«Ma io sto ritta!»
«No, lei sta storta!»
La signorina stava bensì ritta, ma in linea serpentina, come è stabilito
negli ultimi testi della moda.
Allora Beatus inforcò gli occhiali e vide che la signorina era
eccessivamente estiva nella sua blusetta, e ordinò:
«Esca e si vada a vestire.»
*
Vi erano poi alcune note che non si sarebbero mai potute presentare
senza offesa a Sua Eccellenza, fra cui questa:
«Se proprio lo Stato vuole lui alimentare le scuole, non alimenti almeno
i propri nemici». Ve ne erano altre che se anche S. E. le avesse
degnate, mai S. E. le avrebbe potute presentare in una relazione da
distribuire ai signori deputati. Per esempio queste: «Lo studio è cosa
aristocratica». Seguiva poi una nota che avrebbe offeso non solo alcuni
deputati, ma poteva parere anche pazzesca a molti:
«Il grido, _morte all'intelligenza!_ non ha valore se non quando si è
percorso tutto il giro dell'intelligenza. Vero è che le democrazie
scontano oggi l'errore di voler fare di tutti gli uomini animali
pensanti.»
Altre note avrebbero offeso la corporazione dei professori; come questa:
«La crisi attuale della scuola è in ultima analisi crisi.... di materia
cerebrale».
Altre note poi offendevano l'intera nazione, come questa:
«Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud esiste povertà del
senso tragico: gli aggettivi ne costituiscono il surrogato».
Vi era, poi, una nota che offendeva tutto il genere umano: «Inutile
predicare la verità.
«I dormiglioni tirano il collo al gallo! ma con tutto questo lo stupido
animale canta pur sempre dopo la mezzanotte e allo spuntare dell'alba.
«I galli salvano l'umanità a prezzo del loro collo».
*
Anche quella mattina Beatus stette nella sua camera per sviluppare
questi appunti, ma non ci riuscì. Non aveva reagenti. Però aggiunse
questa nota: «Invece dei salterelli, insegnare la ginnastica giapponese
che permette a chi è più debole di abbattere un mascalzone».
Ma quando fu verso mezzodì cominciò a sentire un piccolo onesto appetito
allo stomaco.
Un'ala di pollo con annessa anca, calda bollente, sarebbe stata gradita.
Rammentava il pollo, spennato da Gigia.
«È deplorevole -- diceva Beatus pensando al pollo -- che qualche volta
lo stomaco umano reclami l'albumina animale. E se invece di una gallina
fosse un gallo?»
Dunque si lavò le mani per la colazione. Cioè se le volle lavare, ma non
c'era più acqua nella piccola brocca.
Chiamò con voce dolce, decrescente: -- Gigia, Gigia, Gigia!
Ma Gigia non rispose. Certo un tedesco avrebbe chiamato con voce
imperiosa crescente: «Ghighia! Ghighia, Ghighia!», e Gigia avrebbe
risposto.
Andò dunque lui ad attingere acqua, e fece altre igieniche faccenduole
nella camera, che Gigia o Carmè o Concettiella chissà quando avrebbero
mai fatte.
E scese per la colazione.
_Capitolo V._ -- Fragole e ale di pollo.
Erano le undici e mezzo, e nella sala da pranzo non c'era nessuno
ancora, fuorchè _Giggia_, la profuga dai chiari occhi idioti. Ella,
senza pudore, essendo già l'ora di servire in tavola, infilava i suoi
piedi nudi nelle calze.
-- Voi che state facendo? -- domandò Pasquà a Beatus.
-- Caro Pasquà -- rispose Beatus --, vorrei fare colazione, e mi è
sembrato di sentire dalla cucina un odorino di brodo. Avete messo un
pollo nella pentola?
-- _Ce steva_ -- disse Pasquà -- _ma sono venuti due operai e se l'hanno
magnato._
-- Due operai hanno mangiato un pollo?
-- _Eh, caro signore_ -- rispose Pasquà -- _mo' i polli li magna chi
lavora._
E allora entrò Carmè, la bianca, con un cestello di fragole.
-- Oh, le bellissime fragole -- esclamò Beatus.
-- Queste non sono per voi -- disse Pasquà.
-- E perchè?
-- _Questa è una cosa troppo fina, e co' zucchero e co' cugnac, meno di
quattro lire non ve le posso dà. È roba da cocottes che ponno pagà. E
poi scusate; mo' che la gente soffre la fame e muore in guerra, vui
andate cercando le fragole? Vui siete gentiluomo!_
E queste parole furono proferite in tono di rimprovero.
Ora, siccome Beatus girava appunto l'Italia per rimproverare altrui,
così gli dolse esser rimproverato dall'oste, e domandò:
-- Come fate a sapere che io sono un gentiluomo?
-- _Ih, si vede! V'aggio domandato il nome? Se siete profugo, internato,
se siete francese, chi siete, che cosa siete venuto a fare in questo
paese? V'aggio presentato il conto? Vui siete gentiluomo e basta! Vedete
quella tavola? Mo' arrivano le_ cocottes.
Una compagnia d'operette agiva in un piccolo teatro lì presso, e Pasquà
chiamava, senza cattiva intenzione, col nome di _cocottes_ o di
_ciantose_ ogni donnina un po' eteroclita.
-- _Assettateve, assettateve, che mo ve porto una minestrina di verdura,
che va bene per vui._
*
Realmente Pasquà aveva dato a Beatus una lezione di sociologia: mangiano
delicatezze coloro di cui la società ha bisogno: operai e _cocottes_.
*
Un fruscio di seta, un incrociarsi di voci e di risa avvertì Beatus che
le _cocottes_ o _ciantose_ erano giunte.
Entrarono con passo di danza e occhi sfacciati. Seguivano due giovanotti
alti e membruti, stilati all'ultima moda; ma parlavano come Pasquà. Le
signorine parlavano con la voce sguaiata del palcoscenico.
Pasquà, derogando al suo costume, prese lui i servizi di mensa e
cominciò: -- _Mo' ve servo 'na supressata di verace maiale_
«Eccellentissimo!», significò trivellando la gota.
Ma non ottenne il meritato successo di approvazione perchè i due
giovanotti consultarono prima le _ciantose_, e si sentì la voce di
Pasquà che aveva perso la pazienza e disse: -- _Più fine? Più fine di
vermicelli con le vongole che v'aggio a dà?_
A Beatus, Pasquà fece portare la minestrina di erbe cotte. Mangiando la
quale, Beatus si ricordò di quel sapientissimo Esiodo, quando dice:
«Stolti gli uomini, che non sanno quanto maggior guadagno sia cibarsi di
malve e di asfodelo che di opere ingiuste» Vero! Ma è seccante aver
vicino chi mangia pollo e fragole.
Nell'attesa degli spaghetti con le vongole, le due _ciantose_ si tolsero
i cappelli e i mantelli. Poi aprirono le loro borsette, ne levarono
piumino, specchietto, lapis e cominciarono a ritoccarsi il volto come in
casa propria.