Fra il concorso di tre illustri personaggi, il Cavaliere e Procuratore
Barbon Morosini, il Procuratore Nicolò Veniero ed il Cavaliere e
Procuratore Pietro Grimani, questo ultimo nel primo scrutinio alla
dignità ducale inalzato venne, ed egli, per molti servigi alla patria
prestati e nelle ambascerie alle straniere potenze, e nei più gravi
consessi del Governo la pubblica estimazione meritato aveasi, e pel
suo gusto delicato di elegante scrittore italiano era giunto ad alto
grado di riputazione presso i Gozzi, i Farsetti ed altri contemporanei
famigerati scrittori, essendo egli pure della famosa Accademia de'
Granelleschi. A questo Doge scrisse già l'Algarotti una epistola in
versi, nella quale si ricordano le sue poesie, e fra le altre un
sonetto che incomincia
[I[ Sedeami un dì sopra una verde riva,]I]
e finisce con questi versi:
[I[ E sui miei casi e fortunati e rei]I]
[I[ Vidi, o Lilla gentil, che di mia vita]I]
[I[ Tutta la storia mia tu sola sei,]I]
ed è stampato nella parte quarta della raccolta del Gobbi, e nel tomo
VII delle Rime degli Arcadi, come quello che era appunto nel numero
degli Arcadi col nome di Armiro Cretreo. Undici furono le Oselle da
questo Doge a' nobili regalate, delle quali le prime sei conservano lo
stesso tipo tanto nel diritto, che nel rovescio. Nei diritti evvi
l'antica impronta di san Marco, che .offre al Doge ginocchioni il
patrio vessillo benedicendolo, col motto [SC[S. M. V. PETRVS. GRIMANVS.
D.]SC], e sotto 1741 ed [SC[F. P.]SC], Francesco Pasqualigo il massaro,
e seguenti. I rovesci altresì sono quelli stessi che si videro da
molti Dogi suoi antecessori adoperati, e che poscia furono da tutti
universalmente usati, cioè le parole: [SC[PETRI. GRIMANI. PRINCIPIS. MVNVS.
ANNO. I.]SC] ([I[lin]I]. 3, [I[lett]I]. a). Nel settimo anno però il
conio del diritto cangiossi, ponendosi in opera il simbolo del santo
Evangelista, cioè il leone alato e coperto del berretto ducale, di
fronte, e col libro fra le zampe aperto, su cui sta scritto [SC[P. T.
M. E.]SC] cioè [I[Pax tibi Marce Evangelista]I], e nel contorno
[SC[SANCTVS. MARCVS. VENETVS.]SC], e sotto il nome del massaro, che in
quell'anno figurava Zuan Andrea Pasqualigo [SC[Z. A. P.]SC]
([I[lett]I]. b). Questa variazione non puossi ad alcun particolare
avvenimento attribuire, ma solo ad un genio dimostrato dal Doge di
imitare in questa parte il suo antecessore, non essendovi nelle
pubbliche storie, o nelle private memorie alcuna di esse che a ragione
di ciò addurre si possa. Non è però così della variazione che si
osserva nel diritto dell'ottavo anno di questo Doge, nel quale invece
del consueto tipo del santo Evangelista, che il pubblico stendardo
consegna, vedesi il Doge ginocchioni in atto di orare innanzi al
Santo, il quale seduto, tenendo la penna sull'aperto libro in atto di
scrivere, si rivolge col capo indietro, quasi chiamato da un oggetto
esteriore, ed ha il leone presso di sé col solito motto [SC[S. M. V.
PETRVS. GRIMANVS. DVX.]SC], e nell'esergo [SC[L. M. II.]SC] Lodovico
Morosini II, questo pure in altre variando ([I[lett]I]. c). Di questa
variazione puossi il motivo attribuire ad alcune vertenze insorte col
pontefice Benedetto XIV. Il patriarcato di Aquileia, che con la sua
giurisdizione estendevasi nella contea di Gorizia appartenente alla
casa d'Austria, svegliato aveva le cure e l'attenzione di S. M. I. e
R. Maria Teresa, la quale un proprio Vicario al Pontefice richiedeva
per i suoi stati. Il Senato Veneziano, per sostenere i diritti
patriarcali, incaricava presso la santa Sede con apposita missione
Francesco Foscari, il quale partì di Venezia nell'agosto del 1748.
Evvi l'antica tradizione, avvalorata anche da' Padri, che san Marco
predicato abbia ai popoli di Aquileia il vangelo, quindi sembra bene
adatta la idea che si rappresenti il Doge a' piedi del Santo in atto
di supplicarlo a sostenere il diritto dei successori di lui nel
Patriarcato stesso, diritto che allora cogli Imperiali dividere
volevasi. Le vertenze e le discussioni di Roma continuando, né ancora
bene stabiliti i confini de' rispettivi diritti delle due
metropolitane arcivescovili diocesi di Gorizia e di Udine, che dalla
divisione della Patriarcale Basilica di Aquileia sorgere dovevano,
nell'anno nono del suo reggimento il Doge ordinava, che nel diritto di
quella Osella il santo Evangelista coniato fosse in atto di
allontanarsi dalla terra e fra le nubi soffermarsi, con la sinistra
mano distesa sulla testa del Doge a' suoi piedi genuflesso, di sua
protezione assicurandolo, mentre tiene nella destra il libro degli
Evangeli aperto, ed il Leone mezzo accosciato mostrasi in atto di
minacciare alcuno dietro alle sue spalle. La inscrizione non varia
dalle altre: [SC[S. M. V. PETRVS. GRIMANVS. DVX.]SC], e nell'esergo [SC[G.
G. L.]SC] da interpretarsi per Gian Girolamo Longo, che era il massaro
all'argento. Si riporta pure in questa quinta tavola a comodo degli
osservatori la leggenda del rovescio, ch' è la consueta [SC[PETRI.
GRIMANI. PRINCIPIS. MVNYS. AN. IX.]SC], 1749, inchiusa fra due rami di fiori
che la corona ducale sorreggono ([I[lett]I]. d). Non ancora del tutto
composta la questione sulla giurisdizione delle nuove sedi
arcivescovili dal Patriarcato di Aquileia provenienti, il Doge
credette opportuno di continuare a prendere lo stesso argomento per
soggetto della sua decima Osella: quindi nel rovescio di essa si fece
rappresentare ginocchioni illuminato dai raggi superiori, che dal
cielo sul di lui capo discendono, in faccia ad un altare, dietro il
quale evvi il Santo che sull'ara il libro de' suoi Evangeli aperto gli
mostra, indicando con la destra mano la volontà del Signore, ed il
Leone che dietro il Santo respiciente di faccia riposa, col solito
motto intorno [SC[S. M. V. PETRVS. GRIMANI. D.]SC], e al di sotto il nome
del massaro [SC[Z. B.]SC] Zuanne Balbi ([I[lett]I]. e). Questa però è
l'ultima Osella che il Patriarcato di Aquileia risguarda, essendosi
nel luglio dell'anno 1751 col mezzo di pontificio breve decretato, che
l'attuale Patriarcato fosse in due metropolitane arcivescoli sedi
diviso, ritenendosi tuttavia nel vivente Patriarca e Cardinale Delfino
il primitivo titolo, e conservando al Senato la nomina
dell'Arcivescovo di Udine. Così decise la saggia mente del sommo
Pontefice Benedetto XIV. L'undecima ed ultima Osella del Doge Pietro
Grimani porta nel diritto il Doge ginocchioni innanzi all'altare
dell'Annunziata Vergine, che in un quadro fra due colonne rinchiuso, e
da due angioletti fregiato, rappresentata si vede, e nel lato opposto
pur genuflesso san Marco ed il Leone che giace in riposo fra loro. Il
motto intorno è [SC[S. M. V. P. GRIMA. D.]SC], e nell'esergo il nome del
massaro all'argento, che in quell'anno era Alvise Barbaro [SC[A. B.]SC]
([I[lett]I]. f). Questo conio non può essere relativo, che al giubileo
pubblicato nell'anno 1751, il quale per Venezia il suo principio ebbe
nel giorno appunto dell'Annunziazione della Vergine, principale
proteggitrice della Repubblica. Di là a pochi giorni il Doge Pietro
Grimani, da grave malattia sopraffatto, fu al sepolcro condotto.
[T1] FRANCESCO LOREDANO.
A. 1752 ([SC[TAV]SC]. V e VI).
Il successore di lui Francesco Loredano al primo scrutinio de'
quarantuno elettori dalla maggiorità de' voti eletto riusciva,
quantunque a competitore mostrato si avesse il Procuratore Giovanni
Emo. Quegli più volte la carica di Provveditore generale dell'armata
nelle provincie coperto aveva, e spezialmente nell'importante
occasione dell'armata neutralità della Repubblica per la guerra di
successione. Molte delle Oselle di questo Doge, siccome coniate negli
anni in cui la Veneziana Dominazione i proprii diritti civili in
faccia alla santa sede sosteneva, così in pari tempo la religione e la
pietà della Repubblica dimostrano. Di fatti il nuovo Doge dal suo
cognome l'argomento prendendo, ché quasi dall'etimologia della parola
poteasi il di lui casato supporre dalla città di Loreto derivare,
imprimere si fece nel rovescio della prima Osella in ginocchio col
berretto ducale deposto innanzi ad un altare sul quale evvi la Vergine
col bambino Gesù in braccio, e presso ad essa S. Marco, che tiene il
libro degli Evangeli aperto sull'ara appoggiato, e con la destra
distesa verso un calamaio con la penna, come scrittore di quelli, ed
in mezzo il Leone che riposa respiciente di faccia sopra un suolo di
marmi intrecciato. Le parole intorno suonano [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED.
D.]SC], e nell'esergo [SC[G. A. C.]SC], che indicano il nome del massaro
all'argento Giacopo Antonio Contarini. Nel diritto poi la solita
leggenda: [SC[FRANCIS. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS. AN. I. 1752.]SC]
([I[lin]I]. 4, [I[lett]I]. a), da un fregio rinchiusa, rovescio che si
conserva nell'anno seguente. Nel rovescio della seconda dando un nuovo
saggio della pietà e della religione del Doge, lo si mostra caldamente
raccomandarsi alla Vergine santissima, ed al principal Protettore
nelle vertenze insorte con la santa sede, e si presenta genuflesso con
berretta deposta ai piedi della beata Vergine col Bambino in grembo,
che è in un quadro da quattro angioletti sostenuto in forma di
cariatidi con fregi di vasi e di fiori, mentre dall'altro lato trovasi
l'Evangelista che lo benedice, con ai piedi il calamaio, e nel mezzo,
sul terreno intrecciato di marmi, il Leone che riposa. Il solito motto
intorno [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. D.]SC], e sotto [SC[S. B.]SC] Stefano
Barbaro massaro ([I[lett]I]. b). Niuna particolare circostanza volendo
il Doge ricordare nella Osella dell'anno terzo, riprese nel diritto
l'ordinario antico conio col santo Evangelista seduto in atto di
benedire il Doge genuflesso, che dalle mani di lui il vessillo della
Repubblica riceve con le usitate parole: [SC[S. M. V. FRANC. LAVREDANO.
DVX.]SC], e nell'esergo [SC[V. A. C.]SC] cioè il nome del massaro
all'argento di quell'anno, Ulisse Antonio Corner. Quantunque nel
rovescio si conservi la consueta leggenda, pure alcune alterazioni
vedendovisi e nella forma delle parole, che più maiuscole si mostrano,
e nella ducale corona di niun fregio ornata, utile si credette di
riprodurlo, abbenché nessuna causa di questa alterazione addurre si
possa; [SC[FRANCIS. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS. AN. III. MDCCLIV.]SC]
([I[lett]I]. c). Ad un quadro, nel quale la nascita del bambino Gesù
fra gli animali nel presepio si raffigura, con l'adorazione degli
angeli, sostenuto e fregiato da colonne in luogo di cariatidi, ed
altri ornamenti, dirigonsi le preci del Doge ginocchioni, deposto il
berretto sul suolo, mentre dal lato opposto il santo Evangelista si
vede in atto pure di adorazione, ed in mezzo il leone in piedi col
libro fra le zampe aperto, e col capo al Santo rivolto. Il diritto
della quarta Osella conservando il solito motto [SC[S. M. VENET. FRANC.
LAVREDAN.]SC], e sotto [SC[A. D.]SC] il nome del massaro Antonio Diedo,
mostra in un quadro la nascita del Bambino adorato dagli Angeli e al
di sotto di questo il santo Protettore che inginocchioni dà la
benedizione al Doge il quale è pure in ginocchio col berretto deposto
e fra loro il leone col libro aperto. L'essere sul rovescio di questa
Osella una Pace alata che nella sinistra mano un ramo di ulivo porta e
nella destra il ducal corno, è il motivo per cui si è creduto di
riportare di essa pure l'impronta [SC[FRANCIS. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS.
AN. IV. MDCCLV.]SC] ([I[lett]I]. d). Nessuna trattativa di pace a vero
dire in quell'anno le storie nostre alla Repubblica assegnano, quindi
non si potrebbe con certa conoscenza asserire, quale oggetto fosse
preso di mira; e solo si può alludere o allo stato di pace in cui
trovavasi allora la Repubblica, o all'armonia interna del governo,
dappoiché era stato conchiuso un trattato di confinazione nel
Bergamasco e Milanese, tra la Repubblica di Venezia e Sua Maestà
l'imperatrice e regina Maria Teresa d'Austria. Il conio del quinto
anno offre una delle allegorie che la Chiesa adopera verso la Vergine
santa, qual è quella del vaso, e questo la Vergine sostiene,
contornata da Angeli, due dei quali danno fiato alle trombe, e nel
corpo del vaso è scritto [SC[VAS. ONORABILE.]SC], ([I[sic]I]), e al
disotto del vaso, nel lato destro, san Marco che riposa sul terreno
seduto a cui dietro il Leone di fronte, e nel lato sinistro il Doge in
ginocchio con la ducale berretta sul suolo deposta, e nell'esergo
[SC[F. T.]SC] Francesco Trevisano massaro, conservando nel contorno
[SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. DVX.]SC], il che pure non è che un semplice
saggio della divozione del Doge verso la santa Vergine ([I[lett]I].
e). Altra prova pure della stessa pietà dimostrata vedesi dal Doge nel
diritto della sesta Osella, nella quale non si volle allontanare dagli
emblemi e dalle allegorie dalla Chiesa usate nel rappresentare la
Vergine, indicandocela sotto la invocazione di [SC[FOEDERIS. ARCA]SC].
Infatti vi si osserva un Angelo che sostiene l'arca della salute in
cui evvi quella leggenda, e sulla quale poggia la Vergine che tiene le
braccia aperte, ed intorno sonovi colonne ed archi che la racchiudono,
mentre nel lato destro sul suolo il santo Evangelista, con un
ginocchio piegato, il Doge benedice, che nel lato opposto ginocchioni
si mostra col berretto sul terreno, e la faccia del leone a tergo del
Santo. Il lavoro del suolo sembra di opera vermicolata. Le parole
intorno sono: [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. D. V.]SC], e sotto [SC[G. B.]SC]
che sono le sigle iniziali di Girolamo Bonlini massaro ([I[T]I]. VI,
[I[lin]I]. 1, [I[lett]I]. f). Niun avvenimento chiamando l'attenzione
delle storie in questi anni, gli archeologi non hanno motivo di
conghietturare qual cosa dirigesse il Doge nella scelta della impronta
da fissarsi nell'anno settimo, e solo una perenne dimostrazione della
sua religiosa devozione verso i principali proteggitori della patria,
che ei volle indicati anche in questa Osella. Quindi in essa effigiata
vedesi la immacolata Concezione della Vergine in un quadro con due
Angioletti che lo sorreggono, ed il san Marco nel lato destro in piedi
in atto di mostrare ai riguardanti la Vergine, mentre il Doge, col
berretto ducale deposto, è in atto di adorarla, ed il Leone fra loro
riposa. Anche in questa Osella sembra il suolo vermicolato. L'usitata
inscrizione si legge d'intorno: [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. DVX.]SC], e
nell'esergo [SC[F. A. B.]SC], che intender si deve per Francesco
Antonio Bonlini massaro ([I[lett]I]. g). Ai tre di maggio dell'anno
1788 cessò di vivere il grande pontefice Benedetto XIV, che portò il
lutto in tutta la Cristianità. A minorare però il rammarico che ne
provavano anche i Veneziani, dopo una sede vacante di due mesi e tre
giorni fu al soglio pontificio inalzato il Cardinale Carlo Rezzonico
veneto patrizio e Vescovo di Padova, che assunse il nome di Clemente
XIII. Grandissime furono le dimostrazioni di gioia e di allegrezza per
sì avventuroso innalzamento ordinate. Otto ambasciatori al nuovo
pontefice fra i più illustri cittadini si nominarono; dal Senato
lettere gratulatorie sopra la creazione sua si scrissero; il Consiglio
Maggiore a Procuratore di san Marco soprannumerario, che era la
seconda dignità della Repubblica, il fratello di lui elesse; ed affine
di dare un nuovo attestato della pubblica letizia, il Senato, dietro
le rimostranze avanzate dal nuovo pontefice nei primi giorni della'
sua esaltazione, s'indusse a ridurre il decreto 7 settembre 1754, il
quale avea dato motivo di discussioni e di rammarico all'antecessore
di lui. Grato il pontefice a simili contrassegni di devozione
religiosa verso di lui, nell'anno appresso della sua elezione spedì in
dono alla Repubblica una Rosa d'oro da lui benedetta. Il Doge prese
argomento dall'innalzamento del Pontefice e dalla Rosa ricevuta per
coniare la Osella dell'ottavo suo anno. Nel diritto infatti vedesi la
figura della Religione sopra un'ara seduta in trono col calice nella
destra e l'albero salutifero della Croce nella sinistra, mentre nel
destro lato l'Evangelista col ginocchio piegato e col libro aperto
sull'ara poggiato si mostra, avendo ai suoi fianchi il Leone ed in
faccia a lui il Doge ginocchioni con la berretta ducale sul suolo, ed
intorno le parole: [SC[S. M. V. FRANC. LAURED. PRINC. MVNVS. AN. VIIII.]SC], e
nell'esergo [SC[P. P.]SC] Pietro Pasta massaro. Nel rovescio l'impronta
della Rosa d'oro col motto intorno: [SC[ROSA. SVPER. RIVOS. AQVARVM.]SC], e
sotto l'anno [SC[MDCCLIX.]SC] ([I[linea]I] 1, [I[lett]I]. h). Cinque
Rose d'oro si conservavano nel Tesoro della ducale Basilica di san
Marco dai sommi pontefici in varie epoche alla Veneziana Repubblica
spedite in dono, e tutte ne' giorni solenni sull'altar maggiore
esponevansi, e tutte dopo la cessazione della Veneziana Signoria con
altri preziosissimi oggetti da quel Tesoro sparirono; se non che il
sommo pontefice Gregorio XVI con sovrana munificenza conceder volle
nell'anno 1834 una nuova Rosa da lui benedetta, come un testimonio
della sua benevolenza verso questa patriarcale e metropolitana
Basilica, e verso tutta questa devota popolazione. Detta Rosa sorpassa
tutte le altre per ricchezza e per leggiadria di lavoro, ed essa pure
attualmente è riposta fra i resti preziosi di quel Tesoro. Nella
Osella dell'anno nono il Doge Loredano ricordar volle il rifacimento
da più anni incominciato della torre dell'orologio nella gran piazza
di san Marco sotto la direzione dell'architetto Audrea Camerata,
terminato solamente nella stagione dell'Ascensione del Signore
nell'anno 1760. Il meccanismo dell'orologio fu in pari tempo riformato
dal valente meccanico ed ingegnere Bartolomeo Ferracina di Bassano,
del quale più altre opere esistono, che gli meritarono l'onore della
statua alla sua memoria inalzata. Nel diritto di questa Osella vedesi
la Repubblica, rappresentata da una donna sur un trono seduta,
poggiando la sinistra mano sopra la testa di un Leone che a' suoi
piedi riposa, mentre dal lato stesso evvi la mezza figura di un uomo
con riga e compasso fra le mani, e nell'altro lato evvi il cavalletto
e la tavolozza dei pittori, ed ai piedi la squadra e lo scalpello
degli scultori, col motto intorno: [SC[MATER. ET. ALTRIX. ARTIVM.
STVDIORVMQ.]SC], e nell'esergo [SC[G. A. S.]SC] essendo massaro Girolamo
Antonio Soranzo, che varia in alcune. Nel rovescio poi evvi la
facciata della torre dell'orologio con le annesse fabbriche e le
parole intorno: [SC[FRANC. LAVREDANI. PRINC. MVNVS. A. IX. 1760.]SC]
([I[lett]I]. i). Che l'autore di questa rifabbrica fosse Andrea
Camerata, e non già Tommaso Temanza, chiaramente si riconosce dalle
determinazioni de' Procuratori della chiesa di san Marco, ai quali era
pure affidata la cura delle pubbliche costruzioni nella periferia
della piazza. Si conservano queste negli archivii della Fabbricieria
di S. Marco ed in esse evvi l'ordine scritto che al Camerata questo
rifacimento affidavasi; il che pure confermavano ed il Galliciolli ed
il Selva, mentre l'altro erudito nostro sig. Francesco Negri nella sua
vita del Temanza a questo celeberrimo architetto una tal opera
attribuiva, opera che, quantunque incontrato abbia satire e critiche
da alcuni begli ingegni di que' giorni, ebbe però altresì encomiatori
e difensori prestantissimi. A questo luogo sarà opportuno il
considerare che questa Osella, la quale rappresenta e le insegne delle
belle arti, ed il rifacimento della torre dell'orologio, fu pure la
prima che coniossi nella Veneta Zecca col mezzo del torchio accolto in
Venezia con decreto del Senato 15 marzo 1755, mentre in quell'anno
appunto erasi incominciato a coniare il tallero col torchio destinato
specialmente per le Provincie Oltremarine. Ottenuta ai 16 di luglio
1761 la beatificazione e canonizzazione del Cardinale Gregorio
Barbarigo patrizio Veneto e vescovo di Padova, per pubblico comando ai
quattro di settembre del detto anno dal corpo del Beato, nella
cattedrale di Padova deposto, la sua terza costa legittima si
estrasse, la quale collocata venne sur una mensa quadrilatera di
finissimo oro contesta, da due angioletti sostenuta, tra specchi
rinchiusa, ed ornata delle vescovili insegne e del Leone di san Marco,
e in dono fu spedita al pontefice Clemente. A tale oggetto portossi in
Roma monsignor Paolo Foscari, allora Canonico della cattedrale di
Padova, e di là ritornò col titolo di Cameriere Secreto di sua
Santità, e pochi anni appresso inalzato venne a Primicerio della
ducale Basilica di san Marco, chiudendosi anzi con la sua morte la
serie de' Primicerii. Un tal dono dal Governo inviato al Pontefice
diede argomento al Doge di farlo riprodurre nell'Osella dell'anno
decimo, nella forma stessa più sopra indicata, e con la epigrafe:
[SC[BEATI. GREG. BARBADICI. CARD. COSTA.]SC], e nell'esergo [SC[Z. D.]SC]
cioè Zuanne Dolfin massaro ([I[lett]I]. k). Questo fu l'ultimo
donativo del Doge Loredano, il quale, già da quattro anni per
infermità al letto ridotto, morì nel maggio del 1762.
[T1] MARCO FOSCARINI.