-- Dal cielo -- disse Beatus.
Lo riguardarono come si guarda chi dà una risposta idiota. Beatus non
rispose e trovò piacevole essere riguardato da coloro come un idiota.
«Tutto viene dal cielo: anche nel luglio 1914 il treno dell'umanità era
partito con uno splendido sole: tutti avevano abiti d'estate, come per
una gita ai bagni, quando scoppiò il nubifragio della guerra.»
«È una vergogna piovere in prima classe,» dice la signora presso Beatus.
«Reclami appena arriva a Napoli», le dice un signore.
«Io apro l'ombrellino», dice la signora.
«L'acqua -- dice un altro signore -- schizza da tutte le parti. La
vettura pare un crivello immerso nell'acqua.»
«Questi temporali -- dice un terzo signore --, sono una conseguenza dei
bombardamenti sul Piave o su la Piave.»
Dice il primo signore: «Non ci siamo affogati ieri, attraversando lo
stretto di Messina, e ci s'affoga ora».
«C'è molto pericolo a traversare lo stretto di Messina?» domanda il
terzo signore.
«È un rischio come andare in guerra! Ogni terzo giorno i tedeschi
silurano un _ferry-boat_; anche se i giornali non lo dicono. Noi si è
avuta la fortuna di avere avanti di noi un _ferry-boat_ carico di
truppa. Hanno silurato quello e noi fummo salvi».
Ma è freddo, veramente freddo. «Io sono tutta zuppa! -- dice la signora
dell'ombrellino. -- Questo signore -- indica Beatus -- ha avuto
giudizio».
Sì, Beatus conservava il giudizio di portare sempre con sè un pastrano
di inverno. Ma quell'ombrellino oscillante contro i suoi occhi, gli era
tedioso. Cedette il posto d'angolo alla signora e uscì nel corridoio. Lì
pioveva con violenza anche maggiore e poi c'erano scorribande di gente.
Beatus si rifugiò nella latrina, dove pioveva meno. Guardava i rubinetti
che ai tempi della pace versavano acqua fredda e calda, come la fonte
presso Troia. La versavano con cortesia in tutte le lingue: _warm_,
_kalt_. Ora si versa sangue! Ma un urto violento aprì la porta.
«Signora, venga qui che ho trovato un bel posto».
«Ah, mio Dio!» squillò una vocina.
Una donnina che pareva nuda, ma ridente e tremante, entrò nella latrina,
e dietro a lei un ufficiale, poi un altro ufficiale, poi un terzo
ufficiale.
Nuda propriamente, no; ma la pioggia cadendo su la veste di velo, color
di viola, gliela aveva tutta incollata su le carni, sì che pareva di
quelle figurine trasparenti che mettono nelle cartoline illustrate.
Beatus fu automaticamente scacciato dal suo rifugio. La damina si
accomoda la testa scompigliata davanti alla specchiera. Tutto l'esercito
è a sua disposizione. «Posso offrire acqua di colonia? sigarette?
menta?» La latrina si riempie di fumo. Veramente essi, veramente ella,
dicono _closet_: ma è lo stesso: _latrina_.
Ma la damina non è spaurita in mezzo all'esercito. Parla lombardo, e
tiene testa all'esercito. Si sente ogni tanto il grido di difesa di lei:
«mio marito».
Più che dall'assalto dell'esercito, la damina sembra atterrita dallo
schianto del fulmine.
«_Còppet_», dice un ufficiale al fulmine. (È Milano.)
«Che hai paura? Noi ti facciamo da scudo. Noi siamo _invunnerabbili_».
(È la Sicilia.)
«Signora, io vi offro il mio cuore». (È Napoli sentimentale.)
«Ma non usa più offrire il cuore alle signore -- dice Milano. --
Offriamo la giubba».
Tutti vogliono offrire la giubba. «Ma si tolga prima il vestito. Vuol
morire di polmonite?»
La Sicilia propone: «Facciamo una bella cosa; chiudiamo la porta».
Chiudono la porta in faccia a Beatus. Non si vede più ciò che avviene
nel _closet_. Forse, anche lì, un nubifragio.
Il primo signore, molto rubicondo, avanza nel corridoio e vuole entrare
nella latrina o _closet_.
«Non si può: occupato», si risponde di dentro.
«Badi che ho molta premura».
La Sicilia apre l'uscio con occhi di minaccia.
«Oh, scusi....»
La Sicilia richiude; ma prima ha chiamato un altro ufficiale, che stava
seduto, e lo ha pregato che stesse di guardia perchè non entrasse
nessuno. Colui si levò, e stando in piedi davanti al gabinetto, diceva a
chi voleva entrare: «C'è una signorina che sta poco bene».
*
Questo quarto ufficiale era un giovine alto, pallidissimo, signorile
nell'aspetto; e il modo con cui diceva quella bugia e placava la gente
era degno di ammirazione. Infatti Beatus lo ammirava.
Ma ad un tratto il giovine sorrise verso Beatus di un caro sorriso e
disse:
-- Non è lei Beatus Renatus?
Beatus si riscosse nell'udire il suo nome: certo egli era assorto, ma è
pur vero che accade sovente di riscuoterci quando udiamo d'improvviso
chiamarci per nome. E infatti è una cosa meravigliosa avere un nome.
Perchè abbiamo noi un nome?
Beatus disse: -- Ma come, mi conosce lei?
-- Ero studente all'Università -- rispose il giovane. -- Non ricorda?
Non ricorda lei, professore, quel giorno del maggio 1915, che fermammo
lei davanti alla porta dell'Università e lo pregammo di parlare? Io ero
fra quelli, signore!
Egli ben ricordava quel giorno e quei giorni del maggio 1915, quando
l'Università fu chiusa e i giovani tumultuavano.
Egli sino a quel tempo era vissuto in possesso del suo onesto pensiero,
e ora riconosceva come in quel tempo egli si poteva chiamare felice.
Credeva nei vari personaggi che avevano beneficato l'umanità. I loro
ritratti e i loro volumi ornavano il suo studio. Li salutava mentalmente
al mattino al modo stesso che il suo pappagallo dicea: «Beatus, buon
giorno, Beatus!».
Anch'egli, benchè in piccolo, credeva di essere un benefattore
dell'umanità. Il suo studio era frequentato da cari amici con cui faceva
lunghe e piacevoli partite agli scacchi della filosofia; si misuravano
gli stadi superati dall'umanità: _mito_, _religione_, _ragione_. Si
facevano tornei cortesi sull'_infinito_ se è cosciente o è incosciente;
o su Loreto, se è un pappagallo perchè è effettivamente un pappagallo, o
perchè piacque ai benefattori dell'umanità di chiamarlo pappagallo.
Non mancavano i ragionamenti se la rivoluzione è preferibile alla
evoluzione per chi desidera vedere la bella meteora detta arcobaleno, la
quale si manifesta soltanto dopo gli uragani.
Si disputava anche della libertà, non per dubitare di essa, essendo la
libertà insieme con l'uguaglianza e la fratellanza fra le più grandi
invenzioni del secolo; ma per studiare come va applicata. Giacchè la
libertà è una medicina infallibile ma stravagante: non fa bene se non a
chi sta bene di salute.
Dopo di che Beatus serviva il tè agli amici, perchè la preparazione del
tè è una cosa delicata, e Scolastica non sapeva preparare bene il tè; e
si offrivano biscotti anche a Loreto e a Ruggero Bonghi. Ma quando venne
la guerra, il suo onesto giudizio impazzì come una crema che fa i
gnocchetti e l'acquiccia.
Gli parve che fra i benefattori dell'umanità e i bimbi che giocano
all'anello, o a moscacieca, ci fosse poca differenza; e che lui che
giocava alla filosofia con gli amici, fosse uguale agli operai che, la
domenica, giocano alle bocce, all'osteria. Badate che, a pensarci bene,
è una sensazione spaventosa! Ma ci fu anche di peggio, povero Beatus!
Gli parve che pesi insospettati, imponderabili, si accumulassero su uno
dei piatti della bilancia della vita. La bilancia perdeva l'equilibrio,
traboccava verso qualcosa, dove gli occhi della sua ragione -- terzo
stadio del progresso -- non vedevano assolutamente più.
Quel giorno, quel giorno del maggio 1915, che i giovani lo avevano
circondato dicendo: «Beatus, si va a morire. Ci dica lei, almeno lei,
una parola di fede, di fede ardente. Si va a morire, o Beatus!»
Gli pareva che dicessero: «Non si va a prendere il tè».
Erano diventati pazzi quei giovani? Erano pallidi. Parevano
trasfigurati. Ah, che terribile giorno! Il rettore magnifico volle
parlare e cominciò: «Ma, figliuoli miei, che cosa vi ha fatto la
Germania?» Dovette smettere e ritirarsi sotto i fischi. Pareva un vento
di bufera. Il professore di storia antica udendo le grida: «Viva Trento
e Trieste!», aveva alzato le mani ed era scappato in biblioteca a
studiare le fonti in Diodoro Siculo: il professore di diritto che
portava sempre nella manina il codice rosso aveva detto: «La mia mano
non può stringere questa materia incandescente». Alludeva alla guerra; e
aveva detto al professore di italiano: «Sbrìgatela tu, io non so più
cosa è il diritto!» Il professore di italiano era atterrito. Diceva: «È
inutile contrastare alla Germania! La Germania vincerà anche se perderà.
È la concezione materialista che trionfa. Sono i _mammut_ dei
conglomerati umani che vinceranno: lo spirito è morto! la morale è
morta! Cristo è morto! l'individuo è morto! Forse da qui due, tre mila
anni risorgerà l'uomo: ma oggi è così, è fatale che sia così. Parla,
parla tu, o Beatus».
Ma Beatus non aveva saputo parlare.
Al vedere quei volti trasfigurati, aveva sentito un pallore nel cuore,
ma la parola di fede non l'aveva proferita.
Quando fu a casa e vide i ritratti dei benefattori dell'umanità,
s'accorse che essi erano impassibili nella loro saviezza, come cattivi
demoni. Ed ebbe vergogna di non essere pazzo come quei giovani.
La voce di quei giovani che gli dicevano: «Beatus Renatus, si va a
morire; dicci tu una parola di fede», lo soffocava.
Quella adolescenza che domandava la guerra, gli parve l'Italia: una
adolescente anche essa che va inconscia verso impresa stolta e sublime.
Ma perchè? Ma chi ti chiama? ma se è fatale che questa sia l'età dei
_mammut_?
Gli parea di non poter più respirare. Anche lui respirava, senza
saperlo, per il cordone ombelicale della madre Germania. E adesso la
guerra gli tagliava il cordone ombelicale, e questa operazione eseguita
oltre i quarant'anni, era grave!
Il giovane ufficiale, ricordando quei giorni, richiamò a Beatus il suo
perduto onesto giudizio.
Beatus domandò di questo e di quello studente, e il giovane rispondeva
invariabilmente: -- Morto!
Tanti morti!
E Beatus si vergognò di esser vivo.
*
-- Oh, sì, molti morti! -- Del resto -- continuò il giovane -- finchè
c'è legna da bruciare (e indicò i compagni nel _closet_) si va avanti.
Sui monti del Carso si sono fatti i fuochi di San Giovanni con vera
prodigalità.
Beatus allora si accorse che quel giovane parlava con una sua amarezza,
con una sua ironia. Voleva domandare: «perchè parla così? si è fatta
morire più gente che non fosse necessario?», ma ebbe paura della sua
domanda, e il giovane la troncò in sul nascere con un gesto che
significava: «non ne parliamo», oppure: «che può capirne lei?».
La tristezza del giovane contrastava con la follia dei tre compagni, e
sorprendeva anche come egli si prestasse a far da sentinella a quella
loro follia. Beatus domandò, indicando il gabinetto:
-- Sono suoi amici?
-- Ci siamo conosciuti in viaggio.
-- Molto allegri.
-- Così! Due vengono dal Grappa; l'altro, quel siciliano biondo, con
l'aquila d'oro, è uno di quelli che la notte stessa in cui gli austriaci
fecero strage su Padova, per rappresaglia volarono su Innsbruck e fecero
anch'essi strage.
Beatus non sapeva questo. -- In fatti -- disse il giovane -- la censura
ne vietò la comunicazione ai giornali, tanto più che la cosa avvenne
senza ordine del Comando. Oh, lei capisce bene che le rappresaglie ai
tedeschi son lecite; a noi no!
-- Voi siete allora -- disse Beatus -- come Gastone di Foix, che
combattè a Ravenna col braccio nudo legato fuor della corazza, in
omaggio alla dama.
-- Già, ma quella era una dama! La verità è questa: che si paga a
tariffa piuttosto alta l'onore di combattere per l'onore d'Italia.
D'altronde è anche giusto. La guerra la abbiamo voluta noi; il popolo ne
faceva a meno. Quei signori, amici del popolo, sono in linea di stretta
logica: la patria non esiste. Noi, piccoli borghesi, ci permettiamo il
lusso di morire per far far più grande la patria. Ah, _dulce et decorum
est pro patria mori!_
E un brivido corse per le pallide labbra del giovane.
Questo linguaggio dava pena a Beatus. Mutò discorso e domandò: -- E lei
perchè non prende parte alla festa dei suoi amici?
Il giovane non rispose, se non che si abbassò alquanto e, presa la mano
di Beatus, la guidò sotto la folta capigliatura.
-- Professore, sente?
Beatus ebbe un brivido. C'era come una buca nel cranio.
-- M'hanno levato -- disse il giovane -- un po' di cervello; ma per
quello che deve servire, ce n'è sempre abbastanza. Piuttosto, sono
rimaste alcune schegge che mi hanno paralizzato.
Allora Beatus si accorse che il giovane era appoggiato ad un
bastoncello.
Beatus, non avvertito dal campanello, proferì la parola: «eroe».
Ma il giovane lo interruppe con un brutto gesto e disse:
-- Oggi! Domani forse mi daranno una spinta, se pure non diranno: «ecco
uno di quelli che hanno voluto la guerra!». Buone gambe bisogna avere
per salire in treno, buone gambe per far ballare le signorine, buone
braccia per farsi largo, caro professore.
*
La latrina si aprì: la damina ne usciva scotendo le vestine, come la
gallinella dopo la pioggia. Il nubifragio andava passando. Le nubi si
staccavano come lembi d'una ferita: sotto appariva l'azzurro: il treno
navigava verso l'azzurro. Ecco il Vesuvio laggiù! Un paesaggio bello, ma
che ha un non so che di sconvolto; come quel pennacchio di fumo che
sopra sempre vi ondeggia.
Stazione di Napoli. La folla travolgente si precipitava dal treno. I tre
giovani ufficiali calavano il compagno ferito, piano, come un faticoso
bagaglio.
_Capitolo VIII._ -- Una notte a Napoli.
A Napoli non fu trovato il sonno nel letto dell'albergo. Pensava a quel
giovane che forse non può divertirsi con le signorine perchè è avvenuto
un piccolo guasto nel cervello; mentre per un guasto alla coda di una
lucertola c'è il pezzo di ricambio!
Sono considerazioni tremende, che per fortuna vengono in mente a pochi,
se no tutti perderebbero il sonno come Beatus.
E poi c'erano nel letto le bestioline che camminavano sopra il suo
corpo, benchè fosse vivo; e facevano venire in mente altre bestioline
che subito cominciano a camminare appena il corpo è morto.
E anche queste sono considerazioni che non fanno dormire.
Tuttavia chiamò il cameriere e gli manifestò la sua meraviglia per
quelle bestioline. Ma il cameriere mostrò anche lui la sua meraviglia,
come volesse dire: «lei dimentica, signorino, che le bestioline sono una
nostra specialità come la grotta azzurra e la zuppa con le vòngole».
Veramente il cameriere aveva osservato che anche le bestioline sono
figlie di Dio.
«Su questo non cade dubbio, ma è pure un fatto che voi altri napoletani,
bravissima gente, del resto, siete di una tolleranza eccessiva verso i
vostri parassiti.»
*
Era passata la mezzanotte, e considerando che non era il caso di bussare
a migliore albergo dove non ci fossero quelle specialità, pensò di
attendere l'ora di riprendere il treno camminando per le vie.
La città sotto la luna nuova, e al lume di rare lampadine velate di
azzurro, si elevava fantastica. Ogni tanto, nell'alto azzurro del cielo,
spiccava il profilo oscuro di un monumento. Re Angioini? re Borboni?
Forse la vendetta del popolo di Napoli, che accolse con festa ogni re, e
ogni re abbandonò al suo destino. Ora conserva in pietra o in bronzo i
suoi re.
Camminò per una gran via che non finiva mai, e impauriva perchè deserta.
Lo turbava il rumore dei suoi passi e gli pareva di essere solo vivo tra
i morti, e benchè gli avessero detto che di notte, a Napoli, si
incontrano _li mariuncielli_, quasi li desiderò.
Guardò il cielo per vedere se l'alba apparisse, tanto gli parve aver
camminato. Ma l'orologio lo persuase dell'errore. Segnava il tocco
appena dopo la mezzanotte. Dunque aveva avuto un senso vertiginoso del
tempo! Ma a un certo punto gli parve che se l'alba non fosse mai
apparsa, e sempre il mondo fosse stato guardato dal volto maligno della
luna, sarebbe stata cosa naturale.
Ma non del tutto deserta la via. Ogni tanto sui marciapiedi, un
dormiente, o un gruppo di dormienti. «Beati quelli che dormono in pace
pur su la nuda pietra!»
Da un cumulo di cenci si staccava una testolina chiomata d'infante, che
posava in profondo oblio. La mano di Beatus Renatus quasi si abbassò per
lambire quella testa, ma poi se ne ritrasse. Pure la contemplò a lungo.
Finalmente giunse a un luogo dove si vedevano camminare persone che
pareano ombre bianche.
Era giunto in via Toledo. La ricordò nel passato: folgorante di luce per
tutta la notte estiva. Ora, con la guerra, tutto era chiuso, tutto era
buio, fuorchè quella fila in alto di lampadine azzurre: ma la gente lo
stesso camminava la notte, vestita di bianco. Perchè cammina di notte?
Perchè ha dormito di giorno. Ma parevano fantasmi senza meta. Come si
era ristretta così via Toledo?
*
Ma i vichi stretti che salgono su da Toledo, lo attrassero per l'aspetto
anche più fantastico e quasi sinistro. Pensò ai _mariuncielli_, a uomini
sinistri, ma non se ne preoccupò. Non incontrò che mucchi di immondezza.
I casamenti enormi parevano mostri con le pupille in basso. Erano le
stanze a terreno, dette i _bassi_, ancora illuminate. In alto, lì, non
si vedeva il cielo; pareva che una casa posasse la fronte sconsolata su
l'altra casa. La casa dell'uomo, lì, era aperta su la via. Si vedevano i
grandi letti copertati, che arrivavan fin sull'uscio; si vedevano gran
comò con lastre di marmo: su le lastre di marmo posavano statuette di
santi e Madonne, vestite di raso bianco, sotto campane di vetro; e
davanti alle statue, lucevano globi opachi di lumi a petrolio. Pareva il
culto degli antichi Lari. Donne sedevano di fuori, su i limitari.
Una donna, accoccolata, al riverbero di un lume rosso, apriva quei
molluschi, che a Venezia sono detti _peoci_; lì, _cozze_. In una pentola
erano immerse fette di qualcosa simile al pane. La donna toglieva con le
mani quel pane e disse a Beatus:
-- _Vulite 'a zupp 'e vòngole?_
Ma poi da certo fruscìo di cose bianche, Beatus si accorse che quelle
tenebre erano abitate più che non credesse; lì si esercitava il
meretricio, e anche questo su la via. Come le blatte nel letto
dell'albergo, così uscivano nella notte le meretrici.
Due di esse lo videro, e calarono dall'alto del vico su di lui. Erano
giovanette, ma parlavano con suoni così inarticolati e gutturali, che
Beatus nulla capì.
Lui parlò a loro, e quelle risposero con gesti e con grida che lui quasi
ne ebbe paura.
Chi avesse veduto Beatus in tale colloquio, avrebbe potuto credere che
egli si intrattenesse con le meretrici. Ma non è esatto. Lo
interessavano molto quei suoni inarticolati. «Ammettiamo pure che io --
pensava Beatus -- non capisca il dialetto napoletano; ma non c'è dubbio
che questi suoni inarticolati riproducono l'uomo primitivo quando non
aveva ancora conquistata la parola. La parola fluente è stata un grande
progresso. E allora bisogna ammettere il progresso.»
Beatus pregò quelle meretrici di parlare ancora, ma quelle mandarono
forti grida, e Beatus capì che erano insolenze. E lo piantarono lì.
*
Beatus dilungò e vide altre donne sedute: una luce si proiettava dalla
porta aperta, e dalla porta aperta si vedeva una Madonna, un idolo,
splendente di amuleti. Beatus guardava.
«_Vui che vulite?_» disse una voce di uomo che aveva suono di minaccia.
_Va, va!_
Quelle non dovevano essere meretrici.
Beatus dilungò in silenziosa prudenza. Ma su l'uscio lì presso, un'altra
donna lo fermò e sì gli disse: -- Signurì, quelle sono donne oneste.
Al buio non è troppo facile distinguere.
Domandò allora Beatus a quella donna:
-- Voi, dunque, non siete onesta?
Ella rispose:
-- La fame caccia i lupi dal monte. Venite, sono pulita. E sono bella,
vedete!
Così dicendo, colei levò dalla camicia due borse come quelle che servono
pel tabacco alla gente di mare.
Beatus Renatus le guardò con interesse. Colei aveva gran ventre, e gran
tosse, ma disse: _So' i capellucci della criatura che tengo dint'a
panza._
Ella era incinta, e domandò a Beatus Renatus l'obolo per il nascituro.
*
Beatus cercava di uscire da quel labirinto per tornare in via Toledo; ma
ecco, davanti un'altra porta, due donne lo presero a forza: una era
assai vigorosa e lo spinse dietro una tenda a striscie quasi orientali,
che era dopo la porta.
Si trovò lì, chiuso con una piccola meretrice, gialla e rossa. -- No,
grazie -- disse Beatus -- non accetto.
Anche colei aveva lampadari e Madonne di cui diceva i nomi, Madonna del
Carmine, di Monte Vergine, Sant'Anna.
Beatus si dolse della violenza usatagli dall'altra meretrice. -- Oh, no,
-- disse colei --. Quella non era meretrice, ma donna onesta, con marito
e con figli. Lei sì era meretrice, ma ne incolpò la guerra, che le aveva
ucciso il suo amante. Aveva ella una posizione sociale distinta perchè
era corista in una compagnia di operette; e così dicendo, quasi a
testimoniare la sua antica dignità, ondeggiò il busto su le anche.
Il suo amante era lì sul comò. E così dicendo indicava un ritratto, in
bella cornice, con una gran margherita. Era un giovine ufficiale di
nobile aspetto.
Beatus guardò il ritratto e poi domandò: -- Perchè tieni lì quel
ritratto?
La meretrice stupì.
Teneva il ritratto come teneva la Madonna, perchè voleva bene al
ritratto come alla Madonna.
-- La Madonna può veder tutto -- disse Beatus --; ma l'uomo che ti amò e
che morì così nobilmente, non è bene che veda quello che tu fai.
Gli occhi della donna si aprirono per guardare le parole di Renatus.
Poi disse, quasi a sua discolpa: -- Si lavora così poco adesso con tutti
gli uomini che sono alla guerra....
-- Dite _lavorare_?
Strana parola! Poi Beatus disse: -- No, non è bene che lui assista al
tuo lavoro.
-- Hai ragione -- disse, e nascose il ritratto nel cassetto.
Poi guardò dubitosamente Renatus, e gli domandò con stupore:
-- Ma voi chi siete?
-- Mah! -- rispose Beatus.
E colei senz'altro lo lasciò andare.
*
Quando uscì da quei vichi, spuntava il mattino.
La luce accarezzò Napoli in un fascio di purità che parve di pulizia.
Riprese la sua valigia; e andando alla stazione, ammirò le pizze, che
conservavano il bianco della farina con tutto che fossero maneggiate
dalle mani del pizzaiuolo.
Ammirò il lustrascarpe che gli lucidò le scarpe in perfetto modo, forse
perchè in questa operazione è doveroso sporcarsi.
*
Arrivò il giorno dopo a Firenze. Erano i più tremendi giorni della
guerra, ma i giornalai strillavano: _L'omiscidio della Contessa._
Dal barbiere, all'albergo, al caffè, le buone famiglie, sedute ai
tavoli, non parlavano che dell'_Omiscidio della Contessa_.
In via de' Calzaioli, due giovinetti parlavano dell'_Omiscidio della
Contessa_, e come ella giaceva nuda, pugnalata, sul letto.
Ma poi si fermarono davanti una vetrina dove le mani di una commessa di
libreria mettevano in bella mostra, delicatamente, alcuni libri con le
copertine disegnate a squisite oscenità.
-- A me -- disse uno dei due giovinetti indicando una rivista francese,
dove una donna si stirava la calza, dopo la quale cominciava il bianco
delle carni -- fa più libidine così, che vederle vere. E a te?
-- Oh, guarda! -- disse il compagno -- quello che ti volevo dire io. --
E ambedue erano meravigliati come di una loro grande scoperta.
Poveri figliuoli.
E Beatus si ricordò che i gesuiti avevano, nelle loro biblioteche, certi
ripostigli di cui essi soli sapevano il segreto, dove tenevano i libri
osceni.
_Capitolo IX._ -- I lavoratori dei conigli.
E proseguendo il suo viaggio, fu necessità a Beatus di fermarsi in una
città di Romagna perchè i treni, nell'estate 1918, avevano questa
abitudine: di non proseguire, e allora bisognava fermarsi. Era la
bellissima ora che le stelle si spengono e il sole si accende. La luna
sbiadiva come una vela in alto mare.
Beatus, che, per ragioni d'insonnia, spesso assisteva a questo
spettacolo, aveva finito per avere la illusione di un burattinaio o
demiurgo esattissimo, ma meccanico, che ogni mattina si divertisse ad
operare questo mutamento nel cielo. Ed è perciò che nella Bibbia sta
scritto: _fiat lux!_
Ma mai così strano e bello lo spettacolo del sole gli era apparso, come
una volta, a Roma; chè lo aveva visto alzarsi dal fondo di quella via,
la quale scende diritta da Santa Maria Maggiore e poi sale, e ridiscende
e risale, sin là dove essa si dilata all'obelisco del Pincio. Lo
spettacolo aveva in sè del prodigio perchè il sole calettava entro la
via, anzi era grande quanto la via, e pareva un disco di fiamma viva che
il discobolo stesse lì lì per lanciare per la via sino alla meta
dell'obelisco. Era decembre e l'aria pura e fredda che avvolgeva i
grandi palagi, pareva rabbrividire per l'imminente passaggio del sole.
Ma questo poi, come miracolosamente, si sollevava, e l'atmosfera
schiariva. Ebbene nessun uomo guardò il sole. Per una settimana Beatus,
essendo tutti giorni sereni, si recò in piazza Barberini a vedere il
sole, nascente dalla via. Ma nessun uomo guardò. Anzi guardavano lui che
da una settimana stava lì fermo, e lo guardavano come si guarda un
demente.
*
Ma già a quell'ora antelucana, su la via del sobborgo della città, era
gente che lavorava. Facevano gabbioni di conigli. V'era un uomo poderoso
che immergeva le mani in certe grandi ceste, prendeva manate di conigli,
li buttava in una gran stadera, pesava; e altri uomini e donne buttavano
i conigli nelle gabbie. Riempito un gabbione, questo era soprapposto
all'altro gabbione e si formavano torri di conigli.
Queste operazioni erano rapide, e nell'occhio di Beatus formarono una
visione fluida, come una serie continua di conigli. Nei gabbioni poi si
vedevano gli occhietti rossi dei conigli. Questi conigli erano contenti.
Appena nei gabbioni, gareggiavano a rodere l'erba spagna. Quell'uomo
poderoso pareva Giove che anche lui mette gli uomini nella bilancia e li
precipita verso l'orco.
«Se però i conigli fossero gatti, quell'uomo -- pensò Beatus -- non si
potrebbe mica prendere tanta libertà.»
Poco discosta da quei lavoratori del coniglio, stava ritta una donna, ed
era intenta a scoiare un coniglio sospeso. Costei nella mano aveva un
breve coltello a lama fissa. Era forte, giovane, aitante. Teneva le
gambe larghe pur stando ritta e sufolava maschilmente in tutta pace,
mentre staccava le viscere del coniglio. Aveva le carni brunite e oleose
come hanno le zingare. Zingaresca ella era. Lì presso, con le stanghe a
terra, era un carretto chiuso, di quelli con cui i venditori girovaghi
portano le pannine. Il cavallo del carro girovago pascolava nel prato,
sotto il carro spuntava la testa feroce di un cane incatenato. La donna,
come ebbe staccato le budella, le buttò al cane. Le budella bianche
rimasero avvolte come quelle che palpitavano ancora, attorno alla mano
bronzea della donna. Ma costei scosse e buttò ancora al cane. Era alta
una volta e mezzo Beatus, ma di forme armoniose. Così forse fu Eva
primigenia!
Stando attento ai discorsi dei lavoratori del coniglio, Beatus apprese
che quei conigli erano destinati a Milano, dove scoiati erano venduti a
lire diciotto il chilo; e con la pelle, lire dieci.
Parevano gioiosi tutti quei lavoratori di sì insperati guadagni, e
perciò lavoravano con alacrità.
Ma una donna anzianotta, di quelle che ingabbiavano conigli, vedendo
fermo davanti a sè quell'omiciattolo in gilè bianco e in occhiali d'oro,
prese un coniglio per le orecchie lunghissime e lo spenzolò in faccia a
Beatus.
-- Bellino, eh? -- disse --. Lo vuol comprare?
Aveva il coniglio una certa simiglianza con Beatus: nero, e col petto
candido.
-- Veda -- la avvertì Beatus saviamente -- i conigli non si devono
prendere per le orecchie...
Ristettero tutti un po' a queste parole.
-- L'orecchio -- spiegò allora Beatus -- è il solo organo di difesa che
hanno questi infelici animali. L'enorme padiglione che li fa così
ridicoli, è destinato ad accogliere le vibrazioni acustiche che li
avvertono del pericolo. È una cartilagine delicatissima....
-- _Com l'è curios!_ -- disse allora la donna, che in romagnolo vuol
dire, _pazzerello_, _bizzarro_.
Buona gente in Romagna a dare ascolto, nell'anno 1918, a un borghese
civilmente vestito!
Ma già il capoccia, quello che immergeva le braccia nei cestoni dei
conigli, faceva un gesto che voleva dire: «Andiamo, via, che non c'è
tempo da perdere», quando la donna che lì presso scoiava il coniglio e
pareva solo intenta a quella sua operazione, disse a Beatus in
romanesco: -- _Ma non di' fregnacce!_
E tutti si misero a ridere. E Beatus anche.
*
Egli, oltre che delle orecchie del coniglio, avrebbe potuto parlare a
quella gente del mistero del cuore e del cervello, avrebbe potuto
rovesciare tutta la sua sapienza; non avrebbe destato interesse.
«E questa è la umana tragedia -- diceva tra sè Beatus riguardando ancora
la grande Eva --: noi ci affatichiamo per acquistar _virtute e
conoscenza_, come dice quel Dante che si vuole insegnar nelle scuole, ed
ecco che, senza avvedercene, ci troviamo fuori dell'Umanità. Noi
risaliamo verso Cristo, e non ci avvediamo che Moloc è il solo vero dio
dei nostri fratelli. Sono io tuo fratello in umanità, o grande Eva? Non
violiamo noi, forse, eterne leggi? Ecco la natura che mi punisce. Guarda
te, o Beatus, così misero uomo, e guarda invece lei, la magnifica Eva!»
Ma colei, vedendosi riguardata, disse:
-- _Che c'è da guardà? T'anderebbe?_
-- Può darsi, può darsi, -- disse Beatus. -- E perchè no?
E tutti risero; e Beatus anche.
_Capitolo X._ -- Cristo.
Beatus riposò alquanto all'albergo; poi essendo l'ora caldissima, e
vedendo nella via deserta -- come sono deserte in Romagna -- un tempio
elevare la grandezza sconsolata delle sue mura nere, si ricordò di
quello scettico motto di Arrigo Heine, dove dice che le chiese
cattoliche sono fatte specialmente per passeggiarvi d'estate.
C'erano a terra cumoli di macerie. -- È il campanile che è caduto per il
terremoto dell'anno scorso, -- gli disse un passante.
«Iddio ha percosso la sua casa, e ciò è grave», pensò Beatus. Voleva
entrare; ma la porta era chiusa.
-- Spinga: forse vi saranno i muratori.
Spinse ed entrò.
Delizioso! Qui si passeggia deliziosamente.
*
La chiesa non era nè basilicale nè a cupole, ma un'enorme sala
rettangolare, una meravigliosa sala da ballo del Settecento, oltre che
una chiesa.
Il soffitto lacunare, a rosoni d'oro, era in gran parte precipitato al
suolo, e si vedevano squarci neri, e i graticci staccati e i legamenti
interiori e le travi. Miserando spettacolo! Così è il volto dell'uomo!
Staccati i muscoli dalle ossa del cranio, non resta che una maschera,
fatta come un imbuto di carne. Così è il tuo bel volto, o uomo!
Precipitate, infrante giacevano le statue sul pavimento: ma tante ancora
ne rimanevano! Queste parevano, come impaurite, arrampicarsi su per le
pareti. Avevano manti svolazzanti, pose estatiche, declamatorie.
Erano santi, erano profeti.
Molti erano gli angioli; grandi angioli di gesso con grandi ali e con
vesti succinte. Le loro teste erano chiomate e gli occhi rivolti al
cielo. Oh, strani angioli! Il loro volto era amabilmente femmineo, e il
loro corpo parea modellato su quello di formosissime donne.
Se l'organo grandissimo, rigonfio di oro, avesse potuto rivivere in un
tempo di minuetto, pareva che tutti quegli angioli si sarebbero messi a
danzare con begli inchini.
Così sei tu crollato, bellissimo secolo; il Settecento: i Gesuiti,
Metastasio, il signor di Voltaire! L'Austria -- contro cui rombano oggi
tanti cannoni -- regnava felice, Metastasio insegnava la virtù al suono
delle sue canzoni, i Gesuiti mandavano di buon grado la gente al
paradiso, Voltaire faceva divertire i gentiluomini con le sorprese della
sua, ahi troppo spiritosa ragione, Rousseau faceva spargere alle dame
dolci lagrime sentimentali. E dopo rullarono i tamburi, caddero le
ciprie, apparvero i sanculotti, e la ghigliottina tagliò la testa ai
gentiluomini e alle dame. Che stupido arnese! Eppure ogni tanto gli
uomini lo invocano.
*
Così pensava Beatus come si pensa a inesorabili processi di chimica,
quando una voce lo scosse:
-- Signore, tenga pure il suo cappello in testa: questa chiesa non è più
consacrata.
Non era un sacrestano che disse così a Beatus, ma un muratore, il quale
aveva cappello in capo, e la pipa in bocca.
-- E veramente -- aggiunse colui -- non ci si potrebbe entrare senza
permesso. Ma già nessuno ci bada....
-- Perchè? C'è pericolo?
-- Mah! Veda lei, e capirà anche lei che non è del mestiere. Questo
muro, per modo di dire, è staccato.
(È uno spettacolo che fa una certa impressione: vedere un muro, profondo
un metro, staccato; e la cui fenditura sale su tetra inesorabile. Anche
la nostra civiltà ha simili fenditure.)
-- E intendete restaurare o abbattere?
Così domandò Beatus perchè il pavimento era ingombro di mattoni nuovi,
calce, arnesi dell'arte; e più specialmente perchè l'abside era tutta
occupata da una enorme impalcatura.
Rispose il muratore: -- Non si sa ancora.
-- Mi pare però -- disse Beatus -- che l'abside abbia dei lavori per la
sua conservazione.
-- L'abside, signore, sarebbe già stata abbattuta, perchè è la parte più
rovinata; ma è avvenuto questo; che il terremoto ha fatto scoprire
alcune pitture. Perchè bisogna che ella sappia che questa vecchia chiesa
fu ricostruita sopra altra chiesa più antica; e come furono scoperte
quelle vecchie pitture, così sono venuti quelli del Governo: hanno dato
ordine di sospendere la demolizione, e da due mesi ci lavora qui un
pittore che con un suo cortellino scrosta, scrosta.
-- Si può vedere?
-- Venga, signore, se vuol vedere.
L'immensa abside era tutt'un affresco del Trecento, un'infinità di teste
estatiche che venivano apparendo sotto l'intonaco. Un'infinita dolcezza,
un'infinita armonia, un infinito desiderio di staccarsi dalla vita
alitava dai volti di quei viventi attaccati sul muro. V'era un affresco
che figurava una compagnia di giovani che sollevavano una giovanetta
morta e beata nella morte. Tutti i volti erano beati nella meravigliosa
attesa del gran secolo.
Prima di perdere il suo onesto giudizio, quella pittura sarebbe sembrata
a Beatus almeno puerile. Il ragionamento della scienza che la vita
vissuta con perfetta scienza può essere prolungata sino oltre i cento
anni, prima lo persuadeva. Ma ora questo surrogato scientifico
dell'eternità pareva a Beatus ben miserabile, e desiderava anch'egli ciò
che non muore.
"Pare un canto del Purgatorio di Dante," pensò Beatus.
Ma poi l'occhio di Beatus abbandonò quelle pitture e passò sul volto del
muratore.
Costui era ancor giovane, in maniche di camicia, e i calzoni rimboccati
sui piedi scalzi. Ma pareva qualcosa di più che un muratore. Era
questione di trovare che cosa fosse, e lo fissò con tanta insistenza che
il muratore domandò: -- Lei mi conosce, signore?
«Ho trovato! È il sanculotto -- oggi diremmo, è il bolcevico -- della
nostra età.»
-- Se ci buttavano meno calce sopra quelle pitture, si sarebbe fatto più
presto a raschiare -- disse l'onesto bolcevico.
-- Vedete, amico mio -- disse Beatus, -- questa antica purità religiosa
offendeva gli sguardi dei felici abitanti del secolo decimottavo, e
perciò hanno intonacato, cioè coperto, e poi sopra ci hanno cosparso
quelle frenetiche pitture, che dovevano parere futuriste al loro tempo,
tanto è vero che la vanità ci lasciò il nome. Vedete quel nome? _Pictor
bononiensis pinxit anno Domini MDCCXXVIII_, mentre queste antiche
pitture sono senza nome, perchè realmente noi non abbiamo nome, o almeno
Dio solo è giudice se dobbiamo avere un nome. E così quest'ombra di
mistero che qui ci avvolge, spiaceva al secolo dei lumi, e ne fecero una
sala chiara, a stucchi ed oro, anzi una sala da ballo.
L'onesto bolcevico capì, perchè rispose con questa risposta sintetica e
lirica insieme:
-- Era meglio buttar giù tutto. Già, se il Governo borghese ha detto di
conservare, vuol dire che era meglio abbattere tutto.
-- Non discuto, amico, i vostri sentimenti: ogni età copre di calce
l'età precedente come si fa coi cadaveri; ma certo poi qualche altra
cosa dovrete pur costruire, se no dovreste distruggere anche voi stessi,
che fate i muratori.
-- Lei, signore -- disse il buon bolcevico -- non ha visto la Madonna.
-- Esiste anche una Madonna?
-- Questo che ella vede qui in basso, è l'abito: la testa è più su.
Venga.
Beatus salì per l'impalcatura. Le asse ballavano in modo allarmante.
-- Siamo al sicuro?
-- Caspita! Ci dobbiamo passar noi muratori.
Giunse Beatus davanti alla testa della Madonna. Entro un'aureola a
rilievo era la testa chiara della Madonna. Enorme! La dea guardava con
penetranti pupille.
Dalla aureola, come da una pietra scagliata in acque profonde, si
dipartivano cerchi concentrici sempre più grandi.
-- Dicono che è molto bella, signore -- spiegò l'onesto bolcevico.
-- Infatti è impressionante.
Non era propriamente la Madonna bizantina, e nemmeno la Madre lagrimosa:
piuttosto pareva come il simbolo di una gran forza cosmica, qualcosa
come la luna, che è armonica e disarmonica insieme: qualcosa che vince
la morte.
Il muratore disse: -- Tutti quelli che l'hanno vista, ammirano le mani.
-- Infatti sono mani da gran signora: lunghe, affusolate. Ma che mani!
Se prende, caro amico, me o lei, chi sa dove ci butta.
L'onesto bolcevico guardò con curiosità quell'omino vestito da civile
che mostrava di credere nelle mani della Madonna e disse: -- Sono cose
che le davano da intendere i preti, una volta; ma adesso non ci credono
più nè pur loro.
-- Eh, mio caro amico -- disse Beatus con aria compunta --, non si sa
mai!
-- Per me faccia lei -- disse l'onesto bolcevico con indifferenza. -- Ma
lei, signore, non ha visto la cosa ancor più bella.
-- Più bella di questa Madonna?
-- Certo: Cristo. Qui sono i piedi, lassù, in alto in alto, è la testa.
Beatus salì ancora. E salendo, l'immensa sala da ballo del Settecento
pareva sprofondare, e tutte le statue di gesso parevano inabissarsi.
-- Ecco --, disse l'onesto bolcevico.
Beatus si trovò, come Dante nel Paradiso, davanti alla faccia di Cristo,
e gli venne un po' da ridere.
Però era una strana enorme imagine.
Non aveva corona di spine in testa; non aveva l'aria spaurita dal
martirio. Era una giovinezza forte e severa.
La chiara imagine della Madonna, che da sola era parsa terribile,
riguardandola laggiù e raffrontandola con quella di Cristo, pareva, ora,
dolcissima.
Certamente quella testa di Cristo era l'umanità, ma fuori da questa
nostra umanità.
Beatus volle toccare, ma ne ritrasse la mano. «Io sono il tuo giudice!»
Allora Beatus si accorse che aveva il cappello in testa e se lo levò.
L'onesto bolcevico aveva la pipa in bocca ed il cappello in testa.
-- Vedete, amico -- disse Beatus additando Cristo --, quello è stato
l'autore della più grande internazionale che mai sia esistita.
-- Se vuol vedere il Padre Eterno -- disse l'onesto bolcevico --, esso
sta lassù su la cupola.
-- Grazie, caro mio: mi pare che basti. Ma io credo -- aggiunse Beatus
scendendo con precauzione dall'impalcatura --, che lei non abbia torto a
volere buttare giù tutto. Sono imagini che, anche attaccate sul muro,
fanno una certa impressione, e possono nuocere ai suoi ideali.
_Capitolo XI._ -- Giulio Cesare.
Questo Cristo -- pensava Beatus uscendo dalla chiesa -- per quanto lo
chiamino il re degli umili, rappresenta sempre un grande impedimento per
questi onesti bolcevichi. Essi sono lanciati all'assalto, conquistano
una posizione, ma Cristo è sempre più in alto. È irraggiungibile.
In questo pensiero, si trovò su la piazza del mercato: tutta soleggiata.
Era mezzodì. In fondo si vedeva un arco romano, e nella piazza c'era un
piedestallo che ricordava che per lì era passato Giulio Cesare; un uomo
straordinario per tante ragioni, e anche perchè ebbe l'abilità di
prendere dolcemente i bolcevichi del suo tempo per le narici fumanti e
ricondurli per qualche secolo ancora all'ovile. Era figlio di Venere,
Giulio Cesare; o almeno lui lo diceva.
Ma rapidi squilli scossero Beatus. Si appressavano. In fondo alla via
soleggiata, vide un ammassarsi oscuro di uomini. Poi sentì il percuotere
sul selciato delle scarpe ferrate, poi lampeggiò una bandiera, poi vide
le trombe, poi i profili degli elmetti. Passava l'esercito, passava e
svoltava. Allora Beatus ricordò che quella era la Via Emilia, quello in
fondo l'arco romano, quello presso di lui il piedestallo di Cesare.
«Ecco, dopo venti secoli -- pensò Beatus -- che i soldati d'Italia
passano con l'elmo di ferro davanti a te, o Cesare!»
Beatus non vide la guerra immane; vide soltanto la forza ordinata
d'Italia: l'esercito che passava.
Un brivido gli corse nel cuore; e voleva gridare: Evviva!
Ma i soldati passavano muti, e la gente del popolo che si veniva
formando a semicerchio, lì dove i soldati svoltavano, era pur muta. Ma
era una paurosa mutezza. Un uomo presso Beatus levò il braccio con
disperazione; una donna proferì: «Poveri figli di madre!»; un'altra
donna gettò, contro il vessillo che passava, parole di una sua grande
sconcezza.
Beatus, che avrebbe voluto accostarsi ai soldati, non osò. Aveva paura
di vedere i volti dei soldati. Gli parve che quelle parole della gente
dovessero essere intese, e attraversare quella fila ordinata, e
sconvolgerla.
Invece di appressarsi, ora, Beatus voleva allontanarsi: si sarebbe
allontanato quando tutta la fila fosse passata. Ma non finivano più.
L'arco in fondo li vomitava, l'arco romano. Si sentiva nettamente il
percuotere delle scarpe ferrate, come una forza, già impressa, di ritmo
che trascinasse tutta la fila. Il silenzio degli uomini diceva,
_indietro!_ Quel ritmo diceva, _avanti!_
Beatus guardò su in alto per vedere se c'erano dei fili che movessero
gli uomini. Forse ci sono, ma così invisibili che non si vedono.
Allora anche Beatus si avvicinò ai soldati e stupì. Non erano soldati;
erano tutti i ragazzi dell'ultima leva. Sotto l'elmo di ferro si
profilavano volti di adolescenti. Volti terrei un po', rigati un po' di
sudore, il respiro un po' anelante: nessuna espressione. Tutti un'uguale
espressione un po' abbacinata. Forse il gran sole, la gran fatica, la
gran polvere bianca. Gli stinchi, stretti nelle fascie, erano tutti
bianchi. Gli ufficiali che guidavano i drappelli, adolescenti anche
loro: una gran dolcezza in quelle adolescenze, sotto quegli elmi di
ferro. Quale forza reggeva così disciplinata quella adolescenza? Non dai
vivi proveniva quella forza: i vivi anzi avvolgevano l'esercito entro
un'atmosfera di odio civile.
Ma il passo delle scarpe ferrate aveva un non so che di rabido, ma sopra
quella fila pareva levarsi una voce alata che diceva: «Cesare, Cesare,
passano i soldati d'Italia!». E nessuno forse fra essi sapeva chi era
Cesare. Allora Beatus pensò alla terra, dentro cui stanno i morti. Le
scarpe ferrate, percotendo la terra, traevano forza dalla terra. Poi si
ricordò del comando romano nelle disperate battaglie: _Res ad triarios
redit._ Ora conviene dire l'opposto: _Res ad adolescentes redit._ Ma
come potranno questi adolescenti far risalire le valli ai Tedeschi,
accampati sul Piave? Una lagrima, cadde sul gilè bianco di Beatus.
Allora ricordò che lagrima vuole dire: _corrosivo_. Questo corrosivo fa
comprendere molte cose, ma abbrevia la vita.
Allora ricordò che Loreto non piange mai. Forse ha cento anni.
_Capitolo XII._ -- I discorsi degli animali.
Beatus Renatus compì il suo viaggio, ed entrando in casa, non ebbe
bisogno di suonare perchè la porta era aperta.
È vero che il suo cane, un bestiolo peloso, si era rotolato, precipitato
giù per le quattro scale, per fare festa al padrone. Ma la porta era
aperta.... Ora Beatus, benchè avesse perduto il suo onesto giudizio, era
ancora dell'opinione che la porta deva essere chiusa.
-- Sei tu, è vero, o impudica -- disse Beatus al bestiolo -- che sei
scappata di casa, eh? Sempre quella storia di un òvulo che va a caccia
di uno spermatozoo; o viceversa!
Questo bestiolo era di sesso femminile, benchè portasse il nome di
Ruggero Bonghi.
Veramente non era stato Beatus ad offendere così un uomo di tanta
dignità, ma alcuni amici letterati, ai quali, più specialmente che agli
altri, questa cagnetta si opponeva, gradino per gradino, irosamente
abbaiando.
Ma se la porta era aperta, ben si diffondeva sino su l'uscio di casa un
prelibato odore di ragù; cosa inusitata nell'estate del 1918. Arrivò
sino nel suo studio, e sentì una voce: «Padrone, buon dì». Era Loreto,
un immobile animale, ma diceva sempre: «Buon dì», e Beatus gli era
riconoscente.
Sopra la sua scrivania Beatus trovò distesa una sfoglia, gialla di uova.
Quante volte aveva detto a Scolastica: «Io vi lodo della minestra fatta
in casa; ma non istendete, vi prego, la sfoglia su la mia scrivania.»
Ma siccome la sfoglia deve asciugare, e al tempo di inverno lo scrittoio
era battuto dal sole, e comunque, lo studio era tiepido in virtù di una
stufa a dolce calore, così Scolastica stendeva lo stesso; e facendo la
cosa d'inverno, seguitava d'estate. Passando poi dallo studio alla
cucina, Beatus trovò la pentola dell'acqua che bolliva sul fornello, e
allora combinando il ragù con la sfoglia e con la pentola, disse: «Ecco
un pensiero gentile di Scolastica che, nella previsione del mio arrivo,
ha voluto prepararmi i tagliolini col ragù». Ma in quel punto, una tenda
che ricopriva un ripostiglio, si mosse.
Beatus tirò la tenda, e vide un uomo.
-- Cosa fate voi qui?
-- Io esco, e basta! -- rispose quell'uomo.
-- Non basta, perchè per uscire bisogna essere entrati. Con quale
diritto lei è entrato in casa mia?
-- Sono qui per cose mie.
Beatus avrebbe voluto afferrare quell'uomo per il colletto; ma
quell'uomo non portava colletto, e poi c'era sempre quell'impedimento
della mano debole.
-- Voi direte il vostro nome.
-- È un delegato di pubblica sicurezza lei? -- domandò quell'uomo; e
uscì con passo tranquillo.
Chi era costui?
Ruggero Bonghi, così iroso contro i letterati, era rimasto tranquillo.
Che non vi sia più da fidarsi nemmeno dei cani?
Beatus rientrò nel suo studio. Lì vide le piramidi dei libri crollate, e
quanto al non levare la polvere, Scolastica era stata ossequiente. Fece
alcuni segni con l'indice sopra i mobili, e il suo dito disegnò
arabeschi come con un antico stilo. Sopra le piramidi dei libri,
pendevano i ritratti dei benefattori dell'umanità, ma in quel giorno
Beatus s'accorse che mancava il solo onesto benefattore: Ercole con la
clava.
*
Intanto Scolastica entrava in casa con un fiasco di vino.
Essa non disse: «Padrone, buon dì!», ma disse: -- Lei la fa tanto lunga!
Cos'ha paura che gli portino via i libri? Stia sicuro che nessuno se li
mangia. Viene un mio parente a trovarmi e lei lo scaccia come un cane.
Cosa crede, perchè si è a servire, che si sia come gli schiavi d'una
volta che ci mettevano le spille dentro la carne, e li buttavano da
mangiare ai pesci?
Queste citazioni erudite di Scolastica non devono sorprendere: era ciò
che si era appiccicato alla mente di lei dai tornei di parole che si
tenevano nello studio di Beatus Renatus.
Scolastica continuò: -- Già che io mi adatto a stare in questa casa che
par di essere in una tomba, lei mi vuol togliere persino la libertà di
ricevere un mio parente.
-- Poteva dire -- disse Beatus -- che era un vostro parente.
-- Ah sì! chi ha il coraggio più di parlare con quegli occhi feroci che
lei fa quando è arrabbiato? «Libertà, libertà! la libertà rimedia a
tutto!» Begli impostori!
Anche questa sentenza non deve sorprendere: era una reminiscenza dei
colloqui che si tenevano nello studio di Beatus Renatus, quando egli
possedeva tutto il suo onesto giudizio, e credeva anche nei
_superamenti_ dei servi e delle serve.
-- Sì, signore, mio parente -- continuò Scolastica --; figlio di mia zia
e se vuol veder le carte, gliele farò vedere.
-- Io non discuto -- disse Beatus -- le vostre genealogie. Piuttosto: a
proposito di carte, avete la bolletta di riscatto della cagnolina?
-- Adesso terrò da conto anche i pezzi di carta!
«Vede lei -- disse Beatus Renatus a Leone Tolstoi, che pendeva anche lui
nel suo camiciotto russo -- la bella umiltà degli umili?»
*
Il pappagallo da un lato con corrugata fronte, Ruggero Bonghi
dall'altro, seduta sul posteriore e con la lingua fuori, ascoltavano il
discorso.
«Non è mica vero -- pareva dire il bestiolo -- che mi abbiano
accalappiata; sono andata fuori per le mie necessità, ma sono sempre
ritornata.»
Scolastica uscì sdegnosamente. In quella entrò il gatto di nome Biagino,
animale di cui Beatus aveva sempre tessuto gli elogi, come a colui che
aveva saputo temperare la vita selvaggia coi benefici della civiltà.
Ma in quel giorno Beatus mutò opinione anche sul gatto, perchè Loreto
starnazzò le ali furiosamente, e parlò anche lui: «Non a rendere omaggio
a te, o padrone, è venuto Biagino (e doveva esser vero perchè Biagino,
appena scorse Beatus, fuggì) ma a tentare, se può, di strangolare anche
me. È stato lui a mangiarsi il rosignolo. Va a mangiare i topi, io gli
dico quando viene per mangiar me. E lui risponde: Usava una volta!»
Allora Beatus si risovvenne del rosignolo. C'era lì ancora la gabbia.
Niente è più stupido che tenere un rosignolo in gabbia, ma Renatus non
poteva per le sue occupazioni andare in una foresta a sentire cantare i
rosignoli, e perciò teneva in gabbia il rosignolo. La canzone di quel
povero bestiolino pareva far nascere un sorriso anche sui freddi volti
dei benefattori dell'umanità.
«Oh, il miserabile delinquente!» disse Renatus al suo gatto Biagino.
L'anno scorso, spelato, neonato, implorante pietà, lo aveva accolto in
casa; e lui giocava, sbucava con la testolina di pipistrello di sotto ai
mobili; e lo aveva nutrito e gli aveva dato il nome umano di Biagino!
Pareva mansueto e domestico, ma ora rimasto libero e senza più legge,
aveva mangiato il rosignolo. E non aveva per difesa che il suo canto! «E
lei ha scritto il libro _della republica_, -- disse Beatus a Platone,
che anche lui pendeva dalle pareti con una sua barba inventata. -- Un
bell'affare!» «Dopo però ho scritto il libro delle leggi!», rispose la
barba di Platone. «Filosofo buono a tutti gli usi!» gli disse Beatus che
coi grandi uomini aveva un singolare coraggio di parole. Beatus ciò
detto, aprì una finestra che dava su una terrazza.
Qui nuova sorpresa lo attendeva: non trovò più il gallo.
L'anima di Beatus Renatus spesso vigilava la notte. Questo vigilare
dell'anima, se può essere una bella cosa quando il corpo giacerà nella
bara, diventa una cosa seccante quando il corpo giace nel letto, specie
d'inverno che tutto è ancor buio. Ora il gallo col suo canto illuminava
la notte; ed il suo canto per quanto diverso, è come quello del
rosignolo. Scolastica voleva pur bene al gallo, e sovente lo accarezzava
presso alla guancia e gli diceva: «Cocco mio, quanto bene ti voglio.
Domani ti tirerò il collo». La qual cosa mai Beatus non volle: non per
morboso affetto verso le bestie, ma per suo egoismo. Gli avrebbe dato
melanconia veder quella gaiezza del collo eretto del gallo, pendere giù,
spennato pallido nella morte, da un uncino della cucina.
Lo aveva osservato nel canto. Come uno spasimo esce il suo canto. Quel
suono, quel suono rauco, insistente, luminoso, prima del sole, che si
affievolisce poi in una sconsolata tristezza! Che cosa ne sai tu, o
gallo? Che vedono gli occhi tuoi gialli? Ripeti l'ammonimento a Pietro
che rinnegò Cristo?
Il gallo non c'era più.
«Non ne incolpare Biagino -- disse Ruggero Bonghi. -- Lui non è stato.
Il gallo è assai tempo che finì nella pentola. Ben io lo so, che ne
mangiai gli ossi.»
_Capitolo XIII._ -- Beatus allontana da sè Scolastica.
Senonchè recandosi nella sua camera, vide cosa che non avrebbe voluto
vedere.
Il suo letto era stato abitato, ma non da lui.
Era un bel letto di noce nello stile di un secolo fa, filettato
d'ottone, e aveva seguito Beatus in molte sue peregrinazioni. Esso gli
ricordava che anche lui, da bambino, aveva avuto una casa, dove c'erano
un padre, una madre e una antica benedizione. Inoltre, se avesse avuto
sonno, ci avrebbe potuto dormire buoni sonni perchè al vecchio
pagliericcio Beatus aveva sostituito un elastico molto soffice. Poi il
letto aveva due materassi: uno di lana che tiene caldo, per l'inverno; e
l'altro di crine che tiene fresco, per l'estate. Aveva anche lenzuola di
lino antico, che gli ricordavano i tempi in cui era vanto alle donne
possedere arche di pannilini. Nelle notti d'insonnia, poteva anche
rotolarsi comodamente per il letto giacchè esso, pur non essendo quello
che si dice matrimoniale, era di tale ampiezza che sarebbe stato
abitabile anche da due. Ma Beatus lo aveva sempre abitato da solo.
Ora Beatus si accorse che il suo letto era stato abitato da due, ma uno
non era stato lui. Oltre a ciò, sollevando le coltri, s'accorse che il
letto era stato contaminato.
Parve a Beatus cosa doverosa sdegnarsi; e si recò di là e: --
Scolastica, -- disse dolcemente -- quando crederete, e prendendo quel
tempo che meglio vi pare, io dico che ve ne potete andare.
-- Ah, Maria Vergine, finalmente! -- esclamò Scolastica. -- Così sarò
libera, tornerò alla mia Verona, in Piazza delle Erbe. _Mègio le bombe
dei tedeschi che star con un omo così rustego, così stravagante, così
mato. I lo dixe tuti che l'è mato; lo dixe la portinara, lo dixe el
spazzin, lo dixe tuti queli che vien._
Nei momenti di concitazione, Scolastica era ripresa dal dialetto natio.
Chi avrebbe mai sospettato -- si chiedeva Beatus -- una cosa simile in
Scolastica? Non per l'età che era di difficile determinazione, ma per la
configurazione fisica. Se Scolastica avesse dovuto essere tradotta in un
animale equivalente, il camello o il canguro sarebbero stati i termini
di comparazione più adatti.
Beatus anzi ricordava che una mattina, essendo per distrazione entrato
nella camera di lei, che si alzava allora, era fuggito esclamando: Mio
Dio! Questa donna è un antidoto!
Pareva proprio negata da natura alla ginnastica di Amore. Eppure!
Ora Scolastica non si era acquetata, ma dietro la porta continuava: --
_L'è mato, i lo dixe tuti che l'è mato. Son stada in tante case; mai
trovà un omo così stravagante che nol capisse mai gnente. Perchè i ga
riguardo de vegnirlo a dir sul muso al signor professor, al signor
cavalier che l'è mato: ma i ghe lo dixe ben drio le spale. Anche quel
signor che parla toscano el dixe: dai retta, il tuo padrone gli è un
bischero. Se non fosse un bischero, il Governo non gli darebbe certi
incarichi._
Questa specie di plebiscito proclamato dietro la porta, durò molto
tempo, più di quello che non può sospettare chi non sa come la donna,
possedendo un'idea sola, ha bisogno di insistervi sino all'esaurimento.
Tanto valeva allora che Beatus avesse preso moglie.
Potrà sembrare anche eccessiva questa libertà di _contatti verbali_,
come oggi si chiamano gli insulti, tra la serva e il padrone; ma è che
veramente Beatus ci aveva dato un po' motivo nel passato tempo.
Quando egli era in possesso di tutto il suo onesto giudizio, e reputava
che nel suo cervello abitassero gli Dei, si divertiva talvolta alle
spese di Scolastica. Essendo egli abituato a trattare quell'esplosivo
che è il pensiero, diceva a Scolastica: «Sospendete! Non fate rumore col
vasellame. Basta una piccola vibrazione per far andare a male certe
operazioni delicate».
Naturalmente Scolastica non sospendeva se non quando aveva finito.
«Non entrate nel mio studio se non quando vi chiamo,» diceva Beatus.
Ma Scolastica entrava lo stesso, o per la spesa, o per annunciare che
l'olio era finito, o che il rubinetto dell'acqua si era guastato.
Beatus diceva anche: «Non toccate. No, è pericoloso, credete: non
toccate le carte, i libri. Vi possono far male».
Con ciò egli voleva significare che il suo studio era come una centrale
elettrica, dove si incrociano fili di idee ad alto potenziale, che
possono dare anche la morte. Naturalmente Scolastica toccava, e non ne
risentiva alcun danno.
Si capisce: «voi siete come il porco che può impunemente mangiare il
serpente a sonagli. Però i libri lasciateli stare. Voi non li sapete
prendere. Disilludetevi: non è facile saper prendere un libro. Posso
concedere che sappiate prendere gli attrezzi della cucina, ma i libri,
no! Non imparerete mai a prendere un libro, a collocarlo al suo posto».
Nei momenti poi di buon umore, quando Beatus aveva formulato un suo
sillogismo che a lui parea molto bello, chiamava Scolastica e le diceva:
«Sentite!»
Scolastica reagiva con insolenza; e: «Io, certamente devo aver detto una
verità molto forte,» arguiva allora Beatus Renatus.
*
Ma ora quel plebiscito esposto con tanta sicurezza dietro alla porta,
dava tristezza a Beatus.
«Per gli occhi di Scolastica tu, o Beatus, sei un deforme, come uno che
abbia una gran gobba».
*
Dispiacque molto a Beatus Renatus quella sua deliberazione di avere
licenziato Scolastica, perchè essendo egli di salute cagionevole, ella
ormai sapeva tutte le sue necessità corporali.
Un giorno guardò nel suo comò e vi trovò intatto certo oro, trovò
intatti certi fazzoletti antichi, trovò intatto un libretto al
portatore. «Via, Beatus! -- disse con se stesso -- Scolastica è una
donna onesta. Volendo, avrebbe potuto rubare anche queste cose. E chi va
più oggi a denunziare un furto?»
Naturalmente dal giorno in cui Beatus aveva licenziato Scolastica, si
guardò dal rivolgerle un solo comando. Ella avrebbe potuto rispondere:
«Sono forse la sua serva, io?».
Scolastica però non se ne era andata: c'era, non c'era, entrava, usciva,
lasciava la porta aperta, faceva, insomma, la sua libertà.
Un giorno, Beatus udì una voce che diceva: «Si può? è permesso?». Si
sentì Ruggero Bonghi che abbaiava furiosamente.
Doveva esservi un letterato alla porta.
Disse la voce:
«Ti dò un calcio che ti spiaccico nel muro».
Beatus riconobbe il visitatore. Era quel signore che parlava toscano. La
porta era aperta. Scolastica era di là, ma non si era mossa. Beatus
sentì domandare: «C'è il cavaliere?»
Sentì rispondere:
«Di là, nel suo studio».
Il visitatore entrò.
-- Ah finalmente la trovo, cavaliere. La prego, stia comodo.
Perchè Beatus un bel giorno si era trovato appiccicato anche questo
titolo.
_Capitolo XIV._ -- I "fessi" d'Italia.
Chi entrò era il più bello e ben pasciuto giovane che mai Toscana avesse
nutrito. Ed entrò che Beatus, disteso sul canapè, travagliava per certi
dolorini di stomaco. Questi dolorini sono sottili, ma dànno grande
avvilimento; sì che, nel luglio 1914, se l'Imperatore di Germania ne
avesse avuti di così fatti, mai si sarebbe alzato in piedi a sbattere la
spada sul pavimento del mondo.
Questo giovane era il segretario della facoltà della quale Beatus era
Preside. Riscoteva lo stipendio con regolarità; motteggevole era
toscanamente, e quando veniva in ufficio, scriveva novelle. Il quale
genere letterario gli aveva procacciato un processo _per oltraggio al
pudore_. Ma fu dimostrato invece che si trattava di morale di
avanguardia: onde fu assolto, e ottenne bella rinomanza. Le signorine
studentesse lo guardavano con amabile curiosità; e i suoi motteggi molto
piacevano. Ma per questo appunto a Beatus non piaceva, e nel passato
tempo, si era provato di sradicare questo bel signore dal suo ufficio.
Ma vedeste mai in un giardino di fiori un filo di gramigna? Si crede sia
facile estirparlo. Ma non è così: quel filo è tenace come l'acciaio. Si
può recidere con le forbici, ma domani rinascerà. Allora si tira. Si
tira, ed accade un fatto sorprendente: sotto terra quel filo è più
tenace ancora; non ha fine; smuove tutta l'aiuola; sradica tutti i
fiori. E allora si finisce col rispettare la gramigna, tanto più che non
si tratta di un filo isolato, ma di una speciale gramigna, detta anche
livida, e che cresce molto bene in quello che già fu chiamato _giardin
dell'Impero_.
-- Non si incomodi, cavaliere, -- disse il bel giovane. -- È l'affare di
una firma.
Erano i documenti per la esenzione dal servizio militare. Mancava la
dichiarazione di Beatus che colui era _indispensabile ed
insostituibile_.
Si vide un _no_ disegnarsi sul volto di Beatus prima ancora che le
labbra dicessero: _no._
Il volto del giovane si deformò un po'.
-- No? E, perchè?
-- Perchè non è la verità.
-- O ce l'ha lei in tasca la verità? Allora ce l'ho anch'io. Vogliamo
ragionare, cavaliere?
E si sedette.
-- Punto primo: qui non siamo su la cattedra a fare della morale....
-- Appunto, mio caro, quello che dico io: «la morale non si fa dalla
cattedra». Ma badi che la distinzione l'ha fatta lei, non io.
Beatus, dopo queste parole, si premette la mano su lo stomaco per un
dolorino più caparbio dei precedenti, e parve inteso solo a questo.
-- Punto secondo: lei sa bene che questa guerra non mi persuade....
-- Anche a me, -- rispose Beatus soavemente.
-- Punto terzo: a me delle beghe della Francia con la Germania non
importa un fico secco.
-- Anche, -- disse Beatus.
-- E crede proprio lei che io per una dozzina di teste pelate con sopra
la tuba, che ci hanno fatto entrare in guerra, o per un generale che ha
bisogno di un filetto di più sul berretto, io mi voglia far sbudellare?
Lei si sbaglia, caro cavaliere.
-- Ma lei chi è? -- domandò Beatus.
-- Io?
E il bel giovane guardò Beatus con occhi brutti. -- Io? Io sono io.
-- Cioè? -- domandò Beatus con dolce curiosità.
-- Io sono un artista.
-- Sono morti altri che come lei erano artisti.
-- Sarà. Ma per me sono _fessi_.
Beatus sentì un dolore più acuto dei dolorini all'epigastrio.
-- Io ne so di questa guerra quanto ne sa lei; ma per quelli che lei
chiama _fessi_, penso che siano proprio i _fessi_ a tenere in piedi
l'Italia.
-- Organizzatevi allora, -- disse il bel giovane, -- e formate il
sindacato dei _fessi_.
-- Non si può, caro, -- disse Beatus sorridendo.
-- E perchè?
-- Appunto perchè siamo _fessi_.
-- Senta: non mi faccia perdere tempo: firma o non firma?
Beatus fece no, con la testa.
Poi lentamente aggiunse, levando la piccola mano:
-- I _fessi_ d'Italia, vivi e morti, non lo permettono.
-- Ma non dica sciocchezze!
E il volto del giovane si sconvolse e apparve brutto.
-- Senta, caro, -- disse Beatus sollevandosi alquanto sul canapè, --
senza che lei dica altre sue laide parole che mi disgustano, lei è più
robusto di me, mi prende, lì c'è la finestra. Lei mi butta giù; ma io
non firmo.
Il giovane si contorse e Beatus si rimise sul canapè.
-- Per Dio, -- disse il giovane, -- le tira lei le parole.... Ma parli
franco: dica che si vuol cavare una vendetta personale.
-- Oh oh! -- fece Beatus levandosi ancora.
-- Ma sì, sì. Lei vede il giovane che sorge, che si afferma, che si fa
un nome....
-- E io ho invidia! -- interruppe allora Beatus. -- Ah, io ho invidia di
lei.... Oh, infelice! Io invidio il suo nome! Lei vuol dire che lei avrà
un nome, e io, no! Ma sa lei.... Sa lei la pietà che provo quando passo
per quello stanzone del gabinetto di storia naturale dove sono gli
insetti? Infelici! Invece di disperdersi nel pulviscolo dell'atmosfera,
stanno lì in vetrina, col cartellino ed il nome. Tale è la gloria, tale
è il nome!
-- La pensi come vuole -- disse il giovane --; ma allora se non è per
vendetta, mi salvi dalla trincea.
-- In questo momento, veda, -- disse Beatus, -- lei ha detto una ragione
che fa pensare; lei ha detto, mi pare: «mi salvi dalla trincea». Veda,
veda! Lei artista, lei assertore delle maggiori audacie, ha adoperato
adesso una parola della vecchia retorica. Caro lei è proprio una
condanna! Con tutte le nostre ribellioni, noi parliamo sempre per
sineddoche, per litote, per antonomasie, e altre fraudi del pensiero.
Lei ha adoperato adesso una metonimia, _mi salvi dalla trincea_, cioè la
causa per l'effetto: _mi salvi dalla morte._ Così che lei è vile.
-- Se le fa piacere, sì.
-- Piacere no: mi è indifferente. Ma ogni opinione, nettamente espressa,
mi fa piacere.
-- Non vorrà credere però che io me ne offenda.
-- Oh, lo credo.
-- La mia morale non è la sua morale.
-- Senta, caro, questa questione proprio non mi interessa. Piuttosto mi
dica una cosa: lei ama molto la vita?
-- Se l'amo? È la mia sola, vera, unica proprietà. Non sa lei che io ho
tutti i miei sensi?
-- Lei vuol dire con questo, -- disse Beatus -- che io ho perduto i miei
sensi, e perciò non posso comprendere lei. Può darsi che sia così; ma mi
dica: lei la gode la vita?
-- Io la mangio la vita. Mangio tutto! Vile sì, ma mi vengano a prender
la vita!...
E l'elegante sua mano si atteggiò a rostro.
-- In questo momento -- disse Beatus -- lei mi ricorda l'uomo
preistorico delle caverne.
-- Può anche darsi -- rispose il giovane, -- ma con tutte le
raffinatezze della vita moderna. Del resto cosa crede lei di avere
progredito con la sua morale del sacrificio?
-- Anche questa è una buona ragione. Favorisca la penna. -- La tenne per
un istante sospesa, come perplesso, e domandò: -- Lei non ha mai
sofferto di mal di stomaco?
-- Io? Io digerisco tutto.
E Beatus sottoscrisse il foglio che dichiarava come quel giovane era
veramente _indispensabile e insostituibile_.
_Capitolo XV._ -- "Quis est proximus tuus?"
Storia d'Italia! Un cavaliero cavalca un somiero. Sono giunti in vista
del Campidoglio. Che nome! Ma _Capitolium fuit!_ Il somiero non vuol
salire quella vetta, e ribalta cavaliero e elmo di Scipio.
Il rosignolo, morto; il gallo, morto! Triste storia!
E in questa meditazione -- nel silenzio dello studio, rimasto vuoto dopo
la partenza del giovane -- questa voce si udì:
«Beatus, buon dì».
«Ciao, caro».
Era il pappagallo, animale calunniato.
«Povero Loreto! Tu non sei nè insensibile nè demoniaco. Sei quello che
sei. E così Biagino non è nè buono nè cattivo. È quello che è. È
masnadiero. E così il somiero ubbidisce ai sensi che ha.
«E così il rosignolo morto non pensava all'oriente; nè il gallo vuol
destare gli uomini. Tutto il resto è la tua malattia, qui».
E col ditino Beatus si toccò la fronte.
«Questo ditino così gracile e questa fronte così mostruosa! Ah, io sono
animale mostruoso; e Scolastica ben lo sa: ma tutti voi, signori, siete
mostruosi», disse Beatus volgendo lo sguardo attorno attorno per le
pareti da cui pendevano i benefattori dell'umanità.
Tutti pendevano con quella deformità della fronte; e siccome alcuni
erano calvi, così quelle fronti parevano bianchi occhi ciclopici.
«Figlio mio, perchè bestemmi tu i doni dello Spirito Santo?»
Questa voce Beatus udì. Essa proveniva da un ritrattino più piccolo:
quello di sua madre. Anche Beatus aveva avuto una madre.
Allora Beatus si rannicchiò in grande meditazione, finchè venne la sera.
E allora si accese la lampadina elettrica; ma, poco dopo, senza dire
perchè, la lampadina alitò e si spense.
Alla luce dell'ultimo crepuscolo, Beatus vide il ritratto di quell'uomo
che studiò tanto per mettere quei cosini di metallo l'uno sopra l'altro,
e trovò l'elettricità. «Le teocrazie ne avrebbero fatto un segreto
magico; ma lei, signor Alessandro Volta, viveva nel secolo dei lumi, e
ne ha fatto un regalo al popolo. E ora è troppo giusto che il
proprietario della luce sia il sindacato degli elettricisti, e lei stia
contento, con una _a_ di meno, ad essere una misura. Anche lei
appartiene alla società dei _fessi_; e così anche lei, professor Galileo
Ferraris, professor Pacinotti.»
Ma intanto bisognava cercare una candela. Ma soltanto Scolastica sa dove
sono, e se ci sono, le candele.
Beatus fu costretto a riconoscere che anche Scolastica era
indispensabile.
Sono verità che si vedono, specialmente quando si è al buio.
*
E un giorno che i calzoni non stavano su perchè si erano staccati i
bottoni delle bretelle e quindi egli non potè uscir di casa, rivide
questa verità, benchè fosse di giorno.
Questa verità fu veduta, anche più luminosa, per la terza volta, quando
Beatus infermò.
Allora Scolastica apparve proprio _indispensabile e insostituibile_.
*
Quando uno è infermo, vengono gli amici, e dicono:
«Comandatemi, amico. Ben lieto di potervi servire». E se ne vanno.
Ovvero mandano fiori da mettere sul comodino, purchè non vi sia troppo
odore di cadavere, chè, in tale caso, i fiori si mandano per i funerali.
Ma per Beatus non venne nessuno perchè c'era un'epidemia chiamata la
_spagnola_, e il popolo ci aveva fatto anche la sua canzonetta.
Ma il vero nome dell'epidemia non si sapeva, perchè il _bacillo_,
quantunque esortato dai più valenti scienziati, conservava gelosamente
il suo incognito.
Dal modo come si comportava, si può supporre che fosse un bacillo
umoristico. Comunemente si presentava sotto l'aspetto di un raffreddore
dabbene, e poi, d'un tratto, assumeva la maschera della morte nera. Era
inoltre capace di lasciar vivere una mezza carognetta come Beatus, e
portar via lì, sotto casa sua, un colosso come il salumaio: un uomo che
Beatus aveva ammirato tanto. Vedere con quanta religione questo colosso,
dalla fronte depressa, tagliava i suoi prosciutti, con la sua gran
coltella! E il suo falso burro! e il suo denaro!
E invece?
Ah, povero uomo!
E poichè era stato assicurato che gli uomini si impestavano con l'alito,
così si vide gente girare con la maschera di garza.
Molte donne che vendono i baci della bella bocca, videro svalorizzata la
loro merce. Molti _pescicani_, arricchiti con la guerra, temettero la
_spagnola_ assai più della rivoluzione.
Uno di questi _pescicani_ aveva ordinato la carrozzeria per una
automobile, ma si sentì rispondere che per il momento i falegnami
lavoravano unicamente in casse da morto. E dopo, non più casse! Sacchi!
Si insaccano gli uomini come a Roma si fa per le immondizie.
*
Di queste cose Beatus ragionava quasi piacevolmente col suo dottore, un
giovane così lindo, così dotto, così gentile! Perchè Beatus aveva un po'
paura degli uomini; ma della morte non troppo: forse perchè la aveva
incontrata altre volte per la strada, in precedenti infermità. Ci si era
abituato, e avevano anzi finito col salutarsi.
-- Lei ha vinto -- diceva il dottore, -- una gran battaglia!
-- Ma quale?
-- Quella che i fagociti hanno combattuto contro i misteriosi microbi
della _febbre spagnola_.
E Beatus aveva la sensazione che il suo corpo fosse come la madre terra
che sostiene tanti milioni di combattenti, e non se ne accorge.
«Ecco i _leucociti_, i _fagociti_, mobilitati per la caccia alla
_spagnola_. Il mio corpo è un campo di battaglia. Ma forse è la Morte
che ha tanto da fare in questi giorni! Del resto lei sa dove sto di
casa.»
*
Ma forse fu anche opera della signora Alice, una inquilina della casa,
la quale venne e portò una tazza di brodo, un uovo fresco, un'ala di
pollo: tutte cose rare nell'estate del 1918. E questa inquilina non
soltanto portò il brodo e l'ala di pollo, ma rassettò la camera e mutò
le lenzuola, anzi prestò lei le sue lenzuola, perchè soltanto Scolastica
sapeva dove erano e se c'erano ancora le lenzuola. Ma Scolastica era
assente. E allora apparve a Beatus quel Cristo, che aveva veduto in
quella chiesa di Romagna, e questa domanda gli batteva nel cervello:
_Quis est proximus tuus?_
E quando la signora Alice non poteva venire, mandava su una sua
bimbetta, e spesso venivano tutte e due; e a vederle facevano sorridere:
lei era una donna di così vaste proporzioni che ingombrava di sè quasi
tutta la camera, mentre si chiamava Alice, un nome che dà l'idea di una
figurina sottile; e la bimbetta si chiamava Elena, il nome della gran
femina! E invece era una bimbetta rachitica, col corpo di dieci anni, il
volto grinzoso, ed il mento aguzzo; e una zazzera avea nera e tonduta,
legata con un nastro rosso. Pareva la figura del _diavolo zoppo_ nelle
vecchie illustrazioni del Le Sage. Ma ella aveva una infantile,
dolcissima cantilena umbra con parolette piene di assennatezza, per cui
Beatus, comparando quel suono col _ciacolar_ di Scolastica, gli parve
che mai San Francesco avrebbe potuto nascere nel Veneto.
La formidabile signora Alice era una piccola borghese, e proprio di
quelle spregiate terre del sud, che nelle terre del nord sono dette
_terra matta_ o _terra ballerina_. Nominava spesso quegli idoli che si
vedono a Napoli sui comò, e portava una capigliatura nera
elaboratissima, sì che pareva senza fronte. Non tutto, dunque, è nella
fronte?
La bimbetta non era sua figlia, ma una trovatella, raccattata per via, e
che lei aveva pulito, vestito; e le aveva messe scarpe ai piedi, e le
aveva promesso, se fosse stata buona e ubbidiente, che la avrebbe tenuta
alla prima comunione. Ma la bimbetta non aveva bisogno di ammonimenti:
faceva lei per casa; capiva e -- ridendo con gli occhi nerissimi --
guardava Beatus, che stupiva come ella capisse. «Fidatevi di me, signo'
-- dicea. -- Capisco, ho capito!» E aveva capito! Perchè Scolastica se
ne era andata senza dir nulla: ma la sua roba era ancor lì. Faceva tutto
lei, la bimbetta: «Voi statevi quieto». E anche andava nelle farmacie
lontane lontane a prendere le medicine.
Ma una sera la bimbetta non tornava. Era andata tutta baldanzosa a
prendere una medicina che non si trovava più se non in una farmacia
lontana lontana, e per grazia dell'amico dottore: una medicina tedesca,
che abbassava la febbre, ma non indeboliva il cuore.
E la città era grande.
Già calava la sera, e lei non tornava.
Mo' viene -- diceva la grossa donna del sud. -- Non si perde!
Ma la bimbetta non veniva; ed era in pensiero anche la grossa donna del
sud.
E in silenzio attesero.
Suonò l'ora di notte.
Finalmente la bimbetta venne. Rideva e piangeva.
Raccontò sua ventura.
Si era smarrita.
Intanto era venuta la notte, i lumi non ci sono più e lei piangeva.