Scolastica pareva risvegliarsi ogni tanto, e diceva: -- _El me putelo!_

Anche quel risveglio di un'anima morta dava un senso di costrizione al

cuore.

-- Scolastica -- disse Beatus --, e quell'uomo non l'avete avvertito?

-- Che cosa vuole che importi a lui? Invece nella stanza c'era una cosa

che non c'era prima: la signora Alice aveva portato sul comò di marmo

una di quelle imagini, una Santa Rosalia, una Sant'Anna, una cosa di

porcellana o di stucco, con davanti la gran palla opaca di un lume a

petrolio, come aveva veduto a Napoli in quella notte.

Anche questo ricorso alle forze taumaturgiche provocò in Beatus un

grande stringimento di cuore.

«E voi che fate qui?», voleva dire Beatus alle donne, sentendo un gran

silenzio.

Ma non disse. Esse assistevano alla morte.

Sono le donne, le pazienti, che assistono alla morte.

-- Per questa notte -- disse la signora Alice a Beatus -- bisognerà che

lei vada a dormire all'albergo.

*

E Beatus andò, e passando per il suo studio, scoprì i ritratti dei

benefattori dell'umanità.

Provò una sensazione come di vuoto.

Ma forse era la Morte, che passando per la sua casa, produceva quel

vuoto.

*

Uscì di casa, e voleva prendere un tram. Ma i tram correvano con grande

fragore, con grandi lumi, che gli parvero più grandi che mai; ma forse

così gli parve perchè quel quartiere eccentrico dove abitava, è buio e

silenzioso. I tram erano vuoti e parevano fare più rumore. Ma non si

fermarono al suo richiamo. Parevano sospinti da una gran fretta.

«Forse è mezzanotte -- pensò, -- e i tram hanno fretta, e tornano alle

loro rimesse.»

Camminò a lungo; ma quando fu nel centro della città, rimase sorpreso di

vedere tutto illuminato: tutta la gente.

Entrò in un caffè per rifocillarsi con qualche cosa. Il caffè era

grande: due grandi sale, tutte piene di gente: i lampadari elettrici

rovesciavano fasci di luce.

Qualcuno lo vide, e lo salutò. Ma passando vicino ad un tavolo, ebbe la

sensazione che il suo passaggio destasse meraviglia. Gli parve udire

anche esclamazioni di scherno. Ma non potevano essere rivolte contro di

lui. Sentì queste parole: «O che non si è più padroni di fare il

comodaccio suo?»

Trovò un tavolo vuoto, e si sedette: ma quella luce lo abbagliava e

chiuse gli occhi.

Sentiva le voci di alcuni signori presso il tavolo vicino al suo.

Parlavano di politica. Non sentiva i discorsi, ma come un continuo

ronzio, e in quel ronzio passavano ogni tanto dei corpuscoli sonori:

«Lenin, Bela Kun, Sovieti, comunismo, proletariato», e ad ognuna di

quelle parole era attaccato un senso taumaturgico.

Ieri erano altre parole: «Kaiser, Ludendorff, Mitteleuropa».

Una specie di terrore lo invase: di trovarsi solo in mezzo a una umanità

formata di ventriloqui.

Ogni tanto frasi enfatiche di cose vere e anche non vere.

Poi sentì un altro ronzio: proveniva dall'altro tavolo: lì si parlava di

arte, di belle donne, di illustri galanti donne: «Figure efebiche, senza

più seno». «Il seno usava al tempo del grossolano realismo di trent'anni

fa», «Ah sì, le poppe ritondette, le poma giulive, bei seni dalla punta

fiorenti...... Erano giovani artisti, letterati che parlavano così.

Pareva che il seno fosse una cosa creata soltanto per la voluttà degli

artisti.

Ma lo riscosse il cameriere dicendo: -- Il signore è servito.

Aprì gli occhi e vide sotto di sè il biancore di una tazza di latte. Gli

ripugnò come all'idrofobo l'acqua.

Guardò i bei giovani che vicino a lui parlavano di arte qua, e di

politica là.

Ma quella vista gli ripugnò come il latte.

Questo folle pensiero gli si delineò nella mente: «che quell'essere

vivente, ancora sopra il suo letto, fosse uguale a tutti quegli esseri

viventi».

Allontanò da essi lo sguardo per posarlo su qualche altro oggetto più

lontano, e vide a un tavolo lontano la faccia onesta e fresca del

dottore che lo aveva curato dalla febbre spagnola.

Come mai un uomo così morigerato si trovava in giro per i caffè a così

tarda ora di notte?

«Ma quell'orologio è fermo!»

La lancetta dell'orologio nella gran parete non era ferma: segnava

un'ora più che onesta. Il tempo aveva avuto un corso vertiginoso per

Beatus.

*

Beatus fu attratto verso il dottore.

Il dottore non era solo, ma con un altro medico, anzi fisiologo

illustre; e siccome anche Beatus era quasi illustre, così si

conoscevano, essendo ambedue illustri. Parlavano non di politica o di

arte, ma degli _ormoni_. Questa cosa era stata battezzata recentemente

con tale nome dalla scienza; ma la sua esistenza risale al tempo delle

mammelle. L'illustre fisiologo aveva fatto notevoli esperimenti sugli

ormoni.

-- Sa lei, -- disse il giovane dottore a Beatus -- che dopo che ho

curato lei della febbre spagnuola, mi sono ammalato io?

-- Ed è stato lì lì per andarsene -- disse sorridendo l'illustre

fisiologo.

Spiacque molto tale notizia a Beatus.

-- Eppure è strano! -- disse. -- Quando si sente dire che un medico è

ammalato, si prova una certa meraviglia.

-- Quasi piacere, è vero? -- disse sorridendo l'illustre fisiologo.

-- Questo poi no -- rispose pur sorridendo Beatus. -- Almeno io, no.

-- Se poi il medico muore -- continuò sorridendo l'illustre fisiologo

--, è una soddisfazione.

-- Può darsi -- disse Beatus -- che per molti la cosa sia così. Eppure

vi è la sua spiegazione.

-- E quale?

-- Ma sì! -- disse Beatus. -- Bisogna ricordare che il medico,

nell'antichità, era lo stregone, il possessore delle forze occulte.

Ebbene: qualcosa di questo remoto concetto rimane. Pigliate il più

formidabile uomo politico che muove gli uomini come quei due signori là

muovono le pedine su la scacchiera, e fatemelo seriamente ammalato; e

poi ditemi che cosa diventa di fronte al medico: niente. Esiste anche il

fatto grammaticale, scusate: non so se lo abbiate osservato. Supponete

che i giornali domani annuncino che Sua Eccellenza, il presidente del

Consiglio, sia colpito da emiplegia. Ebbene: la gente non dice più: «Sua

Eccellenza è il solo uomo plastico per governare questo popolo

plastico», ma dice _era_; cioè usa, scusate, il tempo imperfetto, cioè

lo fa come morto, ancorchè sia vivo ancora. Voi, medici, potreste

formare il più formidabile dei sindacati.

-- Macchè! -- disse l'illustre fisiologo. -- Purtroppo è impossibile.

-- E perchè? -- domandò Beatus.

-- Perchè se lo stregone, come dite voi, è indispensabile all'uomo

infermo, è perfettamente inutile alla collettività la quale gode di

inalterabile buona salute. Ci salviamo un po' la reputazione con quei

poveri microbi. Ma l'umanità se ne ride. Deve esistere una coscienza

collettiva della sua indistruttibilità.

-- E vi difendete anche -- aggiunse Beatus -- con quel po' po' di

linguaggio magico o occultista che adoperate proprio come gli antichi

stregoni. Poco fa dicevate _ormoni_. Potreste dire _eccitanti_,

_stimolanti_; ma in tale caso tutti vi comprenderebbero. Ma esistono

realmente?

-- Volete provare, Beatus? -- disse l'illustre fisiologo. -- Io vi

assicuro che sono gli ormoni del feto che provocano la secrezione delle

mammelle. Teoricamente anche voi, Beatus, potreste esser messo nella

condizione di allattare. Tutt'al più si potrà discutere per grammatica,

se voi dovrete essere chiamato _la balia_ o _il balio_....

*

A queste parole Beatus che, ragionando, si era dimenticato, si ricordò.

_Capitolo XXV._ -- Atrepsia.

Ma l'ora era tarda, e l'illustre fisiologo si accomiatò.

Anche il giovane medico uscì dal caffè, e Beatus si accompagnò con lui.

C'era lì, sul corso, una fila ferma di carrozzelle. Beatus lasciò

passare la prima, la seconda, la terza.

«Via, non fare sciocchezze,» gli disse il campanelluzzo.

Ma quando fu all'ultima carrozza, Beatus disse:

-- Dottore, le dispiace venire a casa mia? C'è un bambino che sta poco

bene.

Il suono della sua voce che proferì queste parole, lo sorprese.

Anche il dottore mostrò sorpresa di queste parole, tanto che si fermò in

mezzo alla via.

Avrebbe dovuto domandare: «Ma quale bambino? Lei è solo in casa». Invece

nulla domandò, ma disse semplicemente: -- Andiamo.

Anche questa semplice risposta sorprese Beatus, perchè il dottore

avrebbe dovuto domandare: «Ma quale bambino se lei non ha figli?»

Quando la carrozzella si mosse, il dottore non parlò.

E Beatus nemmeno.

Voleva parlare, ma non avea di che parlare. Poi disse:

-- Ah, una bella intelligenza, l'illustre fisiologo.

-- Sì, una bella intelligenza. Ancora giovane, farà molta strada.

Ma il discorso non procedeva oltre.

Beatus avrebbe voluto spezzare quel silenzio, ma non ci riusciva. Anche

quelle parole _farà molta strada_ gli sbarravano il discorso.

«Quale strada fanno gli uomini? Tutti fanno la stessa strada».

Ma quando la carrozzella lasciò l'acciottolato della città, e le ruote

corsero più lievi e senza rumore per un viale (e le lampade della città

erano scomparse), sentì da quella parte dove nella penombra stava seduto

il dottore, venire queste parole tranquille:

-- Il bimbo che sta male è suo figlio, è vero?

Beatus balzò.

-- Eh? Mio figlio? Ma io non ho figli.

-- Io glielo ho chiesto semplicemente come amico, badi bene: non come

professionista.

-- Ma la domanda che lei mi fa -- disse Beatus -- è una supposizione,

oppure....?

-- Me ne sarei ben guardato. Io le ho domandato quello che ho inteso

dire. Credevo che lei lo sapesse.

-- Io? Ma io non so nulla, io sono assente da un mese. Ma che devo io

sapere? Ma che si dice?

-- Si calmi, si calmi, -- disse il dottore. -- Lei dice che non è suo

figlio, e tutto è finito.

-- Ma lei, lei da chi e dove ha inteso?

-- Voci che ho inteso dire al caffè. Quello è il luogo dove arrivano

tutti i chiacchiericci della città, ed è arrivato anche il suo.

-- Ma in sostanza, che cosa?

-- La cosa più semplice di questo mondo: che la sua serva fu resa

incinta....

-- Da me?

Beatus mandò tale voce che il buon dottore ne fu sinceramente commosso.

-- Ah, la indegna calunnia! -- esclamò Beatus e raccontò.

Come ebbe finito il racconto, il dottore disse:

-- Lei però, facendo sgravare in casa la donna, ha fornito tutto il

materiale della verosimiglianza....

Il dottore parlava con tranquilla parola; ma in Beatus l'eccitazione

diveniva anormale.

-- Io educatore, io maestro..., io fare queste cose.... -- diceva. --

Perchè lei capisce che se anche non fosse, io sono obbligato a essere

uomo morale.

-- Sì, ma ai tempi che corrono non ci si bada più. E poi se ne parlava

la scorsa settimana; ora è cosa già passata.

-- Come fare a smentire?...

-- Lei non smentisce nulla; dopo tutto l'aver reso incinta una bella

servotta non le fa disonore.

Ma fu a questa parola del dottore che Beatus si ricordò delle

esclamazioni di scherno udite al caffè. Scolastica, la orrenda

Scolastica! E Beatus vide l'orrendo grottesco cadere su di lui. E subito

vide anche l'autore della calunnia: il suo segretario che egli aveva

obbligato, quel giorno, a dichiararsi vile.

Beatus non parlò più.

Vedeva il bel segretario andare in giro e dire: «Signori, signorine,

sapete? L'educatore, il moralista, l'uomo esemplare, ha ingravidato la

serva. Questo è niente, e non meriterebbe di richiamare l'attenzione. Ma

se volete vedere il coraggio mandrillinesco dell'illustre Beatus

Renatus, andate a casa sua, e potrete ammirare la complice necessaria

del misfatto.»

*

-- Signora Alice, signora Alice -- disse Beatus quando la signora Alice

venne ad aprire, -- durante la mia assenza è qui venuto qualcuno?

-- Sì -- disse la signora Alice un po' stupefatta --, il suo segretario.

-- E dopo?

-- Dopo?

-- Dopo, sì, dopo, chi è venuto?

-- Io non c'ero; c'era qui la Elenuccia. Ma lei cos'ha?

E chiamò la bimba.

-- Ah, sì -- disse tranquillamente la bimba, -- sono venute delle

signorine.

-- Studentesse?

-- Non so. Tutte coi ricciolini, i cappellini. Volevano vedere il pupo;

volevano sapere come stava il pupo.

-- E poi....

-- Una ha portato i confetti per Scolastica....

-- Le hai intese ridere?

-- Le signorine ridono sempre.

Beatus chinò la fronte.

*

-- Questo bimbo? -- domandò il dottore che assisteva allo strano

dialogo.

Andarono di là.

La signora Alice tolse il lume e lo accostò al letto.

Il dottore scoprì e poi senz'altro ricoprì.

-- È il pitecantropo, -- disse Beatus.

Il dottore disse:

-- Così infatti appare l'uomo quando ha divorato se stesso. La scienza

ha trovato uno di quei nomi nuovi di cui lei parlava poco fa al caffè:

atrepsia.

Scolastica, posata a lato del letto, scoprì la faccia ebete e guardò le

parole del dottore.

-- Quella è la madre? -- domandò il dottore.

-- _El me putelo_, -- disse quella voce.

Il dottore se ne andò, e Beatus lo accompagnò alla carrozza.

Beatus ritornò su lentamente.

Entrò nella stanza.

Egli era appoggiato alla bella spalliera del suo bel letto, davanti al

pitecantropo. Quel suo spasimo si era come acquetato davanti al

pitecantropo.

Contemplava.

Gli parve di essere proceduto avanti degli altri uomini, e di essere

arrivato in vista di un oceano. E qui conviene sostare.

Le voci degli uomini gli parvero come un pispiglio lontano, lontano. Le

parole di scherno che si erano posate su lui, ora si sollevavano

lontane. Anzi gli parve cosa bella e onorevole essere schernito. E

proferì queste strane parole:

«Io con io, cioè io con qualcuno che non sono io.»

Lo riscosse la voce della signora Alice che disse:

-- È passato in questo momento.

-- Ha visto passare qualche cosa, signora Alice?

-- E che deve passare?

Lui voleva dire, quel soffio, quel vento, l'anima. Ricordava i pappi del

giardino, che si staccano per vento insensibile ai nostri sensi.

Lei voleva semplicemente dire: «è morto in questo momento».

*

La signora Alice, seduta nel circolo della luce della lampada a

petrolio, cuciva tranquillamente una cosa bianca.

-- Lei lavora sempre, signora Alice, -- disse Beatus.

-- Sto facendo una camicina per quel poverino.

-- Lei è lirica, signora Alice, -- disse Beatus -- perchè creda, mia

buona signora, la bontà è una lirica, una forma intuitiva di lirica. La

sola grande lirica!

-- Avete tutti parole che non si capiscono, -- disse la signora Alice.

-- Anche quel dottore ha detto una certa parola....

-- _Atrepsia_, ha detto, signora. Oh! una parola molto seria: _mancanza

di nutrimento._ È morto per mancanza di nutrimento. Ma tutti noi, tutti

noi, moriamo per mancanza di nutrimento.

«Sì, sì, lo so, signori, -- disse Beatus quando fu solo nel suo studio,

guardando i benefattori dell'umanità che pendevano dalla parete, -- lo

so: tutte queste sono imagini mistiche che si formano nelle cellule

della corteccia del cervello sotto determinate condizioni; ma non sono

meno vere delle altre imagini; ed è, se così è, quanto di meglio noi

possediamo, signori.»

Il mondo è rotondo: romanzo · 第 14 / 16 题