D'altronde monsignore era già lontano.
Dopo, la signora Alice disse a Beatus:
*
-- Mo' ci pagate le paste e il gelato. Volete andare, bambine, al caffè
di piazza o al caffè del lago?
Le bimbe dissero al caffè del lago che è nei giardini.
La signora Alice andando, diceva tante belle cose alle bimbe. Beatus
stava zitto.
-- E diteci qualche cosa anche voi, benedett'uomo, a queste creature che
mo' sono santarelle.
Ma Beatus nulla dicea.
*
Pensava a quel Cristo che aveva imaginato quella portentosa cura di
innestare se stesso negli uomini.
Nulla vale: le cose sono quelle che sono: si nasce, si muore.
Anzi quella continua bestemmia di _ostia_ che gli uomini hanno su le
labbra, riconduce a pensare che l'uomo non tollera i portenti.
*
Su la sponda del piccolo lago erano alcuni ragazzini. Essi fabbricavano
con la carta certe barchette e festosamente le gettavano nel lago.
Pareva un quadro della vita.
La vita, un oceano di onde nere: gli uomini, le barchettine di carta.
Le barchettine posseggono un certo loro moto allegro che le porta ad
affrontare le onde nere. Ma dopo un po', sono imbevute, capovolte,
sommerse.
Le rive dell'oceano son piene di barchettine fradicie: formano depositi
di morti come il guano su le rive del Cile.
Qualcuna di queste barchettine si stacca dalle altre, sembra che voglia
attraversare le grandi onde, arrivare di là.
E tutte le barchettine gridano come Scolastica: «_l'è mato, tuti dixe
che l'è mato._»
Queste cose pensava Beatus e facea con la mano letto alla guancia sì che
la signora Alice gli disse: -- Voi che non avete nessun vizio -- che si
veda! -- avete quel viziaccio di aver sempre qualcosa per la testa. Io
dico che i pensieri voi ve li fabbricate per divertimento. Su, bimbe,
fàtelo ridere.
_Capitolo XXI._ -- O Hymen, Hymenaee!
Ma tutte le volte che Beatus vedeva Scolastica per casa con quel ventre
sempre più eretto, non poteva a meno di pensare che lì si formava quel
movimento dell'anima.
Guarda in che sito! E avrebbe voluto mettere a nudo quel ventre per
vedere che cosa vi succedeva.
Beatus, Beatus! Tu come San Tommaso, come gli antichi dottori, ti
affissi lì, in vana contemplazione, per vedere se vedi il nascere
dell'anima. Oh, Beatus! _tu ti involvi, non ti evolvi!_
Ma ora egli sentiva tanta nausea per queste due parole, per quanto già
avea sentito di ossequio.
Beatus poteva dire a quella sciagurata: «andatevene, insomma, da casa
mia». Probabilmente essa non si sarebbe buttata a fiume, ma avrebbe
buttato quella cosa che aveva nel ventre giù per il condotto di una
latrina.
Invece della vita, la morte: due cose forse uguali, benchè sembrino
diverse, perchè la vita manda buon odore; la morte, cattivo.
Eppure Beatus non disse a Scolastica: «andate!». Ma un giorno che la
sciagurata affannosamente si trascinava su per la scala con la sporta
della spesa, disse:
-- Fate venire quell'uomo.
-- Quale uomo?
Scolastica, col volto deformato dall'ultima gravidanza, era più orrenda
che mai.
-- Quello che vi ha ridotta così, -- e col dito le accennava il luogo
del nascimento.
Ma Scolastica non sapeva bene dove colui stesse di casa, e nemmeno chi
fosse. Un calzolaio, un ciabattino, che abitava, che andava a bottega in
una tal via.
*
Andò lui in quella tal via e trovò quella bottega; ma quell'uomo non
c'era, anzi non c'era nessuno, fuorchè un omaccione che era il padrone.
Costui disse che era lunedì, e cantò a Beatus la canzone del calzolaio:
Lunedì, San Crispino,
Martedì, San Crespiniano.
In quella oscura bottega, dove erano accatastati mucchi deformi di
scarpe e ciabatte, lo sorprese una cosa bianca, che il calzolaio premeva
amorosamente contro il suo petto, e poi toglieva e lambiva, e poi
levigava. Era il tacco ertissimo di una calzatura di donna, cioè il
piedestallo su cui la donna regge il dondolante ventre.
-- O che vuol fare il calzolaio? -- domandò l'omaccione vedendo
quell'omarino, che si affissava nel suo lavoro.
Rispose di no, e pregò di dire a quel suo lavorante che, come potesse,
venisse da lui.
*
Un giorno colui venne. -- È qui -- disse Scolastica.
Beatus li fece entrare entrambi nel suo studio dove c'era Loreto, la
gabbia dell'usignolo morto e Ruggero Bonghi.
Beatus li fece sedere. Lui si sedette senza dir nulla. Tranquillo. Ogni
tanto accarezzava la testa di Ruggero Bonghi, che mostrava di rivedere
con piacere l'antica conoscenza.
Beatus aveva in animo di dire loro alcune di quelle parole consacrate
che pronunciano i sacerdoti: «Ebbene, già che le cose sono così,
sposatevi, vivete in pace, lavorate, allevate la creatura che sta per
nascere....». Insomma qualcosa di questo genere molto morale. Ma poi che
li ebbe davanti a sè, e li ebbe scrutati tutti e due, il campanelluzzo
cantò e disse: «Non dire sciocchezze, Beatus».
Lui era guercio, e aveva la fisonomia felice dell'idiota: teneva le due
mani posate sui ginocchi: mani nere, incrostate di pece ed unghie nere,
quadrate. Lei, lei aveva tutti i muscoli rilassati come per una grande
stanchezza. Il corpo era emaciato e quasi visibile sotto le vesti; ma il
ventre sporgeva erto e gonfio: lì erano raccolte tutte le energie:
quello era il tabernacolo dove con enorme ardore si formava quel
movimento di vita che proromperà: un grido, un vagito, un'epitome delle
generazioni e delle vite: l'uomo!
Beatus vide la parola dello smisurato poeta cristiano che disse: _nel
ventre tuo si raccese l'amore_, e le parole del poeta gli parvero grandi
come la scienza. E le parole della scienza gli parvero grandi come la
voce del poeta.
Ma lì quei due esseri! Oh, lo squallido nascimento!
Il pensiero netto di Beatus fu questo: «Se vi buttaste a fiume tutti e
due, anzi tutti e tre, fareste cosa ottima».
Beatus guardava quei due esseri inerti davanti a sè e gli parve che
l'uomo si potesse definire anche così: _homo iners_, l'uomo inerte! Che
bella definizione!
Anzi gli parve una scoperta! Sì, gli _industri uomini_, come furono
detti da Esiodo, l'_audace stirpe di Giapeto_, come li chiamò Orazio,
l'_homo sapiens_ di Linneo, l'_uomo sociale_ di Dante, l'_uomo
economico_; sì tutti begli uomini. Ma l'_uomo inerte_ è più bello!
L'uomo è inerte come il bue nella stalla, come il cane nell'aia, come la
serpe al sole.
Quando ha fame, quando ha sete, quando l'ardore del senso si desta;
quando un urto, un colore, il rosso, l'oro, lo percuote, allora si
desta, diventa furibondo, si avventa e morde anche. Poi si assopisce
ancora, e torna inerte. Chi era l'uomo? lui che era vigile, o coloro che
erano inerti? Bel tema per una memoria da spedire all'_Accademia dei
Lincei_! Peccato che Beatus non credesse più alla gloria, nemmeno a
quella distribuita dall'_Accademia dei Lincei_.
Beatus cominciava a gesticolare, ma quell'uomo che stava inerte, levò la
mano nera che posava su le ginocchia, come per fermare la manina bianca
di Beatus, che volava, e disse:
-- Be', lei mi ha mandato a chiamare, per dirmi cosa?
Allora Beatus si ricordò per quale ragione lo aveva mandato a chiamare,
e disse:
-- Voi, mio caro, riconoscerete almeno la vostra responsabilità.
Lo stupì lo sguardo di quell'uomo: egli non capiva quella parola
_responsabilità_.
Era un idiota.
Ma, no! Beatus frugò ancora dentro di sè e trovò che l'idiota era lui.
_Responsabilità?_ Quale? Non esiste responsabilità.
Quell'uomo capiva benissimo.
-- Ecco -- disse Beatus --, io vi volevo semplicemente dir questo, mio
caro, che voi riconoscerete che siete stato voi.
E indicò la donna.
Lui era guercio e idiota, ma da idiota che era, aveva il suo
ragionamento.
Disse:
-- Io o un altro, è lo stesso.
-- Come, come? -- disse Beatus. -- Non direte mica che sono stato io!
-- Non dico questo: dico che è successo a me, ma poteva succedere a un
altro. Chi lo sa?
-- Ma siete stato voi...!
-- Sì, sarò stato anch'io -- disse lui con mansuetudine, -- ma è stata
lei, quel giorno, a fare _pst pst_ alla finestra, e allora io sono
venuto su.
Scolastica negò che essa dalla finestra, quel giorno, avesse fatto _pst
pst_!
-- Va là, che sei stata tu, bella mia, a fare _pst pst_. L'ha fatto a
me, ma lo poteva fare a un altro. Dico bene, signore?
Beatus rimase sorpreso come colui diceva bene.
Ma Scolastica inferocì, e quel suo volto in cui le linee si accasciavano
su le linee in una atonia di cosa morta, si animò e le labbra sibilarono
male parole. Era lui che passava tutti i giorni, e guardava in su, e
faceva _pst pst_. -- Non si vedeva nemmeno come era brutto.
-- Ah, tu sei carina!
I due si scambiarono ree parole, non mai udite dai benefattori
dell'umanità: _campion da pipa! manico di scopa! ruffian! figura porca!_
Beatus stette ad ascoltare questo linguaggio umano, poi li tranquillò
tutti e due e disse:
-- Dividiamo il _pst pst_ a metà.
Dopo tutto, le spese le aveva fatte lui, il povero rosignolo, il povero
gallo.
Ah, triste nascimento! Gli parve che come una maledizione cadesse su la
sua casa. Quelle due creature davanti a lui che respingevano il
nascimento! L'uomo e la donna lì, davanti a lui, respingevano a gara
quella vita che correva al suo nascere.
Beatus ne sentì pietà. Non per quella vita, che era lì involta; ma così
in genere, come per l'usignolo, come per ogni cosa che vuol vivere.