Ma il sole si era alzato e là dove esso batteva, in un campo a lato al
viale, era tutto uno strano barbaglio d'oro con iridescenze opaline.
E perchè la vista serviva poco bene a Beatus Renatus, così domandò alla
giovane donna che cosa fosse quel barbaglio.
-- Il più vile dei fiori -- disse la donna.
Era una distesa di quei fiori selvatici che crescono pei fossi,
spontanei, l'estate; e non sembrano fiori. Sono come una tenue palla, e
volgarmente son detti «soffioni».
-- Sembrano i fiori del sole, -- disse Beatus Renatus appressandosi.
Beatus colse uno di quei fiori, senza colore, ma così immateriale che la
vista di lui non vi penetrava.
-- Vedo un barbaglio di sole, e nulla più. Eppure è materiale! Lei,
signorina, che ha miglior vista, forse meglio discerne.
Ella si appressò alla palla iridescente che Beatus teneva in mano.
-- Oh, il meraviglioso ricamo! -- esclamò. -- Non avevo osservato.
-- Certo un meraviglioso fiore -- diceva Beatus. -- Pare figlio del
sole.
Ma mentre Beatus e la donna fermi così contemplavano, un pappo si staccò
dal fiore e volò via; e dopo il primo, il secondo, poi tutti i pappi
volarono via come per loro richiamo, e Beatus rimase col nudo stelo.
-- Eppure -- disse Beatus -- io non ho avvertito un soffio di vento.
-- E io nemmeno, signore, -- disse la giovane donna.
-- Oh! -- esclamò Beatus -- anche per lei, signorina, non esisteva il
vento, ma per i sensi del fiore, sì.
Seguiva con lo sguardo quei pappi come punti d'oro che fuggivano lievi
per loro richiamo.
-- _Anima_, signorina -- disse Beatus -- vuol dire «vento»: un soffio di
vento, {~GREEK SMALL LETTER ALPHA WITH PSILI AND OXIA U+1f04~}{~GREEK
SMALL LETTER NU U+03bd~}{~GREEK SMALL LETTER EPSILON U+03b5~}{~GREEK
SMALL LETTER MU U+03bc~}{~GREEK SMALL LETTER OMICRON U+03bf~}{~GREEK
SMALL LETTER FINAL SIGMA U+03c2~}. Appunto _vento_ occulto ai nostri
sensi, ma forse esiste, come esiste un alito per questi fiori più
sensibili di noi.
Ma gli occhi stupefatti della giovane donna lo persuasero -- anche senza
che il campanelluzzo funzionasse -- che anche allora aveva parlato fuor
di misura.
Troncò il discorso. Ma la donna lo vide trasfigurato di letizia come
colui che crede aver trovato ciò che aveva perduto.
Di quella letizia approfittò la giovane donna per sollecitare la sua
domanda.
Beatus la riguardò ancora, e il campanelluzzo gli disse: «Beatus, torna
indietro! La signorina cerca uno stile, ma ha bisogno di un amante».
-- Roma o Milano?
-- Oh, signor Regio Ispettore -- esclamò la giovane donna -- Roma,
Milano, il mio sogno!
-- Ebbene venga con me all'albergo e ne parleremo meglio.
Ma la giovane donna disse: -- Oh, signore, si sta così volentieri con
lei; ma se io entrassi con lei nell'albergo, tutta la città questa sera
lo saprebbe.
-- Ma il viale è deserto, signorina. Nessuno ci ha visti.
-- Anche questo chi lo sa? Ogni donna qui vive sorvegliando le altre
donne.
-- Così che ogni donna -- disse Beatus -- è guardiana della virtù delle
altre.
-- Ah, sì, signore.
-- Per modo che tutte le donne, qui, sono virtuose -- disse gaiamente
Beatus.
La giovane donna non rispose.
Beatus disse:
-- È un legittimo desiderio il suo, signorina, di cambiar residenza.
Beatus guardò quella giovinezza un po' sfiorita.
Ella gli porse la mano; egli la strinse. Fu un attimo e gli parve gran
tempo. Sentì una freschezza come di menta peperita.
*
La figurina era lontana e bianca in fondo al viale.
_Capitolo III._ -- Pasquà.
Così Beatus tornò solo al suo albergo.
Era un albergo di secondo ordine, forse vicino al terzo; il cui padrone
si chiamava Pasquà.
Veramente Beatus, arrivando in quella città, era sceso a quello che gli
fu indicato come il primo albergo, dove scende ogni persona
rispettabile. Dal modo, anzi, come gli fu indicato, questo albergo
doveva essere una gloria cittadina: infatti spiccava laccato di bianco
nella città scura, e portava il superbo nome di _Palace Hôtel_.
Ma si era appena seduto al tavolino della stanza assegnata, per stendere
la relazione a Sua Eccellenza il ministro, quando dovette abbandonare la
penna, per grattarsi le gambe. Erano quegli animalini chiamati le pulci.
Beatus ne avvertì il cameriere, il quale gli rispose che le pulci sono
un naturale appannaggio dei pavimenti.
-- Quando però non si tengono puliti, come è il caso -- aveva detto
Beatus indicando gli angoli col ditino.
-- Tocca al facchino pulire -- aveva risposto con dignità il cameriere.
La sera, visitando le lenzuola, vi aveva trovato tracce di altri
animalini schiacciati.
Ne aveva ancora avvertito il cameriere, ma questi gli aveva risposto,
non senza soddisfazione: -- Tempo di guerra, signore! -- che Beatus
tradusse così: «Questi borghesi vogliono la guerra e anche le lenzuola
di bucato!»
Quel cameriere portava il _frac_, ma tutto laccato di nero, sì che
incuteva ribrezzo.
Era colui che portava anche le vivande nella sala da pranzo, laccata di
bianco.
*
Per queste ragioni Beatus aveva abbandonato il _Palace Hôtel_, ed era
andato da Pasquà, dove gli fu riconosciuto il diritto delle lenzuola di
bucato, anche in tempo di guerra.
Pasquà era un uomo sui cinquant'anni, obeso e tetro con faccia
borbonica: stava solitamente sdraiato. Aveva un grosso diamante al dito
e la cannuccia della pipa in bocca. Sputava anche lui con iperbole, e se
occorreva qualche cosa, chiamava: «_Giggia!_ Carmè! Concettiella!» ma
lui non si moveva.
Le tre donne cantavano in cucina presso i fornelli di maiolica. Carmè
era silenziosa e di pingui carni bianche: era la giovane moglie e
fungeva da cuoca. Gigia era una aitante fanciulla con occhi chiari,
idioti e capelli tizianeschi, piedi scalzi: lavava i piatti. Era una
profuga. Concettiella nulla faceva, cantava sempre e insegnava a Gigia a
non far nulla.
-- Voi che guardate? -- aveva detto il giorno innanzi Pasquà a Beatus.
Egli guardava Carmè con quanta grazia, e in un attimo, colei allestisse
nella padella le uova con la mozzarella. E un'altra volta in quel dì,
Pasquà pur disse: -- Voi che guardate? -- Egli guardava Concettiella che
dicendo: «Cocco mio, vien qua», aveva tirato il collo a un pollastro e
lavorava, alfine; cioè spennava caldo caldo il pollo sul limitare e
spargeva penne e immondizie per la via.
Beatus, nel primo caso, spiegò a Pasquà che ammirava l'arte con cui
Carmè faceva saltare la padella; e nel secondo caso pensava a quel
_cocco mio_ seguito dallo stroncamento delle vertebre; e pensava altresì
come una scuola che insegnasse a non spargere immondizie, sarebbe stata
una gran scuola. Ma Pasquà grugnì: -- _Nun dite fesserie, pecchè voi
guardate 'i femmine e nun 'a mozzarella._
*
Pasquà si moveva soltanto all'ora di servire a tavola. Ma non portava
lui le vivande. Era soltanto quello che i latini chiamavano _pincerna_:
cioè il coppiere. Portava e sturava le bottiglie, e allora soltanto
aveva un po' di gaiezza.
-- Quando -- diceva girando con le dita contro la guancia, a modo di un
cavatappi -- avete bevuto questo rosolio, voi siete in paradiso.
Era anche un po' prepotente Pasquà. Diceva: -- Voi volete sapere in
cucina _che ce sta_. Non ci pensate. _Mo v'arrangio io._ -- E portava
quello che voleva lui, e diceva: -- Quando io vi faccio riempiere bene
_a panza_, non basta?
E in verità Beatus, benchè avesse la _panza_, cioè stomaco e intestino
delicatissimi, mai come in quei giorni, sotto il regime di Pasquà, era
stato così bene. Inoltre le tre donne per effetto della loro giovinezza
gli scancellavano la imagine delle cose sudicie.
Era anche sgarbato Pasquà. Diceva: -- Io v'apparecchio qua e voi ve ne
andate là. Che avete? la tarantola in corpo?
È che Beatus cercava l'angolo dove la tovaglia fosse men sudicia.
-- _Ih, quanta aristucrazia!_ -- aveva detto Pasquà. -- _Quando v'aggio
dato 'a salvietta pulita p' 'a bocca nun basta?_
Era anche curioso Pasquà: -- _Vui m'avite a spiegà come fate: v'andate a
curcà e leggite, pigliate 'u caffè e leggite, mangiate 'a minestra, e
leggite. Io dopo due minuti che aggio aperto u'_ Don Marzio, _me volta
'a capa._
E vedendolo pensoso, Pasquà diceva: -- Anch'io come voi tengo tanti
pensieri; ma invece di tutti questi libri, bevete e non penserete più a
niente.
Era anche sfacciato Pasquà. Apriva i libri, e vedendo scritto _Storia_
-- _Ih, quanta storia!_ -- esclamò. -- _La so anch'io la storia come
voi. Re Gioacchino, Re Ferdinando, Re Franceschiello...... Tutti fessi!_
*
Tornando dunque Beatus al suo albergo, trovò Pasquà sdraiato nel suo
nirvana.
Aprì gli occhi porcini e disse tetro a Beatus: -- Felice voi! Sempre di
società anche la mattina!
-- Perchè?
-- Perchè avete sempre il gilè bianco, i guanti, e le scarpette lustre.
-- Felice voi, Pasquà -- disse di rimando Beatus --, voi che potete
dormire anche al mattino; voi bella casa, voi bella salute, voi belle
donne. -- E indicò, nella cucina, le tre donne fresche e piacenti.
Lo guatò torvo Pasquà e disse:
-- _Vui nun capite niente! Vui nun sapete che tengo dint' 'u core mio.
Quando si arriva all'età mia, che campo a fa 'ncoppa a stu mondo? E
anche vui che campate a fa? Eh, ci vuol altro che il gilè bianco e le
scarpe lustre!_
Infelice Pasquà! Egli guardava tutto il giorno il suo inutile harem.
«Ecco una cosa -- disse fra sè Beatus, sorridendo quando fu solo -- che
contraddice all'elogio che Erasmo di Rotterdam fa della stoltezza,
perchè ecco qui lo stolto Pasquà che soffre per questa liberazione
dall'animalità. Liberazione? Sì, ma anche esenzione dalla vita».
E Beatus non sorrise più.
E si ricordò poi di quella gloria a cui aspirava la giovane
professoressa: forse era la stessa cosa che formava il rimpianto di
Pasquà: l'amore! Povera fanciulla! E pensò come potesse dare alla
sterile giovinezza di colei ciò che non poteva dare ai maturi anni di
Pasquà.
_Capitolo IV._ -- Pedagogia.
Salì nella sua camera per stendere la relazione a S. E. il ministro.
Beatus aveva a questo proposito bellissime note di taccuino, fra le
quali la seguente: che le iscrizioni degli scolari sui muri delle scuole
del nord, valevano quelle degli scolari del sud, tranne qualche
variazione nei dialetti.
Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud aveva trovata abolita
la vecchia cattedra; e in quella vece il tavolino: riforma democratica,
ma pericolosa, perchè tra maestro e scolaro deve esistere amore, ma con
un metro almeno di distanza; in secondo luogo perchè il tavolino
presuppone nel professore calzoni e scarpe irreprensibili, altrimenti
gli scolari guardano le scarpe e i calzoni dei professori.
Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud aveva trovato gli
scolari mescolati con le scolare, ma a Beatus era nato il sospetto che
questa mescolanza aumentasse i globuli bianchi nel sangue degli
adolescenti.
A questo proposito Beatus, una volta, aveva dato scandalo, perchè in una
scuola liceale, essendo chiamata una signorina a rispondere, Beatus
osservò che tutti gli scolari erano colpiti da stupore idiota.
Muta era anche la signorina: ma faceva il bocchino dolce e idiota.
«Dica quello che sa, signorina», confortò un professore con patetica
voce. E allora il verso:
_Chiare fresche e dolci acque_ -- tremò su le labbra della signorina.