«Una bimba che ha smarrita la via». E andavano oltre. Allora una bella
signora vestita di bianco, le domandò perchè piangeva. Ella raccontò sua
ventura. «Oh, che brava bimba!» E in un momento la ricondusse a casa in
carrozza.
-- E la medicina?
-- Eccola qui --, e non sapeva più come avesse trovato la medicina.
La grossa donna del sud, seduta presso il capezzale, diceva: -- Mo'
vedete, chi sa? è la Madonna.
Tante storie ella sapeva di apparizioni della Madonna: sempre una bella
signora, ma vestita di bianco.
Una volta sui monti apparve a una pastorella, e tutte le pecore erano
intorno inginocchiate; un'altra volta apparve d'agosto, con tutta la
neve bianca d'intorno; un'altra volta d'inverno, con tutti i gigli
fioriti.
-- E perchè a me non appare? -- chiese Beatus.
-- E scusate -- disse la donna del sud con peritanza, -- voi siete un
buon uomo, ma voi non siete innocente!
*
La notte, la febbre placò, come talvolta misteriosamente placa il vento
sul mare. Erano i microbi della vita che vincevano quelli della morte?
Era la medicina tedesca? E allora perchè quel popolo fabbricò anche i
gas asfissianti? Domande su domande, come onde su onde, portavano Beatus
su di un oceano.
Si assopì verso l'alba. E allora gli apparve ancora quel gran volto di
Cristo. Le labbra di Cristo si movevano come se mormorassero: _Quis est
proximus tuus?_ E le tre dita erano levate sopra di lui.
_Capitolo XVI._ -- Le prodezze di Biagino.
Al mattino la Elena entrò nella camera da letto di Beatus tutta
festante:
-- Guardate, _signo'_, che bella cosa sono riuscita a comperare per voi.
Sentirete che brodo vi faccio. -- E sollevò davanti a Beatus Renatus
mezza testa di tacchino, alla quale era attaccato un metro di mezzo
collo, tutto a verruche paonazze e rosse, a cui era attaccata un'ala. --
Sette lire, _signo'!_ ma sta 'na femmina che è meglio assai.
Beatus ringraziò la bimbetta, e computava a quale prezzo poteva arrivare
tutta una tacchina femmina. Ma poco dopo la bimbetta entrò tutta
sconsolata; e battè palma a palma.
-- Ih, _signo'_, il gallinaccio non c'è' più! Biagino se l'è mangiato.
Disse Beatus:
-- Dovevi stare più attenta.
-- Più attenta, _signo'_, che mettere la carne nella pentola? Biagino se
l'è pescata dentro la pentola. Biagino è un ladro!
-- Nel nostro linguaggio così infatti si dice -- disse Beatus.
Beatus rivedeva Biagino quando era piccino, e gli era tanto amico:
appariva fra le carte del suo scrittoio con improvvisi rumori, o posava
su un volume della sapienza, o guardava come una damina sentimentale,
col suo manicotto. Poi scendeva dal volume, saliva su la sua spalla,
scendeva giù, e con la zampina pareva interessarsi del libro che Beatus
leggeva.
«Tu molto amavi, o Biagino, i libri, il mio studio, la mia persona».
«Il tuo caldo», avrebbe risposto Biagino.
«Come è strano questo apparecchio del cervello che dà il colore
sentimentale alle immagini!»
La bimbetta ritornò e disse:
-- Biagino va a rubare anche fuori di casa. Il marchese che sta al primo
piano, tutte le volte che lo incontra per le scale, gli tira un calcio.
Ma Biagino è svelto, e quando vede il marchese, fugge come un lampo.
Questo particolare spiacque a Beatus: sì, Biagino è un ladro e un
micidiale, ma il marchese sa che è sua proprietà; e il calcio tirato a
Biagino, Beatus se lo sentì ripercuotere su la sua persona. Come è
diffuso il sistema nervoso della proprietà! E poi un marchese che tira
calci! Ma in origine anch'essi tiravano calci; poi presero il nome di
marchesi, baroni, conti, quando non tirarono più morsi e calci.
Ma la bimbetta ritornò per la terza volta tutta festante. Scolastica era
tornata. Confabulava giù a basso con la signora Alice.
Scolastica tornò in casa.
Beatus nulla disse; e Scolastica nemmeno.
*
Quando Beatus si sentì bene, promise alla bimbetta che la avrebbe
condotta a pranzo nel ristorante, e poi al cinematografo. La donna del
sud pregò di aspettare, finchè le avesse cucito un abitino e un
cappellino degno per uscire col signor cavaliere. Beatus disse a
Scolastica di comperare un paio di scarpette, gran dono a quei tempi.
Il primo giorno che Beatus uscì di casa, sentì giù per le scale un odore
di acido fenico. Proveniva dalla porta stemmata del marchese al primo
piano.
-- Perchè questo fetore? -- si domandò Beatus. Ma la risposta fu data
dal marchese stesso che usciva in quel momento.
Il signor marchese, quello che tirava calci, si scontrò a naso a naso
con Beatus, in quanto ambedue erano della stessa statura, e della stessa
età; e non essendo deciso chi sia superiore, se un marchese o un
cavaliere e uomo universitario, si salutarono contemporaneamente.
-- Ma lei sta bene, -- disse il marchese non senza stupore. -- La
portinaia....
-- Precorre la storia -- continuò Beatus; -- e avrà annunciato la mia
morte.
-- Questo precisamente no, -- rispose il marchese, -- ma la marchesa mia
moglie ne fu impressionatissima. Volevamo andare nel nostro feudo, ma
anche laggiù la malattia _fa stragge_! Guarda, dicevamo, questa casa è
la sola che sia rimasta immune....
-- E mi sono ammalato io. Creda che ne sono mortificato.
-- Già! E allora la mia signora sparge per le scale l'acido fenico.
Il signor marchese parlava con dignità, in modo da far cadere e far
sentire tutte le sue parole.
Beatus, dunque, non era agli occhi della signora marchesa che un agente
di infezione: un uomo porta-bacilli, che spaventava una dama. Che cosa
sarebbe stato se la avesse spaventata con la sua bara giù per le scale?
-- Io la prego, -- disse Beatus, -- di presentare le mie scuse alla
signora marchesa.
In quel punto, nel vano del cancello, apparve Biagino; ma appena visto
il marchese, saettò come fulmine.
-- Ah, signor cavaliere! -- esclamò il marchese, -- quel gatto è un
masnadiero!
E lo disse in certo modo che parve masnadiero fosse un po' anche lui, il
proprietario di Biagino.
-- Io le racconterò un fatto che vale per tutti, -- continuò il
marchese. -- La marchesa, mia signora, aveva comperato un chilo di
triglie, splendide! Quelle di scoglio. E lei sa che cosa vuol dire oggi
un chilo di triglie di scoglio! Noi eravamo andati a spasso con un
nostro ospite: il deputato del nostro collegio. La domestica godeva del
riposo domenicale. Noi avevamo lasciato le triglie belle e pronte su di
un piatto. Torniamo a casa; e le triglie non c'erano più!
Qui si fermò il marchese tanto che Beatus assaporasse tutta la
mortificazione di essere non soltanto l'agente dell'epidemia spagnola,
ma il proprietario di Biagino.
-- E veramente, -- proseguì il marchese, -- il nostro ospite, che è
anche un avvocato principe, ci faceva osservare che il codice contempla
il caso all'articolo 429: _va esente da pena, e perciò è lecito uccidere
o altrimenti rendere inservibili, questi animali appartenenti ad altri,
ma sorpresi nel momento in cui recano danno._ Soltanto non abbiamo
sorpreso; e poi per deferenza verso di lei....
Beatus ascoltò il codice come distratto da quella consacrazione che è
nel codice: _è lecito uccidere._ Ringraziò della deferenza, e rispose
riconoscendo di aver male posto i suoi affetti sopra Biagino.
-- Questa cosa mi fa molto piacere, -- rispose il marchese; e dovea
essere questo il principale argomento del suo colloquio, perchè prese
tosto commiato, dicendo, con un sorriso che gli fece girare tutte le
rughe del volto: -- Perdoni se in momenti come questi non le stringo la
mano.
E Beatus andò a destra e il marchese a sinistra; con quel suo passo
riservato che parea camminar sopra le uova.
Beatus lo seguitò con lo sguardo, e fu molto sorpreso da questo suo
pensiero: «Bravo Biagino, masnadiero forte. Portagli via anche il
feudo».
_Capitolo XVII._ -- La scimmia a spasso.
-- Ecco, caro cavaliere, la scimmia è pronta, -- disse a Beatus la donna
del sud, presentando Elena. La sventurata bimba, vestita da signorina,
era sorprendente: era più brutta di prima.
-- Adesso dimmi, -- le domandò Beatus: -- dove ti piacerebbe andare?
La bimba brillò di gioia e disse:
-- Prima il cinematografo, ma dove c'è la....
E la bimbetta fece un nome di donna.
Sventurato Beatus Renatus! Egli conosceva tante cose, ma ignorava questo
nome di donna. Era una Dea, cioè una Diva dell'arte novissima del
silenzio.
Non fu creduta tanta ignoranza.
La bimba, con l'aiuto della signora, diede a Beatus le spiegazioni
necessarie.
Dopo il cinematografo con quella signora Dea, la bimba fece capire che
le sarebbe piaciuto entrare dentro quei (e non sapeva come dire) che si
vedono dietro una lastra, passando per il Corso; dove vanno i signori:
ma i veri signori.
Si vedono, dietro una lastra, tappeti; sui tappeti, poltrone; su le
poltrone, i cuscini; sui cuscini, signore. Vicino ci stanno i tavolini;
sui tavolini ci stanno le tazze e i pasticcini.
Le signore sembrano statue; ma fumano.
Lei voleva indicare un _tea-room_ o un'_hall_ di grande albergo, che ce
ne sono parecchi sul Corso.
Beatus la condusse nell'un luogo e nell'altro.
Ma veramente, prima di entrare nel cinematografo, Beatus ebbe un po' di
peritanza.
I cartelloni avvertivano che dentro si rappresentavano _i sette peccati
capitali, superbia, invidia, lussuria_, ecc., e condurci una bambina....
-- Ci vanno tutti, -- disse la bimba.
È vero. E poi avrebbe dovuto dare spiegazioni di quella sua peritanza.
*
Quando lo spettacolo cominciò, Beatus stupì dello stupore di cui tutti
stupivano per quella Diva. Tutti la conoscevano e la nominavano. E a lui
vennero in mente gli anni del passato tempo quando si credeva in altre
Dive e Divi: l'Onore, la Gentilezza, la Temperanza, la Pietà, e altre
cose del genere.
Gli parve che quella Diva che si rovesciava, spasimava, si allungava su
lo schermo bianco, rappresentasse per la gran folla del pubblico come
una eccelsa conquista. Così gli parve perchè nel cinematografo erano
molti soldati inglesi, lustri lustri, e l'orchestrina intonò: _It's a
long way to Tipperary_.
«Ah, sì, è una lunga via arrivare a Tipperary!»
*
Nella sala da tè lo stupore fu anche più grande. Anche qui era folla, ma
un'altra folla. Invece di soldati, ufficiali anche più lustri: molti
inglesi e francesi, bellissimi giovani. Bellissime donne. Una gran
compostezza. Una certa immobilità come di idoli. Parve a Beatus di
essere entrato in uno di quei baracconi da fiera, detti _musei
antropologici_ che usavano una volta, dove si vedevano le figure di
cera, grandi al vero. E quelle figure vive gli parvero vetustissime e
morte.
Ma la bimbetta col ditino additava a Beatus le gran meraviglie che gli
occhi suoi non conoscevano: le penne, i pennacchi, (oh, gli strani
pennacchi!) le scarpette visibili più che per sè, per certo bagliore di
diamanti, e le cappe nere, le spalle nude, le mani di cera.
-- Fumano, fumano, -- diceva la bimbetta. E diceva così con la gioia con
cui avrebbe detto: «La bambola cammina, apre gli occhi».
Anche diceva: -- Questo usa: questo non usa più.
Come sapeva tutte queste cose la bimbetta?
Ma se la bimbetta era piena di letizia, in lui insorgeva misteriosa
tristezza. Vedeva soltanto grandi volti meretricî, e il lento volgere
degli occhi incantati. Ma fosse effetto delle strane acconciature del
capo, o del confronto con le grandi fronti calve dei ritratti nel suo
studio, tutte e tutti gli parevano come decapitati della fronte.
La sala era tutta a specchi, dove le belle donne e i begli uomini si
moltiplicavano per riflessione. Beatus vide nello specchio anche sè e la
bimbetta.
-- Come siamo brutti tutti e due! Ma siamo ben brutti!
E in verità lui e la bimbetta rappresentavano i pitecantropi da cui era
partita l'umanità; e quella gente così splendente rappresentava la
perfezione dell'arrivo. Ma erano senza fronte. Perciò Beatus disse alla
bimbetta:
-- Il più bello, qui, sono io.
-- Oh! -- esclamò la bimbetta stupefatta, e guardò Beatus.
-- Ti dico sul serio: il più bello, qui, sono io.
La bimbetta non ebbe il coraggio di dire di no, ma riguardò Beatus con
tali occhi che egli si sovvenne delle sentenze di Scolastica a suo
riguardo: _L'è mato, tuti i dixe che l'è mato._
O Beatus! uomo pieno di vanità! Tu, forse, potevi essere stato bello al
tempo del manuale di Epitteto. Tu hai fatto la _toilette_ all'interno
della fronte; essi all'esterno. O uomo fuori dell'umanità!
Quella elegante compostezza a un tratto gli si trasmutò, e Beatus si
domandò:
«È sorta una nuova religione di cui io non ho conoscenza?»
-- Tutte -- dicea la bimbetta -- col fidanzato.
Una signorina sedeva ad un tavolo in compagnia di due fidanzati,
un'altra signorina con tre fidanzati!
Stupì Beatus alla osservazione della bimbetta.
La voce di lei era di adorazione e di beatitudine.
Vicino al suo tavolo sedevano due di questi _fidanzati_ in compagnia di
una signorina. Erano tutti e tre giovanissimi, e con molta grazia
sorbivano il tè. Con molta grazia. Uno accendeva con grazia all'altro,
all'altra, la sigaretta. Venne in mente a Beatus il tempo quando i
lavoratori, al mattino, bevevano religiosamente la grappa e accendevan
la pipa. Ma che strani moti facevano i due giovani davanti alla
signorina? Pur stando immoti, ciascuno di essi allungava il volto e
ritraeva la fronte in un atteggiamento da idiota. Ciascuno di essi, così
atteggiato, pareva offrisse sè in esame alla signorina. Poi ciascuno di
essi gareggiava nel proferire motti di una idiota scurrilità. Come un
bisogno supremo di idiotizzarsi. «Ti è _piaciato_, signorina? Ti è
_piaciato_ più io».
La signorina sorrideva con dolcezza.
Tra quella gente seduta, e la folla che passava sul marciapiede non
c'era che un'enorme lastra di cristallo. Qualche occhio della folla si
soffermava per guardare fra i ricami delle tendine.
«Spezzate!» -- disse fra sè Beatus. -- Ma poi pensò: «non spezzeranno
che per sostituirsi».
*
Dopo il cinematografo e il _tea-room_, Beatus prese una carrozza e
condusse la bimbetta in una osteria fuori di porta, dove c'era un
giardino con tanti pergolati nascosti. Aspettando che allestissero la
tavola, la bimbetta si diè ad ammirare un ragno, con la palla della sua
pancia di smeraldo, che faceva il meraviglioso acrobata su per un filo
sì lieve che senza il sole smagliante del tramonto, sarebbe stato
invisibile; poi ammirò le formichine che trascinavano una cetonia
rovesciata; poi una specie di cavalletta così bella che mai ella aveva
veduto la uguale! Non che la bimbetta ammirasse gli insetti come i manti
e i fidanzati del _tea-room_, ma ammirava.
Diceva:
-- Come son carini, come son bellini, come son buoni questi animalini.
La cavalletta sembra che dica le orazioni; il ragnetto gioca
all'altalena; le formichine portano in trionfo quell'altro animalino.
Guardate, guardate, _signo'_.
La cetonia tentava invano di raddrizzarsi.
-- Ah! i dolci animalini!
«Ma non sai tu che la cavalletta è la feroce _mantis religiosa_ che sta
lì in agguato? non sai tu che nel ventre del ragno c'è tanta seta da
irretire, quanto filo spinato han messo in azione gli uomini per fare i
reticolati della morte? non sai tu che la bella cetonia non è portata in
trionfo, ma portata alla divorazione? che tutti questi animalini
applicano la chimica all'industria della loro guerra con più perfezione
degli uomini?»
Beatus stava per dire queste cose alla bimbetta, quando il campanelluzzo
suonò e disse:
«Non togliere, o Beatus, questa fede negli animalini».
E perciò Beatus disse:
-- La provvidenza di Dio è grande.
-- Allora quello che dice il libro di _Giannettino_, che la mia signora
mi fa leggere, -- disse la bimbetta un po' delusa su la gran sapienza di
Beatus.
-- Bada che è un gran libro _Giannettino_.
*
Ma quando furono a tavola sotto la pergola, la bimbetta, misteriosamente
ad un tratto disse:
-- Anche lì, sotto la pergola vicina alla nostra, ci sono i fidanzati.
Beatus seguì la indicazione della bimbetta. Oh, si capiva anche troppo
che quei due erano fidanzati!
-- Da per tutto, -- continuava la bimbetta, -- ci sono fidanzati. La
sera, poi! Camminano un po' e poi si fermano sempre. Dove stiamo noi di
casa, quanti! Si vede prima passare una signorina; poco dopo ecco un
uomo: quello è il fidanzato. E vanno e vanno lontani per la campagna. A
che fare? A fare i fidanzati. Quando poi è buio, lungo i muraglioni del
fiume, creda che è pieno... Ah, quando sarò più grande, e avrò anch'io
il fidanzato!
_Capitolo XVIII._ -- Scolastica.
Ma da qualche tempo Beatus osservava Scolastica, e crollava la testa. Un
giorno non seppe trattenersi, e le disse:
-- Mi pare, Scolastica, che voi cresciate, non dirò in intelligenza, ma
in circonferenza.
Era nell'ottavo mese.
Scolastica lo confessò, e Beatus arrossì.
Poi gli parve che un maleficio fosse tra lui e quella donna, e non sapea
perchè.
Disse poi:
-- Mi pare una cosa grave; ma come avete fatto?
-- Come ho fatto....
-- No, non è la descrizione che mi interessi -- rispose. Quello che
interessava Beatus era come il corpo di Scolastica avesse potuto servire
al piacere di un uomo. Sono cose che, a mente fredda, non si
capirebbero. Ma esisteva lì il documento.
E Beatus guardandola, ammirava quel corpo, sostenuto da quelle gambe, e
gli parve mostruosamente che essa, la donna, altro non fosse che un
suggesto che porta una procreazione.
Quale poeta avrebbe composto un epitalamio?
Domandò non senza trepidazione:
-- E dite, Scolastica, il collaboratore necessario chi è stato?
quell'uomo che ho trovato qui?
Gli parve che gran tempo passasse prima della risposta.
Ma Scolastica rispose subito:
-- Se non è stato lo Spirito Santo, è stato lui.
Parve a Beatus di sentirsi sollevato da un peso.
-- E lui cosa dice?
-- Niente. L'uomo quando si è sfogato, è pari con tutti.
Quale inverecondo linguaggio!
-- Voglio dire se riconosce....
-- Riconosce tanto! Mi ha fatto avere le polverine, ma non hanno servito
a niente. Allora mi ha detto di andare all'ospedale e dire che ho un
tumore. Molte ragazze fanno così. C'è qualche medico giovane che ci
crede. Manda su una sua cannuccia: rompe, e tutto è fatto. Invece c'era
un medico vecchio che sente, calca, e poi dice: «Sì, sì, un tumore! Un
_avioma!_» Tutti si sono messi a ridere. «Va va! Che a nove mesi il
tumore va via da per sè». E me ne partii svergognata. C'era una
levatrice, ma disse che era tardi, e poi domandò mille lire prima; ma io
non le avevo.
Ella parlava naturalmente; ma Beatus aveva i sensi come flagellati da
una abominazione che fosse entrata nella sua casa. Disse:
-- Voi, Scolastica, capirete bene che qui in questa casa non potete
rimanere.
Ma sentì che la sua voce non era di comando. Egli era uomo, congiunto
agli altri uomini, e gli pareva di avere una certa responsabilità.
-- Lo so da per me -- rispose Scolastica.
*
La risposta era sgarbata, ma fece piacere a Beatus.
Ma poi Beatus domandò: -- E che cosa farete?
Scolastica rispose con tranquillità: -- Mi butterò a fiume con questo
qui. -- E se ne andò con quelle gambe che reggevano quella procreazione.
«Infelice! -- pensò Renatus. -- Lei si trova in tale condizione che se
anche volesse fare la diobolaria in via Mirasole, le mancherebbe _le
physique du rôle_. Però, in fondo, esiste in Scolastica una onestà
naturale. E se lei avesse detto: sei stato tu, tu cosa potevi
rispondere?»
_Capitolo XIX._ -- La mitragliatrice e i gigli.
Ma ormai venuto era il tempo della prima comunione per la piccola
scimmia. Ella intanto, con le altre bimbe del vicinato, andava il dì
dalle monache, in un vecchio convento di San Girolamo, a riempirsi di
cibo spirituale, e tornava a casa la sera, piena di fame. Parlava delle
monache e dei racconti delle monache. Esse usavano certi nomi....
L'orologio era la _clèpsidra_; la superiora era la _camerlenga_; una
vecchia, color di cera, era la _sepolta viva_, e non sapeva nemmeno cosa
era il tram. Facevano però grandi torte e ne davano qualche fettina.
«Le torte delle monache! -- diceva con ammirazione la signora Alice. --
Tutte cose fanno le monache! Si levano avanti il dì».
Dove aveva visto anche Beatus le monache? le mani gigliate delle monache
fuor dalle maniche rimboccate? In qualche ospedale. E le torte delle
monache? Si ricordava di aver letto che a Palermo le monacelle di Santa
Rosalia offerivano torte a Garibaldi, dalla camicia rossa.
La scimmietta riferiva anche i racconti delle monache: racconti di
diavoli, di inferno, di dannati, e specialmente di quelle lagrime così
cocenti che se cadono sul palmo di una mano, la passano da parte a parte
perchè sono di piombo fuso.
Sono superstizioni disapprovate dai pedagogisti; ma la signora Alice,
invece, era soddisfatta come di una purga di olio da cui sperava
benefici effetti. «Perchè -- diceva -- la Elena si va un po'
smaliziando. Già plebe è nata, plebe è, e plebe rimarrà».
La bimba, infatti, parlava dei diavoli senza troppa paura.
Forse il difetto di questi diavoli delle monache è che erano onesti
diavoli, perchè perseguitavano soltanto i veri peccatori.
*
Ora quella mattina della prima comunione, Beatus era da tempo nel suo
studio. Si vedeva il sole nascere in una chiarità di rosa: si sentiva
nello studio una piccola sveglia.
Quel cosino con tutte quelle rotelline camminava disperatamente.
Si arrestò Beatus per ascoltare il rumore di quel cosino come lo udisse
per la prima volta. Pareva andare sempre più disperatamente. Pareva la
macchina trebbiatrice del tempo!
Allora Beatus mise fuori di equilibrio la sveglia, e la sveglia si
fermò.
Il tempo si fermò.
E guardando i grandi uomini appesi alle pareti, Beatus domandò: «Foste
voi, fummo noi a creare il tempo? Certo questo cosino meccanico che rode
il tempo, lo abbiamo creato noi».
Rimise in equilibrio la sveglia; e la piccola macchina riprese, come un
tarlo famelico, a rodere il tempo.
E così stando, Beatus sentì nel gran silenzio del mattino un altro
rumore simile a quello della sveglia; ma più profondo e lontano.
Era un ritmo crescente, come di un mostruoso cuore: un aeroplano,
lontano, nel cielo.
«Lassù c'è un uomo con una mitragliatrice».
Ma quello che più stupiva Beatus, era come un motore potesse così
rimbombare nel cielo. E tutto il cielo stupiva.
E allora si ricordò di colui che fu il più grande ingegnere meccanico,
ma aveva paura di fabbricare macchine per gli uomini; e in quella vece
dipinse Cristo con le pupille velate.
*
A questo punto una vocina dietro la porta interruppe Beatus e disse:
-- Si può?
Erano le bimbette per la prima comunione.
E prima entrò la scimmietta, e dietro lei due compagne più piccole.
Erano vestite di bianco, il velo bianco, la corona bianca. Entrarono
timidamente, senza far rumore, perchè avevano le scarpine bianche.
Davano la sensazione di cose immateriali.
-- Attente, bimbe, attente -- disse Beatus. Le bimbe girarono gli occhi
per vedere dove era il pericolo.
Egli voleva dire: «quei grandi uomini, quei grandi pensieri; pericolo di
infezione, di rimaner fulminati». Le fronti dei grandi uomini sono come
i tralicci che sostengono i fili elettrici. Bisogna scriverci: _Morte!_
Le bimbe si fermarono in mezzo allo studio.
La scimmietta, sotto quel velo bianco, nascondeva un po' il suo volto
color di mattone. Ma le altre due bimbe come erano belle! Le chiome
pallide d'oro cadevano sparse sotto i veli come una continuazione del
loro essere. E gli occhi erano azzurri e così liquidi che facevano quasi
pietà. Beatus le guardò stupefatto, come se la stanza si fosse riempita
di immobili gigli.
Le due bimbette bionde stavano pavide e volgevano con stupore gli occhi
su le pareti, dove erano sospesi i volti siderei dei benefattori
dell'umanità. Poi guardavano il pappagallo verde.
-- Siamo pronte, _signo'_ -- disse la scimmietta.
-- E queste chi sono?
-- Sono le figlie di una signora che abita qui presso. Loro hanno paura,
perchè credono proprio di dover mangiare il Signore. C'era poi la monaca
che diceva che, se si muore dopo la comunione, si va subito in paradiso;
ed esse volevano morire. Oh, sono ancora bambine, bambine.
Beatus guardò le due bimbe, e poi domandò:
-- È vero, bimbe, che volevate morire?
-- Allora sì, adesso no -- disse una, movendo appena le labbra.
-- Oh, brave bimbe! -- disse Beatus. -- Voi non volete lasciare la
mamma....
-- Ma -- disse l'altra bimba --, avremmo veduto il babbo, che è in
paradiso.
-- Hanno il babbo che è morto in guerra -- disse subito la scimmietta.
E allora Beatus si risovvenne di quelle parole, che il bellissimo
giovane avea detto: che lui non si poteva permettere il lusso di morir
per l'Italia.
Ah, la storia d'Italia è fatta dagli innocenti!
*
Entrò Scolastica, ma non era vestita per uscire. Accomodava in silenzio
il velo e la corona alle bimbe.
Con quel ventre si accostava alle due bimbe!
E la scimmietta si accostò a Beatus, e disse in gran segretezza:
-- Signo', anche Scolastica tiene il fidanzato.
-- Che ne sai tu?
-- Tiene la creatura nella pancia. Non vedete?
Ma entrò la signora Alice.
Era tutta in festa, e aveva un cappello che pareva un girasole.
-- _Cavalie'_, e voi che fate? -- disse la signora Alice. -- Voi credete
sempre che il tempo non passi mai. Sono le otto. Presto, andatevi a
vestire.
-- Devo venire anch'io?
-- Ma come? L'avete promesso a queste figliuole. Dopo dovete pagare la
festa.
Beatus andò di là a vestirsi, e tornò con una _redingote_ nuova con
risvolti di seta, lunga sì che pareva una toga.
-- Ma come è bello quest'uomo! -- disse la signora Alice.
La personcina nera di lui spiccava in fatti fra quelle bambine bianche.
-- E quella donna non viene? -- domandò Beatus quando furono sul
limitare.
-- E che deve venire a fare, la disgraziata, con quella pancia che
tiene? -- Così rispose la signora Alice. -- E voi due, avanti. E tu,
Elena, con me.
*
Pareva la signora Alice la gran madre Cibele.
_Capitolo XX._ -- Il pane dell'anima.
Lungo il viale dei cipressi che mena al convento, si appressava un suono
d'oro: la campana del convento. Intanto la signora Alice dava alle bimbe
una piccola ripetizione sul _Credo_, quel gran viaggio che fece Cristo:
scese agli inferi; risuscitò da morte; salì al cielo; siede alla destra
del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti.
Appena Beatus entrò nel convento, sentì un odorino di antichi morti.
Nella chiesetta non c'erano che i bimbi e le bimbe della prima
comunione. Queste dodici, vestite di candore; quelli quattro, vestiti di
nero: poi i parenti, fra cui alcuni ufficiali di marina.
Le monache, tutte nere, avevano preparato quattro banchi parati di
bianco, presso l'altare. Nella prima fila esse posero i bambini; nelle
altre tre file le bambine.
Una monaca tonda e rosata, che pareva la superiora, si accostò agli
uomini e lievemente disse:
-- Monsignore tarderà un po'. Se vogliono intanto visitare il coro....
C'è tutta la vita del nostro Santo Gerolamo.
E precedette a guida. Si attraversò un giardino. Fiori spiravano un
languore di santità. Le rose sorpresero Beatus come fossero aperte
pupille. Nel mezzo del giardino lo sorprese un albero, armonioso di
forme, dai cui rami pendevano luccicando bianchi pomi grandissimi.
-- Quel signore? -- disse la monaca. -- Quel signore era Beatus, che si
era soffermato a guardare quell'albero che fu detto del Bene e del Male.
Il coretto era piccino, esagonale; una galanteria del Settecento. Poteva
anche sembrare un _boudoir_. Il soffitto simulava, con artificio di
pittura, una costruzione architettonica, e nel centro era dipinto un
panneggiamento azzurro, sostenuto da angioletti. Ma questi angioletti
parevano amorini; e con gli occhietti maliziosi parevano dire: «Sì,
dietro, c'è un'alcova». Se ne erano mai accorte le monache?
La mano della monaca, trasparente e pingue come un chicco di uva
malvasia, fece scorrere su gli anelli una lunga sargia verde, e scoperse
una teoria di quadretti di legno, dipinti in sanguigno, entro cornici a
enormi fogliami d'oro.
-- Qui c'è tutta la vita e miracoli -- disse -- del nostro santo
Gerolamo.
Tutti dissero: -- bello! -- ma non si soffermarono su l'uno più che su
l'altro pannello, forse perchè non sapevano che santo letterarissimo fu
mai San Gerolamo: o forse perchè la dichiarazione in latino di quello
che faceva lì il Santo, non interessava.
Ma interessò molto Beatus.
In un pannello c'era San Gerolamo, magro, e vestito soltanto con la sua
barba. Pareva Tolstoi nella foresta di neve. Pigliava manate di volumi
della sua biblioteca e li buttava alle fiamme.
Nell'altro pannello San Gerolamo si flagellava con un flagello; e c'era
un angiolo molto ben vestito che guardava con compiacenza, come dire:
«Dai, dai! Che ti farà bene!»
La scritta latina dicea: _Ob studium Ciceronis flagellis ceditur quo
prophanam litteraturam castigaret._
-- Ma quel signore! -- disse ancora la monaca. -- Presto, presto! È
arrivato monsignore.
E uscirono dal coretto, e ritornarono nella chiesetta.
*
Ma monsignore nella chiesetta non c'era. C'erano i bimbi e le bimbe
inginocchiate.
Avrebbe Beatus voluto sapere perchè davanti erano i maschi, mentre
sarebbe stata cavalleria mettere davanti le femmine.
Voleva domandare se era rituale o causale questa preminenza al sesso a
cui lui apparteneva; e stava per domandare a una di quelle monacelle.
Ma costei era ben singolare: piuttosto piccola della persona; e le bende
nere erano così dense che appena si scopriva un po' del pallore del
volto, e il naso arcuato signorilmente. Ma le sue movenze erano graziose
e rivelavano la giovinezza. Ella non istava mai ferma, e nella
immobilità delle bimbe spiccava maggiormente questa sua mobilità. Pareva
incorporea, eppure dentro quel nero involucro esisteva un sostegno
corporeo elegante, perchè, ad ogni moto, le bende volteggiavano e poi si
ricomponevano sempre con leggiadrìa.
Ma quando le passò da presso, la domanda di Beatus si era mutata, così:
«Satana, ti parla mai, o monacella, da quelle rose e da quell'albero
antico?»
Ma ella era come ebbra in quel rito che si apprestava. Ora acconciava un
lembo della tovaglia dell'altare, ora il velo ad una bimba, ora
bisbigliava un avvertimento, ora segnava il libro delle preghiere, ora
passava di cero in cero.
Perchè i bimbi e le bimbe reggevano ciascuno e ciascuna un cero, e le
fiammelle dei sedici ceri fiammeggiavano rosse e contrastavano con la
luce del mattino. Quei sedici ceri retti dai bimbi e dalle bimbe velate!
La fiamma pareva avere continuo alimento, e richiamava paurosi riti
antichissimi. Poi tutta la vita assolta per riti! Poi quelle fiamme,
rette da quell'infanzia, parevano richiamare la gran fiamma che usciva
dalla bocca del bronzeo dio Moloc, dove i sacerdoti fenici gettavano
bimbi e bimbe, allevate per religione nei ginecei.
Ma ancora apparve a Beatus la testa del Cristo, che aveva veduto nel
tempio di Romagna, e dicea: «Io venni per liberarvi dal culto di Mammona
e di Moloc. Io non son tenebra, son luce. E se gli uomini antepongono la
tenebra alla luce, perchè incolpi me?»
Molta luce innondava la chiesetta, e, imbevuta di sole e del verde del
giardino, aveva come ondeggiamenti d'azzurro.
Cristo cammina presso l'azzurro lago di Tiberiade, lambisce la testa ai
fanciulli, addita i gigli delle convalli.
*
Quando il sacerdote infine venne, parve aumentare il silenzio.
Costui aveva una cappa paonazza, e Beatus sentì bisbigliare vicino a sè
il nome di un alto prelato.
L'uomo, quale si fosse, dimostrava una gran dignità: vigoroso anche
della persona, benchè la nuca -- che sola si vedeva -- apparisse cinta
da una corona di capelli bianchi, più tosto che grigi. Si spoglia? Si
tolse la cappa paonazza, e apparve in cotta bianca e setosa. Il diacono
gli porgea i paramenti, che quegli prima ad uno ad uno baciava.
Vestito che fu e come dimentico della gente e del tempo, si inginocchiò
su di un inginocchiatoio a lui riservato, e in atto di preghiera stette.
Beatus avrebbe voluto vedere le preghiere, ma queste non si vedevano. Ma
forse le bisbigliava sommessamente, perchè ad un tratto la voce di lui
salì, e queste parole furono udite: _Omnis qui vivit et credit in me,
etiam si mortuus erit, non morietur._
La voce decadde ancora, ma quelle parole diedero un brivido dentro a
Beatus; e Beatus se ne voleva andare.
-- Pazienza, -- gli sussurrò la signora Alice, -- ora dice la messa.
Da altri paramenti che il sacerdote vestiva, si capiva che incominciava
altra cerimonia.
Ma avevano tanta pazienza quelle povere bimbe coi loro ceri, da tanto
tempo immote! Ma la messa era già cominciata. Ma la mano di una bimba
esausta, lasciò piegare il cero e la fiamma diede un guizzo. La fiamma
si levò e salì per il velo; ma fu un attimo perchè la monacella accorse
con quella sua leggerezza e con le mani prese la fiamma e la schiacciò.
Il sacerdote voltò appena gli occhi. La monacella, movendosi come un
fantasma, aveva poi ad uno ad uno raccolti i ceri.
Un piccolo organo cominciò a cantare. In un loggiato della chiesetta
trasparivano, ogni tanto, due monache che avrebbero fatto paura ai bimbi
se da soli le avessero incontrate nel convento, perchè erano le
centenarie dai bianchi occhi. Ma ecco che, cessando il piccolo organo,
là dal giardino si udirono note anche più dolci.
Un uccelletto mandava trilli nella chiesa e la riempiva di passione.
Improvvisamente il sacerdote si voltò. Allora Beatus lo distinse nel
volto: un volto mansueto e chiaro.
Levava l'ostia.
La monacella fece, come per incantesimo, prosternare le bimbe: essa si
prosternò in profonde invènie: le teste, anche degli uomini, erano
chinate. Beatus guardò quel disco bianco che il sacerdote sollevava
sull'altare. Il sacerdote discese i gradini del piccolo altare, levò la
mano, recitò con alta voce quasi trionfale il «Padre nostro» e l'«Ave
Maria», ma non in latino, bensì in volgare, spiccando forte le parole le
une dalle altre, ma senza ènfasi. Poi recitò quel gran viaggio di
Cristo: «scese agli inferi; risuscitò da morte; siede ora alla destra
del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti».
Quelle parole del grande viaggio cadevano forti dalle labbra del
sacerdote. Verrà a giudicare i vivi ed i morti? Cose paurose,
inverosimili: e parevano verosimili.
Poi il volto dell'uomo si spianò; un sorriso benevolo si disegnò sul
largo volto; e rivoltosi ai bimbi ed alle bimbe, parlò parole semplici
con voce quasi lieta, come se nella chiesa non ci fosse stato lui,
Beatus, in toga o quegli altri uomini in veste militare; ma soltanto
bimbi o femminette.
Però non disse cose puerili, ma un ragionamento naturale, perchè disse:
-- Bambini miei, il corpo ha bisogno del pane: senza il nutrimento del
pane, il vostro corpo illanguidirebbe e morirebbe. E così è dell'anima:
senza il nutrimento, anche l'anima muore....
Il sacerdote parlava ai bimbi tuttavia: e le sue parole giungevano agli
orecchi di Beatus ad intervalli, benchè egli fosse vicino al sacerdote,
e questi parlasse con voce che parea sempre più grande. Ma è che
soffiava tempesta e vento contrario, e perciò solo ogni tanto giungevano
le parole. Poi dal ciborio d'oro levava il pane dell'anima, le piccole
ostie, e, rapido rapido, come fa il medico nell'operare, comunicava.
Le bimbe bianche accorrevano, _uti cervi sitientes_, come i cervi
sitibondi alla fonte; poi la monacella nera quasi con spasimo: «a me, a
me!»; poi la signora Alice placidamente col suo bel cappello di
girasole.
Le bimbe comunicate si staccavano dall'altare in silenzio, ad una ad
una, con le braccia incrociate sul petto senza seno e la testa chinata.
Il diacono levò i paramenti, e il prelato si rimise la cappa. Si
genuflesse. Pregò ancora. Si levò infine; si mosse. Non si sottrasse
dalla porticina per la quale era entrato, ma passò tra la gente con
bella maestà senza fare saluto, senza dire parola.
Beatus era molto malcontento di sè. Il suo _spirito critico_ lo portava
a correr dietro a monsignore e dirgli: «Ma, caro lei, con tutta la
suggestione di quell'apparato scenico, è ben facile....»