I leggeri fili della sua piuma di Paradiso tremavano con una specie di
nervosità, come se il delicato grappolo fiorisse da un troppo esile
stelo. Immerso nella calda luce della sera, il suo profilo perfetto
sembrava trasparente; le ciglia troppo scure, la bocca troppo rossa,
tradivan con esattezza il segno dei belletti finissimi. Vedevo il
pesante suggello d'ombra sotto il chiarore de' suoi occhi dorati; ma
questo visibile artifizio le stava terribilmente bene, rendeva il suo
volto meno puro, gli dava uno splendore più torbido, una bellezza più
tormentata.
In un vasetto d'argento, fra l'orologio ed il portacenere, due lunghi
rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini; qualche petalo
s'era sfogliato; cadendo, affondava bianchissimo nella pelliccia d'orso
nero.
Avrei voluto dirle una parola d'amore, qualche bella parola d'amore, che
inutilmente cercai. E tacendo guardavo le sue mani.
Quella mani mi facevano sentire il dolore delle sue lente carezze.
Guardavo lei, per immaginare la sua maniera d'essere un'amante. Pensavo
a quelli che l'avevano posseduta, alle labbra che si erano immerse nel
respiro della sua viva bocca.
Tra il sole morente le sue trecce divenivano color di fumo. La sua pelle
dorata prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le sue forcelle di
brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli oscuri. Aveva nei
polsi, nelle ginocchia, un non so che di pericoloso, d'inerte, una
specie di musica ferma nelle sue lunghe giunture.
Se chiudevo gli occhi e volevo rivederne la sembianza, non era più lei:
spariva dalla sua immagine bella un po' di sogno, finiva, quasi
cancellata, una specie di maravigliosità.
Ed allora parlammo.
Era stanca, le dolevan un po' le reni... Oh, quelle gradinate incomode,
il peso enorme della folla, il rumore, il sole, il sangue...
Adesso la strada correva, libera, nella sera profumata. Monte Igueldo
era davanti a noi, con le sue ville cariche di rosai, co' suoi terrazzi
pieni di sole.
Quando nella folta pelliccia muoveva i suoi piccoli piedi, la calza
nera, così fina, percorsa da riflessi d'argento, mi faceva indovinare
tra la balza il principio della sua nudità.
Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte
Igueldo!... Eppure anche tu passerai, dimenticato, ne' miei occhi
d'errante; non rimarrà che una striscia di fumo, nulla, un po' di sogno,
l'azzurra ombra d'una sera d'estate su la bella Concha, davanti al sole
che moriva sul divino Atlantico... e sarà una striscia di fumo, nulla,
un po' d'anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo
lieve, di troppo azzurro, la memoria d'una sera d'estate, una striscia
di fumo, nulla...