlen, questa commediola di Benavente?

Certo, se ripensate agli spettacoli sfarzosi dell'Olympia od alle

squisite finezze dell'His Majesty's Theatre, non potrete molto

apprezzare questi scenari da teatro di terz'ordine, questi attori un po'

arruffati, un po' disordinati, che recitan come si vive, agitando le

mani, scompigliandosi i capelli, sempre a scatti, a gesti repentini, a

scrollate di spalle; attori che su la scena vi dànno l'impressione di

riprodurre i cicalecci del «patio», i mille pettegolezzi borghesi che

s'incanalano sotto la Puerta del Sol...

Nondimeno io trovai delizioso il bisticcio fra le ragazze da marito, che

scoppiò in casa del vecchio parroco, tutto a frecciate, a botte

improvvisate, a colpi di ventaglio e di spilli, mentre la vecchia

beghina sorda, con le sue lunghe dita gialle, non faceva che rotolare

sigarette frammezzo a quella pazza gioventù.

Lord Pepe, in fondo al palco, annoiatosi di quell'intreccio troppo

casalingo, si era messo con le spalle al muro e profittava di quel lungo

atto per fare un dolce pisolino.

Ma presto la commediola finì; e siccome nei teatri spagnoli non di rado

si alternano brevi recitazioni con intermezzi di ballo e scene di

zarzuela, così ora si annunziava la parte migliore dello spettacolo: una

famosa danzatrice zingara.

Allora, da quel fino intenditore di danze ch'egli era, venne al

parapetto e prese il canocchiale, assicurandoci che la commedia di

Benavente non valeva la pena d'essere ascoltata.

In tutte le cose, Lord Pepe, c'è una maniera d'aver ragione, come una

d'aver torto: la saggezza vera consiste nel rimanere sempre in dubbio.

La danzatrice che apparve al proscenio portava un bel nome latino,

foggiato con la sampogna e col diadema, bucólico e regale, strano e

forte:--Pastora Imperio.

Questa Venere gitana è forse la più gloriosa fra le danzatrici di

Madrid. Fu moglie, ora divisa, dell'espada Gallo, il quale da lei

dovette apprendere quanto è più facile cosa inginocchiare i tori

formidabili di Veragua e di Miura, che non al proprio amore costringere

una sottile danzatrice zingara.

Le sue danze non erano accompagnate da orchestra; uno scuro adolescente,

seduto al proscenio sovra una seggiola di paglia, suonava per lei

mirabilmente la chitarra.

Questa donna mostrava un ingegno davvero sorprendente nel dimenare le

sue flessibili anche, nel tendere o nello scuotere la perfetta

convessità del suo largo ventre, nell'inflettere la spina dorsale,

formando con tutta la sua curvabilità un arco mirabile, nell'aprire il

bianco ventaglio delle sue braccia perfette, nel far tremare i seni

larghi e seminudi, che le sbocciavano dal petto come grappoli

stupefacenti.

Ella si chiudeva nella rete fittissima dei suoni che mandavan le sue

nácchere, si avviluppava nel rumore, nella gioia della danza, come per

scolpire in fugaci opere d'arte la bellezza del suo corpo inesauribile.

Aveva le anche agili e pesanti, le ginocchia salde, quasi buie, le

caviglie splendenti, aride, però innervate con forza ne' sottilissimi

piedi, le reni asciutte, magre come il piacere, dolorose come la

voluttà.

Lord Pepe, al colmo dell'entusiasmo, dichiarò in modo perentorio che le

commedie di Benavente, come i drammi «de el malinconioso Ibsen o del

señor Gabriele de Anuncio» (tre autori fra i quali non faceva

distinzione alcuna) son cose che valgono su per giù quanto «un real de

Alonso Doze», allorchè su la scena mette il piede una danzatrice come

Pastora Imperio.

Siccome non protestai con sufficiente vigore, la bella Inglese parve

irritata. Forse una irreprimibile gelosia la pungeva, nel vedere tutti

gli uomini accaldarsi ed applaudire le danze voluttuose della bellissima

zingara. Cominciò con trovarla sguaiata; poi s'accorse che le sue

caviglie avrebbero potuto essere più fine; trovò che il saper scuotere i

seni ed il ventre a quel modo non era già una danza pura, come quelle di

Maud Allan, bensì un'osceno tremito epilettico; per ultimo disse che

Pastora Imperio aveva quel genere d'insolente bellezza la quale può

forse mettere in combustione il temperamento incendiabile di un galante

chauffeur.

--Bueno!--ammise Lord Pepe;--en cada hombre duerme uno chauffeur.

Questo magnifico dispregiatore di tutto ciò che può rodere un cervello

pensante ha sempre l'aria, quando parla, di deridere il suo

interlocutore. Sovra ogni cosa egli possiede un'opinione ben chiara, ben

definita, che non sarà forse la giusta, ma che per lui rappresenta la

categorica verità.

Quando Lord Pepe ammira il figurino di un abito ancor ignoto al volgo,

lo chassis di una macchina ultrapotente, le reni oscure di una

danzatrice zingara, è persuaso d'intendere con elevazione il senso più

lirico della perfetta vita, e certo gode una gioia molto più schietta

ch'io non provi nello scrivere una di quelle noiosissime poesie ritmate,

delle quali--non saprei dire perchè--talora, come poeta, mi vanto. Nel

giudizio di quest'uomo, Little Tich è un artista il quale supera

Eleonora Duse; un campo di corse gli dà maggior brivido che una sala del

Louvre; trova che l'inventore del rasoio Gillette si rese agli uomini

più utile di Emanuele Kant, e senza dubbio venera la cucina di Vatel più

che il teatro di Racine:--cosa nella quale non gli saprei dar torto.

Lord Pepe, dopo aver molto ascoltate le ragioni degli uomini sapienti e

di quelli, che amabilmente come voi se n'infischiano del genere umano,

son venuto a concludere che voi almeno sapete compatire le lor grandi

stoltezze, mentr'essi, con tanta levatura, non sanno e mai sapranno

indulgere alle piccole vostre.

Quel teatro si chiamava Teatro Circo. Ne uscimmo verso le undici, e per

vicoli oscuri, dove i popolani camminavano senza rumore su le lor scarpe

di corda, ci avviammo, come ogni sera, verso il Casino.

Confesso che molto volentieri sarei tornato per quei vicoli ambigui sino

al Teatro Circo, dove un portiere od una fioraia, un venditore di

_chufa_ o qualche altro cortese intermediario, mi avrebbe forse indicato

il mezzo più sollecito per far giungere un mio biglietto da visita, con

qualche dichiarazione d'amore scritta in pessimo spagnolo, fin dietro le

quinte ov'era il camerino della bellissima danzatrice Pastora Imperio.

Non già ch'io dividessi l'opinione di Lord Pepe, trascurando affatto

quella di Madlen; senonchè le promesse voluttuose di quest'ultima erano

lente quanto mai ad avverarsi, mentre la «Jota» è una terribile danza,

che certo non persuade gli uomini alla purezza francescana, e più

infernale danza è quella che porta il nome di «Olè».

Ond'io volgevo tra me stesso il pensiero di conoscere Pastora Imperio,

benchè non sapessi come avrei potuto sfuggire alla involontaria

vigilanza de' miei nuovi compagni. Ormai avevamo presa l'abitudine di

passare tutte le serate insieme; spesso pranzavamo alla medesima tavola,

poi andavamo allo stesso teatro; si cominciava e si finiva il gioco alle

medesime ore; una lieta cena chiudeva le nostre lunghe fatiche, poi,

verso l'alba, tornavamo all'albergo insieme. Lord Pepe, con molto

spirito, non si mostrava punto geloso; anzi aveva l'aria di permettere

ch'io facessi alla sua bella compagna un briciolo di corte. Questo fatto

lo dispensava da una quantità di piccole cure, che forse affaticavano la

sua naturale pigrizia. Ero dunque io che a Madlen ponevo e ritoglievo il

mantello, accendevo le sigarette, offrivo da bere, procuravo i

programmi, le caramelle, i fiori, cambiavo i gettoni, domandavo al

violino di spalla la canzone preferita, ed ero persino io che, talvolta,

conducevo nel giardino dell'albergo il nobile pechinese Pompon. Questa

mi pareva in ogni caso una prova di fiducia, bella e delicata.

Lord Pepe, giovine hidalgo pieno di senno, amava risparmiarsi per le

fatiche maggiori.

Queste ragioni mi tolsero il mezzo di tornare al Teatro Circo in tempo

utile. Poi se n'aggiunse un'altra, non meno decisiva; e questa fu che,

appena giunto presso la tavola da gioco, perdetti senza indugio molte

migliaia di pesetas.

Nulla come un tale rimedio sopisce il fuoco dell'amore; sicchè dovetti

per prima cosa provvedere al ricupero delle involate pesetas, che dopo

lunghe alternative ridivennero mie. Ciò mi permise di ripensare alla

brunissima danzatrice di «Jota».

Madlen e Lord Pepe frattanto erano immersi fino alla gola nelle amarezze

del «trente et quarante». Lord Pepe assisteva con occhi attenti e

fulgentissimi alle pericolose fortune del giuoco di Madlen. L'unico

momento in cui, per nessuna ragione al mondo, egli avrebbe consentito ad

abbandonare la sua compagna, era infatti quand'ella sedeva presso la

tavola da gioco. Il buon senso amministrativo di quest'uomo vestito a

Piccadilly rappresentava per quella pazza Inglese un freno

indispensabile.

Dopo mezzanotte le attrici di tutti i teatri, e così pure quelle che

professan l'arte liberale del piacere al primo che le guarda, usavan

tutte quante radunarsi al Casino, per rischiare un marengo sovra una

serie di «trente et quarante» e bere, secondo i casi, o molte coppe di

freddo Sciampagna od una economica tazza di caffè.

La sala da giuoco apriva le sue belle invetriate sovra un ampio

terrazzo, dal quale tutto il golfo appariva, sino al termine della

incurvata Concha. Era il terrazzo dove si rifugiavano i perseguitati

dalla disdetta o gli accesi dall'amore. Un uomo solitario, il quale dopo

la mezzanotte sedesse ad uno di que' tavolini e per caso, davanti a quel

mare così calmo, sentisse nell'anima nostalgica un tremante bisogno di

poesia, non rischiava mai di rimanere troppo a lungo in contemplazione

della solitudine.

Or accadde ch'io pure, quella sera, sentissi vagamente il bisogno d'una

boccata d'aria ed uscissi per un momento a passeggiare su quel terrazzo

romantico. La notte profumata e chiara, le stelle, il mare, che so io,

forse la scintillante statua della Reina Maria Cristina, mi facevano

danzare nel sangue la terribile «Jota» di Pastora Imperio.

D'un tratto la buona ventura che assiste gli scapoli ed i sognatori

venne spontaneamente in mio soccorso. O fu per caso un'allucinazione?...

Come potrei dirlo? Fatto sta che improvvisamente vidi Pastora Imperio,

la terribile danzatrice di «Olè», ritta e ferma contro l'invetriata.

Fumava una sigaretta, parlava, rideva con un piccolo ufficiale di

cavalleria, un vincitore di Coppe Reali nel Concorso Ippico.

Non era per me facile cosa riconoscere una donna veduta una sol volta su

la scena, e pressochè nuda, in un'altra che invece portava un abito

leggiadro e ben modellato, con le maniche fino ai polsi, la camicetta

fino al mento, e raccoglieva le sue belle trecce sotto un fino groviglio

di leggere piume. Potevo benissimo ingannarmi, od anche mettere nel mio

raffronto un poco di fantasia. Però, se i miei occhi non eran vittime di

un abbaglio sorprendente, quella era, dalla fronte al piede. Pastora

Imperio.

La medesima statura molto alta, snella, il piede fino, il fianco ben

segnato, le spalle aperte, un po' rovesciate all'indietro, il collo

nervoso, mobile, due stupendi occhi da Carmen, il profilo da ebrea.

Cominciai a passeggiare in su, in giù, per meglio esaminarla da vicino

ed attrarre i suoi lucenti sguardi sopra la fronte non elevata

dell'ottimo cavalcatore. Questi le raccontava certo qualcosa di molto

gaio, perchè ogni tratto vedevo la sua bocca scintillante ridere. Quando

bene potei osservare le sue labbra, il suo riso, i denti limpidi, gli

occhi fatti a mandorla, più non mi rimase alcun dubbio: quella era

Pastora Imperio.

Ma il giovine ufficiale... perchè non pensava egli dunque a coricarsi di

buon'ora, visto che la mattina dopo i suoi veloci ed agili destrieri lo

avrebbero atteso al primo sole, per compiere il duro percorso volando

sotto lo scudiscio dell'intrepido cavalcatore? E non s'accorgeva

inoltre, il piccolo Ussero di Alfonso XIII, che gli sguardi luminosi

della bella Pastora Imperio non avevano affatto per me quella truce

ombra che ben conobbe a' suoi tempi l'innamorato espada?

Passeggiai ancora un poco, indi presi una lodabile risoluzione.

Per la fortuna de' giovini e de' vecchi scapoli sonvi dappertutto, nei

luoghi ove convengono donne galanti, certe provvide e sapienti matrone

le quali interpongono l'opera della loro saggezza tra il frutto che si

vuol cogliere ed il prezzo che se ne vuol offerire.

A mia conoscenza la sala da gioco ne ospitava una in dimora stabile,

della quale un impiegato belga mi aveva tessuto i più caldi elogi,

dicendola molto accorta nel suo leggiadro mestiere, fidata ne' servizi e

conosciuta per tutta la penisola come reggitrice d'una prospera casa di

Madrid. Ella era uno sfasciato quintale di rosea carne ribelle ad ogni

busto, con un sorriso da vergine folle. Aveva sempre intorno a sè certe

sue colombette, da lei menate in Cantabria per far fronte alle

occorrenze della stagione.

Doña Beatriz (questo era il dolce suo nome) non di rado mi aveva

sorriso, come a tutti gli uomini soli; ed ora me ne ricordai, perchè il

sorriso d'una donna contiene sempre qualche vaga promessa.

Abitualmente stava seduta in un angolo, a far la chioccia delle sue

pulcine; queste andavano intorno, scodinzolavano, schiccheravano, di qua

e di là, un po' dappertutto; indi facevano ritorno a lei per

dirle:--Mammina, ho fatto l'ovo!

Con un sorriso quanto mai garbato e con maniere piene di rispetto mi

accostai al suo divano:

--Se digne Usted de excusarme...

--Hable, hable, Señorito!

Il mio gergo ed il suo fiorito linguaggio non si potevano intendere

senza una certa difficoltà; ma siccome la causa del nostro abboccamento

era d'indole alquanto internazionale, giunsi nondimeno a spiegarle ch'io

desideravo conoscere la bella Pastora Imperio.

--¿Pastora Imperio?... Donde està Pastora Imperio?...

Il triplice mento e le rosee guance della venerabile Donna si gonfiarono

di un solenne stupore; poi si levò, andò a vedere di persona qual fosse

la brunissima danzatrice che io le decantavo, e tornò indietro muovendo

le braccia, come se disegnasse nell'aria tanti punti esclamativi.

--No, señorito! no, señorito! La niña que Ud. quiere es Socorrito!...

Socorrito la Sevillana...

E lì un diluvio di parole per illustrare la perfetta rassomiglianza che

tutti riconoscevano alla Sevillana con Pastora Imperio, ed i meriti

assai maggiori di Socorrito in paragone dell'altra, senza contarne la

più fresca età--nove anni di meno, mi giurava doña Beatriz--e poi «la

delicateza» e poi «el desinterès» e poi «la hermosura» e poi tante altre

buone cose intime, per le quali era una fortuna impareggiabile quella di

poter conoscere Socorrito la Sevillana...

Un po' deluso, le feci tuttavia scorrere nel palmo della benefica mano

un biglietto da cinquanta pesetas, ch'ella nascose nel seno, dopo avario

sbirciato, e mormorò, quasi arrossendo:

--Señorito, Ud. me humilia!...

Che purezza d'animo! che ineffabile candore!... Fatevi coraggio, doña

Beatriz!... Conviene prendere la vita con una certa filosofia. Non

vedete? Io sono innamorato di Madlen, volevo Pastora, e dovrò infine

contentarmi di una semplice Sevillana. Ma perchè dunque non mi avete

lasciato credere nel mio delizioso errore, dicendomi:--«Sì, è Pastora

Imperio,»--e facendo a lei stessa dire:--«Sono Pastora Imperio...»?

Ebbene, accetterò il vostro consiglio, doña Beatriz. Nove anni di

meno... Rassegnamoci. E dunque parlatele voi, doña Beatriz; ditele voi,

trovate il mezzo voi di scavalcare quell'intrepido ufficiale. Io vi

aspetterò sul terrazzo, nel buio, nell'ombra, come un innamorato, come

un reo...

Le donne, in fondo, non sono mai l'amore; sono qualche volta la via

necessaria per giungere all'amore.

Uscita che fu la matrona sul terrazzo, non saprei dire come le cose

andarono, ma forse, ad un certo punto, la Sevillana stessa dovette far

presente all'ufficiale di cavalleria che il giorno appresso, di

buon'ora, egli avrebbe dovuto addestrare al percorso un imbattibile

saltatore,--pensiero che i begli occhi della Sevillana avevano in lui

per un attimo dissipato.

Egli allora tracannò--grave imprudenza!--un ultimo bicchiere di Malaga,

strinse la mano di quella che fu per un momento Pastora Imperio, e se ne

andò facendo risuonare gli speroni.

Ecco,--ed io mi trovai di fronte all'amore.

Una bella ragazza impacciata ed una pingue affabile donna, che il mondo

calunnia di nomi scortesi per l'inoffensivo mestiere che fa...--ecco

l'amore.

Dopo tanti sogni, dopo tante follìe dei sensi e dello spirito nel

desiderare un'altra non ancora posseduta, ch'era lì, quasi a due passi

da noi, dopo le danze di Pastora e la voce di Madlen...--ecco l'amore.

Sì, va bene, va bene, povera Sevillana... se mi attenderete un momento,

giù dalle scale, o fuori, nel giardino... ora, fra poco, verrò.

E Socorrito, fiore di Siviglia, con i suoi occhi neri e calmi, fatti a

mandorla, belli come l'indifferenza, mi guardò, sorrise, disse di sì.

Non volevo mostrarmi a fianco della Sevillana, in quelle sale medesime

ove ogni giorno ero solito venire in compagnia di Madlen Green.

Rientrai. Madlen giocava; era in piena disdetta; Lord Pepe aveva una

faccia lugubre.

--Oh, ditele voi che si fermi un poco!--esclamò Lord Pepe.--Sono mazzi

terribili! Non si riesce a vincere un colpo.

Le avessi pur dato questo ragionevole consiglio, la mia raccomandazione

sarebbe stata inutile. Feci assai meglio. Contai la somma che ancora le

rimaneva sul tappeto, la raddoppiai con altrettanto mio denaro e le

dissi:

--Ora, vi prego, giocate anche per me. Vinceremo. Io torno all'albergo.

Sono stanco; mi duole il capo.

Ella si volse con un movimento veloce, un movimento imprevedibile, che

fece brillare la sua nuca e diede una specie di contrazione alle sue

spalle nude. Mi guardò, sorpresa, offesa, con i suoi bellissimi occhi

dorati, che la maraviglia empiva quasi d'innocenza; poi disse:

--Come? ve ne andate prima di cena? Ma perchè?

--Sono stanco. Poi debbo scrivere molte lettere, molte lettere...

--Dov'eravate finora?

--Là fuori, sul terrazzo.

--Ah?... sul terrazzo?...

E si rivolse, con un movimento più repentino ancora, prese un fascio di

denaro, lo buttò sul tavoliere, attese qualche attimo, vinse.

Io dissi:

--Comincia la fortuna. Continuate. A domani, Madlen. E Lord Pepe rideva.

Ella notò nel cartoncino, col suo lungo spillo, il colpo vinto; poi

disse, quasi fra i denti:

--Tieni, c'est drôle!... je n'aime pas les gens qui ont la migraine!...

----

La Sevillana mi aspettava sul limitare del giardino. Mi aspettava con

indifferenza, con pazienza, ed era già ravvolta nel suo mantello verde.

Camminava nel chiaro di luna, in su, in giù, lungo il porticato. Quel

suo mantello verde non mi piaceva. Era inoltre senza maniche. Non si

poteva darle il braccio.

Talvolta è più facile desiderare una donna che rassegnarsi alla gioia di

averla ottenuta. Nulla è triste come l'andare così--un uomo ed una

donna--meccanicamente a svestirsi. Questo io pensavo, nell'accompagnarmi

con la Sevillana, in quella notte calda e profumata, che illuminava di

stelle i viali della Concha.

Era certo una bella ragazza. Sì, era una bella ragazza. Ma come potevo

io perdonarle di non essere Pastora Imperio? E guardando i suoi occhi

fatti a mandorla pensavo con esasperazione agli occhi di Madlen.

Nord e sud: la distanza infinita.

Le domandai se volesse andare a cena. Ma Socorrito non aveva fame, non

aveva sete, non aveva niente... Le domandai allora se preferisse

camminare; mi rispose di sì.

Scendemmo lungo la riva del mare. L'acqua verde si muoveva come una bene

intramata stoffa di seta. Le acacie stormivano; il chiaro di luna

dormiva su l'acqua orlata di sottili frange. Un lume rosso brillava sul

Castello di Monte Urgull. Le cabine da bagno, addossate le une alle

altre su la bianca riva, sembravano in lontananza un gregge

addormentato.

«Je n'aime pas les gens qui ont la migraine...»--Questa frase mi

picchiava nel cervello, mi esasperava i nervi, volava intorno a me,

saliva, serpeggiava nel rumore delle mie concitate vene. Ogni tratto,

mentre pensavo a cercar materia di conversazione, quelle sue parole

tornavano, aspre, irridenti, con la medesima voce che le aveva

pronunziate, con il profumo stesso della bocca di Madlen... «Je n'aime

pas les gens qui ont la migraine...»

Allora guardai la Sevillana, volli dirle qualcosa di molto intimo, e le

feci questa bella domanda:

--Quanti anni avete, Socorrito?

--Veintecuatro, señor.

--E chi era l'ufficiale con il quale parlavate poco fa?

--El capitano Trebo.

--Di Madrid?

--Sì, de Madrid.

Questa conversazione interessantissima continuò sul medesimo tono sino

in fondo alla passeggiata. Parlammo, credo, anche del mare. Io provai,

di fronte alle bellezze della natura, una scettica e tetra sfiducia.

Così camminando noi cercavamo la via dell'amore. Qualche volta essa è

già fra un uomo ed una donna, forse brilla, e non la si vede. Bisogna

cercare, frugare; mettervi per caso il piede; sbagliando il passo,

inciampare in quel gradino invisibile che porta in alto, verso l'amore.

Qualche gente passava, rada, fra gli alberi, camminando piano. Veramente

non sapevo più cosa dire a questa bella Sivigliana, che portava un

mantello così verde. Presi a domandarle perchè non l'avevo mai veduta

prima di quella sera, e cosa faceva, dove abitava, se avesse un amante,

se fosse mai stata a Parigi, se conosceva qualche Italiano, se amava il

suo Re...

--Bene, torniamo indietro?

--Torniamo.

Davanti alla terrazza d'una birreria sostammo, perchè mi parve di aver

sete.

_«Cerveza de Pilsen--Horchata de chufas--Limon helado»_

Ci sedemmo ad un tavolino, sotto i plátani. Era tardi; nel locale

semivuoto un cameriere scopava, sollevando molta polvere.

--È strana la rassomiglianza che avete con Pastora Imperio! Da principio

credevo che foste proprio lei.

--Doña Beatriz me lo ha detto. Vi piace Pastora Imperio?

--Sì, mi piace.

Bagnò il suo labbro carnoso nella schiuma del bicchiere di birra, poi

disse:

--Allora, forse, vi piaccio un poco anch'io?

--Perchè dite «forse»?

Quando il sorriso illuminava i suoi calmi occhi, pareva che le spuntasse

tra le ciglia un orlo di minutissime scintille. Da principio anch'ella

taciturna, divenne improvvisamente loquace. Il suo mantello verde non

era più così verde; si spegneva. E cominciò a narrarmi una dopo l'altra,

senza pause, con volubilità, un gran numero di cose.

Quando una donna, dopo la mezzanotte, sotto un viale di plátani, ha una

mezz'ora di tempo libero per discorrere con voi, ella comincia molto

spesso con raccontarvi la sua storia.

Questo fu precisamente il caso della Sevillana. Le biografie delle donne

sono molto interessanti, forse perchè mancano di senso comune.

Dunque il padre di Socorrito, a Siviglia, era un maestro di musica; le

aveva insegnato il canto. Ma durante un inverno assai rigido ella prese

la pleurite; guarì, grazie alla Beata Vergine più che al sapere dei

medici. Ma purtroppo non le tornò la voce. Una carriera spezzata!...

Ballare non le piaceva; prender marito non poteva, poichè nel frattempo

si era innamorata di un baritono, il quale, ammogliato e con prole, non

aveva punto esitato a regalarle un figlio. Il bambino se lo presero i

nonni; e morì. Quel baritono, l'anno dopo, era partito per l'Argentina

con un'altra cantante. Ah, i baritoni, che gente poco delicata!... Ed

allora Socorrito, che preferiva la vita onesta, cercò di aprire un

negozio di mode, nel Paseo de la Castellana, a Madrid. Ma nessuno

comperava i suoi cappelli, onde il negozio in poco tempo fallì. E

convien notare che i suoi cappelli costavano poco, non solo, ma erano di

buon gusto, poichè molto spesso li copiava dai modelli autentici della

rivista parigina _L'Art et la Mode_. Allora dovette farsi amica di un

generale in ritiro, molto ricco, il quale aspettava la morte di tutti i

suoi parenti per convolare seco lei a giuste nozze. Glielo aveva

promesso. Leale come un vero soldato, lo avrebbe anche fatto. Ma la

sfortuna volle che Socorrito, ancor prima di recarsi all'altare, si

facesse cogliere in flagrante crimine d'adulterio col nipote del

medesimo generale, un bel ragazzo di vent'anni, senza il becco d'un

quattrino. Laonde rimase vedova. Tutti, anche a Madrid, le parlavano

della sua grande rassomiglianza con Pastora Imperio...

In quel punto la birra finì.

--Camarero, dos otras cervezas.

. . . . e starebbe a San Sebastiano circa un mese ancora, nella speranza

di poter giocare alla «roulette». Il «trente et quarante» non le

piaceva. Si perde sempre!... Però un'amica di lei, Dolores, conosceva un

buon sistema. Quando seppe ch'ero stato a Siviglia, divenne affettuosa.

Poi mi domandò con circospezione se fossi l'amante di Madlen Green. Le

risposi di no, lealmente. Forse non credette. Aveva pure qualche intimo

dubbio su la ricchezza di Lord Pepe. Si udiva mormorare che fosse più

ricca lei... Mi fece sapere che fra tutte le pietre amava i brillanti,

fra le pellicce lo zibellino. Appunto aveva una costosa pelliccia in

deposito a Madrid. Ma non era, purtroppo, di zibellino. Volle sapere se

all'hôtel Maria Cristina c'era quell'anno molta eleganza. Poi mi domandò

se vi abitava un certo Argentino, piantatore di caffè, che le aveva

proposto l'anno prima di condurla seco in America. Gli Argentini,

secondo lei, spendono molto ma son poco educati. Gli Spagnuoli, secondo

lei, son gentili con la donna quando ne sono innamorati. Ma i forestieri

lo sono sempre. Mi raccontò che doña Beatriz aveva il difetto di alzare

un po' il gomito. Non era cattiva di cuore, ma per cinque pesetas

avrebbe venduto Cristo. Lei, del resto, la conosceva molto poco...

--E in amore?

Oh, in amore, Socorrito fiore di Siviglia non era punto complicata.

Quella soverchia erudizione delle donne francesi le pareva cosa

riprovevole. Non sempre, ma qualche volta, le piaceva naturalmente avere

un bel giovine con sè. Lasciarsi fare:--ecco la sua teoria.

Parlammo anche della castità. Ne parlammo con perifrasi oneste. A lei,

dopo una settimana, veniva il mal di capo. Se le veniva il mal di capo,

era costretta a farselo passare...

Anche la seconda birra, su questo, era finita.

Ci levammo. I plátani avevano tra le foglie qualche lontana stella. Un

buon odore d'autunno saliva dalla terra umida. Il chiaro di luna batteva

su la case addormentate.

Un guaio. La bella Socorrito alloggiava in una pensione di famiglia,

dove la padrona era donna molto seria, che alle sue clienti non dava

licenza di ricevere ospiti. E poi si dice dai pessimisti che non vi sono

più case per bene!...

Laonde suonammo ad un certo albergo del Robinson Crosuè, dove, non

saprei dir come, il famoso viandante si è fatto locandiere.

Una stanza rossa ed un letto bianco; sul marmo del lavabo due catini

sfavillanti; una litografia; qualche seggiola di stoffa; un armadio di

noce; un'altra litografia.

Socorrito si tolse il mantello verde senza maniche, si tolse il

cappello, i guanti, e mi chiese una sigaretta.

Aveva le trecce così nere che parevano immergere tutta la sua persona in

un cerchio d'oscurità. Sedette su l'orlo del letto, con i due gomiti su

le ginocchia. Vedevo le sue ciglia brillare, le sue forcelle di

tartaruga splendere nelle treccie compatte. La gonna tesa, rialzata fin

sopra le caviglie, ben ravvolta contro i fianchi, scopriva la forma del

suo grembo, ch'era d'una sanità schietta come il pane.

Le sue calze traforate sparivano in su, nella profonda ombra. Il suo

mantello verde, buttato sovra una poltrona, era fra noi la sola cosa

estranea. Cominciavamo con esser intimi; la sua bocca, stringendo la

sigaretta, mi sorrideva. Le sue mani un po' grandi, mani di una bella

Sivigliana che ha dovuto lavorare per vivere, adesso eran lisce,

limpide, intrise di pomate, con l'unghie molto rosse, rigenerate ormai

dalla sapienza dei profumieri di Francia. Quelle mani tuttavia mi

facevano pensare ad una imitazione.

Quando un uomo coltiva un poco la propria sensibilità, riesce facilmente

a scoprire nella donna il quadro falso.

Non importa. Ogni collezione ha le sue tele apocrife.

Socorrito fiore di Siviglia fumava come una zingara, con dispregio e con

voluttà.

Io frattanto pensai di mitigare la luce, ravvolgendo una sciarpa intorno

al lume. La via dell'amore, dicono, è semibuia.

Sedetti anch'io su l'orlo del letto;--e parlammo.

Naturalmente aveva già conosciuto un altr'uomo il quale mi somigliava.

Questo accade molto spesso. Tutte le donne han conosciuto un altr'uomo,

che le fa pensare a noi.

--Benissimo,--le risposi.--E che mestiere faceva?

--L'agente d'assicurazione.

--Dunque un uomo di spirito. E vive ancora?

--Perchè? v'interessa?

--No, affatto. Ma, visto che gli somiglio, m'informo della sua salute.

Socorrito fiore di Siviglia mi parlava in ispagnolo, io le rispondevo in

francese; ogni tanto, una parola che l'uno o l'altra non intendesse

richiedeva cinque minuti di elucidazione.

Allora mi permisi di ridomandarle se avesse in quel momento un amante

che amava. Domanda oziosa. Ella diede una leggera scrollata di spalle.

Socorrito, fiore di Siviglia, da molte settimane--anzi ne fece il conto:

da ben trentasette giorni--era casta.

E perchè no? Le donne galanti sono molto spesso incredibilmente

virtuose.

Que' trentasette giorni di quaresima ci ricondussero a parlare della

castità. Questa volta con perifrasi un po' meno letterarie.

La castità: un digiuno dei sensi che fa venire il mal di capo. Checchè

ne dicano i moralisti, è meglio non prendere questa cattiva abitudine.

L'uomo casto è ridicolo. Quanto alle donne, sono talora caste quelle che

non hanno il dovere nè l'ipocrisia di fingersi tali.

Senza volerlo cademmo nella fisiologia, ponendo lì, frammezzo a noi, su

la coltre del letto, qualche problema da risolvere.

Questo, per esempio:

«Come può accadere che le donne, molte volte, troppe volte, si diano

all'uomo senza davvero appartenergli?» Risposta:--«Perchè le donne, per

loro natura, sono diffidenti e sono rassegnate.»

Ciò rappresenta nondimeno una frode fisiologica molto grave. Però

involontaria. La conclusione ch'io le proposi fu la

seguente:--Rinunziamo alla castità.

Socorrito, fiore di Siviglia, parve accondiscendere al mio parere. Anzi

i suoi begli occhi fatti a mandorla divenivan un po' scuri. Volli sapere

dove arrivava il suo busto. Disse:

--Qui...

Poi disse ancora, colla sua bella bocca umida, un «No...» prolungato e

opaco, il quale inoltre mancava d'ogni ragione palese.

Aveva il sapore d'un frutto maturo e caldo, un sapore di mela tolta via

dal sole. Rovesciata su la coltre, quasi felice di sentirsi, dopo

trentasette giorni, supina, mi carezzava i capelli con le sue mani

profumate, con le sue dita pesanti e calme.

Portava un paio di scarpine molto leggere; nel muovere i piedi, una

cadde. Le sue ciglia troppo nere, curvate, illuminate, ingrandivano le

palpebre quasi violette; un riso fermo le scopriva la dentatura

scintillante; le narici calde si aprivano, quasi palpitassero ansiose di

respirare la voluttà. Nella sua gola senza ombra, nello splendore del

suo largo seno, brillava su la medaglia d'uno scapolare da educanda _La

Virgen del Rosario_, quella buona e timida Vergine che il soave Murillo

dipinse.

--Ti sciupo l'abito, Socorrito?

--Non importa...

Si profumava la pelle con una cipria di gelsomino; quell'odore mi

stordiva; era troppo intenso, impregnava di sè la coltre, i guanciali,

tutta la stanza; dalla sua pelle troppo nuda penetrava in me.

Allora chiuse le palpebre; il suo naso leggermente aquilino si affilò

come una lama, e stordita mi disse con un gentile pudore:

--Spegni il lume...

La via dell'amore, dicono, è buia.

----

Piove. Lord Pepe è andato a Biarritz in automobile. È andato a Biarritz

in automobile, con un Russo lungo lungo ed un Belga piccino piccino.

Sono le cinque del pomeriggio; forse non torneranno prima di sera.

Voi, Madlen, siete rimasta, e veramente non oso indovinare il perchè.

Forse perchè piove. Od invece per addestrarmi nell'amabile gioco del

bigliardo inglese?... Quante biglie occorrono e che lunghe stecche per

il gioco del bigliardo inglese! Com'è noioso, nei pomeriggi di

Settembre, il gioco del bigliardo inglese!

Il profumato Pompon, dandy asiatico d'alto lignaggio, animaletto camuso

e petulante, che odio, quanto mi piacete voi, divina Madlen, è seduto

nel bel mezzo d'una comoda poltrona, e, senza muovere i suoi rotondi

occhi umanissimi, ci osserva con albagìa.

Piove. Convien ripeterlo, perchè la pioggia è un elemento essenziale nel

colore, nella poesia di questa lunga giornata. Laggiù, in fondo al

corridoio, nella sala di musica, un gruppo di signorine da marito compie

la propria educazione perfezionandosi nelle insidiose maestrìe del

tango. Non andranno così al talamo del tutto impreparate su quanto al

loro ingegno chiederà l'esigenza d'un marito.

Piove. Il mare fuma di pesante nebbia. Io pure fumo con iracondia queste

saporite sigarette spagnole, fatte con tabacco dalla foglia nera. Quando

vi piegate sul bigliardo per misurare il colpo di stecca, voi, Madlen,

nella succinta gonna che vi dondola sopra le caviglie, siete frivola e

seria come le figurine di certe stampe assai belle che si disegnano

appunto nel vostro paese. Manca il boy, con il suo giubbetto rosso ed il

cestello di vimini per raccogliere le biglie; manca e non fa difetto,

poichè, per fortuna, siamo rimasti soli, voi, Pompon ed io. Pompon, mi

sono accorto, non ama i gentlemen che fanno la corte alla sua padrona; è

un custode assai dignitoso del vostro malagevole onore.

Di grazia, Madlen, vorrete continuare a lungo in questo gioco di

pazienza e di precisione, che riesce per me ineseguibile? Il bigliardo,

come la matematica, è una scienza per la quale bisogna esser nati.

Quelle bianche sfere d'avorio somigliano un poco ai concetti puri della

filosofia; si urtano, s'intrecciano, corrono, brillano, rimbalzano, per

finire--ahimè!--in una buca. È tempo sprecato, Madlen! Io non possiedo

il senso della precisione. Purtroppo non è mai l'esattezza quella che mi

attrae, ma piuttosto l'armonia, che in fondo è molto spesso un

disordine.--Ho ragione? Ho torto?--Non saprei. Ma certo un vostro

movimento mi sembra oggi molto più meditabile che tutta la scienza

d'Euclide. La teoria degli angoli?... Ah, no! La teoria delle curve...

sì, delle vostre curve, Madlen... ecco una bella teoria!

Nel guardarvi, mentre giocate a questo freddo gioco del bigliardo

inglese, penso che davvero voi siete come una bella sciarpa, come un

guinzaglio perfido e sottile, un ramoscello tórtile, una lama

pieghevole, avvelenata.

E vi domando sottovoce:--Madlen, cosa pensate voi dell'amore? dell'amore

nei giorni quando piove? dell'amore nei pomeriggi di Settembre?

dell'amore a Guipuzcoa? dell'amore fra le nebbie di questo grigio lento

fiume Urumea?...

Voi mi rispondete solo che bisogna battere su la biglia rossa. Ecco, ed

io sbaglio tutti i colpi. Avete una superiorità indiscutibile, una

superiorità schiacciante, come dicono i Francesi.

Madlen, a quest'ora senza dubbio non c'è nessuno in camera vostra.

Perchè non vorreste invitarmi a prendere una tazza di tè in camera

vostra, oggi che piove--la buona pioggia del mese di Settembre--e che

Lord Pepe se n'è andato a Biarritz? Tra il suo Russo lungo lungo ed il

suo Belga piccino piccino, chissà mai ch'egli non riválichi la frontiera

dopo aver saccheggiato l'oro degli uomini, e delle donne il cuore, alla

gran tavola del giuoco di baccarà?

A quest'ora la vostra miss-cameriera è scesa, con un finissimo grembiule

di pizzo, nella sala dei corrieri, dove a lei pure servono il tè...

Quando mai avranno anche il lor giorno di ricevimento, le signore

persone di servizio?

Dunque, Madlen, vi dichiaro che il giuoco del bigliardo inglese mi

annoia disperatamente. Basta! vi dò partita vinta, e rifugiamoci presso

la finestra, guardiamo per un istante il mare.

Vedete? Poche onde grigie, sonnolente, che fumano tra la nebbia con

tristezza infinita. Passa un prete maestoso, che lascia nel fango le

larghe impronte de' suoi piedi apostolici. Passa una bambinaia

spettinata, con due fanciulli disobbedienti, che si trascina dietro come

sacchi. Passa un fabbro, che porta su gli ómeri un pezzo di ringhiera. È

curvo e cicca. I suoi calzoni di velluto scuro, larghissimi, sono tenuti

in cintola da una fascia rossa. Non amate guardare, Madlen, la povera

gente?

Io penso talvolta alla mia vita, se fossi nato in una officina. E non

pensate voi alla vostra vita, se foste nata una povera donna, Madlen?

una di quelle che traversano i ponti di White Chapel, fra il nebbione di

Londra, nelle sere d'inverno?...

Sì, avete ragione: perchè mai si deve perdere il tempo nell'immaginare

quello che non è?

Vi siete messa ora con le spalle contro i vetri; la nebbia ch'è fuori

delinea senza precisione il contorno de' vostri puri lineamenti, addensa

una specie di chiara oscurità ne' vostri capelli color di fumo.

Sì, Madlen, nel rumore di questa pioggia calma e profumata io sento

nascere in me l'autunno e la vostra bellezza ed il mio amore come una

sola musica. Non vi dovete offendere se vi desidero; ascoltate bene quel

che dico: non vi dovete offendere se vi desidero, perchè nel mio

desiderio c'è anche un poco di tristezza. La tristezza di sapere che non

intenderete mai, mai, come si possa desiderare una donna, proprio coi

sensi, e ciò senza offenderla. No, forse non intenderete mai. Eppure la

cosa più bella, la cosa più felice, il bene maggiore che la vita possa

concedere all'uomo, appunto è questo: un vero desiderio. Sapete voi

com'è deserta e fredda la vita quando l'anima non ha più desiderî?

quando li uccide in sè, li oltrepassa, prima di averne sentito cantare

tutta l'ubbriachezza, fremere tutto il riso?...

C'è chi pone la sua maggiore poesia nella rinunzia e chi nel prendere

ciò che gli piace; io, Madlen, amo desiderare. Più che possedere, più

che vincere, amo desiderare. In quella musica dei sensi, che si chiama

il desiderio, trovo la gioia più perfetta, il rosso fuoco, la perfetta e

maravigliosa elevazione della vita.

E voi che regalate al mio cuore,--al mio cuore un po' coperto di

cenere--la fiamma di un vero desiderio, siete come colei che al più

povero fra gli uomini sapesse regalare una ricchezza infinita.

Son ora molte notti che vi attendo, senza dormire: vi attendo fin dopo

l'alba, e non vi odo giungere, non vi odo giungere mai. Talvolta, nello

scrivere, mi sembra di far scorrere la mano su la vostra pelle

incipriata. E le stelle tramontano, e la dolce notte se ne va, lontana,

sul mare che impallidisce. Quando vien su dall'Urumea il fumo bianco del

mattino, allora chiudo la finestra, spengo il lume, per dormire. Qualche

volta ho freddo. Qualche volta ho voglia di piangere. Non per voi,

Madlen; ma invece perchè sono triste, perchè sento che il tempo se ne

va, perchè mi sembra di non avere camminato abbastanza, d'essere, nella

mia gioventù, quasi decrepito, e penso che nulla di durevole ho finora

costrutto nella mia vagante vita, leggera e provvisoria come una

striscia di fumo. Ho sciupato: questo sì; la mia vita e quella di altre

creature: questo sì. Ho sciupato il tempo, il denaro, l'ingegno,

l'anima, le idee, le cose ch'erano mie, le cose delle quali avrei

potuto, se avessi avuta costanza, impadronirmi... questo sì!...

Ecco perchè talvolta, la notte, ho voglia di piangere. Ma non piango.

Non è da uomo--è vero, Madlen?--non è da uomo, nemmeno quando si è soli,

piangere.

Oh, se sapeste come canta, nei mattini del mese di Settembre, il grigio

lento fiume Urumea!...

Dítemi solo una cosa, Madlen:--Non verrete mai?

E voi, con la nuca immersa nel pallido chiarore dell'invetriata, mi fate

segno di sì, leggermente, senza quasi muovere i vostri grandi occhi

pieni di nord, che ora diventano scuri come le violette.

Rabbuia; siamo quasi nell'ombra; piove. Che buon odore manda la terra

sotto la fina pioggia del mese di Settembre! Vedo gli alberi della

Zurriola scuotere, su l'orlo dei rami bui, qualche foglia d'argento. Il

viale deserto scompare nel crepuscolo, si perde nella sera infinita.

Lasciatemi prendere una vostra mano, Madlen... solamente una vostra

mano. È la forma più crudele che abbiate in voi; nel suo disegno c'è

l'attitudine a far male. Invece avete le spalle così morbide, che il

guardarle mi dà gioia, quasi mi fa pensare a quel senso di tepore, di

morbida foltezza, che ben conosce chi ama gli antichi velluti. Ancora

non vi ho dato mai un bacio dal quale possa bene conoscere la forma

della vostra bocca. È singolare, ma le donne amano come baciano, pensano

come baciano, vivono come baciano, e sono in verità innocenti o

colpevoli com'è il loro bacio.

Cosa pensate voi di me? Sarei molto curioso di sapere cosa pensate voi

di me. Forse nulla.

--Cosa penso?... Lo volete sapere?

--Sì, ditelo, Madlen.

--Penso che oggi ho fatto male rifiutando a Lord Pepe di accompagnarlo a

Biarritz.

--E perchè non vi andaste?

--Per rimanere con voi. Che sciocchezza, non è vero?

Dal vestibolo entrava una striscia di luce elettrica, fendeva il panno

del bigliardo, batteva contro i vetri, si frantumava in minute

scintille, avvolgeva di un alone biondo il diffuso colore della pioggia.

E d'improvviso Madlen disse:

--Anche voi amate mentire. Perchè volete farmi credere di avermi attesa

ogni notte, quando non è vero?

--Oh, se lo dite voi...

--Lo dico, infatti, perchè una sera venni--la sera in cui vedemmo

danzare Pastora Imperio--venni, e voi non eravate nella vostra camera.

--Fu semplicemente un caso.

--Vi siete dunque rassegnato a mangiare ancora una volta la cucina

all'olio?

--Cioè?

--Non mi avete forse detto un giorno che le donne spagnole hanno il

sapore della cucina all'olio?

--Sì... ebbene sì; ebbi ancora una volta questo volgare cattivo gusto.

Ma fu solo, Madlen, per dimenticarvi.

--Grazie! E com'era, ditemi, questa cucina all'olio? Saporita?

irritante?

--Mancava di sale, ma era in cambio molto genuina, molto semplice.

--Raccontátemi, vi prego, la vostra avventura. Dítemi chi era quella

donna.

--Semplicemente una donna. Ben fatta, un po' sentimentale, un po'

ignorante, con i capelli molto neri.

--La conosco io?

--L'avrete veduta, suppongo. Mi ha domandato almeno tre volte se io

fossi, come tutti credono, il vostro amante.

--E voi le avete detto di sì, naturalmente.

--Le ho detto di no, Madlen. Ma ho pure soggiunto che la cosa mi era

indifferente.

--Davvero? E perchè?

--Non supporrete per caso ch'io voglia raccontare a tutti la infelice

storia delle notti che veglio nell'attesa d'una donna, la quale

probabilmente non si ricorderà mai di picchiare alla mia porta.

--Ho supposto che fosse Pastora.

--L'ho supposto anch'io. Ma si trattava di una imitazione. Poco male.

Del resto non oso nemmeno credere che siate venuta nella mia camera. Fu

questa una piccola bugìa per costringermi a dire la verità.

--Bene, allora vediamo. Su la vostra tavola c'erano alcune rose, mezzo

appassite, come nella camera di una cocotte; poi un grosso vocabolario,

un piccolo vocabolario, un terzo vocabolario; ed infine un libro, con

questo titolo sacrilego: _Les femmes qui aimèrent Jésus_.

--Non c'è che dire; è vero.

--Madlen Green non mente mai. Dunque, vi prego, raccontátemi con

esattezza, con molta esattezza, la vostra avventura. Quella imitazione

poteva per lo meno ingannare l'occhio di un conoscitore?

--Non ricordo. Ero distratto. Non feci che pensare a voi.

--Oh, come siete gentile!... Ve ne sarei grata, se non fosse una ben

triste maniera per lasciarsi possedere dall'immaginazione d'un uomo.

--Che volete, Madlen?... era involontario! Ma vi confesso che penso a

voi più soavemente quando non c'è nessuno, e meglio ancora quando sono

vicino a voi...

--Parole! tutte parole! State fermo; non mi toccate; siete impuro.

--Non più di voi; certamente non più di voi, che al mattino avete spesso

gli occhi, e la bocca, e perfino la voce colpevole.

--Oh, non ne sapete nulla, in fondo! Chi vi dice che Lord Pepe sia

davvero il mio amante? Potrebbe anche non esserlo, vi pare?

--Francamente Lord Pepe non giustifica una simile calunnia. Però, al

mondo, mai nulla è impossibile.

--Dunque raccontate.

--Cosa?

--I particolari; i più sottili, i più intimi particolari della vostra

avventura. Non rifiutate, vi prego, non ditemi di no. È forse un

capriccio, un cattivo capriccio... ma raccontátemi ogni particolare con

esattezza: mi farete piacere.

--Bene, se mi offrirete una sigaretta nella vostra camera, ve li

racconterò fedelmente. Qui, mi sembra impossibile.

--Dunque andiamo.

Raccolse Pompon, che ascoltava con un orecchio diritto le nostre parole

riprovevoli, e traversammo rapidamente l'atrio affollato. Madlen mi

diede Pompon su le braccia, con mille raccomandazioni, e sparì

nell'ascensore.

Due bambinelle assai leggiadre, con le gambe nude, mi vennero incontro,

curiose dell'arcigno animaletto. Una delle due già sorrideva come una

donna che vuol piacere; l'altra, più timida, era molto bellina.

--¿Caballero, que raza de perro es?

--Un perro de la China, nenita; un perro muy raro.

--Come se llama, caballero?

--Se llama Pompon, chiquita.

Ambedue, quella sfacciata e l'altra bellina, salirono con me su per le

scale, fin davanti all'uscio di Madlen.

Ella venne ad aprirmi con le mani ancor umide, avvolte in un

asciugamano. La stanza era quasi buia solo dal bagno entrava luce.

L'argenteria cesellata, l'avorio de' suoi molteplici pettini, brillavano

sul vetro; della pettiniera. Si udiva la pioggia battere sul terrazzo

con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità; nella voluminosa

nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro Eugenia Vittoria.

Mi offerse una sigaretta, una delle sue bionde sigarette profumate,

nelle quali c'era forse qualche traccia d'oppio, e mi sgomberò il divano

dicendomi:--Sedete.

Io pensavo che un uomo non si sente mai tanto straniero ad una donna

come presso il letto ov'ella dorme con il suo amante. Invece di

esprimerle questa mia sconsolante sensazione, le dissi vagamente che mi

pareva di aver freddo.

--Freddo?

--Sì, nell'anima.

Era seduta contro la pettiniera; qualche filo de' suoi capelli pareva

prendesse fuoco. E disse:

--Non muovetevi di lì; finisco di curarmi le mani, poi, se permettete,

mi cambierò d'abito.

--Va bene. Anzi va molto bene.

--Intanto raccontátemi le cose che voglio sapere. Ma dítele con

delicatezza, vi prego, e senza costringermi a provare il desiderio di

arrossire.

--Oh, Madlen! perchè volete ancora tormentarmi con queste memorie delle

quali non mi ricordo più?

Allora mi venne accanto, e si piegò, e si mise a ginocchi fra le mie

ginocchia, e tutto il peso della sua dolce persona, tra quella penombra,

si raccoglieva contro la mia persona. Diceva:

--Non credete voi che nell'amore la cosa più bella, più delicata, sia

forse il parlarne? Immaginare, tormentarsi, avvolgersi nel peccato fino

alla gola, rimanendo quasi puri? Contaminarsi piano piano,

squisitamente, con un po' di sogno, con un po' d'esitazione, stando

così, come noi siamo, non proprio nell'amore, nel faticoso amore, nel

pesante amore, ma su l'orlo di esso, quasi nel profumo di esso, ravvolti

nella gioia infinita che il vero abbandono forse non dà?

Ed il suo viso, con tutti i capelli, con tutto il respiro, si empiva di

un terribile pallore; la sua bocca si orlava di vizio; nella sua voce,

in tutta la sua carne, in lei, entrava una voluttà inesprimibile, quasi

un dolore.

Mi pareva d'avere indosso una calda pelliccia, una morbida pelliccia di

zibellino; il colore de' suoi capelli somigliava molto a questo colore,

la sua pelle mandava il profumo denso, caldo, soffice, che in inverno,

quando si esce dai balli, nelle stanze troppo riscaldate, su le spalle

troppo nude, mandano le pellicce di zibellino. E diceva:

--Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo divenire.

Io cerco un uomo che abbia la pazienza e l'immaginazione d'intendere

l'amore come io l'intendo. Non sono fra quelle che possono far dono de'

propri sensi al primo venuto e che vuotano il bicchiere d'un fiato,

regalando sè stesse all'uomo che per cinque minuti le desidera, poi

s'addormenta, o fuma, e pensa con orgoglio di averci fatto conoscere il

divino paradiso... Oh, voi dovete perdonarmi se io non sono fra queste!

Amo invece l'amore che tormenta i sensi fino all'esasperazione, poi li

esaudisce con lentezza, li addormenta, li avvolge in una specie di

meravigliosità, nella quale si sente la piccola gioia di noi stessi

divenire infinita...

Parlava con un po' d'angoscia, con un po' di febbre, come chi

raccontasse la storia d'un suo lungo ed inesaudibile sogno; vedevo

battere piano piano, con insidia, l'orlo delle sue ciglia quasi dorate;

vedevo della sua bocca brillare, in un sorriso pieno di sofferenza, la

rossa umidità; vedevo, sotto la camicetta quasi diafana, correre il

nastro azzurro della sua camicia molto scollata, sbocciare da essa, come

dall'invòlucro d'un fiore calmo e pallido, il disegno voluttuoso della

sua felice nudità.

E diceva:

--Se volete che sia vostra, non cercate di afferrarmi con ruvidità, come

si rovescia e si possiede una piccola cameriera. Invece tormentátemi un

poco, fátemi un poco male, persuadétemi sottovoce, parlátemi sottovoce,

poichè amo, amo infinitamente, la lussuria delle parole... Ora tacete.

Io sola parlerò con voi. Ho molte cose a dirvi, e quasi non me ne

ricordo più... Sì, me ne ricordo. Ascoltate. La prima sera, quando

eravamo seduti presso la tavola da giuoco, e vi domandai un fiammifero

per accendere la sigaretta, ho capito súbito che qualcosa poteva nascere

fra voi e me. Provavo una irritazione singolare nel sentirvi così

vicino, e fu allora, non dopo, ch'ebbi di voi la tentazione più forte.

Quella sera voi eravate veramente un uomo senza cuore, gelido e

sciupato, al quale restava negli occhi, forse nell'anima, qualcosa di

terribilmente lontano, che altre portarono via, qualcosa di aspro, di

amaro, d'insensibile... mi piacevate allora, e dopo di allora non più.

Dopo, anche voi, come tutti, non foste altro che un uomo, sì, un comune

uomo, che ubbidisce a' suoi piccoli vizi. Quand'ero fanciulla, passavo

le notti leggendo libri di voluttà e costringevo i miei nervi disperati

a non sentirne alcun fremito. Certe notti mi addormentavo così, fredda e

bruciante, con i polsi avvinghiati al guanciale, con le ginocchia, le

caviglie irrigidite, come se le stringesse un laccio tormentoso, eppure

senz'avere pacificato il mio corpo nemmeno con la più leggera carezza.

Più tardi, nei giorni d'estate, andavo per i campi e mi piaceva battere

su la loro carne bruna i fanciulli di dodici anni... Anche oggi sono

rimasta, come allora, una donna che teme il piacere, forse perchè non

trova mai nulla che le possa dare una gioia veramente pacificatrice.

Ora, se non vi muovete, se non dite nulla, vi darò un bacio; io sola vi

darò un lungo bacio, e non voi, su la bocca...

Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel

vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto

si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.

Sì, avete ragione, Madlen: «Only as long as we are strangers, can Love

be a sweet spleen...»--solo fin quando si rimane stranieri può essere

l'amore un soave splene...

Se potesse contare il mio solo desiderio vorrei anche spegnere il lume

dell'altra stanza, restare con voi nel buio. Taciturni, e quasi

navigando nel soave splene,--a sweet spleen--ascoltare sui vetri opachi

la pioggia del mese di Settembre, sapere che il vostro bel corpo è mio,

conoscere il vostro respiro, ma non averne bevuto che un sorso, l'ultimo

sorso ancor mai...

Ed ora si faceva tardi; le prime campane dell'ora di cena suonavano per

i corridoi dell'albergo. Madlen si levò e disse:

--Accendete il lume; ora devo spogliarmi; andate via.

--Non ancora; lasciate che v'aiuti a sciogliere i ganci del vostro

abito, le fibbie della vostra cintura.

--Sì, provate.

Nel premere fra le mie due mani l'incavo de' suoi fianchi, perchè si

slacciassero i ganci, mi pareva di stringere fra le dita il bel collo di

un levriero, focoso e docile. In quella fragilità sentivo scorrere una

grande vita. La sottana cadde, producendo una specie di soffio, che

agitò le frange della gonnella di seta. Portava un busto leggero, quasi

una fascia da educanda, che le teneva i fianchi senza premerli, come una

bella guaina. Poi slacciò e si tolse la camicetta, molto piano,

guardandosi le braccia. Quelle sue braccia splendevano d'impurità, senza

un'ombra, senza una incavatura, perfette. Ma in lei c'era qualcosa

d'indefinibile, che mi fece pensare alla sua vecchiezza; certo una

vecchiezza non d'anni, ma di anima sciupata, ma di carne troppo goduta,

ma di lascivie troppo dolorose. Non so perchè, in quel momento la

immaginai qualora fosse morta, morta nella sua giovinezza, ed immaginai

di vederla giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, co' suoi

capelli ancor segnati dall'ondulazione, con tutti i suoi vizi ancora

evidenti su la pelle incipriata,--e pensai come sarebbe stato lieve il

peso di quel corpo da mettere nella bara...

Ma era viva, e diventerebbe vecchia--una piccola vecchia gialla, col

mento aguzzo, lo scheletro accartocciato. Il giorno del suo funerale,

quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in

miseria, qualcuno direbbe ch'era stata una prostituta; le darebbero, per

marcire, due metri di terra santa... Era stata un capolavoro, e nessuno

se ne ricorderebbe più. Ebbi una immensa pietà, un immenso dolore di

questa che doveva morire; avrei voluto in quell'istante farle un dono,

dirle qualcosa che la facesse almeno sorridere...

Ma ella d'un colpo sciolse tutti i suoi capelli, e questa magnificenza

la vestì.

Disse:

--Non vi muovete, non parlate; voglio darvi un bacio tutt'intorno alla

bocca... No, vi prego, vi prego, non toccate i miei capelli. Essi mi

fanno così male... Chiudete gli occhi, vi prego, e non guardátemi; tanto

più che sono quasi nuda... vedete bene che sono quasi nuda... Oh,

lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia; non li toccate, ho

freddo... V'impólvero con la mia cipria?... Sì, v'impólvero. Però amo

arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non carezzate i miei

seni... essi mi fanno più male ancora... E poi v'ho detto: mi occorre

lungo tempo, lungo tempo, innanzi d'essere innamorata... Bisogna che

nulla di voi mi dispiaccia, nè di me a voi. Ho sognato tutta la vita di

poter amare un uomo che fosse nel medesimo tempo un maschio veramente

superbo ed un'anima veramente chiara. Ma l'uomo non è mai che una cosa o

l'altra: ecco perchè innamorarsi è difficile. Se vi dicessi «tu»,

sarebbe assai più dolce, anche per una Inglese. Ma non posso ancora

dirvi «tu». È molto più facile darvi un bacio su la bocca e dire «voi»,

e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli uomini, «voi...» Ma

ora, vi prego, andate via. È tardi. Quando un uomo parte in automobile

non si sa mai a che ora può essere di ritorno. È meglio non ci trovi

così... vi pare? Forse non darebbe alla cosa una grande importanza, ma

osserverebbe senza dubbio che potrei anche mettere una vestaglia per

ricevere i miei amici... E, del resto, vi prometto che durante la notte

cercherò di salire da voi. Se non potessi, vi scriverò una lunga

lettera... Sapete? scrivo molto bene, anche in francese. Per quasi otto

anni fui chiusa in un educandato vicino a Parigi. Mio padre aveva un

castello; mia madre, prima d'essere la moglie di un Lord, era stata la

più acclamata, certo la più bella, fra le attrici dei teatri

metropolitani. Ma tutto questo non importa, poichè oramai è così

distante... In quell'educandato c'era una maestra, una bella monaca di

ventisei anni, molto bionda, molto pallida, un'Alsaziana, e quand'erano

le fredde sere dell'inverno ella veniva molto spesso a ravvolgersi nella

mia coltre, perchè, diceva, ho la pelle così fina...

E la pioggia cadeva, cadeva, con un rumore continuo, con un piccolo

ridere, con un sottile stridere; là fuori batteva, cantava, sui vetri

opachi, la buona e profumata pioggia del mese di Settembre...

----

Lord Pepe è tornato assai tardi e si è presa la libertà di pranzare in

abito grigio, dopo aver impiegato solamente mezz'ora per lavarsi le mani

e lisciare i suoi brillanti capelli. Ormai son divenuto il loro

commensale d'ogni giorno, ed anzi, da qualche tempo, la più cordiale

intimità regna fra noi.

Ben tornato, Lord Pepe! Se il mio calunnioso intuito non m'inganna, voi

dovete oggi, a Biarritz, aver presa una tazza di tè molto intima nella

camera ospitale d'un'amica di Madlen. Forse Yvonne Le Hannec? forse

Darclea Thibaud, l'attrice del Vaudeville? Forse, Lord Pepe,

l'indiavolata Baldwin?... È ancora quel ch'io vado investigando. Me

l'hanno fatto supporre alcune vostre celie garbatamente ironiche, poi

quello sguardo, affettuoso e compassionevole insieme, con cui l'uomo

suol avvolgere la propria amante dopo averla tradita. Voi siete inoltre

fra quelli che hanno quasi un bisogno fisico di lasciar sospettare le

proprie infedeltà, e dal principio alla fine del pranzo altro non

faceste che cercare sottili espedienti per provocare la gelosia di

Madlen. Invece, Lord Pepe, voi attizzate la mia, nel timore che un

simile gioco possa rinfocolare verso di voi la sua tepidezza.

Il prestigio che vi conferisce in tutta la Repubblica di Francia essere

l'amante, l'unico amante, l'invidiato amante di Madlen Green, è tale,

che certo nessuna, per quanto ben custodita camera di Biarritz può

rimaner chiusa alle vostre nocche irresistibili, quando, Lord Pepe, voi

bussate. Inoltre, per un appassionato e negligente amatore della

bellezza quale voi siete, nulla in amore supera la varietà.

Su le avventure della vostra gita Madlen vi ha chiesto ragguagli con una

voce un po' sardonica. E voi rispondevate sul medesimo tono, anzi

alludendo senza ombra di rancore all'innocente flirt che noi due, sotto

i vostri benevoli occhi, andiamo intessendo.

Grazie al cielo voi siete un uomo del tutto moderno, e pieno di spirito,

il quale considera come una mancanza di buon gusto la volgare gelosia.

Ma il fatto strano è questo: ch'io sono invece molto geloso di voi.

Dopo il pranzo siamo andati al cinematografo.

Si rappresentava un dramma di oltre duemila metri, dov'erano esibite in

azione le truffe colossali di un finanziere tipo Rochette, con la

bellissima riproduzione dal vero della Borsa di Parigi pervasa dal

pánico, un giorno in cui precipita il Rio Tinto.

Non erano però queste le sole attrattive del ben architettato dramma. Si

vedeva, nella prima parte, un buon numero di vittime innocenti pagare

con le proprie lacrime le ricchezze dell'empio frodatore. Indi si vedeva

un ponte inabissarsi al passaggio d'un treno, e ciò era fatto in modo

che il cuore di tutta la sala per un istante cessava dal battere.

L'ignobile Rochette eseguiva poi un tentativo di stupro su la persona

d'una bella dattilografa, incredibilmente onesta. Nè il denaro nè la

violenza nè la promessa di vestirla da Paquin riuscivano a sedurre

questa fanciulla preistorica. Il finanziere ladro andava, com'è

immaginabile, su tutte le furie. Poich'era un uomo potente, macchinava

orribili vendette. Così assistemmo all'arresto arbitrario del fidanzato

di costei, cassiere onesto con fisionomia del giovine povero.

Si svolgevano in séguito infinite altre peripezie,

poliziesche-drammatico-sentimentali, così ricche di fantasia e di pathos

da potere assai bene reggere al confronto con tutto quanto produce la

fertile romanzatura del nostro secolo;--finchè, un bel giorno, verso gli

ultimi cinquecento metri, l'audace filibustiere vien preso ne' lacci

delle sue proprie rapine; la vendetta covata negli animi per tanto

chilometraggio scoppia in modo esauriente; la

dattilografa-premio-di-virtù sventa in pochi secondi una rete d'affari

assai più complessa che il traffico mondiale della Casa Rotschild; il

cassiere onesto con fisionomia del giovine povero esce alfine di

prigionìa, mentre, al sopravvenire de' gendarmi, il rovinato ingoiatore

di beni altrui apre con mano brancolante il cassetto della scrivania,

consegna tremando alla bella dattilografa un grosso fascio di documenti,

le domanda perdono con un viso da intenerire i sassi, e negli ultimi

cinquanta metri, con una pistola enorme, si fa saltare le cervella...

Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo · 第 8 / 17 题