IL MONDO È ROTONDO

Motto: _in omnibus charitas_.

_Capitolo Primo._ -- Lo sputo.

Ognuno può comprendere che quando una persona va in cerca dell'anima,

non può stare attenta.

-- _Si tu stivi attiento, io nun te sputava_, -- disse quel cittadino

del sud.

Forse voleva dire _attento_ a quel rombo gutturale che precede lo sputo

dei cittadini del sud. «Iperbòlici anche quando sputano», disse Beatus

Renatus; e guardò con ribrezzo lo sputo. Esso era andato a cadere in

fondo ai calzoni; ma poteva cadere su la giacchetta che era di orléans

nero, o sul gilè che era di bellissimo candore.

Si poteva intimare: «Pulite!» Si poteva, in caso di disubbidienza,

afferrare quel cittadino del sud per il collo e obbligarlo a pulire. Ma

in questo caso sarebbe stata necessaria una mano molto valida perchè,

non so se abbiate mai osservato: vi sono nella famiglia degli uomini

alcuni grossi cialtroni che sembrano specialmente costituiti di alcuni

grossi, lunghi manubri, di carne, cioè due gambe e due braccia,

attaccate ad un tronco, e quel tanto di apparecchio di orologeria dentro

il cranio, che basti a stimolare questi manubri.

Il personaggio, invece, dai cui calzoni pendeva lo sputo, aveva bensì

una fronte formidabile; ma sarebbe stata necessaria un'operazione di

magia per mutare quella fronte in una di quelle macchine da guerra,

chiamate _tanks_, e così far paura a quel cittadino del sud, che già

dilungava maestoso col suo sigaro in bocca.

«La colpa è della mano che è esile e non afferra», disse a se stesso

quel signore guardando la sua mano coperta dal guanto di seta. «Non è

per viltà».

La settimana prima, a Taranto, mentre alcuni aeroplani austriaci

bombardavano a bassa quota, e tutti fuggivano, egli anzi si era fermato

a guardare con curiosità.

Levò quindi il fazzoletto, pulì la sozzura e gettò il fazzoletto che

pure era di finissimo lino.

«Viltà, non direi: forse un po' di ribrezzo a toccare quell'uomo, come a

toccare questo sputo.»

Del resto, tranne alcuni maialetti e galline che passeggiavano già, al

primo albore, per le vie, come è consuetudine nelle città del sud,

nessuno aveva veduto.

*

Questo personaggio, che andava a spasso di primo mattino per una città

del sud, si chiamava -- come è detto -- Beatus Renatus. Era un uomo

assestatuzzo e mingherlino, e se avessimo veduto le lettere che erano

nelle tasche della giacchetta di orléans nero, avremmo trovato scritto:

_All'illustre Beatus Renatus_.

Dunque era un uomo ragguardevole.

Infatti, prima della guerra, questo Beatus Renatus disponeva di un suo

onesto giudizio e delle lucide armi del pensiero dentro la fortezza

ossea del cranio.

Ma, da quel tempo, il giudizio si era un po' ottenebrato e le armi

inceppate.

Tuttavia Sua Eccellenza il ministro, ignorando questi particolari, aveva

affidato a Beatus l'onorevole incarico di ispezionare le scuole, e

perciò Beatus Renatus da qualche mese viaggiava l'Italia, e aveva preso

molti appunti nel suo taccuino per riferire poi a S. E. il ministro.

Questa perturbazione del suo onesto giudizio si era ripercossa anche

all'esterno, perchè quelli che lo avevano conosciuto prima della guerra,

dicevano di lui: «Come è invecchiato Beatus Renatus!» I suoi capelli si

erano imbiancati stranamente, cioè a zone; quasi a scosse sismiche,

prodotte forse dal cataclisma della guerra: zone bianche e zone nere

appiccicate ai baluardi delle lunghe tempie. Inoltre se si fosse levato

i guanti, sarebbe apparsa una manina esangue, come di una giovanetta

morta; la quale mano giustificava come egli non avrebbe mai potuto

prendere per il collo quel grosso cittadino del sud.

Egli aveva dunque visitato diverse scuole del nord, ed ora visitava le

scuole del sud.

Tanto nell'Italia del nord, come in quella del sud, Beatus Renatus aveva

riportato notevoli soddisfazioni in grazia di un campanelluzzo che

ancora gli rimaneva nella casa del pensiero, e funzionava ancora

abbastanza bene in quanto avvertiva delle cose da dire e delle cose da

non dire. Egli prima di parlare, rigettava con garbo la giacchetta e

scopriva il bel gilè con la catena d'oro, ovvero spiegava lentamente il

fazzoletto, o sfilava anche i guanti: dopo di che parlava con pacata

oratoria che si potrebbe dire all'inglese.

Tutte queste cose fecero un bellissimo effetto tanto nei paesi del nord,

come in quelli del sud, benchè nei paesi del sud Beatus non possedesse

più la catena d'oro, la quale gli era stata rubata in tram nei paesi del

nord.

*

«Non ti dolere, o Beatus, dello sputo di quella grossa bestia. Siamo

tutte bestie».

Questo ammonimento gli parve uscire dallo sguardo di alcune capre, le

quali non andavano a spasso come i maialetti, ma posavano sui ripiani di

un monumento seicentesco, ed erano così barbate che parevano

filosofiche, e guardavano Beatus Renatus con occhio così melanconico che

in quella espressione non si conteneva alcun oltraggio.

Dalle capre Beatus levò l'occhio in su, e vide una colonna annerita dal

tempo, e su la colonna vide ritta una statuetta di bronzo con la cappa,

il cappello alla spagnola e il pugno alteramente su l'elsa della spada.

Era un pupo: forse un infante di Spagna: un don Filippo, un don Carlos.

Si ricordò allora che in quel secolo la Spagna fu (oh miseria!) signora

del mondo.

Ora sui gradini seicenteschi posavan le capre.

E l'Italia fu sempre sotto la servitù dei signori del mondo.

Beatus, anche lui, non se ne ricordava più. Gli uomini non possono

ricordare tutte le cose passate: ma forse se ne ricorda la Storia, che è

come una divinità, la quale in quei giorni lavava con tanto sangue

quella colpa, perchè ogni servitù contiene una colpa.

Mostruosa divinità la Storia!

*

Sopravvenne il capraio, al quale Beatus chiese un po' di latte. Una

donna che portava in piazza la frutta mattutina, offrì un bicchiere. La

mano del capraio era scura, scura era la mammella della capra, e da

quelle due cose scure zampillò lo spumante latte.

Beatus bevve.

La donna aveva albicocche rugiadose e grandi, e Beatus ne comperò e ne

mangiò, e da quella bevanda e da quel cibo vitale nacque una specie di

ebbrezza. E riguardava quel pupo che da tre secoli sta lassù e nessuno

sa più chi sia.

Certo quel pupo fu un re, cioè uno di quegli uomini dalla voce tonante,

anche se non avevano voce, che governavano il mondo in nome di Dio,

anche se non lo governavano.

Quale mostruosa finzione!

Eppure allora era meno facile che un mascalzone sputasse sopra una

persona vestita da gentiluomo.

Ecco altre cose che oggi non si ricordano più!

*

Con questo ragionamento nella testa, Beatus era entrato senza

avvedersene nel giardino della città -- che lì chiamano _villa_ --

deserto in quell'ora, e pieno soltanto di ombre e di fiori.

Dal giardino si vedeva, in lontananza, a metà della costa di un monte

verde, un monastero come un castello ariostesco su cui batteva il sole

nascente.

Un gran silenzio! Ma Beatus Renatus si fermò e lisciando con la mano i

baffi biondicci, non ineleganti, pareva stare in ascolto. Sentiva quello

che non si sentiva: i cannoni folli che da quattro anni urlavano per

abbattere l'ultimo pupo folle con Dio e la corona: l'imperatore

Guglielmo di Germania.

«Io ricordo, ma anche ricordando -- disse -- non capisco.»

E riguardò ancora il monastero dove vivono coloro che non ne capiscono

niente. E buttano via il loro nome!

_Capitolo II._ -- La giovane professoressa.

E vide venirgli incontro pel viale deserto una figurina bianca che avea

barbagli d'oro per effetto del sole che punteggiava la grande ombra.

Quando gli fu da presso, la riconobbe: era la giovane professoressa di

italiano.

Due occhi vellutati, un corpo un pochino sfiorito pure essendo ella nel

mezzo della sua giovinezza. «Una onesta giovane -- avevano detto a

Beatus Renatus le autorità del luogo, -- e non priva di buon volere.

Forse un po' vistosa. Porta grandi cappelli, tacchi un po' alti ed è

profumata. E quei ragazzoni di scolari guardano più lei che i libri».

La graziosa professoressa, quando fu presso di lui, fermò il saltellante

passo e chiedendo scusa dell'ora e del luogo, con trepida voce cominciò

così:

-- Signor Regio Ispettore, io vengo per una preghiera, e lei deve essere

un'anima gentile.... -- Ma non potè proseguire, perchè Beatus disse:

-- Ma chi glielo ha detto che io sono un'_anima gentile_? Chi

l'autorizza a chiamarmi così?

La giovane donna rimase esterrefatta.

-- Sappia, lei, che io sono terribile.

-- Ma, signore -- disse la donna, -- si vede che lei è un'anima gentile.

-- Si vede? Crede forse di farmi un complimento? Oh, sarebbe allora una

cosa grave se si vedesse!

E Beatus guardò la sua persona, come se invece che adorno di un bel gilè

bianco, fosse stato immondo della lordura del grosso cialtrone.

-- Io volevo anche dir questo, signore -- riprese la giovane donna --

che la gentilezza italica mi dava speranza....

-- Ta, ta, ta! -- interruppe Beatus sorridendo, giacchè non si parlava

più della sua gentilezza, ma della gentilezza italica. -- Sa lei quale è

il vero nome della _gentilezza italica_? _Debolezza italica!_ Ma lei

ieri era presente quando io ho parlato alle autorità cittadine raccolte

in congresso: «Niente suppliche, niente concessioni, niente

condiscendenze, niente raccomandazioni». Mi pare che fossimo d'accordo.

-- Sì, signore. Ma dopo si torna a fare come prima.

-- Oh!

-- Non è per mancanza di buona volontà, signore. È l'aria di questo

paese.

-- La risposta è intelligente! -- disse Beatus dopo alcuna lunga

meditazione. -- Ebbene, mi esponga ciò che lei desidera.

Ella cominciò a parlare.

Le parole di lei erano incerte, ma gli occhi luminosi aiutavano le

parole timidette.

Ella aveva tanto letto, tanto studiato; poi la laurea, il magistero....

-- Benissimo, signorina -- diceva Beatus, ma voleva sottintendere:

«benissimo con limitazione».

La graziosa professoressa, pur ragionando, camminava presso di lui lungo

il viale. Portava una camicetta lieve e al moto del passo si

accompagnava il fremito di quelle due cosine gelatinose, che stanno

davanti alle donne.

Non erano gran cosa, ma si potevano scusare quei ragazzoni di scolari se

stavano più attenti a lei che ai libri.

Anche il suono della voce era dilettevole tanto che Beatus fu sorpreso

di dover osservare che pur l'accento napoletano è grazioso.

Ma evidentemente egli stava più attento alla musica delle parole che al

loro senso. Però quando la signorina concluse e disse: -- Del resto io

non domando che la mia felicità -- rimase stupito, e guardò colei che

domandava con tanta naturalezza la propria felicità.

-- Ora lei, signor Regio Ispettore, è arbitro della mia felicità.

-- Ma lei, signorina, mi onora di poteri magici -- rispose Beatus.

Ma santi numi! Proprio ieri Beatus aveva consigliato la riduzione

graduale dell'iperbole, come si usa con la morfina per guarire i

morfinomani.

La _felicità_ per la signorina consisteva nell'essere trasferita in una

grande città.

-- Io credevo, signorina -- disse Beatus -- che lei mi domandasse il

contrario: cioè di non essere allontanata da questa città. Non è lei di

questa città?

-- Sì, signor Regio Ispettore.

-- Non ha qui lei la sua famiglia?

-- Sì, signor Regio Ispettore: qui ho babbo, mamma, fratelli....

-- Bene: lei domani vi aggiunge un marito, ed ecco la felicità al

completo.

La parola _marito_ dipinse sul volto della giovane donna un amabile

rossore, e ciò piacque molto a Beatus, perchè questa reazione fisica

diventa sempre più rara sul volto delle giovani donne.

-- Signore -- disse ella -- non è possibile.

-- Oh!

-- No, signore, non è possibile per noi professoresse trovar marito in

questo paese.

-- Questa è un'altra iperbole, signorina.

-- È la verità, signor Regio Ispettore. Qui i giovani sono molto zotici.

E noi, professoresse, non ci vogliono perchè dicono che noi siamo

istruite. Io, poi, perchè sanno che studio, sono messa all'indice.

Questa cosa parve molto grave a Beatus. Ma allora a che cosa servono

tutte le scuole che il Governo mantiene, in questo paese? Se non servono

a togliere lo zoticume, a che servono?

La signorina non lo sapeva; e Beatus nemmeno, benchè fosse Regio

Ispettore.

-- In una città grande -- disse Beatus --, la cosa mi pare ugualmente

difficile per altra ragione.

Ohimè! la signorina aveva parlato, ma Beatus non aveva capito.

La signorina non cercava il marito, ma cercava la gloria.

-- Lei cerca la gloria, signorina? -- domandò Beatus.

Un'onda di più vivo rossore e un sorriso di speranza si incontrarono nel

volto della giovane donna.

-- La gloria.... Proprio la gloria, no -- disse titubando. -- Ma almeno

farsi un nome.

-- Lei aspira a farsi un nome?

Beatus aveva poco innanzi fissato il monastero dove vivono quelli che

buttano via il loro nome; e guardò allora con rinnovato stupore quel

volto della giovane donna, che domandava un nome.

-- Ma in che modo, signorina?

-- Scrivendo, signore! -- disse con trepidazione.

-- Scrivendo?

Lei aveva scritto tanto, tanto; studiato tanto; letto tanto: tanti

trattati per formarsi uno stile, ma non sapeva ancora quale scegliere.

In una grande città, frequentando la gente intellettuale, avrebbe

trovato uno stile....

-- Lei cerca, signorina, quello che non c'è.

-- Che cosa?

-- Lo stile.

-- Oh! Che dice ella mai? Non esiste uno stile?

-- Non esiste.

-- Come? non esiste? Se non si parla che di stile?

-- Quando lei -- disse allora Beatus -- avrà conosciuto tutto senza

conoscere nulla; quando lei, nel silenzio della sua anima, sentirà

salire la voce dei vivi e dei morti; e il lupo e l'agnello, e il pigmeo

e l'eroe le parleranno ciascuno secondo il suo proprio linguaggio,

allora lei avrà trovato lo stile: ma non lo saprà, perchè lei sarà come

una morta fra i viventi, o una vivente fra i morti. E della gloria non

saprà più che farsene.

-- Non mai udii queste cose, signore.

-- Può darsi.

«Férmati, Beatus!» gli disse il campanelluzzo del cervello.

Ed egli si fermò. Aveva parlato fuor di misura; ma la donna, quando è

fresca, è come il latte, come la frutta fresca. Contiene essenze che

producono una certa eccitazione.

La giovane donna infatti non intendeva di aspirare a queste diavolerie

che Beatus aveva elencato, ma a cosa ben più semplice: una piccola

gloria a proporzioni ridotte, di tipo moderno come la conquistano tanti:

un onesto appannaggio della vita, che aiuta a vivere bene in società,

qualcosa come sarebbe per un uomo un titolo cavalleresco, un diploma.

-- Ha ragione, signorina -- disse Beatus. -- Questa, in verità, è una

gloria di non difficile acquisto e lei la può anzi incontrare, così come

a Roma può imbattersi in un portiere gualdrappato. Ma guarda, guarda,

guarda! -- si interruppe di un tratto Beatus.

-- Che cosa, signore?

Il mondo è rotondo: romanzo · 第 6 / 16 题