I due giovanotti assistevano all'operazione con molta serietà.

Per quello che Beatus poteva distinguere, le due _ciantose_ erano due

babbuine dipinte: carni un po' travagliate, roba di terzo ordine.

Pretesa di gran mondane, come i piumacci dei loro cappelli avean pretesa

di colibrì. Uno dei visetti era mantecato all'alchermes, l'altro al

pistacchio. Se avessero avuto più senno, si dovevano mantecare allo

stesso modo. Ma forse pei due provinciali erano più interessanti così.

Una di esse, d'un tratto, fece scattare contro i giovanotti la pompetta

dei profumi. Il loro incanto di contemplazione fu rotto e parvero felici

come bimbi a cui il giocoliere fa un bel giuoco. Chiusero gli occhi e

accolsero in faccia l'acqua benedetta.

Ma quando Pasquà ebbe stappato la bottiglia, e versò il nero vino, fu

dolcemente redarguito da uno dei giovanotti. Ma non dolcemente rispose

Pasquà:

-- _Vui pazziate, compà_ -- disse. -- _Io vi apro una bottiglia che è

una reliquia, e vui andate trovando 'a sciampagna!_

Dopo gli spaghetti e il vino fumoso, il simposio si animò.

Beatus sentì uno dei giovanotti che diceva a una delle _ciantose_: --

_Facite vedè!_

Era il modo come esse tenevano la forchetta.

Si provarono essi, ma non vi riuscirono.

-- _La vostra maniera è aristocratica_ -- disse uno --, _ma accussì non

se ponno magnà li vermicelli._

Una _ciantosa_ intonò:

Mi chiamano Mimì

il perchè non so.

I due giovanotti si distesero estasiati come due grossi cani a cui si

faccia una carezza.

Beatus provò un senso di nausea a quel romanticismo da strapazzo.

Ma il passaggio al realismo fu rapido, chè una delle _ciantose_ disse

forte ad uno dei due giovani: _cochon, mon petit cochon_.

Parve al giovane parola gentile e se la fece spiegare. La spiegazione fu

data all'orecchio e piacque tanto che il giovane diè in uno sguaiato

scoppio di risa. Allora anche l'altro giovane reclamò la sua porzione, e

le due _ciantose_ la diedero in toscano: -- Schifosino, schifosetto,

schifosone!

Ma quando le due _ciantose_ dissero:

-- Imboscato, imboscatissimo! -- i due giovani mostrarono di non gradire

molto.

-- Ma se non c'è nessuno! -- disse una delle due _ciantose_.

Il giovane ammiccò a Beatus.

Le _ciantose_ volsero verso quella parte l'occhio protervo, videro

l'omiciattolo e alzarono le spalle, come a dire: «quello lì non conta».

E proprio non doveva contare, perchè quando furono portate le fragole,

una delle _ciantose_ si metteva una fragola fra le labbra e se la faceva

togliere da uno dei due. Assaporava costui e diceva: -- _Mo è condita

più meglio che con la cugnac. Prova anche tu, compà. Questa sta la moda

de Pariggi._

_Et ultra!_ parve assentire la compagna.

*

Beatus credette opportuno togliersi di lì.

Egli, l'illustre pedagogista, aveva assistito ad una lezione delle più

squisite grazie francesi.

*

-- Sono gentiluomini anche quei due? -- domandò Beatus a Pasquà.

-- _Ih, che dicite! Quello biondo, prima della guerra, faceva o

scarpariello, e mo fa il negoziante di scarpe de cartone pei soldati;

quello più anziano ha fatto un sacco di danari coi fichi secchi pe'

Governo. Non sono gentiluomini come me e come vui: sono_ plebbe, _ma

tengono alte amicizie. Ma stateve buono, signorì; per questa sera

v'aggio stipato due fragole._

Veramente le fragole erano diventate odiose a Beatus.

«Dicono, -- rispondeva Beatus mentalmente a Pasquà -- che la sociologia

sia una scienza moderna; ma Esiodo, benchè vissuto tanti secoli fa, ne

sapeva almeno quanto Vilfredo Pareto».

Pasquà ora serviva caffè e rosoli. Ma tornò indietro subito col vassoio:

-- _Vogliono il caffè in to giardino, sotto il bersò._

-- Caro Pasquà, -- gli disse Beatus -- l'aristocrazia non prende mai il

caffè dove ha pranzato.

Ma Beatus sul tavolo di Pasquà vide una lettera e disse: -- Questa è per

me.

-- _E se è vostra, pigliatevella._

-- Ma quando è arrivata?

-- _Ma che saccio io quando è arrivata! Domandate al portalettere. Vui

volete sapè tutte cose. Ringraziate Iddio che è arrivata._

Era il caso di osservare a Pasquà che lui era poco gentiluomo; ma era

così arrabbiato per quei signori là, sotto il bersò.

_Capitolo VI._ -- La morte del rosignolo.

La lettera che Beatus aperse, non portava «illustre» nella soprascritta,

ed era scritta con righe trasverse, la qual cosa è specialità della

donna. Ma non poteva essere una donna elegante, perchè queste scrivono

con quel carattere a zampini isterici che è di moda, e si direbbe -- se

la cosa fosse possibile -- insegnato da un calligrafo umorista per far

dimostrare alle donne stesse che esse non hanno un carattere, se tutte

possono adottare un uguale carattere.

La lettera che Beatus aperse, aveva invece un carattere, ma sbilenco e

deforme.

Infine, il bollo postale era appiccicato dietro la busta, e questa è

specialità delle serve quando il possesso della terza elementare le

mette in grado di scrivere la loro lettera d'amore. Infatti era

Scolastica, la serva di Beatus: ma non era lettera d'amore perchè diceva

le cose seguenti:

«Signor padrone, vengo con questa mia per farle sapere che tutti noi

stiamo bene e così spero anche di lei. E prima di tutto gli devo dire

che io sono molto contenta perchè mio fratello ha avuto venti anni di

galera, che sono diventati dieci per l'amnistia: e adesso fa il muratore

a Santo Stefano, così sono sicura che non se lo mangeranno i

bacherozzoli; e poi tutti mi dicono che appena finita la guerra, li

metteranno fuori tutti, come è di giusta, perchè lui non ha rubato nè

ammazzato nessuno!»

Qui Beatus si fermò. Egli aveva il vizio di fermarsi a tutti i problemi,

come i cani a tutti i paracarri: il problema qui era tremendo! Il

fratello di Scolastica era stato condannato per diserzione; cioè appunto

perchè non aveva ucciso in guerra.

Ma quella frase plebea: _non se lo sarebbero mangiato i bacherozzoli_,

che voleva significare che _non sarebbe morto combattendo_, gli fece

vedere, quasi con gli occhi, la giovinezza di coloro che adesso erano

divorati dai vermi della terra.

La lettera continuava:

«E adesso gli devo dire che Ruggero Bonghi è scappata di casa ed è

rimasta fuori due giorni, e il boia dei cani se l'ha presa, e io son

dovuta andare dal Comune dove ho dovuto pagare tanti soldi. Loreto sta

bene, ma dà i becconi a tutti; invece il rosignolo è stato male ed è

morto, perchè il formaggio non si trova, e i macellai non dànno più la

carne. E adesso gli devo dire che se lei non manda altri soldi, io ho

trovato un altro servizio da una contessa, che è sola, e in casa ci ha

tutto quello che vuole, e non c'è bisogno di far la fila; perchè ci

portano tutto in casa: olio, zuccaro, farina e galline. Gli devo poi

anche dire che quel suo amico che bestemmia sempre in toscano, è venuto

due o tre volte, e dice che faccia presto a tornare che lui ha bisogno

di parlargli. Altro non avendo, passo a firmarmi la sua fedele serva

Scolastica».

*

Qui Beatus non pianse, ma questa notizia del rosignolo gli diede molto

dispiacere. Lasciando la casa, così aveva raccomandato a Scolastica:

«Se anche non levate la polvere ai mobili, poco male; ma ricordatevi di

pulire la gabbia, e di dare, tutte le mattine, cinque tarme al

rosignolo, e, a mezzodì, un po' di carne tritata, e che il suo

cassettino sia sempre pieno di farina e formaggio; e l'acqua rinnovata».

Era un usignolo non di nido ma silvano, preso con le reti e donato a

Beatus da un suo scolaro, campagnolo, in una di quelle grandi gabbie

rusticane, fatte di cannucce, con la vôlta di tela verde. Era lungo,

aristocratico, grigio perla nel ventre. Le zampine e il becco erano di

una delicatezza quasi immateriale. Non era nè domestico, nè ribelle:

accettava la sua prigionia e per quanto Beatus avesse cercato di farsi

conoscere da lui, mai non fu riconosciuto. Passeggiava per la gabbia con

signorilità, quasi sapesse che era inutile spiegare la virtù delle ali.

Ma si elevava pei bacchetti, senza sforzo, come per virtù di calamita

che attraesse il suo corpo leggero. Beatus gli rivolgea parole gentili,

ma lui non torcea per vezzo la testolina ai richiami, ma tenea in avanti

quel suo becco sottile con l'alterezza di una fronte.

«Ed è giusto -- diceva Beatus -- che non mi riconosca per nutrimento che

io gli dia.» Però per Natale o per Santa Lucia, cominciava a cantare,

forse perchè lo studio di Beatus era tiepido e solatìo; e durava tutto

l'inverno a cantare.

Novena di Natale!

Era come una nostalgia dei paesi d'oriente, che lui, il nobile silvano

aveva conosciuto. Perchè chi sa ancora dove migrano gli uccelli? Paesi

d'oriente ove fiorirono le mille e una notte, paesi che lui, Beatus, da

giovane avrebbe voluto vedere; ma che, oramai, mai avrebbe veduto!

Li rivedeva nel canto del rosignolo.

E poi, e poi spesso la notte è rotta dal grido delle strigi, ed è bello

udire il canto del rosignolo, la notte. E poi, e poi: da un lato, nel

suo studio, stava Loreto, immoto, coriaceo, adunco: e dall'altro lato

quella creatura alata e canora, che faceva pensare a cose inverosimili:

trasmigrazioni di anime, che so io. Quando cantava, tutta la gola gli si

gonfiava per la passione e non s'accorgea che Beatus si accostava. Ma se

si accorgea, allora non cantava più.

Ora anche lui se lo mangiavano i «bacherozzoli»!

*

Ma sotto il pergolato le due signorine seguitavano le loro lezioni di

eleganza ai due pacchiani: le pose, i passi, come si accende la

sigaretta, dove si butta la cenere. Se i greci fossero risorti,

avrebbero aggiunto alle Muse, maestre di civiltà, la Moda. Poi una cantò

canzonacce di caffè concerto: l'altra si atteggiò a sfinge, con i polsi

aderenti e le palme disposte come un porta-uovo, e il viso di bertuccia

dentro il porta-uovo. E mostrava i denti.

«Era più bello quel povero rosignolo» pensò Beatus.

*

Poi andò da Pasquà e disse che facesse il conto, perchè partiva domani.

_Capitolo VII._ -- L'acquazzone.

Beatus Renatus lasciò il dì seguente verso mezzodì l'ospitale albergo di

Pasquà.

L'afa incombeva grande, e l'azzurro del cielo, pur senza una nube, aveva

un offuscamento di tenebre.

Beatus trovò una cosa rarissima nel 1918; un angolo soffice nel diretto;

e appena il diretto si mosse, trovò un'altra cosa rara per lui: il

sonno!

Ma dopo un tempo che egli non riuscì a determinare, si destò. Il sole

era scomparso. Già notte? Qualcosa ruinava, schiantava: bombe da

aeroplani austriaci?

No, un nubifragio.

Il cielo era -- come gli uomini -- in preda a un accesso di follia.

Lampi e tuoni inseguivano il treno; ondate di pioggia lo

schiaffeggiavano.

La pioggia penetrava dai lati, dal soffitto, dal pavimento.

Il mondo è rotondo: romanzo · 第 9 / 16 题