Oh, fulgore degli antichi riti! _O Hymenaee Hymen, O Hymen Hymenaee!_

E Beatus vide le parole del poeta, che correvano alate:

«La forza dell'uomo rapisce la tenera vergine. Già appare la sposa

novella. Cinta ha la testa di maggiorana; ha il giallo manto, e il piede

di neve è retto dal rosso calzare. Le fiaccole nuziali, nel vespero,

scuotono le chiome d'oro.» Canta, per la notte, il grande inno d'amore!

Ma l'impeto d'amore trapassa e si placa per la fecondità e per la prole

come per attimi meravigliosi: «O uomo, io voglio che un pargolo, dal

grembo della madre sua, porgendo le tenere mani, a te dolcemente sorrida

dal semiaperto piccolo labbro».

Lì era il padre che respingeva il nascimento; la madre che guardava quel

nascimento come un tumore, di cui aveva chiesto al medico

l'estirpazione.

*

«Beatus -- disse il campanelluzzo a Beatus -- bada che allora si

trattava di popolare il mondo, e oggi siamo in troppi».

-- E adesso come si rimedia? -- domandò Beatus.

-- Faccia lei -- rispose l'uomo con indifferenza -- una cosa che vada

bene.

Ma Scolastica cominciò a querelarsi contro Beatus e dicea:

-- Se lei non mi lasciava sola in casa per tanto tempo, tutto questo

putiferio non succedeva.

-- Be', be', be'! questo poi è un po' troppo -- disse Beatus.

E Beatus si levò da sedere, e Ruggero Bonghi vedendo il padrone

eccitato, abbaiò.

Anche il calzolaio riconobbe che Scolastica andava al di là del giusto

limite. Proprio il signore non ne aveva colpa.

-- Va là! che non ne avevi bisogno della guardia.

Beatus ringraziò.

In fondo un buon uomo. Se fosse stato cattivo, avrebbe potuto anche

ricattarlo d'accordo con Scolastica.

Guai se il mondo fosse cattivo, come dicono i pessimisti!

Invece lui si rimetteva al signore. Era disposto a riconoscere il figlio

o la figlia, quello che è; ed anche a sposare Scolastica, se al signore

faceva piacere. Tanto per lui era lo stesso.

-- Se ci pensa lei, io faccio quello che lei vuole. Io sono così! -- e

soffiò su la palma della mano.

Lui era felice come un povero autentico che può mettere impunemente la

sua firma sotto qualunque cambiale. È sicuro che non pagherà. E questa è

una gran consolazione.

-- Se lei ci fa le spese, perchè no? La legge è questa: paga chi ha.

Lui non aveva niente: quando aveva quattro soldi, li andava a bere

all'osteria. E una volta che il vino è nel corpo, non c'è doganiere che

ci possa far pagare il dazio.

Beatus disse:

-- Ma, io, mio caro, non son ricco.

Ma quell'idiota fece un risolino e disse:

-- Vada là, vada là che lei è ricco tanto! Non me le dia da intendere.

In fondo l'idiota aveva ragione: lui, Beatus, era ricco, spaventosamente

ricco: aveva mangiato l'ostia, aveva una responsabilità. Forse -- cosa

tremenda -- poteva anche avere un'anima, e forse immortale! Certamente

aveva buon tempo per star lì, sdraiato su quella poltrona.

_Capitolo XXII._ -- Il re dei Bolcevichi.

Quale sia il valore politico del bolcevismo russo, sarà

dichiarato dall'avvenire. All'autore di questo _Capitolo_ la

cosa importa mediocremente. Qui si accenna al fenomeno morale

del bolcevismo, e quale apparve nel nostro occidente, in Italia

nel 1918 e 1919 (anni in cui avviene l'azione del racconto) e

come fu predicato fra noi, specie nel rapporto della famiglia e

della prole: «Noi neghiamo il diritto paterno di educare la

prole», ecc.

Si approssimava intanto il tempo che Scolastica doveva sgravare. -- Se

non è oggi sarà domani -- aveva detto la signora Alice.

E Beatus disse alle donne: -- Allora vediamo di far presto.

Egli non voleva assistere a quello spettacolo, e disse ancora: -- Fate

tutto quello che volete, prendete quel denaro che vi sarà necessario.

Poi, quando tutto quel tafferuglio sarà finito, voi mi scriverete, e io

tornerò. La cosa poi che nascerà, voi poi la spedirete alle balie, alle

nutrici, dove meglio a voi parrà. Ma fuori di casa.

E se ne era andato ad Assisi, una città quieta, dove sperava di poter

finalmente scrivere quella relazione, che mai gli veniva fatta.

Ma quando all'albergo domandò una camera, si trovò ridicolo. Aveva dato

la sua casa per la serva incinta, e lui ne era uscito. Sì, un po'

ridicolo. Ma doveva star lì ad assistere al parto?

«Sono spettacoli anche indecenti, e cose da donne.»

Ma poi, senza sapere perchè, forse per il vizio di aver studiato, si

ricordò che in Atene antica gli uomini leggiadrissimi affidavano alle

donne di casa la cura di lavare e fare la vestizione dei cadaveri.

Perchè gli vennero in mente i cadaveri? Qui si trattava di un neonato o

di una neonata. Ma forse così gli avvenne di pensare perchè nella sala

da pranzo dell'albergo non c'era che lui e un prete.

Questo prete era lunghissimo, tremolante e con le pupille bianche: e

nella sala illuminata di luce elettrica, colui pareva un anacronismo:

uno di quegli uomini che, con antiche parole magiche, accompagnano

quelli che entrano nella vita e quelli che ne partono.

*

Ora un giorno avvenne che Beatus era uscito per la campagna, e,

riguardando Assisi, questa gli parve come una antica nave trionfale: il

tempio di San Francesco, con quegli sproni sul monte, pareva il castello

di prora e sull'alto gli parea di vedere San Francesco, come un vessillo

umano, che cantava: «Laudato sii tu, mio Signore».

Ma ritornando poi all'albergo, e passando lungo le mura del detto

tempio, gli venne veduta una scritta concepita e tracciata così: W.

L'Enin.

Come era suo costume, anche qui Beatus si soffermò.

Non c'era dubbio: l'autore, anonimo come un poeta dell'_epos_, voleva

significare, Viva Lenin!

«Come è plastico questo popolo d'Italia! -- fu il primo pensiero di

Beatus. -- Era stato lui, il popolo d'Italia, ad abbattere il Sacro

Romano Impero dell'Austria, che pure aveva per emblema il santo segno

dell'aquila! Fu ieri! Ma oggi non se ne ricorda più. Ora scrive su le

mura dei più venerabili edifizi: _Viva Lenin!_ Il santo segno

dell'Impero fu abbattuto; ed ecco appare: _Viva Lenin._ È forse questa

la nemesi della storia?»

Era un pensiero travolgente; ma ne subentrò un altro non meno strano in

forma pur di domanda: «Come ha fatto questo popolo italiano a

conquistare la sua libertà? Bisognerebbe dare a questo popolo italiano

conoscenza della sua storia....»

Parve allora a Beatus cosa buona inserire un capitoletto su questo

argomento nella relazione che doveva stendere per S. E. il ministro: ma

poi gli parve che se il popolo d'Italia avesse consapevolezza della sua

storia, non sarebbe più il popolo italiano.

*

Ma riguardando quella scritta, altri pensieri sopravennero.

I caratteri erano tracciati per quanta ampiezza comportava il braccio

dell'autore, e ciò significava grandezza; ed erano fatti col bitume, e

ciò significava indelebilità. E v'era in quei caratteri alcun che di

stravolto, e ciò significava terrore.

La scritta pareva domandare a Beatus: «Vile borghese, non ti faccio io

paura?»

«Se ti fa piacere, sì!»

«Vile borghese -- pareva ancora domandare la scritta -- non sono bello

io?»

«Se ti fa piacere, sì.»

«Sai tu che ti posso fare del male?»

«Tutto mi può fare del male.»

«Mi dispregi tu forse?»

«Tutt'altro! Anzi meritevole di grande considerazione.»

*

Di chi era quel nome: Lenin?

Di un uomo emerso dalla storia. La guerra era stata la sua levatrice.

Dai solchi sanguinosi degli odi umani egli era nato.

Come aveva fatto quel nome dalla lontana Sarmazia ad arrivare sino alla

città solitaria e santa?

Eppure era arrivato!

Beatus riguardò ancora il tempio, tripartito a tre piani come i regni

d'oltretomba, ed ebbe la sensazione che la scritta trafiggesse a morte

il nobile tempio. La nave non navigava più! Ma chi sa, forse, da quanto

tempo non navigava più.

Ora navigava la nave del re dei bolcevichi.

Qualcosa deve ben navigare!

*

Quello che avveniva allora nel mondo era un grande fenomeno: brividi di

terrore percorrevano la terra. Alcunchè di feroce e di stravolto era nei

volti degli uomini. Facce nuove erano apparse. Ora Beatus ricordava:

anche in quella terra umbra, dove già fiorirono le più soavi cantilene

delle preghiere, la gente pareva si vergognasse dell'antica gentilezza.

*

Le notizie che giungevano nel nostro occidente dal paese del re dei

bolcevichi forse erano fantastiche, ma avevano il fascino di un mondo

irreale.

Colà il re dei bolcevichi aveva portato via ai grandi della terra i loro

grandi balocchi. In questa operazione aveva portato via anche la vita a

quei signori o li aveva trasformati in balocchi: e aveva rovesciato dal

cielo i balocchi su le moltitudini.

Non mai la orgogliosa civiltà degli uomini aveva prodotto più

meravigliosi balocchi. «Ma perchè costrurrò io la bella casa, e tu la

abiterai? la soffice sedia e tu vi siederai? la carrozza che vola e tu

trasvolerai? Perchè farò io il miele come l'ape stolta per dare squisite

vivande al tuo ventre? Il mio ventre è il tuo ventre! Il tuo corpo è il

mio corpo! La tua voluttà è la mia voluttà! Tutti i balocchi in comune:

in comune anche il più grande balocco: la donna.»

Così dicevano le genti.

E il re dei bolcevichi operava un'amputazione nella vita. Solo i

lavoratori dei balocchi della vita hanno diritto alla vita, e ai

balocchi della vita. Quale voce! Essa si diffuse per tutta la terra.

*

Questo convoglio del genere umano che procedè lento per secoli, portando

con sè tutto il peso secolare della sua storia, tutte le sue tombe,

tutte le sue domande senza risposta mai, «chi sono io? donde vengo? a

che tendo?»; e il re dei bolcevichi lo sganciò, e procedè coi suoi

operai materiali della vita!

«Signor re dei bolcevichi -- gridavano a lui -- tu lasci indietro tutti

gli archivi, e tutta la sacrestia dei sacri arredi, e tutti i sacerdoti

dell'intelligenza, disposti a far scuola nel modo più elementare, a

dividere ancora il mondo in acqua, aria, terra, fuoco se così è

necessario per l'intelletto dei tuoi bolcevichi. Noi saremo i tuoi

giullari, Signore; noi porteremo i tuoi colori».

Ma il re dei bolcevichi li respinse, e in questa operazione avvenne che

anche a taluno di essi tagliò con la scure le mani e ad alcuno tagliò la

testa. Solo gli operai della materiale fatica! Essi hanno dimenticata

l'anima loro, e il fiore della primavera: essi hanno una sola anima

comune: essi e il metallo delle macchine sono diventate un sangue solo.

Sono essi dio, giudice, legge.

*

Gli operai della materiale fatica, fra noi, intanto giacevano inerti e i

loro occhi erano rivolti da quella parte da dove sarebbe apparso il re

dei bolcevichi.

Aspettavano il re dei bolcevichi e non volevano più lavorare per

l'altrui piacere i balocchi della vita!

Pareva l'anno mille, che attese l'avvento del nuovo Messia.

Quelli intanto che possedevano i balocchi della vita, ne facevano orgia

e sperpero prima che il re dei bolcevichi arrivasse: e un po' tremavano.

Come attorno al ferro incandescente si vede l'aria soffrire per

l'immenso calore, così attorno ai corpi inerti delle moltitudini

vaporava il calore dell'odio e del desiderio.

Quando il re dei bolcevichi fosse apparso, le moltitudini nostre si

sarebbero levate col furore dell'odio alla conquista del paradiso

terrestre, promesso dal nuovo Messia.

*

Era così veramente il re dei bolcevichi? o era un astuto verso un suo

fine, come fu già quel Veglio della Montagna di cui ragionò Marco Polo,

e non gli fu data fede: ma poi si riconobbe esser vero?

Il gran Veglio della Montagna, aveva, anche lui nelle parti d'Oriente,

fabbricato un giardino: il più bello e il più grande del mondo. Quivi

erano tutti i frutti, e i più bei palagi del mondo: quivi erano donzelli

e donzelle. Quando il Veglio voleva mettere alcuno nel giardino, dava,

prima, a bere l'oppio; poi lo faceva portare nel giardino. Si svegliava,

e veramente si credeva essere in paradiso. E queste donzelle stavano con

lui in canti e grandi sollazzi. Poi il Veglio dà ancora l'oppio e lo

toglie dal giardino. D'onde vieni? domanda il Veglio. Risponde: Dal

paradiso. E quando il Veglio vuol fare uccidere alcun uomo in pro della

sua religione, chiama costui e gli dice: Va, fa la tal cosa. Ed egli fa,

perchè vuole ritornare al paradiso.

*

E Beatus guardò ancora il tempio, sull'alto del quale San Francesco

tripudiava cantando: «Laudato sii tu, mio Signore».

E si ricordò allora che San Francesco aveva tanti balocchi, ma li buttò

via tutti; aveva tanto tesoro, ma lo buttò via tutto. Aveva bellezza e

giovinezza, ma si vestì di sacco, e scalzo tripudiava: «Laudato sii tu,

mio Signore». E andò a trovare i lupi della terra e amorosamente li

confortò a cibarsi del pane degli angioli! Anch'egli vietò ai frati suoi

che alcuna cosa fosse propria; ma egli portava con sè un pane soltanto,

e non aveva macchine; ma la sua dama si chiamava Povertà, e non

Ricchezza.

Anch'egli ai frati suoi comandò il lavoro; ma senza mercede. Le stelle,

il sole erano per San Francesco il grande teatro, il canto delle rondini

era il grande concerto, l'acqua era la grande ebbrezza. Ma i bolcevichi

sono staccati dall'universo e dal mistero.

Ma gli occhi di San Francesco spiravano tepidezza di amore.

Egli, Francesco, sentiva dentro di sè quel suo tripudio, e credeva che

fosse alcunchè di immortale. Egli non credeva, o ingenuo!, alla morte.

Egli, Francesco, credeva di poter essere operator di miracoli. Ma i lupi

mangiano carne, e non margherite! E i cignali rompono le ghiande coi

forti denti!

E l'ignorante, anche!

Egli, Francesco, ignorava che nel ventre di Scolastica si svolge

null'altro che un'antica legge di animalità.

Ah, noi fummo ben nutriti di sublimi fole! Chi disse che Dio aveva dato

all'uomo il volto eretto per guardare il cielo? che fummo fatti per

seguir virtude e conoscenza? Ma no! Sono fantasie che per inerzia di

mente si ripetono ancora.

*

Oh, le antiche fole, la grazia, la rivelazione, il mistero del

nascimento, le consacrazioni del nascimento! Quante leggende, quanti

riti sono sorti nelle antiche età! I canti dei poeti, le stelle apparse

nel cielo, le cune miracolose, i prodigi aspettati, i giorni numerati.

Follìe! Nessun prodigio era apparso mai, nessuna voce suonò dal cielo:

l'uomo sospingeva l'uomo nelle tombe e rinasceva in perpetuo.

Le leggende, i riti galleggiavano ancora come lumi errabondi su l'oceano

della vita, e il re dei bolcevichi li spense.

Avete mai veduto le fiamme che discendono dal cielo e si posano a

illuminare le menti? Uscì mai voce dalle tombe? Il pane dell'anima,

l'anima che vola al cielo come colomba lieve, la avete voi veduta

altrove che nelle fantasie dei poeti? L'issopo che fa bianco lo

scorpione umano lo avete veduto voi? Le acque lustrali che detergono le

pustole all'umano rospo, le conoscete voi?

Follìe, fole, fantasmi!

L'uomo sospinge l'uomo, e il moto è rapido come vertigine.

Noi non abbiamo nome. E il re dei bolcevichi abolì ai nati il nome e vi

appose un numero.

Non è vero? Se non è vero, è però degno di essere vero.

Follìa l'uguaglianza? Ma quale privilegio hai tu che ti distingua? Ti

sei lavato nelle acque lustrali? ti sei profumato di issopo? hai tu

mangiato il pane dell'anima? No! E per un po' più di miserabile astuzia

che tu possiedi, per un po' più di vile solerzia, per un po' di

vanagloria, per un po' di feroce acume che è in te, domandi tu il

privilegio?

Tutti numeri! Tutti formano il gran «mammut» del conglomerato umano.

Solamente quelli che hanno raggiunta la vetta dell'anima costituiscono

un privilegio. Ma costruiremo noi per sette pianeti erranti, sette

cieli? Per poche anime degne di immortalità, costruiremo noi l'Empireo?

Non esiste l'Empireo.

Gli uomini senza anima devono anzi credere alla morte, e perciò

domandano i balocchi; e il re dei bolcevichi dà loro i balocchi. E se

gli uomini poi nella materiale conquista si domeranno gli uni contro gli

altri e la terra li coprirà, che importa? Se l'uomo meccanico vedrà anzi

soltanto la mano che muove la leva e la ruota della sua macchina, e più

non vedrà l'intelletto che crea, che importa? Se è spenta la piccola

lampada che accende i cuori, e soltanto i fari irradiano la gran luce

bianca che fa smarrire la via, che importa?

«Maledetto sii tu, mio Signore!» canta l'esercito del re dei bolcevichi.

*

In questi vaneggiamenti si perdeva Beatus; e fredde come il fulgore

siderale della scienza vedeva le pupille del re dei bolcevichi. Come

abbaglianti per un misticismo terreno.

E per prima cosa egli dava agli uomini in comune il gran balocco: la

donna.

Tragica e meravigliosa istoria è questa, non mai risolta!

Gli antichi sacerdoti videro nella donna il peccato, e la velarono. Ma

essa era immensa. Si provarono i sacerdoti a distruggerla, ma era

distruggere la vita istessa.

Accanto le sospesero i cilici, le preghiere. Vi scrissero parole

tremende: _peccatum! mortale peccatum!_ Che valse?

Allora la consacrarono con sante leggi: la purificazione, il lavacro dal

peccato del nascimento, il presepio con le belve innocenti attorno alla

cuna, la maternità consacrata, il ventre della maternità consacrato, i

re magi, la famiglia consacrata, il grido di esultanza del padre e della

madre. Che valse?

Non mai la voluttà proruppe così folgorante, come in questa civiltà

superba.

Mancherà il pane agli uomini, non gli ornamenti per abbellire la donna,

strumento della voluttà.

E il re dei bolcevichi sconsacrava la vita, e la riconsacrava dicendo:

«è lecito usarne, non è peccato».

Non è vero? È degno di essere vero.

E giusto è allora che scompaia la religione dei padri e delle madri.

Basta che esista la generazione. Altro non esiste in natura!

Il re dei bolcevichi aboliva così l'immane, l'inane fatica dei padri e

delle madri.

Perchè imporre un nome? perchè consacrarlo? perchè lo sforzo di creare

una coscienza? Il re dei bolcevichi darà ai nuovi nati un numero

d'ordine e li manderà alle balie, alle nutrici, ai collegi, al buon

nutrimento, al buon allevamento.

Il re dei bolcevichi coronava la nostra civiltà con logica sino

all'assurdo, con giustizia sino all'ingiustizia. La civiltà, come la

serpe, mordeva se stessa.

Forse era bene così: forse era la vita senza più dolore; senza più il

pianto.

*

Ma Beatus si fissò alquanto, e gli parve che la vita senza dolore, senza

la coscienza che distingue l'uomo dall'uomo, fosse la morte.

Forse le lacrime sono anch'esse necessarie.

E anche quel nascere senza un rito, senza il grido di esultanza del

padre e della madre, gli parve come un non nascere.

Pareva a Beatus di vivere entro un'atmosfera lucida per immoto bagliore:

non v'erano più tenebre. Ma l'aria era irrespirabile: mancava il senso

sacro della vita. L'equilibrio era folle: mancavano gli elementi

imponderabili che la scienza ignora.

A Beatus pareva di esser solo fra ben pasciuti ambulanti cadaveri.

_Capitolo XXIII._ -- Il figlio dell'uomo.

Così sarebbe nato il figlio di Scolastica e del calzolaio. Anzi, forse

era nato.

Egli, Beatus, ammirava il re dei bolcevichi che pigliava con le mani le

sue verità incandescenti, senza nessuna esitazione. Anzi tutte le cinque

parti del mondo ammiravano. Ciò non significa che la verità del re dei

bolcevichi sia la verità; è un mutamento di verità, che durerà finchè

non sorgerà un'altra verità. L'umanità è come il serpente boa; fa un

pasto copioso e furibondo di una verità, poi si assopisce in letargo

finchè ha digerito; e allora si avventa per divorare un'altra verità.

Ma a Beatus non piacque, e scrisse alla signora Alice una garbata

lettera dove diceva che se quella cosa che sarebbe nata da Scolastica,

invece di spedirla alle balie e alle nutrici, se la fossero voluta

tenere in casa, così facessero pure.

Quella cosa che sarebbe nata da Scolastica, poteva essere un maschio

oppure una femmina. Ed anche non credendo al _pithecanthropus erectus_

del naturalista tedesco Haeckel, è certo che una somiglianza esiste tra

l'uomo e il pitecantropo. Osservando attentamente l'uomo, anche meglio

vestito, questa somiglianza viene fuori come una seconda imagine.

«In me, per esempio, -- dicea Beatus, -- ora si vede benissimo.

Eppure...! Nella donna si vede meno, forse in grazia di quella soavità

incantevole del volto e dei capelli, che costituiscono essi pure un

bellissimo inganno».

E molto probabile che da due mostri, come Scolastica e il calzolaio,

sarebbe venuta fuori una cosa molto vicina al pitecantropo: ma non è

detto che la natura non faccia anche strani scherzi: può venir fuori

anche una cosa discreta. Infine, poi, di bestie ne teneva tante in casa!

Ora l'usignolo essendo morto, un bimbo o una bimba ne poteva fare le

veci.

Qui, Beatus si ricordò come una cosa lontana, lontana, e che forse aveva

letto nei poeti o nei libri per l'infanzia, che i bimbi danno lietezza

alle case: fanno miagolii, cantano. Sembrano genietti occulti. Il popolo

dice che parlan con gli angioli, o diceva così una volta quando il

popolo credeva negli angioli.

«Così Scolastica non dirà più: questa casa è una tomba».

Ma insieme si ricordò di quella smisurata parola che adoperavano i

latini per significare quando quella gaiezza se ne va dalla casa, cioè

la morte dei figli. Dicevano _orbatio_, quasi privazione di luce. E

_orbi_ erano detti i padri a cui erano morti i figli. Qualche volta i

figli chiudono gli occhi ai padri, e ciò è bello; e qualche volta i

padri chiudono gli occhi ai giovanetti, e ciò non è bello. _Orbatio!_

l'uomo solo, senza posterità, che va brancolando come cieco!

«Ecco: se io non avessi studiato il latino -- continuava Beatus nel suo

vaniloquio -- non avrei questo pensiero.

«Il re dei bolcevichi farà bene ad abolire il latino».

Ma, veramente, il re dei bolcevichi, mandando quelle cose che nascono

dall'uomo e dalla donna, alle balie, alle nutrici, ai buoni allevamenti

in comunità, abolisce quel dolore dell'_orbatio_.

Ma abolisce anche quella gaiezza.

«È sorprendente! -- esclamò Beatus -- Per fare il re dei vari

bolcevichi, bisogna pensar poco. Se si pensa, non si ha più il coraggio

di toccare nessuna verità, e non si è più re dei bolcevichi».

*

Comunque, tutto ben considerato, poichè le cose si presentavano così,

Beatus non si trovò affatto pentito della sua deliberazione di tenersi

in casa, anzi di allevarsi il figlio o la figlia di Scolastica.

Idiota, no, non lo avrebbe voluto, anche se fosse stata una femminuccia,

ma nemmeno troppo intelligente: con un'anima sì, ma non con troppa

anima. Un'anima -- ecco -- senza interrogativi. Quel tanto che basta a

mandare avanti l'esercizio quotidiano della vita. Saper distinguere, per

esempio, se la porta è aperta o chiusa, saper mettere in ordine i libri

del suo studio dalla parte dello schienale, saper scrivere con esatta

scrittura, ricordarsi dove sono le chiavi, il borsellino; non amare il

denaro, ma possedere il senso del denaro, venire a casa la sera presto,

trovar buona la minestra di casa, ubbidire senza domandare ogni volta

perchè.

Se poi fosse una donna, ricordarsi che dovendo mettere un pollo nella

pentola, bisogna levare prima la vescichetta del fiele; saper cercare

con la scopa negli angoli delle stanze; saper fare un rammendo. E perchè

no, saper fare le torte come le suore?

Tutte cose che Scolastica faceva assai imperfettamente.

Lui, poi, nelle ore di riposo, avrebbe insegnato le lettere

dell'alfabeto; si sarebbe divertito a raccontare le vecchie fole del re

Mida, del buon Tobia, di Polifemo, di Bertoldo, della bella regina delle

Mille e una notte. La sola cosa un po' preoccupante era quel furore che

prende i giovani, anche i più pacati, in sull'aprirsi della pubertà, per

cui avviene che alcuni si lanciano come proiettili, ed è il caso di dire

che dimenticano padre, madre -- come dice Cristo -- per quel furore. E

se stanno quieti, fanno anche più compassione. Ma per questo c'è tempo

da pensarci! Sì, sotto questo aspetto, l'idea di allevarsi in casa la

creatura che fosse nata da Scolastica, non gli dispiaceva.

Dato il caso che lui, Beatus, fosse vissuto ancora, il figlio di

Scolastica gli avrebbe letto il giornale, quando è la sera, con

amorevole pazienza: considerando che la sua vista si faceva torbida. Lo

avrebbe condotto a spasso anche, qualche volta. Chi avrebbe condotto?

Lui Beatus avrebbe condotto il bimbo? oppure il bimbo avrebbe poi

condotto lui? È strano questo mutamento; ma è così.

Antigone conduce Edipo.

Nella civiltà bolcevica, Antigone, la dolce Antigone, non condurrà più

Edipo, nè darà più sepoltura al fratello.

Ah, il re dei bolcevichi dovrà abolire anche il greco!

Qualche volta, ancora, per le vie, si vedono uomini vecchi a cui non

basta più il bastone, ma ci vuole un altro uomo o donna che faccia da

bastone. Qualche volta muore prima la memoria, e ci vuole una persona,

la quale ricordi le cose vicine, perchè le lontane si ricordano. Qualche

volta, muore una parte dell'anima, e il vecchio si mette a ridere, e

dice e fa cose stolte, e ci vuole uno che dica: «padre, non fate; non

parlate, caro padre, perchè dite cose stolte; accontentatevi di mangiare

questo savoiardo e mettetevi il tovagliolo. Fiutate il vostro tabacco, o

fumate la vostra pipa; ma non andate solo per via, perchè i monelli vi

scherniscono, e se voi alzate il bastone, è ben peggio.»

Ma queste cose devono essere dette molto amorosamente, e più con senso

di lietezza che di pietà; come Beatus ricordava di aver visto, una

volta, una figlia bellissima, verso il suo vecchio padre.

Nei tempi antichissimi, prima che Solone poetasse le sue leggi umane, i

figli uccidevano i padri imbelli; e questo costume vive ancora presso

alcune tribù. Non è però meno vero che anche nelle famiglie per bene si

ode talvolta mormorare così: «quando finirà quel vecchio, quella vecchia

di mangiare savoiardi? di sporcare?» Qualche volta si ode anche: «quando

ti ordinerò la bara, caro padre?»

*

Ma arrivato a questo punto, Beatus inorridì: «Dovrò io diventare così?»

Eh, se tu non morrai, diventerai così e ringrazia di potere essere così.

Egli aveva col nato da Scolastica foggiato, senza avvedersene, il suo

automa per il suo egoismo. E allora si ricordò di un'altra leggenda che

aveva udito intorno al re dei bolcevichi: ha avuto pietà per i bimbi; ma

per i vecchi non ha avuto pietà.

Facendo un salto avanti, il re dei bolcevichi è tornato indietro? Ma è

lui o è la nuova umanità che vuole così?

Beatus si accorse che con la sua ragione soltanto egli era sempre nella

condizione di colui che si trova in un terreno paludoso. Da qualunque

parte si volge il piede, la terra ingoia.

Se non c'è un sostegno dall'alto, fuori della terra, si rimane ingoiati!

_Capitolo XXIV._ -- Le mammelle.

Ma la signora Alice non rispondeva.

Probabilmente ella non aveva molta confidenza con gli arnesi della

scrittura e ciò le dava soggezione; oppure il calcolo dei nove mesi era

sbagliato; oppure quella cosa era già stata spedita alle balie e alle

nutrici.

E allora Beatus ritornò a casa.

Ma appena arrivato a casa, trovò quello che non si aspettava.

Era sera, era freddo e pensava al suo letto.

E invece trovò il suo letto ancora occupato.

Da prima non capì da chi, e perchè.

Attorno al letto c'erano le tre donne: la Scolastica, la bimbetta e la

signora Alice.

Ma la signora Alice disse: -- Buona sera, signor Beatus. Non la

aspettavamo. Lei è arrivato in tempo per veder passar l'angiolo.

Tànatos, la morte, era entrata in casa senza avvertire il portinaio.

La bimbetta diceva: -- Poverello, muore.

Scolastica non disse nulla.

Allora Beatus s'accorse che nel suo letto c'era qualche cosa.

-- Lo vuol vedere? -- disse la bimbetta, e levò il lenzuolo, e Beatus

che per la prima volta vide, inorridì.

-- Quel bimbo ha cento anni! -- esclamò Beatus.

Il figlio dell'uomo e della donna aveva l'aspetto triste dei vecchi: la

palla dell'occhio era scavata profondamente entro l'orbita; la pelle era

di un colore livido, e pendeva dai sostegni dello scheletro.

-- È nato così? -- domandò.

-- Oh, -- disse la bimbetta -- era così carino quando è nato.

-- Che malattia ha?

-- Ha fame.

-- Voi -- disse Beatus a Scolastica -- gli dovevate dare il latte.

-- Sì, con queste.

E mostrò a Beatus l'orrore delle sue mammelle.

-- Eh, mica tutte le donne -- disse la signora Alice -- hanno il latte.

Poverella, ha provato. È venuto fuori il sangue; ma il latte, no.

Scolastica fece un gesto di rabbia:

«Quell'uomo che non capisce mai niente!».

Il volto di quella madre era corroso: vi dovevano essere passate

lagrime.

-- Vi domando scusa -- disse Beatus. -- E allora perchè non lo avete

mandato a balia?

-- Così abbiamo fatto -- rispose la signora Alice; -- ma la balia

appunto lo ha rovinato.

-- Dovevate prendere una balia in casa.

-- E dove la trova lei la balia in casa? -- disse la signora Alice.

-- Oh, si trovano -- disse Beatus.

-- Le vada a trovar lei -- disse Scolastica.

-- Una volta si trovavano, ma adesso non più -- disse la signora Alice.

-- Sa cosa dicono le contadine? che il latte è sangue, e il loro sangue

non lo vogliono più dare ai signori.

-- Ma dove, ma dove, _signore_! -- disse Beatus additando con la palma

la creatura umana che giaceva sul suo letto.

*

C'erano, lì, le tre femmine: sei mammelle: sei fonti senz'acqua attorno

a un assetato.

-- Avete provato ad allattarlo col poppatoio?

-- Abbiamo provato; ma non era più tempo. E poi che latte!

*

La bimbetta, con un pannilino umettato, cercava di far succhiare

qualcosa.

-- Fino a questa mattina, poverello -- disse -- si sforzava di

succhiare, ma adesso non ha più forza.

Quella bimbetta richiamava in mente i bimbi che stanno lì pazienti, con

insensate parole di amore, ad imboccare i passerotti moribondi.

Il mondo è rotondo: romanzo · 第 13 / 16 题